I libri in testa
|   home   |   archivio   |   noi   |   rassegna   |

Sabato 29 gennaio 2005, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Il paese delle cicogne
un incontro con il romanzo di
Michele Governatori
con letture a margine



Il paese delle cicogne (Foschi Editore, 2004 - ISBN: 8889325011) è la storia del tentativo di adozione di un neonato straniero da parte di una coppia italiana alla fine degli anni Ottanta, una storia che Michele Governatori non avrebbe mai potuto scrivere se un racconto simile non gli fosse stato regalato, un po' di anni fa, da un amico che ne è stato protagonista.
È un libro che mette al centro la vicenda di cui parla, con poche o nessuna sovrastruttura morale o d'altro genere, e dove l'enormità degli eventi provoca un continuo senso di spiazzamento nei personaggi, che si scoprono ogni volta impreparati.

Non sapevamo da dove veniva il nostro desiderio, non sapevamo neanche se era diventato forte solo perché era difficile, e soprattutto non sapevamo su che strade ci avrebbe portato.
L'unica via per scoprirlo era prendere il rischio per intero. È in questo modo che si è convinta anche Lucia.
Ma c'era anche un'altra cosa che non sapevamo: se avremmo avuto abbastanza energia a disposizione.
E non è vero che avremmo potuto cambiare idea più tardi, qualcosa ci avrebbe forzati a continuare e basta. Si può anche disegnare uno scenario e poi dimenticare di esserne gli artefici, così è iniziato il viaggio mio e di Lucia, con l'inconsapevolezza che accompagna le scelte più importanti, e con un mucchietto di certificati da consegnare alla cancelleria del tribunale dei minori.


Le letture

Kurt Vonnegut (Michele), da Comica finale, Elèuthera, 1990, traduzione di Vincenzo Mantovani

[Mia sorella Alice] passò il suo ultimo giorno in ospedale. I dottori e le infermiere dissero che poteva fumare e bere quanto le pareva, e mangiare tutto quello che voleva.
Io e mio fratello andammo a trovarla. Faceva fatica a respirare. [...] Tossì. Rise. Disse un paio di barzellette che non ricordo più. Poi ci mandò via. "Non voltatevi indietro" disse.
Così non ci voltammo.
Morì più o meno [...] un'ora dopo il calar del sole.
E la sua sarebbe stata una morte trascurabile, statisticamente, se non fosse per un particolare che è questo: suo marito, James Carmalt Adams, energico direttore di un giornale di settore per gli addetti agli acquisti, che compilava in un cubicolo di Wall Street, era morto due mattine prima sul "Brokers Special", lo "straordinario degli agenti di borsa", l'unico treno nella storia delle ferrovie americane che si sia buttato giù da un ponte girevole aperto.

Pensateci su.
Tutto questo è realmente accaduto.

