I libri in testa
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da Giovedì 29 settembre 2005, sine die
su questo sito e sul nostro blog
Gruppo di lettura in un interno
(ma le finestre sono aperte)


Mercoledì 28 settembre 2005 I LIBRI IN TESTA, a casa del Libro In Testa Giuseppe Ierolli, hanno fatto una chiacchierata letteraria, nel corso della quale si sono esibiti in letture a voce alta (tipiche delle serate "classiche"). Al posto del pubblico c'era una videocamera.
Il risultato è qui sotto.


I videoclip e le letture

Giuseppe legge Dickinson
Federico racconta Hawthorne
Elvio legge Omero
Alessio legge Cheever
Alessio legge Pikarnik
Federico legge Hawthorne
Giuseppe legge Proust
Elvio legge Tabucchi
Federico legge Cavazzoni
Elvio legge Flaubert
Alessio legge Benasayag
Giuseppe spiega
Elvio s'accalora
Federico denuncia
Alessio delira
Giuseppe legge Canale




Giuseppe dà il via alla serata leggendo una poesia di Emily Dickinson.

Emily Dickinson (Giuseppe), Poesia n. 103 dell'edizione Johnson, traduzione di Giuseppe Ierolli, in www.emilydickinson.it

Ho un Re, che non parla -
Così - fantasticando - lungo le ore docile
Consumo i miei giorni -
Quasi lieta quando è notte - e dormo -
Se, per caso, durante un sogno, sbircio
Nel salotto, chiuso di giorno.

E se lo faccio - quando arriva il mattino -
È come se cento tamburi
Rullassero intorno al mio cuscino,
E il rumore riempisse tutto il mio cielo infantile,
E le Campane continuassero dicendo "Vittoria"
Da campanili nella mia anima!

E se non lo faccio - il piccolo Uccello
Dentro il Frutteto, non si sente,
Ed io tralascio di pregare
"Padre, sia fatta la tua volontà" oggi
Perché la mia volontà va per altre strade,
E sarebbe spergiuro!




Mentre Giuseppe prepara il caffè, Federico racconta la trama di un racconto di Hawthorne che leggerà più tardi.



Si parlava di scrittori contemporanei. Ed ecco che Elvio ci legge un brano dell'Odissea.

Omero (Elvio), da Odissea, Einaudi, 1995, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

Libro tredicesimo
O Odisseo, poiché venisti alla mia casa soglia di bronzo,
eccelsa, credo che senza più errare
farai ritorno, anche se molto hai sofferto.
Ma questo ora dico, rivolto a tutti voi, príncipi,
che nella mia sala il vino d'onore, lucente,
sempre bevete e state a sentire il cantore.
Le vesti per lo straniero in arca ben levigata
stan chiuse, e l'oro di fine lavoro e quanti altri doni
i consiglieri dei Feaci portarono.
Ma diamogli ancora un tripode grande e un lebete
a testa; poi, raccogliendo fra il popolo,
noi ne avremo rivalsa, perché è pesante senza rivalsa donare.



Alessio, sprezzante del suo raffreddore, rende felice un nostro ammiratore leggendo un brano di Cheever.

John Cheever (Alessio), da Falconer, Fandango, Roma, 2001, traduzione di Ettore Capriolo

