I libri in testa
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Giovedì 29 maggio 2003, ore 19
Roma, Antica Libreria Croce
Le affinità transitive
un incontro col libro di racconti di
Laura Pugno
"Sleepwalking"



Il risvolto di copertina
Laura Pugno è una videocamera ad alta definizione. La sua scrittura sfiora l'assoluto visibile. Le sue storie scorrono nella mente del lettore con la rapidità rallentata di un videoclip ipnotico. Il sonoro è azzerato. Come un sonnambulo attraversa la realtà non vedendola, non percependola, ma sognandola, e tuttavia senza inciampare mai, così la voce narrante in questi tredici racconti pilota fluidamente il lettore in una realtà che sembra quella ben nota e quotidiana, e invece è un sogno o una visione: come ci si avvede da certi slittamenti, da certe liquefazioni e cristallizzazioni del reale, che appaiono improvvise senza che nulla si perda del nitore e della nettezza della rappresentazione.
I racconti di Sleepwalking sono come delle "detective story" - avvincenti, emozionanti - nelle quali tuttavia l'oggetto che sfugge e si nasconde non è un ladro o un assassino, ma il senso stesso delle cose, la loro consistenza fisica, la vera natura spirituale e corporea dei personaggi.
Sleepwalking è un esordio narrativo dalla forza impressionante.

L'autrice
Laura Pugno è nata a Roma il 30 aprile 1970.
Ha pubblicato poesie in numerose riviste (tra cui "Poesia", "L'immaginazione", "Minimum fax", "Dàrsena", "Scarto minimo") e in raccolte collettive ("L'opera comune", Atelier 1999, "Dieci poeti italiani", Pendragon 2002).
Ha partecipato a numerosi festival internazionali di poesia.
Nel 2001 ha raccolto le sue poesie, con alcune prose di Giulio Mozzi, in Tennis, Nuova Magenta Editrice.
Ha tradotto numerosi saggi e opere narrative dall'inglese e dal francese.

L'incipit del primo racconto: "take-away"
Vieni, gli dice la ragazza che ha aperto la porta, entra. Iacopo guarda dentro, vede la parete divisoria bianca, dietro c'è Sahe, la vedrà, subito. Segue la ragazza, nella stanza di Sahe c'è un leggero odore di disinfettante, Iacopo tiene in mano i contenitori dal colore argento e il coperchio di cartoncino bianco con il cibo che gli bruciano leggermente la pelle delle mani con attenzione e delicatezza, ha tagliato lui stesso la carne e le verdure in pezzi particolarmente piccoli, lei sta sul letto a occhi chiusi, ha una maglietta bianca e i calzoncini da tennis. Per terra Iacopo vede le sue scarpe da tennis bianche. Sahe, dice la ragazza che gli ha aperto la porta con il suo leggero sorriso immutabile, adesso mangia, io vado.


Le letture

Laura Pugno (Laura Pugno), da La perfezione, in "Sleepwalking", Sironi, 2002

Le piccole meduse coprono la spiaggia a migliaia, sono morte durante la mareggiata e le onde della notte le hanno trasportate a riva, la radio ha dato la notizia e infatti oggi, mentre di solito anche se è presto già Luz avrebbe visto venire qualcuno - uno dei ragazzi che vendono le bibite e l'acqua e le cose d'argento, qualche volta anche teli di spugna coloratissimi, gli africani e anche qualcuno di cui non riesce a capire bene la provenienza, magari dell'Est Europa - non c'è nessuno tranne gli addetti degli stabilimenti, e lei, a cui anche a quell'ora non fanno più caso. Luz finisce il caffè, la ragazza del bar toglie la tazzina dal bancone e le versa l'acqua minerale che ha chiesto, le chiede dove ha comprato la maglietta, azzurro intenso, che porta, Luz spiega che è stato un regalo e che ormai si sta anche stingendo, ci si è bagnata troppe volte e così il colore è cambiato per il sale. Oggi non puoi entrare in acqua, ci sono le meduse a riva, dice la ragazza passando lo straccio sul bancone già pulito, Luz raccoglie la sacca da mare e si avvia, vedo lo stesso com'è, dice. Andrà alla spiaggia libera. C'è il vento, oggi, che c'è sempre e per Luz è la stessa cosa del mare e le lascia la mente vuota, vuole sentirsi il corpo indurito e bruciato ma cerca un punto all'ombra, non va fino a riva, le meduse sono dappertutto, bianco sporco, non più traslucide, trasparenti come quando si muovono verso di te nel mare ondeggiando, Luz cerca di non sfiorarle neanche col piede per non bruciarsi. Ha un'ora di tempo, pensa, da adesso, Fabio sta dormendo tranquillamente.