Bernard ed io non parlammo con Alice di quello che era successo a suo marito, che avrebbe dovuto occuparsi dei bambini dopo la sua morte, ma lei venne a saperlo comunque. Una paziente della clinica le diede una copia del "Daily News" di New York. Il titolo della prima pagina era sul tuffo del treno. Sì, e dentro c'era un elenco dei morti e dei dispersi.
Poiché Alice non aveva mai ricevuto un'istruzione religiosa, e poiché aveva condotto una vita irreprensibile, non pensò mai che la sua disavventura fosse qualcosa di diverso da uno dei tanti incidenti che capitano in un posto molto trafficato.
Buon per lei.
[...]
Io e mio fratello avevamo già preso il suo posto. Dopo la sua morte i tre figli più grandi, che avevano un' età tra gli otto e i quattordici anni, tennero una riunione alla quale non furono ammessi gli adulti. Quando uscirono ci chiesero di rispettare due sole condizioni: che i tre fratelli non fossero separati, e che potessero tenere i due cani. Il più piccolo, che non prese parte alla riunione, era un bebè di un anno o giù di lì.
Da allora in poi i tre figli più grandi furono allevati da me e da mia moglie, Jane Cox Vonnegut, insieme ai nostri tre, a Cape Cod. II bebè, che visse con noi per qualche tempo, fu adottato da un primo cugino del padre, che adesso fa il giudice a Birmingham, Alabama.
Così sia.
I tre più grandi tennero i loro cani.
Ora ricordo quello che uno dei [tre] [...], che si chiama Kurt come mio padre e come me, mi chiese mentre viaggiavamo in automobile dal New Jersey a Cape Cod con i due cani sui sedili posteriori. Aveva circa otto anni.
Si viaggiava da sud a nord, perciò il posto dove stavamo andando per lui era "lassù". Eravamo noi due soli. I suoi fratelli ci avevano preceduto.
"Sono simpatici i ragazzi lassù?" chiese.
"Sì, certo" risposi.
Ora fa il pilota per una compagnia aerea.
Ora sono tutti molto diversi dai bambini che erano.
Uno di essi alleva capre sulla cima di un monte giamaicano.
Ha fatto in modo che si avverasse uno dei sogni di nostra sorella: vivere lontano dalla follia della città, con gli animali per amici. Non ha il telefono né l'elettricità.
Dipende totalmente dalla pioggia. È un uomo rovinato se non piove.
I due cani sono morti di vecchiaia. Mi rotolavo con loro sui tappeti per ore di seguito, finché non li avevo stracciati.
Sì, e i figli di nostra sorella sono oggi molto schietti a proposito di una storia un po' inquietante che una volta li preoccupava non poco: il fatto che non riescono a trovare la madre o il padre nei loro ricordi, in nessuno dei loro ricordi.
L'allevatore di capre, che si chiama James Carmalt Adams jr., me ne ha parlato in questi termini, battendosi la fronte con la punta delle dita: "Non è il museo che dovrebbe essere".
I musei nella testa dei bambini, secondo me, si vuotano automaticamente nel momento in cui l'orrore raggiunge il punto massimo.


Michele Governatori (Fiamma), da Il paese delle cicogne, cap. 13, pag. 36-37

Lucia è uscita dall'ospedale dopo un mese.
Stava bene a parte un problema al ginocchio per cui ci sarebbe voluta un po' di fisioterapia.
Però aveva uno sguardo strano, come qualcosa di non rimarginato che anziché farla stare più male le faceva un effetto sedativo.
Ha ripreso a lavorare nello studio in società con Agnese, dove le cose sembravano andare bene, anche se adesso era difficile vedere in Lucia i segni di un grande entusiasmo.
Un giorno Agnese mi ha chiamato in ufficio mentre studiavo le bozze di uno spot per il barone, e mi ha chiesto se potevo parlarle un attimo con calma. Allora ho fatto uscire Luca e gli altri dalla stanza, e Agnese mi ha raccontato che quella mattina Lucia le era sembrata parecchio strana, come assente, e che se n'era andata dallo studio prestissimo e a metà di un lavoro. Secondo Agnese era la prima volta che capitava, e avrei fatto bene a preoccuparmi.
Allora ho chiesto a Luca se gli andava di portare avanti le cose senza di me e lui ha annuito con un gesto, mentre Zeri notava che stavo uscendo.
La porta di casa era aperta e dentro ho visto uno spiraglio di luce dalla stanzetta del bimbo, quella con le pareti colorate e le mensole già piene di giocattoli. Lì dentro, di fianco al lettino di legno, c'era Lucia con le mani appoggiate a una sponda, in ginocchio sul tappeto a fiori.
Allora mi sono seduto anch'io a terra lì vicino.
Ero preoccupato. Lei stava immobile e ogni tanto aveva un respiro lento e profondo, e fissava un pupazzo legato a un lato del letto.
"Lu", ho detto a voce bassa.
Non si è mossa.
"Lu, cosa fai?"
Mi sono avvicinato ancora, le ho accarezzato lentamente i capelli mentre rimaneva immobile.
Poi mi sono accorto che era scossa da un tremito molto veloce.
"Resterà sempre vuota", ha detto.
Avrei voluto convincerla a girarsi almeno verso di me.
"In questa stanza non verrà più nessun bambino."
Ho cercato di risollevarmi e trovare lì intorno qualche tipo di forza a portata di mano. Sulla mensola si vedeva la copertina di un libro a disegni regalato da mio padre.
Mi accorgevo di come tutti gli oggetti di quella stanza avevano la forma di un ordine inviolato, di come era chiaro che nessuno aveva mai rovesciato quei giocattoli ben sistemati ovunque.
"Non è vero Lu, forse potremo avere un altro figlio."
"L'hai sentito anche tu cosa ha detto il dottore dopo l'incidente: "quasi impossibile", ha detto. "Rassegnatevi." Hai capito? Dobbiamo rassegnarci." Adesso al posto del tremore di prima le venivano dei brividi improvvisi.
"Vuol dire che lo adotteremo" ho detto io.