In un angolo lontano vide un altro uomo sotto un lampione. Poteva essere un agente del Dipartimento prevenzione e pena, pensò, o anche, considerando quanto era stato fortunato sino adesso, un agente del cielo. Sopra la sconosciuto c'era un cartello con la scritta: FERMATA DELL'AUTOBUS. DIVIETO DI SOSTA. Lo sconosciuto puzzava di wisky e aveva ai piedi una valigia circondata da abiti appesi ad attaccapanni, un radiatore elettrico con un fornello dorato a forma di sole e un casco celeste da motociclista. Lo sconosciuto era decisamente insignificante, con i suoi capelli lisci, il suo viso composito, il suo corpo magro, il suo fiato ad alta fermentazione. "Salve", disse. "Quello che lei vede è un uomo che è stato sfrattato. Ma non è tutto qui ciò che posseggo. E' il mio terzo viaggio. Andrò a stare da mia sorella finché non avrò trovato un'altra casa. A quest'ora di notte non si trova niente. Però non sono stato sfrattato perché non pagavo l'affitto. Soldi ne ho. Non è dei soldi che devo preoccuparmi. Ne ho dei mucchi di soldi. Sono stato sfrattato perché sono un essere umano, ecco la ragione. Faccio rumori come un essere umano, tossisco qualche volta di notte, chiudo porte, invito ogni tanto gli amici, certe volte fischio, certe volte faccio lo yoga, e poiché sono un essere umano e faccio un po' di rumore, un po' di rumore umano, salendo e scendendo le scale, mi hanno sfrattato. Sono un disturbatore della quiete pubblica."
"È terribile," disse Farragut.
"Ha detto giusto," disse lo sconosciuto, "ha detto proprio giusto. La mia padrone di casa è una di quelle vecchie vedove puzzolenti che sono vedove anche quando hanno un marito che beve birra in cucina, una di quelle vecchie vedove puzzolenti che non sopportano la vita in nessuna forma o maniera. Mi hanno sfrattato perché sono vivo e sano. Ma non è tutto qui quello che posseggo, anzi. Nel primo viaggio ho portato il televisore. È una meraviglia. Ha quattro anni ed è a colori, e quando faceva un po' di neve, è venuto il tecnico a ripararlo e mi ha detto di non darlo mai, assolutamente mai, in cambio di uno nuovo. Non ne fanno più così, ha detto. Mi ha liberato della neve e mi ha fatto pagare solo due dollari. Ha detto che era un piacere lavorare su un apparecchio come il mio. Adesso è da mia sorella. Cristo, io odio mia sorella e lei non mi può soffrire, ma passerò la notte da lei e domattina mi troverò una bella casa. Ce ne sono di bellissime nel quartiere sud, case con vista sul fiume. Lei verrebbe a stare con me se trovassi qualcosa di bello?"
"Può darsi," disse Farragut.
"Be', prenda il mio biglietto da visita. E mi telefoni, se ne ha voglia. Lei mi piace. Vedo che ha il senso dell'umorismo. Mi troverò dalle dieci alle quattro. Qualche volta arrivo un po' più tardi, ma non esco mai a far colazione. Non mi chiami da mia sorella. Quella non mi può vedere. Ma ecco il nostro autobus."
L'autobus ben illuminato trasportava lo stesso tipo e lo stesso numero di persone - magari anche le stesse persone, per quel che ne sapeva lui - che aveva visto alla lavanderia automatica. Farragut prese il radiatore e il casco da motociclista e lo sconosciuto gli fece strada con la valigia e i vestiti. "Lei è mio ospite," disse pagando il biglietto a Farragut. Scelse il terzo sedile a sinistra, vicino al finestrino, e disse a Ferragut: "Si sieda, si sieda qui". Farragut si sedette. "Se ne incontrano di tipi strani, no?" continuò. "Pensi, definirmi uno che turba la quiete pubblica solo perché canto e fischio e faccio un po' di rumore salendo le scale di notte. Pensi. Ehi, sta piovendo," esclamò indicando le strie bianche sul finestrino. "Sta piovendo e lei è senza soprabito. Fortuna che ne ho qui uno io. Credo le vada bene. Aspetti un momento". Tirò fuori un soprabito dagli altri indumenti. "Se lo provi".
"Ma ne avrà bisogno lei", disse Farragut.
"No, no, se lo provi. Io ne ho tre di impermeabili. Traslocando in continuazione, io non perdo la roba, l'accumulo, ho già un impermeabile a casa di mia sorella, un altro nell'ufficio oggetti smarriti di Exeter Room, e un terzo che è quello che ho addosso. Più questo, che fanno quattro. Se lo provi".
Farragut infilò le braccia nelle maniche e si accomodò il soprabito sulle spalle. "Perfetto, perfetto", esclamò lo sconosciuto. "Le va a pennello. Sa che con quel soprabito fa un figurone. ha l'aria di uno che ha appena depositato un milione di dollari in banca e che sta uscendo dalla banca, molto lentamente, capisce, come se avesse un appuntamento con una bambola in qualche ristorante di lusso per offrirle la colazione. Le va a pennello."
"Molte grazie," disse Ferragut. Si alzò e strinse la mano allo sconosciuto. "Io scendo alla prossima fermata."
"Bene," disse lo sconosciuto. "Lei ha il mio numero di telefono. Mi troverà dalle dieci alle quattro, o forse un po' più tardi. Non vado fuori a colazione, ma non mi chiami a mia sorella."
Farragut raggiunse la parte anteriore dell'autobus e scese alla fermata successiva. Mettendo piede in strada, vide che aveva perso la paura di cadere e tutte le altre paure dello stesso tipo. Teneva la testa alta e la schiena dritta e camminava benissimo. Rallegrati, pensò, rallegrati.