Massimo Volume (Federico), Alessandro, dall'album "Stanze", Underground Records, 1993

alessandro tiene un diario.
ci scrive i punteggi delle partite che fa al computer il pomeriggio al bar.
i record che trova sul libro del guinnes dei primati.
i risultati della squadra locale di basket. i canestri. giocatore per giocatore.

scrive dopo l'ora di ginnastica.
i ragazzi dell'autobus hanno visto in tv un vecchio film di fantascienza.
ora lo chiamano il trifide per il suo modo di camminare.
scrive della giornata in piscina insieme agli altri ragazzi del centro civico.
scrive i nomi di tutti quelli che c'erano: annalisa roberto mirko becivenni cappa giovanni.
giovanni va a scuola con lui. imparano un lavoro come mettere scatole in
certi scaffali o mettere etichette sopra barattoli di latta o rispondere
al telefono e passare la comunicazione spingendo un pulsante.
scrive del colore della cuffia di ogni ragazzo.
scrive di come é riuscito a parare un rigore buttandosi a sinistra appena
un attimo prima che cappa tirasse.
ma ci sono pensieri che non riesce a trattenere.
ci sono pensieri che lo fanno sentire come se andasse a tutta velocità in
un tunnel, in equilibrio sopra un'asse di legno che corre su due rotaie.
lo fanno restare senza fiato.
allora cerca di ricordare.
le marche di gelato disponibili nel chiosco all'entrata della piscina. una
dopo l'altra.
cerca di ricordare la distanza in chilometri tra la piscina e il paese.
poi trasforma i chilometri in metri.
cerca di ricordare il numero che aveva dietro il sedile sull' autobus all'andata.
quello che aveva al ritorno.
da qualche parte nel mondo c'é un uomo che riesce a sollevare altri quattro
uomini per un totale di 340 chili mentre pedala su una bicicletta ad una sola ruota.
alessandro lo sa. è successo nell'89. in aprile.
ma quali erano le condizioni meteorologiche?
e il numero degli spettatori?
era una piazza o aperta campagna?
e quali sono state le prime parole che ha pronunciato l'atleta dopo aver
stabilito il nuovo record?


Laura Pugno (Alessio), da Oasi, in "Sleepwalking", Sironi, 2002

I boschi sopravvivono nei sogni, gli ha detto Beatriz, gli ha descritto le foglie, il tronco: gli alberi, ombra e acqua. Piccole bestie che si muovono, uomini. L'acqua viene da un fiume, molto vicino, gli dice, lo stesso che adesso, forse, scorre sottoterra e che manda la sua acqua nei sogni di Beatriz. Nei sogni si comincia sempre scendendo in basso, gli ha spiegato lei, mettendogli le mani sulle palpebre, il buio è più profondo e tu sei consapevole del buio, il respiro più lento, la voce di Beatriz così bassa che diventa iol vento fra gli alberi, adesso. È nel quasi-deserto, sull'autostrada, la luce che sale da sotto e intorno è colore oro su una massa nera che sono le montagne, molto lontano. Stanno andando all'oasi e un'altra sosta raddoppierebbe il tempo, perché soltanto di notte è possibile viaggiare. Questo è lo stato in cui si sente più sicuro, perché a questa velocità è intoccabile, il contatto con un'altra superficie - il paraurti di un'altra macchina che sfonda la sua, il corpo di un'animale, una volpe che appare dal niente che è intorno sulla carreggiata - provocherebbe molto probabilmente la morte. Sa che ha quella che chiama la vista da quando era bambino, la capacità di sapere, toccando un oggetto, una persona, affondando le dita nella stoffa o plastica o carne, cosa ne è stato: i padroni di prima e di adesso, se sono state inferte delle ferite, se ci sono delle parti danneggiate irrimediabilmente, e come. Nella sua famiglia è normale, ma per molti anni gli è stato intollerabile. Prima ancora, da bambino, era un gioco.