Michele Governatori (Giuseppe), da Il paese delle cicogne, cap. 14, pag 38

Quella parola: "adottare".
Per Lucia non era così semplice.
L'idea che suo figlio potesse non nascere da lei la faceva piombare in una specie di panico assorto.
Anche mia madre però si era messa in testa di convincerla. Le aveva regalato un libro intitolato Di mamma non ce n'è una sola, che cercava di dimostrare tesi secondo cui la convivenza con una madre adottiva è più forte del legame di sangue. Una volta ho provato a sfogliarne delle pagine su non so quali comunità di primati dove la crescita dei cuccioli era "opera del gruppo, non di una sola madre". Poi si aggiungeva che la gelosia stessa e il senso di esclusività dell'amore materno "sono culturalmente acquisiti e non insiti nella natura della specie umana". C'erano esempi di storie lontane e incredibili, bimbi persi nella giungla e adottati da branchi di scimpanzé, scambi inconsapevoli di neonati che avevano trasformato in madri donne completamente estranee.
Alla fine sono sceso in strada di notte a gettare il volume in un cassonetto, e il coperchio ha rimbombato pesante nel silenzio del quartiere in mezzo a tutto il freddo immobile che c'era intorno.
Ho guardato la via fino all'insegna lontana di un bar, e ho pensato che in qualche modo io e Lucia dovevamo recuperare.


Michele Governatori (Michele), da Il paese delle cicogne, cap. 15 e 16, pag. 39-42