Alessio legge e commenta alcuni frammenti poetici di Alejandra Pizarnik.

Alejandra Pizarnik (Alessio), da La figlia dell'insonnia, Crocetti, 2004, a cura di Claudio Cinti

Qui viviamo con una mano alla gola. Che nulla è possibile già lo sapevano
gli inventori di piogge e i tessitori di parole tormentati dall'assenza.
Perciò nelle loro orazioni c'era un suono di mani innamorate della nebbia.

*****

Rimpiango di aver smarrito
l'ora in cui sono nata.
Rimpiango di non poter officiare
da ultima arrivata.

*****

La poesia che non dico
quella che non merito.
Paura di essere due
sulla via dello specchio:
qualcuno che dorme in me
mi mangia e mi beve.



Federico legge l'inizio e la fine del racconto di Hawthorne che aveva annunciato prima.

Nathaniel Hawthorne (Federico), da Wakefield, in "Racconti", Garzanti, 1982, traduzione di Diego Valori

In qualche vecchia rivista o giornale rammento d'aver letto una storia, raccontata come vera, di un uomo, chiamiamolo Wakefield, che si allontanò per molto tempo da sua moglie. La questione, formulata così in astratto, non è proprio infrequente e, senza un'opportuna distinzione tra le circostanze, neppure può esser condannata come malvagia o priva di senso. Tuttavia questo, ben lungi dall'essere il più grave, è forse il più strano esempio di cui si abbia il ricordo, di trascuratezza nei doveri di un marito; e, inoltre, il più singolare capriccio che possa riscontrarsi nell'intera lista delle umane stramberie. La coppia degli sposi viveva a Londra. L'uomo, con il pretesto di dover fare un viaggio, andò ad abitare nella strada adiacente a quella della sua casa e qui, restando inosservato sia alla moglie sia agli amici, e senza l'ombra di una ragione per questo suo volontario esilio, visse per più di venti anni. Durante questo periodo, ogni giorno lui poteva osservare la sua casa, e spesso anche l'abbandonata signora Wakefield. E dopo un così lungo vuoto nella sua felicità coniugale, quando la sua morte era ormai considerata certa, ben sistemato il suo patrimonio, il suo nome cancellato dalla memoria e sua moglie da lungo, lungo tempo rassegnata alla sua autunnale vedovanza, egli varcò una sera la porta di casa, quietamente come dopo l'assenza di un giorno, e divenne uno sposo affettuoso fino alla morte.

(...)

Nell'apparente confusione del nostro mondo misterioso, vi sono individui che tanto esattamente si adattano ad un sistema, e i sistemi l'uno all'altro e ad un tutto organico, che, se compie per solo un momento un passo falso, un uomo si espone al terribile rischio di perdere per sempre il proprio posto. Come Wakefield, egli può trasformarsi, per così dire, nel fuorilegge dell'universo.



Giuseppe legge due brani della Recherche. Vista la mole del romanzo approfitta della presenza di un leggio. Ma poi lo userà anche Federico.