Chuang Tzu (Chuang Chou) (Alessio), Il sogno della farfalla, in "Antologia della letteratura fantastica", a cura di Jorge Luis Borges, Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares, Editori Riuniti, 1992, traduzione di Giuliano Bertuccioli

Un tempo io, Chuang Chou, sognai di essere una farfalla: una farfalla svolazzante, contenta di essere tale e ignara di Chuang Chou.
All'improvviso mi destai ed ecco: ero tornato ad essere davvero Chuang Chou.
Adesso però io non so più se sono Chuang Chou, che ha sognato di essere una farfalla, o se sono una farfalla, che sogna di essere Chuang Chou, benché tra una farfalla e Chuang Chou vi sia certamente differenza.
Questo è quel che si dice "Trasformazione delle cose".


Laura Pugno (Giuseppe), da Ustioni, in "Sleepwalking", Sironi, 2002

Anni fa, Ester ha avuto un'amnesia. C'è un prima di cui non ricorda quasi niente, e un dopo, che è chiaro, e che è il mondo in cui deve vivere quando non dorme. Anche se questo nuovo mondo è luminoso e dolce, Ester si sforza di dormire il più possibile. Il calore dell'estate quasi vicina le porta una sonnolenza particolare, ma non è ancora un'afa vera, anzi verso sera è percorsa dal fresco, e a Ester piace scivolare sotto le coperte leggere che le pesano solo delicatamente addosso e hanno un odore vecchio. Si addormenta sempre di colpo, il sonno viene pesantemente anche se la sua stanza è ancora piena della luce residua del giorno. Nel sogno, l'uomo di cui Ester sempre più spesso ha dei ricordi ha l'attaccatura delle sopracciglia irregolare, una piccola macchia bruna che sembra un neo sulla palpebra dell'occhio sinistro, la cornea percorsa da capillari sottili e quasi opaca, e questo dà ai suoi occhi che sono scuri, senza quasi differenza tra il nero della pupilla e il bruno dell'iride, un'aria stanca. Ester ricorda bene anche altri particolari come la pelle del corpo troppo chiara, di un bianco quasi sgradevole, e cosparsa irregolarmente di piccoli segni scuri, o l'andatura composta e la voce. Probabilmente, dopo l'incidente, o almeno Ester lo crede, lui avrà tentato di starle accanto per qualche tempo; soltanto dopo lei avrà cominciato a scomparire, prima per pochi giorni, poi per settimane, o anche mesi, probabilmente per questa ragione lui se n'è andato; o forse è stato il contrario. Devono avere vissuto insieme ed essersi amati, e la sua scomparsa ha indotto la scomparsa di Ester anche dalla vita di altri.
Queste cose Ester le sa dai sogni. Nessun altro metodo finora le ha dato risultati tanto precisi e affidabili, quanto questo di annotare i ricordi che si presentano riconoscibili nei sogni. Il sogno-memoria ha una qualità diversa dal sogno normale e dall'incubo, che Ester ha imparato a riconoscere. Per questo, per provocare il sogno-memoria e trattenerlo più nitidamente al risveglio, con i soldi dell'incidente - ha riportato alcune piccole ustioni - Ester è andata ad abitare quasi in campagna, dove è più quieto. All'inizio non era stato per questa ragione vera, ma solo per la debolezza che aveva fatto seguito ai danni dell'incidente e all'amnesia, che Ester aveva iniziato a dormire anche di giorno, sempre più a lungo. Cos' aveva scoperto il sogno-memoria, che si prolunga ogni mattina per qualche minuto nello stato del risveglio, in quello che chiamiamo dormiveglia.


Jorge Luis Borges (Elvio), da Funes o della memoria, in "Finzioni", Mondadori, traduzione di Franco Lucentini

