I libri in testa
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Sabato 12 giugno 2004, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
MEZZACARTELLA
Premiazione dei sette vincitori
e letture a margine



Il bando del concorso

 
NON FARE LA MEZZA CARTUCCIA!
MANDACI MEZZA CARTELLA!

Ma di cosa parlate?

è il primo grande concorso per scrittori esordienti ordito da I LIBRI IN TESTA. Se prima solo tuo padre o tua madre erano a conoscenza delle tue velleità letterarie, noi de I LIBRI IN TESTA ti diamo la possibilità di accrescere la tua fama. Forse.

Ma io cosa devo fare?

Spedire entro e non oltre il 29 febbraio 2004 mezza cartella all'indirizzo e-mail mezzacartella@libero.it. Una mezza cartella, per capirci, sono 900 caratteri (ma accettiamo anche una cartella intera, dai, e cioè 1800 caratteri. Non di più però, ok?). La mezza cartella dovrà contenere un racconto breve. Poesia NO. Teatro NO. Saggistica NO. Un racconto, chiaro? Ah, importante. Dovrà essere un racconto a tema. Scegli, tra questi tre argomenti, quello che preferisci:
1)      Viaggiare: fregatura o opportunità?
2)      Sostare: fregatura o opportunità?
3)      Morire: fregatura o opportunità?

Spedisci solo il racconto e un tuo recapito telefonico. Niente dati anagrafici o note biografiche. Te li chiederemo poi, al limite. Ah, un'altra cosa importante: il racconto che ci spedirai non dovrà essere mai stato pubblicato né in volume né su rivista.

E poi?

E poi niente. Valuteremo. Selezioneremo. Escluderemo. Cestineremo. E, alla fine, delle migliaia di e-mail pervenute ne salveremo sette. Sette racconti, sette mezze cartelle. I sette autori delle sette mezze cartelle vincenti saranno invitati ad una serata de I LIBRI IN TESTA (che si terrà a fine maggio 2004 presso l'Antica Libreria Croce di Roma) interamente dedicata a MEZZACARTELLA nel corso della quale avranno la possibilità di leggere in pubblico il proprio racconto.

E voi cosa ci guadagnate?

Niente! La partecipazione a MEZZACARTELLA è totalmente gratuita! (Ovviamente se abiti fuori Roma e vinci, le spese di trasporto/vitto/alloggio per partecipare alla serata finale saranno a carico tuo, ma noblesse oblige). Non ci sono né tasse di iscrizione né spese di qualunque altro tipo. Non ti chiederemo mai un euro.

Ma allora voi perché organizzate questa cosa?

Oh, insomma! Ognuno si diverte come vuole. E invece di fare tante domande, perché non cominci a scrivere la tua mezza cartella?


I sette racconti vincitori e qualche notizia sugli autori:

Giorgio Bo, Messa breve
Sono di Milano.


Daniela Danieli, La tetra trebbiatrice
Romana di nascita e di origini pugliesi, 53 anni, madre, impiegata, burattinaia, etc.
Di tanti modi di esistere al mondo il mio è fra i piu' complicati (almeno sembra talvolta agli altri).


Antonello Dionisi, ?
Nato a Roma 3-2-1978
1996: vincitore del concorso nazionale letterario organizzato dal ministero della Pubblica Istruzione e patrocinato dal Festival Internazionale del Cinema di Venezia
1997: breve ma appassionata esperienza come sceneggiatore teatrale
2003:laurea in Lettere- storia contemporanea
dal 1999: varie esperienze giornalistiche presso siti web, riviste e giornali di cronaca cittadina
dal 12 2003: iscritto all'albo dei pubblicisti del Lazio
da sempre: lettore di Topolino.


Bianca Fedi, Vivo
Nata a Pistoia sotto il segno della Vergine 42 anni fa. Laureata in germanistica - con il massimo!? dei voti, s'intende 110/110 presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze discutendo una tesi sulla poesia di Rose Auslaender. Insegna Lingua e Civiltà Tedesca nelle scuole superiori. Sta pubblicando - invero magari per il 12 giugno potremo, credo, scrivere, ha pubblicato - "Fermamente", raccolta di poesie, presso la casa editrice Prospettiva.