Marcel Proust (Giuseppe), da Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, All'ombra delle fanciulle in fiore, Mondadori, 1989, traduzione di Giovanni Raboni

(pagg. 679-680)
È alle idee che non sono, propriamente parlando, tali, alle idee che, non riferendosi a niente, non trovano nessun punto d'appoggio, nessuna fraterna ramificazione nella mente dell'avversario, che questi, alle prese col puro vuoto, non trova niente da rispondere. Gli argomenti del signor di Norpois (nel campo dell'arte) non ammettevano replica perché non avevano realtà.

(pagg. 957-958)
Ormai non erano lontane da me. Benché ognuna rappresentasse un tipo completamente diverso dalle altre, tutte erano in qualche modo belle; ma, a dire il vero, le vedevo da così pochi istanti, e non osando guardarle fissamente, che non ne avevo ancora ben individuata nessuna. A parte una, che con il suo naso dritto e la pelle bruna spiccava per contrasto come, in un quadro del Rinascimento, un Re Mago di tipo arabo, riuscivo a distinguerle soltanto, questa per un paio d'occhi duri, sfrontati e ridenti, quella per le guance il cui rosa aveva la sfumatura ramata che evoca l'idea del geranio; e persino questi erano tratti che non potevo ancora associare in modo indissolubile a una piuttosto che a un'altra di loro; e quando (nell'ordine secondo il quale veniva svolgendosi quell'insieme, meraviglioso perché vi coesistevano gli aspetti più eterogenei e tutte le gamme di colore vi figuravano accostate, ma confuso come una musica nella quale non avessi saputo isolare e riconoscere via via che passavano, le singole frasi, percepite ma subito dimenticate) vedevo emergere un ovale bianco, degli occhi neri, degli occhi verdi, mi chiedevo se fossero gli stessi dai quali, un istante prima, ero già stato affascinato, non potevo attribuirli a una certa fanciulla, staccata dalle altre e identificata. E questa assenza, nella mia visione, di confini che ben presto avrei stabiliti, propagava per tutto il gruppo un ondeggiamento armonioso, la traslazione continua d'una bellezza fluida, mobile e collettiva.



Elvio ci invita ad ascoltare una brano da "Sostiene Pereira" e poi chiosa, poco, sul finale.

Antonio Tabucchi (Elvio), da Sostiene Pereira, Feltrinelli, 1996

Pereira uscì per andare in tipografia, e si sentiva inquieto, sostiene. Pensò di rientrare in redazione e di aspettare l'ora di cena, ma capì che aveva bisogno di rientrare a casa sua e di fare un bagno fresco. Prese un taxi e lo obbligò a salire la rampa che portava fino al suo palazzo, di solito i taxi non volevano addentrarsi su per quella rampa perché era difficile fare manovra, così che Pereira dovette promettere una mancia, perché si sentiva spossato, sostiene. Entrò in casa e per prima cosa riempì la vasca con acqua fresca. Vi si immerse e si strofinò con cura il ventre, come gli aveva insegnato a fare il dottor Cardoso. Poi indossò l'accappatoio e andò nell'ingresso davanti al ritratto di sua moglie. Si è fatta di nuovo viva Marta, gli disse, pare che si sia tagliata i capelli e se li sia tinti di biondo, chissà perché, mi porta un articolo di Monteiro Rossi, ma Monteiro Rossi è evidentemente ancora per i fatti suoi, quei ragazzi mi preoccupano, beh, pazienza, poi ti racconterò gli sviluppi.
Alle otto e trentacinque, sostiene Pereira, entrò nel Café Orquídea. L'unico motivo per cui riconobbe Marta in quella magra ragazza bionda dai capelli corti che stava vicino al ventilatore fu perché portava lo stesso vestito di sempre, altrimenti non la avrebbe riconosciuta proprio. Marta sembrava trasformata, quei capelli biondi e corti, con la frangetta e le virgole sulle orecchie, le davano un'aria sbarazzina e straniera, magari francese. E poi doveva essere dimagrita di almeno dieci chili. Le sue spalle, che Pereira ricordava dolci e tonde, mostravano due scapole ossute, come due ali di pollo. Pereira le sedette di fronte e disse: buonasera Marta, cosa le è successo? Ho deciso di modificare la mia fisionomia, rispose Marta, in certe circostanze è necessario e per me si era reso necessario diventare un'altra persona.
Chissà perché a Pereira venne in mente di farle una domanda. Non saprebbe dire perché gliela fece. Forse perché era troppo bionda e troppo innaturale e lui stentava a riconoscerla per la ragazza che aveva conosciuto, forse perché lei ogni tanto gettava intorno un'occhiata furtiva come se aspettasse qualcuno o avesse paura di qualcosa, ma il fatto è che Pereira le chiese: si chiama ancora Marta?