(15)
In una sera di pioggia sottile siamo arrivati a un portone con scritto Associazione famiglia.
Ci ha accolti una signora che ci ha subito messo in mano alcuni fascicoli illustrati, un bimbo nero su un'altalena, uno cinese che sorrideva con gli occhi chiusi, una coppia di genitori italiani all'uscita di scuola con una ragazzina mediorientale che gli andava incontro.
Il posto sembrava un vecchio cinema parrocchiale, ancora con quelle tipiche sedie ribaltabili di legno scuro. C'erano un piccolo palco rialzato e una cattedra con sopra un'altra pila di fascicoli, e lì vicino su una sedia una donna raccontava qualcosa e intanto dava buffetti a un bimbo in braccio. Parevano conoscersi tutti, la gente non era tanta e aveva formato piccoli gruppi di conversazione a voce bassa dove tutti si scambiavano dei gran sorrisi.
"Dove ci sediamo?"
Posti vuoti ce n'erano un sacco, per me andava bene uno qualunque. Avevo quella speciale indifferenza di quando devo rassicurare altri di qualcosa che non mi convince.
"Vedo che questa sera ci sono nuovi amici", ha detto la tipa sul palco rivolta a noi. "Volete presentarvi? Siamo felici di avervi qui."
Io e Lucia ci siamo guardati. Lei si è alzata lentamente in piedi, poi anch'io, sembravamo due reclute al primo appello. La mia sedia si è chiusa di scatto con un rumore che ha rimbombato per tutta la sala.
È venuto fuori che quella sera l'incontro era dedicato a chi come noi voleva capire qualcosa di adozioni. E in effetti tutti quei genitori adottivi avevano storie da raccontare, impressioni, consigli, ma la cosa strana era che il pubblico lo formavamo soltanto io e Lucia.
Abbiamo ascoltato alcune storie farcite di sorrisi buoni e riconoscenti, mamme piene di tenerezza fiera per il figlio finalmente arrivato.
A un certo punto un bimbo pallidissimo dall'aria stanca si è seduto sul bordo della cattedra e si è messo a dondolare le gambe mentre una donna raccontava come l'avevano trovato.
"Ha già iniziato a capire alcune parole" diceva lei, "per fortuna il rumeno ha molti suoni simili."
"Smettila di starnutire" mi ha detto nell'orecchio Lucia, non capivo se scherzasse o cosa. Ho sentito una voce sopra di me, mi sono voltato ed era la signora dei fascicoli. Mi osservava con uno strano sorriso cosmetico.
"Allora? Vi siete trovati bene questa sera con noi?"
C'è stato un silenzio troppo lungo, poi Lucia ha detto "Molto" con un'enfasi stonata, ma il sorriso della signora non sembrava in grado di cambiare.
"C'è qualcosa che possiamo fare per voi, immagino."
Sentivo la tensione preoccupata di Lucia.
"Sì", ho risposto io, "spiegarci come si fa ad adottare un bimbo piccolo."
Il sorriso della signora stavolta si è spento, e le è venuto quello sguardo indulgente e superiore di chi sa esattamente cosa ti aspetta. "Venite con me nell'altra stanza."
C'erano due vie, l'adozione nazionale e quella internazionale.
"Qual è la differenza?" ha chiesto Lucia.
La signora l'ha guardata per un attimo ma subito dopo è tornata a rivolgersi a me: "Ci arriveremo. Arriveremo a tutto".
Nella procedura nazionale era il tribunale dei minori che poteva assegnare un bimbo direttamente. L'adozione internazionale invece richiedeva di farsi dichiarare idonei a cercare un figlio in un altro paese secondo le regole locali.
Lucia si è messa a stringermi un braccio. "Cosa vuol dire cercare un figlio? E perché all'estero?"
La signora ha socchiuso le palpebre come qualcuno molto allenato a sopportare. "L'Italia per fortuna non è piena di madri che abbandonano neonati, lei cosa credeva?"
"Non credevo niente, siamo venuti qui per capire qualcosa." Ho pensato che forse Lucia grazie a dio stava tornando normale.
"Bene, allora magari lei potrebbe ascoltare di più e aspettare prima di fare domande."
"Matteo, andiamocene via, io non ho bisogno di sacerdotesse presuntuose." Mi ha preso il braccio senza darmi tempo di dire nulla, ho solo potuto vedere la faccia incredula della signora e dietro gli sguardi sfocati delle altre coppie, e pensavo a com'è facile additare qualcuno, all'attrazione di essere in tanti dalla parte del giusto. A come si può cadere per caso dalla parte sbagliata.

(16)
Cercavo di scrutare Lucia, vedere se aveva voglia o no di iniziare l'avventura.
Non ne sapevamo nulla, questo era il guaio, poteva essere qualunque cosa.
Forse i sorrisi che avevamo visto all'associazione erano sereni, o forse invece nascondevano il senso di colpa per una vittoria su qualcun altro, su chi il proprio figlio non aveva potuto tenerlo con sé.
Non sapevamo da dove veniva il nostro desiderio, non sapevamo neanche se era diventato forte solo perché era difficile, e soprattutto non sapevamo su che strade ci avrebbe portato.
L'unica via per scoprirlo era prendere il rischio per intero. È in questo modo che si è convinta anche Lucia.
Ma c'era anche un'altra cosa che non sapevamo: se avremmo avuto abbastanza energia a disposizione.
E non è vero che avremmo potuto cambiare idea più tardi, qualcosa ci avrebbe forzati a continuare e basta. Si può anche disegnare uno scenario e poi dimenticare di esserne gli artefici, così è iniziato il viaggio mio e di Lucia, con l'inconsapevolezza che accompagna le scelte più importanti, e con un mucchietto di certificati da consegnare alla cancelleria del tribunale dei minori.


Michele Governatori (Federico e Fiamma), da Il paese delle cicogne, cap. 17, pag 43-46

Dopo tre mesi dalla domanda al tribunale, ci hanno chiamato per farci compilare un questionario.
Ne hanno data una copia a me e una a Lucia e ci hanno messi in due stanze separate.