Livio Rolle, Il ponte di Korema
Torinese di nascita (nel 55, che è un anno e non un bus), profugo a Roma da quasi vent'anni, coniugo lo spirito d'avventura con un lavoro a volte creativo (quello di maneger e poi di consulente d'azienda), sviluppando competenze in campi molto diversi da quelli della mia formazione (laurea in filosofia e scienze umane).
Scrivo per sfogo e per cogliere delle sfide, e da oggi in poi forse anche per un pubblico...


Anselmo Talotta, Il dolce risveglio
Ho 27 anni e vivo a Milano. Come attività faccio l'aspirante regista, ho all'attivo un paio di corti ed un videoclip, ma per la maggior parte del tempo non faccio niente. Attualmente, invece, sto provando a scrivere un film insieme ad un amico. Hobby: frequento spesso il Newsgroup it.arti.cinema, dal quale peraltro ho saputo del vostro concorso.


(Mailing List Delitto Perfetto), Simenon immaginava il delitto
?


Le letture

Visto che l'autore di "Simenon immaginava il delitto", inviato dalla mailing list "Delitto Perfetto", è rimasto anonimo e Monica, che l'aveva scelto, non ha partecipato alla serata, il racconto non è stato letto.
Antonello Dionisi non ha potuto partecipare e il suo racconto è stato letto da Michele.

Antonello Dionisi (scelto da Michele), [senza titolo]

Nelle spudorate savane metropolitane ho sostato solo se stanco di far sesso.
E mai è successo.
Sono finito poi con l'assassinare con sali di assenzio colei che, per i casi strani dell'esistenza, ha sostato come una sirena nei bui solai del mio cuore: l'ho rincorsa senza sosta, l'ho saputa assennare con insaziabili scosse d'amore fino a quando m'ha poi straziato e insozzato di insani sentimenti.
Insomma: sarebbe stata una stupenda storia di solo sesso se stupidi sentimenti non avessero suggerito all'insipido Eros di lasciarsi sapientemente spazientire, struggere, istruire, assetare, stroncare, sbiadire, strozzare e sbucciare nei nefasti e sacri rituali del sacrosanto innamoramento. Preso alla sprovvista da questo sistema, ho subito scorto la strada sbagliata, suggerendo a me stesso formule e antidoti fatti di dimenticanze, spossatezze, stress, soste senza senso e sesso, ahimè, con sempre maggiori soste.
Ma sbagliavo nella sostanza.
Saziata dal solo pensiero di oscuri presagi sposalizi, la sosta sessuale sapeva quasi come tappa forzata verso la sua sognata meta: sanguinavo, dissennavo, dissonavo e respiravo a fatica nella dimensione di chi era consapevole di star vicino alla sosta sessuale permanente in qualità di sposo sacrificale: - Così sarà - Sospiravo stancamente mentre salivo sempre più su su su le scale fino a svelare senza esitare il volto della mia sposa.
Senza sosta ferire.
Sono passati solo sei mesi, ma sento su di me il peso di seicentosei secoli: vivo in subaffitto in un semisolaio nei sobborghi di Sassari, nei pressi della casa di Santa Suocera.
La mia sposa si chiama Sissi ma io la soprannomino Sasso visto che non facciamo più sesso. In compenso lei mi chiama Sosta, sostenendo stranamente la stessa cosa: che non facciamo più sesso. Ma per me fa lo stesso.
L'ho assassinata con dosi di assenzio una stupenda e serenissima sera d'estate: ero stanco di essere a Sassari e non fare più sesso! Solo saltuariamente la penso: sapete com'è: dall'ultima estate la mia esistenza non conosce più molte soste...