Lo ricordo (io non ho diritto di pronunciare questo verbo sacro; un uomo solo, sulla terra, ebbe questo diritto, e quest'uomo è morto), e ricordo la passiflora oscura che teneva nella mano, vedendola come nessuno vide mai questo fiore, né mai lo vedrà, anche se l'avrà guardato dal crepuscolo del giorno a quello della notte, per una vita intera.
Ricordo il suo volto taciturno dai tratti d'indiano, singolarmente remoto dietro la sigaretta.
Ricordo (credo) le sue mani affilate d'intrecciatore; ricordo presso queste mani un servizio da matè, con le armi della Banda Orientale; ricordo a una finestra della sua casa una tenda gialla, con un vago paesaggio lacustre.
Ricordo chiaramente la sua voce; la voce posata, nasale e un poco lamentosa dell'orillero antico, senza le sibilanti italiane di oggi.
Non l'ho visto più di tre volte; l'ultima nel 1887.
Il mio primo ricordo di Funes è assai netto, lo vedo in una sera di marzo o di febbraio del 1884. D'un colpo s'era fatto buio; udii in alto passi rapidi, quasi segreti; alzai gli occhi e vidi un ragazzo. Ricordo le sue scarpe di corda; ricordo, contro la già sterminata nuvolaglia, la sua sigaretta e il suo volto duro. celebre per alcune stranezze, come quella di non frequentare nessuno e di saper sempre l'ora come un orologio.

[Poi il racconto prosegue, Funes ha un incidente di cavallo]

Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali. ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva richiesto un'intera giornata. Mi disse: "Ho più ricordi io da solo, di quanto non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo". Anche disse: "I miei sogni sono come la vostra veglia". E anche: "La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti".


Stefano Dal Bianco (Laura Pugno), Poesia che ha bisogno di un gesto da "Ritorno a Planaval", Mondadori, 2001

Ho posato una ciotola di sassi
tra me e voi, sul pavimento.
L'ho fatto perché vorrei parlarne
ma non mi fido delle mie parole.
Mi piacerebbe che riuscissimo a parlare
esattamente della stessa cosa
senza che nessuno debba far finta di aver capito
e senza che nessuno si senta incompreso:
io, nella fattispecie.

Vorrei parlare di questi sassi, ma non della loro forma o del loro colore, e nemmeno della sostanza e del loro peso.
Vorrei parlare di questi sassi, ma prima vorrei essere sicuro di non essere frainteso.
Per esempio, nemmeno del mio gesto mi posso fidare: forse è sembrato un gesto teatrale, magari fatto male, senza stile, ma pur sempre con dentro qualcosa di simbolico. Invece io non voglio questo. Io vorrei che tutta l'attenzione si concentrasse proprio sui sassi che stanno lì

e al tempo stesso che questa fosse più simile a una poesia che a un monologo.

E un'altra cosa non vorrei: che questa dei sassi fosse considerata una "trovata": perché sarebbe vero solo in parte: io sono veramente preoccupato che noi veramente non parliamo la stessa lingua, ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa. Ma io sono preoccupato soprattutto in questo momento, ed è un momento, un attimo, in cui non voglio dimostrare niente, voglio solo andarmene contento, nella sicurezza di aver parlato con qualcuno, e che qualcosa sia successo. Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando. Di solito scrivo delle cose che mi sono abituato a chiamare poesie, ma se questa cosa di questo momento non dovesse funzionare, non dovesse essere compresa, tutto ciò che ho scritto e che scriverò non avrebbe scopo.

Allora vorrei che ci si concentrasse su quei sassi. Non perché siano importanti di per sé, e non perché siano un simbolo di qualcosa, ma proprio perché sono una cosa come un'altra: sassi.

Hanno però delle qualità: sono visibili e toccabili, sono tanti e sono separati.
Noi dobbiamo stare con i sassi.
Sono una cosa del mondo.
E dobbiamo cercare di capirli.
È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero.

Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi.


Laura Pugno (Laura Pugno), da take-away, in "Sleepwalking", Sironi, 2002

La donna che ha vissuto con Iacopo, senza quasi che lui se ne renda conto scompare adesso in Germania, Iacopo non ne saprà più nulla anche se proverà una leggera colpa, non ricorderà più quel corpo esattamente nei polpastrelli delle dita, non dovrà più ricordare e non potrà. La memoria della donna che ha vissuto con lui svanirà come le tracce dei lividi dell'incidente dal suo corpo. Rimarranno le cicatrici. Questo è opera di Sahe, non della sua volontà forse, ma comunque di una volontà che opera nel suo corpo a contatto di quello di Iacopo. Qualche mese dopo, Iacopo va in ospedale per un ultimo controllo. Il medico è gentile ed efficiente, Iacopo si sbriga subito. Dovrà ancora riposare molto, gli spiega, nient'altro. Uscendo, Iacopo sfiora quasi senza accorgersene con le dita la vernice bianca delle pareti, il legno anche quello bianco e scheggiato della porta a vetri.