Federico legge da "Cirenaica", di Ermanno Cavazzoni.

Ermanno Cavazzoni (Federico), da Cirenaica, Einaudi, 1999

La luce elettrica dicono venga da lontanissimo. Dall'unico filo avanzato della vecchia linea dell'alta tensione; è un miracolo che non si sia ancora rotto, perché quasi tutti i pali sono caduti e sono stati rubati per fare legna.
E soprattutto nessuno ha mai pagato l'elettricità. Ovvero c'è in teoria una Società Elettrica che manda di tanto in tanto dei controllori, i quali però, è risaputo, sono persone qualunque che si presentano a casa e si dichiarano incaricati di leggere il contatore. "Il contatore qui non si è mai visto", è la risposta che si dà di solito. Allora il controllore si siede, come fosse in una grave perplessità, e comincia a lamentarsi che sta andando in rovina il paese, che siamo sull'orlo della bancarotta, che si spreca la luce per cose anche ignobili e immonde. (Queste sono parole che gli sfuggono di bocca, per esagerare). Poi il controllore si mette una mano sugli occhi.
Così ha fatto anche davanti a me ed è restato lì addolorato col gomito sulla credenza e la testa in mano. Io sapevo che questi individui girano di casa in casa e non rappresentano nessuna vera Società Elettrica, e che la Società Elettrica è in larga parte una loro invenzione. Si mettono una miseranda giacca sbiadita su dei pantaloni sbiaditi per dare l'idea dell'uniforme e recitare allo stesso tempo dal vivo la povertà in cui versa la società. E se anche si sa con certezza, con sicurezza, matematicamente, che sono degli impostori, fasulli, allenati, aridi e indifferenti all'elettricità in qualunque sua manifestazione, tuttavia suscitano una gran pena. Non loro, ma la Società Elettrica in generale. Sembra incredibile, ma mentre si è lì con questo povero essere che tace, torna in mente la luce tenue che arriva a fatica di sera, e continua a venire sempre più esile; però non viene mai meno.
Io gli dicevo a questo controllore (che si era fatto conoscere solo per nome: Amos, perito elettrotecnico), gli dicevo: "Di luce ce n'è così poca". Avrei dovuto dire: se ne vada, lei non è niente.
Ha risposto che è vero, che ogni giorno anche loro pensano che sia finita; c'è un filo sottile che non si è ancora rotto, è un miracolo. La società elettrica lo manda ogni tanto a controllare lo stato del filo. Il quale viene dagli altipiani che si scorgono lontanissimi all'orizzonte. Lui parte al mattino presto e segue il filo che giace in gran parte per terra. Sta via anche giorni. Per quanto cammini non sembra mai che questi monti siano meno lontani. Non ha poi il coraggio di dire tutta la verità nella relazione. Ci sono dei punti in cui il filo è così consumato che si mette a sedere e sta male. Lui non deve toccarlo, deve fare una relazione; e la fa edulcorata, perché nessuno immagina in che stato d'animo sia il Consiglio d'Amministrazione: "Siamo abbandonati a noi stessi".
Allora questo Amos diceva di aver acceso un fuoco con la legna di un palo caduto e di aver cotto delle lucertole magre; la notte là fuori è pura e bellissima; è questo che riferisce nella relazione. Quando a un tratto sull'altopiano ha visto brillare una luce nella direzione del filo, come se ci fosse stato qualcuno che gli rispondeva. Questa non è proprio la verità piena, però al Consiglio d'Amministrazione piace sentirlo: che stanno forse arrivando quelli della Società Generale, che stanno gettando una linea dell'alta tensione. Come rifiorirebbe l'elettricità! Però diceva anche che ogni tanto gli pare di vederlo davvero un brillìo; non sa cosa significhi, se è un brillìo intelligente, se quei monti sono abitati, se c'è una Società Generale.
Però bisogna resistere, diceva, e mangiava un uovo che gli avevo fritto per carità, mangiava il pane, mangiava le acciughe.
"Non butterà via l'olio?", ha detto una volta, perché era abituato a bagnarci il pane o a berlo.
"Ma esiste la Società Generale?", gli ho chiesto.
"Esisteva, questo è certo", e ha giurato che è esistito un contratto d'erogazione; che tutta la città bassa sfavillava. Poi debbono essersi dimenticati di noi; ma anche dimenticati di staccare quel po' di corrente che arriva. Per loro si tratta probabilmente di dispersione; di una parte minima della percentuale prevista di dispersione dei fili, diceva.