Livio Rolle (scelto da Giuseppe), Il ponte di Korema

Da molto cerco di organizzare la memoria dei luoghi che ho visitato. Occorre ripercorrerli spesso con la mente, perché essa è labile, e molte immagini simili si sovrappongono e confondono nei suoi scomparti, se non le si tiene vive.
Possiamo usare metodi diversi, ma una guida implica accuratezza, un diario rilevanza e, se una carta presenta il come, non reca tracce del perché. Ho deciso, sull'esempio di Ramusio, di abbinare un resoconto degli incontri e delle scoperte, con la mappa dei fantastici luoghi attraversati.
Già ho rivissuto gli incontri con gli Asiatici, la risalita in carovana nel deserto dei Tartari, i cammelli che sfilano sotto fortini abbandonati dalla vita. Ho raccontato della mia ricerca del Re del Mondo, vana come per il Sacro Graal, le avventure a bordo del Pequod e quindi, sempre più verso sud, delle notti bianche sulla Jane Guy. Ho rievocato la notte in cui, con l'amico Piranesi, fuggimmo da prigioni di cui non saprei indicare la strada, scivolammo a fianco delle città invisibili, per perderci colmi di stupore nel labirinto delle rovine di Kash. Già ho tracciato le esili strade di Flatlandia, indicato il passo che conduce ad Erewhon, collocato la Città del Sole. Ormai il mio lavoro è a buon punto.
Oggi è una bella giornata, se finisco presto potrei scendere la gola per i pochi chilometri che mi separano dal ponte di Korema. Nelle pozze al di sotto le ragazze scendono a lavare dopo essersi rimboccate i pantaloni al ginocchio. Là pare si possa entrare nelle pareti della gola, dove spiriti divini appaiono smaglianti di colori ai credenti, ma, se la fede falla, tornano in cielo in un crollar di rocce, o almeno così afferma l'uomo che vende i libri. Oltre il ponte, nemmeno lui sa se i luoghi da attraversare possano essere rintracciati sulla mia mappa.


Anselmo Talotta (scelto da Fiamma), Il dolce risveglio

A 180 all'ora sulla statale deserta, di notte. Il silenzio sotto il rombo del motore, le vibrazioni del volante, i bagliori dei lampioni che scorrono veloci. Che figata, perché non l'ho mai provato prima? Le pubblicità progresso sono ingannevoli. Adesso mi ci vorrebbe una bella figa e tutto sarebbe perfetto. Spunta un cane da sinistra, io sterzo a destra e di fronte trovo un palo che mi viene incontro...
Tutto è azzurro. Cosa è successo... sono morto, ah sì. Non è male, peccato non poterlo raccontare agli amici. "Non sei morto, sei in ospedale". Ciao infermierina carina, che ci fai qui affianco al mio lettino in questo risveglio un po' atipico? "Che mi è successo?", "Hai avuto un incidente". Questo lo so infermierina tanto carina, vorrei sapere se deambulerò ancora con le mie gambe e sarò una persona normale o questi tubi del cazzo, che mi accorgo ora di avere attaccati addosso, mi legheranno in questo letto di merda per tutto il resto della vita. "Ma ora sto bene? Voglio dire, ci sono lesioni?". "No no, non ti preoccupare, sei a posto." Oh, ma che bel sorriso che hai, piccola infermierina, sei docile e mansueta come una pornostar a fine carriera. Magari dopo che esco da qui, te la faccio riprendere io, la carriera. "Meno male, ci tenevo ad arrivare indenne ai vent'anni". "Poverino, non lo sai... Siamo nel 2056, sei stato in coma 52 anni. Sei il primo uomo a uscire dal coma dopo i settant'anni, complimenti nonno!"