Laura Pugno (Laura Pugno), da Ghiaccio, in "Sleepwalking", Sironi, 2002

Quando Mattias riapre gli occhi è ancora giorno ma la stanza è completamente buia, il sudore gli bagna la fronte e le spalle, fuori potrebbero esserci i piccoli laghi oltre Oslo o anche il ghiaccio. Il suo corpo è intorpidito più del giusto. Mattias sa che esiste la possibilità di uscire completamente dallo stato di dolore; anche questo, a volte, gli è successo. Quando apre la finestra la luce è quella della mattina, è violenta, chiude subito, di nuovo, gli occhi, anche se l'emicrania è scomparsa e resta così, ad occhi chiusi; sente il sole sulle palpebre, di nuovo li riapre e per qualche secondo distingue solo il rosso, ha la testa pesante, non riesce a reggersi ancora bene in piedi, si tiene con le mani al davanzale; poi, ecco, sente - ecco, sotto il palmo, sono, sì, una cosa che si può toccare, la stessa cosa che gli tocca le palpebre e adesso lo acceca - le macchie di sole.


Sigmund Freud (Giuseppe), da L'interpretazione dei sogni, Boringhieri, traduzione di Elvio Fachinelli e Herma Tretti

[...] tutto il materiale che costituisce il contenuto del sogno deriva in qualche modo da ciò che abbiamo vissuto e viene riprodotto, ricordato nel sogno. Sarebbe però un errore supporre che una tale connessione risulti immediatamente da un semplice confronto; occorre invece ricercarla attentamente, e in tutta una serie di casi essa può rimanere celata a lungo. La ragione è da ricercarsi in un certo numero di particolarità presentate dalla memoria durante il sogno che, per quanto generalmente notate, si sono tuttavia sinora sottratte ad ogni spiegazione. [...]
Può darsi, per esempio, che il contenuto onirico ci presenti un materiale che durante la veglia non riconosciamo come nostro, come parte della nostra conoscenza ed esperienza. Ricordiamo sì di averlo sognato, ma non sappiamo se l'abbiamo vissuto, né quando. [...]
Un episodio di questo tipo, particolarmente suggestivo e basato su un'esperienza personale, è raccontato da Delboeuf. Una volta gli era apparso in sogno il cortile della sua casa, interamente coperto di neve: semintirizzite, sepolte sotto la neve, scopriva due piccole lucertole: con slancio di zoofilo le raccoglieva, le riscaldava, le riponeva nella loro nicchia sul muro, e dava loro alcune foglie di una piccola felce che cresceva lì intorno e di cui, come sapeva, erano molto ghiotte. In sogno egli conosceva il nome della pianta: Asplenium ruta muralis. Il sogno poi continuava e, dopo una divagazione, tornava alle lucertole [...]
Da sveglio, Delboeuf sapeva i nomi latini solo di poche piante e tra questi non figurava un Asplenium. Con sua grande meraviglia dovette tuttavia convincersi che una felce così chiamata esisteva realmente. La sua denominazione esatta (Asplenium ruta muraria) era stata lievemente deformata dal sogno. Pensare a una semplice coincidenza era evidentemente impossibile; ma per Delboeuf l'origine di quella conoscenza in sogno rimaneva misteriosa.
Il sogno era occorso nel 1862. Sedici anni più tardi, il filosofo vide in casa di un amico ch'era andato a trovare, un piccolo album contenente fiori disseccati, come quelli che si vendono per ricordo ai turisti in varie regioni della Svizzera. Gli balenò un ricordo e, aprendo l'erbario, vi trovò l'Asplenium del suo sogno, e riconobbe nel nome latino aggiunto alla foglia la propria calligrafia. Gli fu quindi possibile ricostruire il rapporto col sogno. Nel 1860 - due anni prima del sogno delle lucertole - una sorella dell'amico, trovandosi in viaggio di nozze, era andata a trovarlo. Ella aveva allora con sé l'album destinato a suo fratello, e Delboeuf si sottopose alla fatica di scrivere sotto dettatura di un botanico il nome latino corrispondente a ciascuna delle pianticine secche ivi raccolte.