Elvio legge Flaubert.

Gustave Flaubert (Elvio), da L'educazione sentimentale, Einaudi, 2002, traduzione di Lalla Romano

Arrivarono nella sala dei Marescialli. I ritratti di questi uomini illustri, salvo quello di Bugeaud trafitto al ventre, erano intatti. Stavano appoggiati sulla sciabola, con un affusto di cannone dietro di loro, e in atteggiamento terribile, che stonava con la circostanza. Una grossa pendola segava l'una e venti minuti.
Improvvisamente risuonò La Marsigliese. Hussonnet e Frédéric si sporsero sulla rampa: era il popolo. Si precipitava sulla scalinata, in un fluttuare vertiginoso di teste nude, di caschi, di berretti rossi, baionette e spalle, tanto impetuosamente che qualcuno spariva in quella massa brulicante che continuava a salire, come un fiume respinto dalla marea equinoziale, con un lungo muggito, sotto un impulso irresistibile. In cima si dispersero, e il canto cadde.
Non si sentiva più che il calpestio di tutte quelle scarpe, insieme allo strepito delle voci. La folla, inoffensiva, si accontentava di guardare. Ma di tanto in tanto un gomito troppo pigiato sfondava un vetro; oppure un vaso, una statuetta rotolavano giù da una mensola, per terra. I rivestimenti di legno delle pareti, troppo compressi, scricchiolavano. Tutte le facce erano rosse, il sudore colava in larghe gocce. Hussonnet fece questa osservazione: Gli eroi non hanno buon odore!
Ah! Mi date ai nervi! rispose Frédéric.
Spinti controvoglia dagli altri, entrarono in una sala dove era appeso al soffitto un baldacchino di velluto rosso. Sul trono al di sotto era seduto un proletario con la barba nera, la camicia mezzo aperta, l'aria ilare e idiota di un idolo cinese. Altri montavano sulla pedana per sedersi al suo posto.
Che utopia! disse Hussonnet. Ecco il popolo sovrano!
La poltrona fu alzata sulle braccia e attraversò tutta la sala ondeggiando.
Accidenti! Come beccheggia! Il vascello dello Stato è sballottato sopra un mare in tempesta! Come balla! come balla!
La portarono vicino alla finestra e tra i fischi, la buttarono giù.
Povera vecchia! disse Hussonnet vedendola cadere nel giardino, dove subito fu riafferrata per essere poi portata in giro fino alla Bastiglia, e bruciata.



Alessio legge Benasayag.

Miguel Benasayag (Alessio), da Ferita, in Malgrado tutto (Racconti a bassa voce delle prigioni argentine), Filema, Napoli, 2005, a cura di Monica Serrano