Daniela Danieli (scelto da Alessio), La tetra trebbiatrice

-Posso stare da te, giovedì sera?
-Puoi sostare da me quanto vuoi, lo sai.
Quel giovedì era a metà fra casa e lavoro. E viceversa.
Nonostante i cambiamenti in corso, la geometria di quell' amicizia era la stessa.
Si abbracciarono.
-Che gioia vederti. Dissero.
La casa era intrisa di fumo, odore di tabacco ovunque.
Anche nei capelli del figlio che giocava inquietanti partite al computer.
-Questo e' il vino, e questi per te.
-Dolcetti? Chiese il ragazzino senza alzare lo sguardo goloso.
-Prima si cena. Disse l'amica con la sua flemma. -Come stai?
-Mi sento a pezzi.
-Siedi. Rilassati. Per lei il tempo era come un cerchio intorno, non aveva fretta.
La tovaglia sapeva di bucato e di fumo. Il video-gioco era rumoroso.
-Come intitoleresti un breve racconto? Chiese a bruciapelo al ragazzo.
-Mmm, che ne so. Disse lui per nulla sorpreso.
-Come era quella cosa che ci ha fatto tanto ridere? Gli chiese sua madre dalla cucina.
-Che c'entra. Quella era la tetra trebbiatrice!
-Bellissimo! Un contatto surreale con i concetti di vita e morte...
-Ancooora...Ironizzò l'amica entrando con i piatti fumanti.
-Userò la tua tetra trebbiatrice come spunto, caro.
-Certo! Fece spallucce. Si staccò dal computer girò su se stesso e si mise a tavola.
-La tua casa e' una scatola cinese. Entro e scopro coperchi da sollevare. Ho visto il nuovo disegno.
-Lo finirò prima o poi.
La stanchezza annebbiò la conversazione serale.
-..Bello questo letto. Intriso di fumo. Buonanotte.
La sua amica parlava nel sonno...
L'indomani l'asciugamani sapeva di tabacco.
Il ragazzo non notò la prima sigaretta della madre.
-Dormito bene?
-Molto. Hai parlato nel sonno, come l'altra volta.
.-Cos'ho detto?
-Farfugliavi.
-Useremo un registratore.
Risero. -Grazie. Sono rigenerata.
Fuori la città era un giardino d'inverno.


Bianca Fedi (scelto da Elvio), Vivo

Era l'ora della morte, in quel momento, si dice, tutta la nostra vita accada nuovamente, come in una vertigine senza fondo ed eternamente presente a se stessa noi vi partecipiamo per l'ultima volta abbandonando ogni resistenza, né più acquiescenza né più umana, ah sì! troppo umana, sicumera; ce ne distacchiamo senza lacrime, muti spettatori.
Nella coscienza indifferente della sua morte lei porse l'orecchio ad un suono della memoria quasi a volerlo fermare in quella condizione di tempo infinito, ascoltò con nuovo ed umile, iniziale stupore la voce bambina, corruscante di argentina tenerezza di sua figlia; "Mamma!", le aveva chiesto un giorno, un giorno qualunque, "Mamma! Perché il cielo non finisce mai?" "Perché altrimenti non ci starebbe dentro tutto." "No, mamma, lo so io perché...perché le case sono alte!"
"Sì, è vero, le case sono alte."
Quante volte avrebbe voluto librarsi in alto, su, più su, in alto. Sì! Tra le stelle in quell'immenso scenario di cobalto e, anzi, al di là delle stelle, meno che scheggia fuori dal gocciare del tempo: informe, immote, immemore. Senza sete di vita, senza paura di morte, senza l'aria per parlare. Sì. senza. Non aveva mai pensato che a volte basterebbe stare al di sopra delle case.
Tu certo diresti che anche questa è una cazzata.
Sì, è vero, ma l'hanno già detto, hanno già detto anche questo. Dio è morto, è morto.
Ridendo, io credo.