Laura Pugno (Elvio), da Ghiaccio, in "Sleepwalking", Sironi, 2002

Questi ricordi sono, Mattias lo sa, nient'altro che un inganno: non l'ho mai amata, Neve avrebbe voluto, credo, che l'amassi ma non ne sono stato capace. Mattias ricorda come ha visto l'allegria di lei improvvisamente spegnersi, i piccoli tentativi di lei di avere più coraggio di quanto fosse normale, e giusto, dimostrargli; se adesso ha questo inganno, Mattias lo sa, è perché il ricordo di Neve non può nemmeno fargli male, Mattias non sente colpa, pensa: io non volevo che neve mi togliesse il suo amore, volevo che mi desse il suo amore senza pretendere nulla in cambio e anzi accettando di essere per me al mio prezzo, pagando ogni volta quanto avessi voluto, lasciandomi prendere tutto quello di cui avevo bisogno da lei. Mattias si rende conto di aver giocato con Neve non una partita a scacchi, ma un altro gioco in cui le regole vanno inventate di volta in volta. come se i pensieri e i movimenti del corpo fossero veramente una materia segreta e illeggibile e non una cosa comune e condivisa, e che come tale si può riprodurre ed è riprodotta e rappresentata. Mattias conosce la regola segreta per istinto; di quello di cui si rende conto si rende conto solo adesso. E ha subito le altre regole; vattene per primo, vai via prima che finisca tutto; potendo fare qualcosa, non fare, invece, nulla. E qualsiasi cosa tu faccia, magari per sbaglio, comunque non varrà nulla se dirai no, non era questo che volevo. Quest'altra cosa - che io ti dico adesso e che tu non desideri - è il vero mondo. A volte a Mattias sembra di essere stato agito, come se la sua stessa mente lo agisse, e come se un'altra mente più lenta, adesso, dentro di lui si ostinasse a ricordare. Gli viene in mente che quella sua con Neve era stata una clandestinità perfetta: senza darsi mai, senza lasciarsi andare, senza dire niente di più dello stretto necessario a procurarsi il prossimo incontro. Questo volevamo, scomparire.


Giulio Mozzi (Laura Pugno), da Treni, in "Questo è il giardino", Mondadori, 1998

Quando il treno parte con un movimento dolce Mario ha la sensazione di staccarsi dal mondo come quando, certe sere che non prende sonno, prima si rigira nel letto, e poi, quando per stanchezza i pensieri si allontanano dal desiderio del sonno, si addormenta all'improvviso. Questi sonni che sono così difficili da procurare sono i sonni senza sogni, ma Mario pensa che sia più giusto dire che sono i sonni dopo i quali non si ricordano i sogni. A Mario sembra che i sogni non ricordati siano quelli più importanti, perché proteggono i segreti vitali. Mario crede che, se certe sere il sonno non viene, nemmeno a sollecitarlo con la noia della televisione o con un po' d'alcol, è perché in qualche modo il corpo sa (lo stesso corpo che, al mattino, gli risparmia di ricordare i sogni) che quella notte ci saranno dei sogni difficili da affrontare, che sarà necessario dimenticare: e il corpo li teme, giustamente. Questa condizione particolare, al momento della partenza del treno, è resa fisica da una sensazione di pressione alle tempie, dalla rigidezza del collo. A volte in treno si può leggere o dormire, altre volte invece viene il mal di testa. Mario pensa che non c'è un solo mal di testa del quale possa dire che gli è venuto da solo: c'è stata sempre una causa in un comportamento specifico, in un affaticamento eccessivo, in un bicchiere di troppo, in un'ora tolta al sonno. Mario è convinto che ci sia un automatismo che lo guida a procurarsi il mal di testa. Mal di testa in treno, e per un viaggio fino a Roma, significa qualche ora di pensieri costretti senza sonno né distrazioni. Mario non riesce a immaginare, nell'insieme delle cose normali che gli possono capitare, una cosa più dolorosa di questa compagnia forzata.


Laura Pugno (Alessio), ha gli occhi piccoli, come carne, ha il corpo, dalla raccolta "Dieci poeti italiani", Pendragon, 2002

ha gli occhi piccoli, come carne, ha il corpo
della talpa,
e ugualmente mangia, terra, lumache
anche piccoli animali: entra
nel container, luce
luce nera,
lascia il viscido sotto le dita: ha i libri, è il tuo schiavo, dàgli il caldo,
su tutta la superficie che copre: muovetevi
verso il suo corpo
che è una cosa che splende

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