Non una lacrima, nessun segno di disperazione in loro, uno pronunciò delle parole; non si trattava di quelle brillanti dichiarazioni destinate ai posteri; sono cose queste che non esistono nella realtà. Molto più semplicemente, tutti quelli che hanno detto qualcosa in quei momenti di lotta, chi ha deciso di andare verso la morte con in bocca parole come "vittoria", "lotta", "compagno", ha dato alla propria vita un senso ultimo perché nonostante la paura era convinto di morire per qualcosa.
Uno pronunciò il nome di una donna, l'altro del suo bambino. Poi l'abrazo, dato in silenzio, stringendoli forte, fortissimo. Quando erano già dall'altra parte delle sbarre, mi sporsi a stringere la mano di uno di loro facendo un tale sforzo che rischiai seriamente di ferirmi. Ma sapevo che quella stretta avrebbe alleviato almeno un po' il dolore di quell'attimo e di ferite ben più grandi che sarebbero durate per molto tempo. I secondini erano nervosi. Non avremmo rivisto mai più quei compagni.
Furono fucilati in una località non lontana dalla prigione, nella stessa provincia di Chaco, nei pressi di Margherita Belén. Lo stesso giorno, una mezz'ora dopo aver stretto la mano all'ultimo di loro.
Quando li portarono via l'edificio cadde nel silenzio più pesante e impenetrabile, interrotto solo da qualche singhiozzo. Piangeva anche uno dei ragazzi del mio gruppo e questo mi spinse a reagire. Ci andammo a mettere nel nostro angolo come avevano già fatto gli altri gruppi di lavoro.
Riuniti di nuovo, il ragazzo continuava a piangere, non piangeva solo i compagni che sarebbero stati fucilati ma anche la sua gioventù assassinata. È una tappa della vita fatta di fiducia e di sogni, che non può sopravvivere in queste condizioni.
Gli altri compagni restavano in silenzio, nessuno fiatava, e quando provai a dire, con la migliore voce d'animatore che riuscii a tirare fuori: - Bene, a lavoro! - mi gettarono un'occhiata incredula. Questo mi fece capire ancora di più che dovevo metterli a lavoro.
Chi più di tutti si rifiutava di uscire dal suo dolore, di accettare che la vita continuava "malgrado tutto", era il ragazzino, quello che aveva piano. Gli operai di Cordoba no. Loro nel corso di un'esistenza difficile e tormentata avevano imparato una delle lezioni più dure che ci sia. Una lezione che, se s'accompagna alla volontà di proseguire nella lotta, si sposa con la saggezza. Furono loro a dire - Malgrado tutto! - e abbiamo continuato a preparare il nostro piccolo pezzo di teatro per Natale. Eravamo ancora ottanta nell'edificio, ottanta persone che un giorno, in un modo o nell'altro, avrebbero dovuto provare a dire al mondo quello che si prova quando per l'ultima volta si stringe la mano dei compagni, a raccontare come ci si separa dai fratelli.
Per questo noi che siamo potuti uscire vivi da quell'ingranaggio di triturazione, soffriamo molto più di quanto non abbiamo fatto, nel momento di lasciarci, i compagni sicuri di andare a morire. Perché sul momento la ferita è per così dire a breve termine, è un debito, che puoi anche saldare nel caso in cui, un giorno o l'altro, l'ufficiale pronunci il tuo nome dalla sua lista. Ma ora, qui, al sicuro, ora le ferite si riaprono e non si rimarginano mai.
Quello che ti permetteva di salutarli per l'ultima volta senza morire con loro era la certezza che il tuo turno sarebbe venuto di lì a poco. Me ne sono reso conto una volta uscito di prigione. E' stato per loro, per i compagni che sono partiti definitivamente e senza ritorno che, nonostante tutto il dolore che ho provato, sono rinato alla vita e ho dovuto imparare a vivere in un mondo in cui loro erano definitivamente morti.



Giuseppe spiega come si è suicidata Sylvia Plath.



Elvio s'accalora su intellettuali e società.



Federico denuncia lo stato in cui versa la critica letteraria sulla stampa nazionale.



Alessio, annebbiato dall'influenza, delira sul ruolo dei Libri in Testa nella società contemporanea.



Per concludere, Giuseppe legge due pensieri di Alessandro Canale.

Alessandro Canale (Giuseppe), da Beoti gli ultimi, Fernandel, 2002

SEX
Non basta una notte
con Miss Italia
a dare la fama
di grande scopatore.
Sono molto più probanti
quarantacinque minuti
con sua nonna.

FESTA DELLA DONNA?
L'8 m'arzo
ma dal 9 se lei
non me porta
er caffè a letto,
je meno.

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