Giorgio Bo (scelto da Federico), Messa breve

Durante l'omelia, al sacerdote è venuto un forte crampo al polpaccio e si è accasciato sull'altare.
Tre secondi di brusio, poi, un paio di uomini delle prime file, sono corsi in suo aiuto.
Dietro una colonna, dal fondo della chiesa, nascosto per tre quarti, pregavo.
Il sacerdote, sollevato dai due uomini, si è alzato la veste gemendo e ha indicato il polpaccio. Uno dei due tizi si è tirato su le maniche e ha iniziato a massaggiare con forza.
Sono rimasto nascosto, nonostante fossi fisioterapista, mentre la maggior parte dei presenti si è alzata e si è avvicinata all'altare, per assistere al massaggio.
Tra i pochi rimasti seduti, in dodicesima fila, c'era Nadia. Aveva un cappotto verde biliardo e un cappello bianco con la tesa, appoggiato sulle ginocchia. Non guardava verso l'altare ma in alto, verso un finestrone gotico, ricco di scene con sacrifici e offerte animali.
Ho accelerato la mia preghiera da dietro la colonna. Il sacerdote non si vedeva più, concentrato tra la folla, ma sembrava di avvertire il suono del massaggio sul suo polpaccio per tutta la navata.
Poi Nadia si è voltata verso di me, senza che avessi fatto nulla per attirare la sua attenzione. Il mio occhio libero dalla colonna, ha incrociato i suoi e ho interrotto il mio pregare. Così ho mosso il piede sinistro per uscire allo scoperto e andare verso di lei, ma l'ho ritratto quasi subito. A Nadia, invece, è caduto il cappello dalle ginocchia. Si è chinata per raccoglierlo, dopo di che, ha ripreso a studiare il finestrone gotico.
Meno di un minuto dopo, la folla stava tornando al proprio posto, il prete veniva portato via a braccia dai due uomini e io uscivo da quella chiesa per sempre.


Jorge Luis Borges (Federico), Il testimone, da L'artefice, Adelphi, 1999, traduzione di Tommaso Scarano

In una stalla, quasi all'ombra della nuova chiesa di pietra, un uomo dagli occhi grigi e dalla barba grigia, sdraiato tra il fetore delle bestie, umilmente cerca la morte come chi cerca il sonno. Il giorno, fedele a vaste leggi segrete, sposta e confonde le ombre nel povero recinto; fuori, le terre arate e una gora piena di foglie morte e qualche orma di lupo nella fanghiglia nera ai margini del bosco. L'uomo dorme e sogna, dimentico. Il rintocco dell'Avemaria lo sveglia. Nei regni d'Inghilterra il suono delle campane è ormai costume della sera, ma l'uomo, da bambino, ha visto il volto di Woden, l'orrore divino e il giubilo, il rozzo idolo di legno carico di monete romane e di pesanti vesti, il sacrificio di cavalli, cani e prigionieri. Prima dell'alba morirà e moriranno insieme a lui, e non torneranno, le ultime immagini dirette dei riti pagani; il mondo sarà un po' più povero quando questo sassone sarà morto.
Fatti che popolano lo spazio e che scompaiono allorché qualcuno muore possono meravigliarci, ma una cosa, o un numero infinito di cose, muore in ogni agonia, a meno che non esista una memoria dell'universo, come hanno ipotizzato i teosofi. Nel tempo c'è stato un giorno che spense gli ultimi occhi che videro Cristo; la battaglia di Junìn e l'amore di Elena morirono con la morte di un uomo. Cosa morirà con me quando morirò? La voce di Macedonio Fernandez, l'immagine di un cavallo sauro nei campi incolti di Serrano e Charcas, una barretta di zolfo nel cassetto di uno scrittoio di mogano?


Armando Romero (Alessio), Cavallo bianco, da La radice delle bestie, Sinopia, Venezia, 2004, traduzione di Claudio Cinti

La storia seguente potrà avere poca importanza, ma non ha fatto che perseguitarmi da quando la vidi passare davanti ai miei occhi. Non è tanto una storia quanto un'immagine. E più che un'immagine è metafora, punto d'incontro, luogo d'origine. Succede che, a tarda notte, camminavo con un amico per le vie dei un villaggio chiamato Calima, a nordest della mia città. Attraversavamo la piazza principale in mezzo a una nebbia bianchiccia che, per una strana ragione, noialtri chiamiamo anch'essa "calima". Ovvero, come osservò il mio amico, andavamo nella "calima" di Calima. Le parole si toccavano, non così i nostri piedi che non riuscivamo a vedere per quant'era fitta la nebbia. Temevamo di inciampare in qualcosa o in qualche persona. A un tratto si spalancò abbagliante di fronte a noi l'atrio della Chiesa Maggiore ed ecco, dritto come un fuso, un cavallo bianco. Era insolito come un sogno che non trapassa in incubo o in allucinazione. I suoi grandi occhi riflettevano i banchi di nebbione e le sue labbra fremevano spasmodiche. Capimmo che avrebbe dovuto vederci ma che non ci vedeva. Lui era la luce, noi il buio. Restammo colà per un pezzo a osservarlo con somma attenzione, senza dire una parola. E quell'incontro divenne forse metafora, immagine, origine di una storia che sola la vita potrà narrare.