Le risposte alle seguenti domande permetteranno di coadiuvare il Tribunale dei Minorenni nella selezione di un bambino da affidare in adozione secondo la procedura nazionale a coppie che risultino idonee, e verranno altresì incluse tra gli atti con cui il tribunale medesimo motiverà l'eventuale conferimento o il diniego dell'idoneità all'adozione internazionale.

Dalla finestra che c'era vicino a me arrivavano i rumori del traffico e la voce di qualcuno che chiamava qualcun altro per la strada.

Di che colore vorrebbe i capelli del bimbo/a - ragazzo/a? (Bruni, castani, biondi, rossi, irrilevante).
Irrilevante.

Indichi per favore il colore degli occhi che preferirebbe per il bimbo/a - ragazzo/a.
Irrilevante.

Per quale motivo aspira a diventare padre? (Per poter trasmettere i Suoi principi e le Sue convinzioni a un figlio, per spirito religioso, per dare un'occupazione a Sua moglie che Le permetta di assentarsi per attività sociali maschili quali bocce, giuoco delle carte ecc.).
Forse mi stavano prendendo in giro.

Di che colore preferirebbe la pelle del bimbo/a - ragazzo/a?
Questa domanda non me l'aspettavo. Ho guardato fuori il cielo che sembrava senza sfumature. Bianca, pelle bianca ho scritto.

Lo vorrebbe sano? E se non, con quale tipo di malattia del bimbo/a - ragazzo/a crede che riuscirebbe a convivere?
C'era un elenco che comprendeva l'AIDS e numerose malformazioni genetiche che non avevo mai sentito nominare.
Forse mi sfuggiva qualcosa, avevo come un bisogno di mangiare e nello stesso tempo lo stomaco chiuso. Sano. Perché avrei dovuto desiderare un figlio malato? Perché me lo chiedevano? Dovevo sentirmi in colpa per la mia preferenza?

È disposto ad accogliere un bimbo/a - ragazzo/a che abbia subito gravi traumi familiari con conseguenze non primariamente fisiche? (Maltrattamenti psichici, tossicodipendenza, squilibrio mentale dei genitori o dell'unico genitore).
Mi sembrava di essere al banco degli imputati senza conoscere l'accusa. Preferibilmente no, ho barrato. Ma non era ovvio che preferibilmente fosse no?

Di che età vorrebbe il bimbo/a - ragazzo/a? (Neonato, inferiore a 2 anni, tra 2 e 5 anni, tra 5 e 10 anni, tra 10 e 15 anni, superiore a 15 anni, irrilevante).
Lo volevo piccolo, volevo un bimbo come se fosse mio, volevo un neonato.