Daniil Charms (Michele), da Disastri, Einaudi, 2003, traduzione di Paolo Nori

Caro Nikandr Andreevic, ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All'inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l'ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po' che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l'ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d'un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po', tu m'avevi scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi senza meno. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua. A dir la verità, mentre l'aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono cosi contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono cosi contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l'ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? E tua o non è tua ? Be', come l'ho aperta, l'ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch'io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l'ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un'altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po' che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un'altra volta. Be', ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un'altra volta e che me l'hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com'è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie.


Vitaliano Trevisan (Fiamma), Icone, da Shorts, Einaudi, 2004

Il cappellano della parrocchia di Poianella, entrato nella sagrestia alle cinque del mattino, come ogni mattina, per fare le pulizie, si trovò di fronte uno spettacolo agghiacciante: l'arciprete don Giuseppe giaceva ai piedi dello specchio della sagrestia, le mani serrate alla gola, la lingua, tutta blu, di fuori, un'espressione di indicibile terrore sul volto contratto e fisso negli spasimi della morte.
La polizia, che il povero cappellano chiamò subito dopo aver scoperto il corpo dell'arciprete, si trovò di fronte a un bel rebus: tutte le porte della chiesa erano chiuse dall'interno, come del resto era stata trovata chiusa quella della sagrestia, così il cappellano nella sua deposizione. Tutte le immagini sacre presenti nella chiesa erano state distrutte in modo sistematico: l'altare era ridotto a un cumulo di calcinacci, i bassorilievi lignei della via crucis gettati a terra e calpestati ripetutamente; la statua in gesso di Sant'Antonio non era più che un mucchio di polvere; affreschi, quadri, sculture, paramenti sacri: tutto irrimediabilmente distrutto. E mentre tutto lasciava pensare a una azione di teppismo, culminata nell'uccisione dell'arciprete che, evidentemente doveva aver scoperto i teppisti e perciò era stato ucciso, di contro, così la polizia, non era stato trovato alcun segno di effrazione né alcun indizio della presenza di alcuna persona, a parte lo stesso arciprete.
Il professor Roberto T., eminente patologo e detective per hobby, dopo aver proceduto all'autopsia dell'arciprete, che rivelò la causa della morte essere dovuta ad auto strangolamento, elaborò l'ipotesi, basata sui fatti e suffragata dalle circostanze, che l'arciprete don Giuseppe fosse stato colto da una crisi di pantoclastìa e, dopo aver distrutto tutte le immagini sacre, nella chiesa e nella sagrestia, si fosse improvvisamente trovato di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio della sagrestia, non avendo altra scelta, causa il suo stato morboso, che distruggere anche se stesso.


Franz Kafka (Elvio), Un'ambasciata imperiale, in I racconti di Kafka, Longanesi, 1971, traduzione di Henry Furst

L'imperatore, si dice, ha mandato a te, a te in particolare, a te suddito lamentevole, minuscola ombra davanti al sole imperiale fuggita nella più remota lontananza, a te precisamente l'imperatore dal suo letto di morte ha mandato un'ambasciata.
Il messaggero, l'ha fatto inginocchiare presso il letto e gli ha sussurrato l'ambasciata all'orecchio; tanto gli importava, che se la fece ripetere. Con un cenno del capo ha confermato la giustezza di quel che gli era stato ripetuto. E davanti a tutti gli spettatori della sua morte ..., davanti a tutti questi egli ha fatto partire il messaggero.
Il messaggero si è subito messo in viaggio; uomo vigoroso, instancabile; spingendo ora con un braccio, ora con l'altro, si fa strada attraverso la calca; se incontra resistenze, accenna al suo petto, dove si vede il segno del sole; infatti avanza facilmente, come nessun altro. Però la calca è tanto grande; delle sue dimore non si vede la fine.
Se davanti a lui la strada fosse libera, come volerebbe egli, e presto sentiresti i fieri colpi dei suoi pugni alla tua porta. Invece, come sono vani i suoi sforzi; deve ancora lottare per farsi strada attraverso le sale del palazzo interno ma mai vincerà quest'ostacolo; e se gli riuscisse, non avrebbe guadagnato nulla; per scendere le scale dovrebbe lottare ancora; e se questo gli riuscisse, nulla avrebbe guadagnato; bisognerebbe attraversare i cortili; e dopo i cortili la seconda cerchia dei palazzi; e poi ancora scalinate e cortili; e di nuovo un palazzo; e così avanti per migliaia di anni; e se alfine si precipitasse fuori dall'ultima porta ... egli troverebbe davanti a sé la città imperiale, il centro del mondo, la città che ha ammucchiato i propri detriti.
Nessuno può entrare sin qui, ancor meno con l'ambasciata di un morto. Ma tu, tu sei seduto alla tua finestra, e sogni questa ambasciata, quando cala la sera.


Giorgio Manganelli (Giuseppe), Sessantadue, da Centuria, Adelphi, 2001

Uscendo da un negozio nel quale si era recato per acquistare un dopobarba, un signore di mezza età, serio e tranquillo, si accorse che gli avevano rubato l'Universo. Al posto dell'Universo c'era solo una polverina grigia, la città era scomparsa, scomparso il sole, nessun rumore veniva da quella polvere apparentemente del tutto abituata al proprio mestiere di polvere. Il signore era di natura calma, e non trovò fosse il caso di fare una scenata; era accaduto un furto, un furto più grande del consueto, ma pur sempre un furto. Il signore era infatti convinto che qualcuno avesse rubato l'Universo approfittando del momento in cui egli era entrato nel negozio. Non che l'Universo fosse suo, ma egli, in quanto nato e vivo, aveva un certo diritto di usarlo. In realtà, entrando nel negozio, egli aveva lasciato fuori l'Universo, senza applicare l'antifurto, che non usava mai, per le dimensioni enormi che lo rendevano di uso impratico. Malgrado la sua severità con se stesso, egli non si sentiva colpevole di scarsa vigilanza, di incautela; sapeva di vivere in una città molestata da una malavita tracotante, ma un furto di Universo non si era mai verificato. Il signore calmo si voltò, e come prevedeva, anche il negozio era scomparso. Dunque, non era improbabile che i ladri fossero ancora non troppo lontani. Tuttavia egli si sentiva impotente e lievemente seccato; un ladro che ruba tutto, compreso tutti i commissari di polizia e tutti i vigili urbani, è un ladro che si mette in una posizione di privilegio che di regola non spetta ad un ladro; il signore, sebbene calmo, provava quello stato d'animo che spinge molti signori a scrivere lettere ai direttori di giornali; e se ci fossero stati giornali, forse l'avrebbe fatto. Allo stesso modo, se ci fosse stato un commissariato, avrebbe fatto un esposto, precisando che l'universo non era suo, ma che lo usava quotidianamente, dal momento della nascita, in modo attento e sobrio, senza esser mai stato richiamato all'ordine dalle autorità. Ma commissariati non ce n'erano, e il signore si sentì imbarazzato, giocato, battuto. Si stava domandando che mai avrebbe dovuto fare, quando, inequivocabilmente, qualcuno lo toccò sulla spalla, pianamente, per chiamarlo.


Il più corto e il più lungo

Augusto Monterroso (Giuseppe), Il dinosauro, traduzione di Umberto Eco

Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì


Marcel Proust (Giuseppe), Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, 1983-1993, traduzione di Giovanni Raboni

A lungo, mi sono coricato di buonora.
[...novemilioniseicentonovemila caratteri...]
- nel Tempo.

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