"Ha finito, Marchi?" ha detto una voce dal corridoio. Ho risposto di sì senza urlare e non si dev'essere sentito, allora la voce ha chiesto di nuovo e poi ha bussato. Era una ragazza funzionario del tribunale venuta a riprendermi con una cartella voluminosa piena di fascicoli legati.
Il corridoio aveva un soffitto molto alto. La ragazza ha bussato anche alla porta della stanza di Lucia, una saletta quadrata senza finestre con un tavolo in mezzo, un'unica sedia e un poster con un ragazzino completamente calvo che sorrideva. Lucia mi ha guardato senza dire niente.
"Ora andiamo dal giudice" ha detto la ragazza.
"Cosa vogliono con quelle domande?" mi ha chiesto Lucia a bassa voce lungo il corridoio.
"Non lo so." Avrei voluto restare un attimo con lei e invece la ragazza camminava veloce ed eravamo già davanti a una porta dove qualcuno ci ha invitati da dentro a entrare.
Era lo studio del giudice, che stava leggendo qualcosa sul suo tavolo, e che a quel punto ha alzato lentamente lo sguardo verso di noi. Era una donna.
La ragazza le ha consegnato i nostri questionari e se n'è andata, dopodiché la giudice ha cominciato a sfogliare le risposte mie e di Lucia.
"Sedetevi pure", ha detto. C'erano due poltrone lontane sia dalla scrivania sia l'una rispetto all'altra.
La giudice leggeva e annuiva lentamente, poi ci ha osservati per un attimo con un'aria che mi sembrava quasi malinconica. Aveva i capelli grigi un po' lunghi e lisci che le cadevano sopra le orecchie in un modo disordinato. Si è messa ad armeggiare in un cassetto della scrivania.
"Voi sapete..." Ha fatto una pausa. Poi ci ha rivolto gli occhi, e ha rallentato come qualcuno che cerca le parole giuste.
"Voi probabilmente sapete che i bambini in cerca di genitori spesso provengono da situazioni molto difficili. A volte si tratta di problemi familiari gravi, ma di solito non si può nemmeno parlare di famiglie." Continuava a osservarci con una specie di attenzione molto paziente verso ogni nostra possibile reazione, o almeno così mi sembrava. "Ci sono bimbi che non sanno chi siano la madre e il padre, ragazzini che vivono in istituti di accoglienza. Certi stanno per anni rinchiusi in luoghi di detenzione minorile. Altri in istituti di cura. Possono trovarsi in paesi dove non esiste quasi alcuna tutela sanitaria o giuridica."
Ha fatto una pausa.
"Ci sono situazioni che noi facciamo fatica perfino a immaginare." Adesso guardava me e Lucia alternativamente e in un modo affilato.
"Non voglio spaventarvi, ma è giusto che vi dica quali sono gli ambienti più probabili presso cui si può trovare un bimbo. Così potrete modificare le risposte al questionario, e avere più possibilità di successo."
Si è soffermata a lungo su Lucia, poi su di me. Forse aveva qualcosa di stanco, o di deluso, e provava a cambiarlo nel tono fermo delle sue parole.


Aldo Palazzeschi (Alessio), da fratelli Cuccoli, Mondadori, 1975 (I ediz. 1948)

Prendere moglie...prendere moglie, lo so, è il consiglio che sale naturale al labbro di chiunque, lo soluzione logica, facile, e sposare una donna...della mia età o presso a poco; una donna che possa avere...cinque o dieci anni meno di me, quindici, forse...Sono tanto malinconiche queste nozze tardive, improduttive generalmente, o produttive di un complicatissimo, fragile campione, che vien fuori all'ultimo momento quasi per miracolo alle soglie della sterilità. Combinazioni tiepide fra tiepida gente per ragioni rispettabilissime ma inadeguate al bisogno che si agita qui dentro, a me il tepore non basta, io sono una fornace, un vulcano, mi sento ardere. Sposare io, cinquantenne, una donnina giovane, bella, forte, e avere dei figli, forse, dei figli che non potrò vedere grandi, dei quali non potrò vigilare il destino fino alla pienezza delle loro forze...Malinconico anche questo. Il padre vecchio, stanco, se ne sta a collo torto davanti al figliolo adolescente, che non riesce a frenare il rigore delle membra e fa uno sforzo sovrumano per divenir triste davanti a lui, come per dovere... Ma io voglio poter ridere col mio figliolo, ridere a crepapelle; giuocare, scherzare, saltare, ballare con lui, salire le montagne insieme, tuffarmi nel mare, io sono ancora in tempo per farlo, sento benissimo di poterlo fare. Non voglio essere una mummia di fronte alla vita che irrompe, mai più! e fargli allungare il viso di un palmo standomi a guardare rassegnato e paziente! Deve essere felice, allegro, spensierato con me. Alla mia età telefonare alla levatrice...prendere sulle braccia un lattante...e avere al fianco una sposina fresca, giovane, vivace... [...] No, l'amore di una donna oramai non basta per me, quello che la fatalità mi ha voluto togliere ed è inutile sperare di ritrovarlo, per ritrovarmi devo bruciare le tappe: dall'amore di figlio io passo all'amore di padre. Soltanto così mi posso riprendere.


Amélie Nothomb (Fiamma), da Metafisica dei tubi, Voland, 2002, traduzione di Patrizia Galeone

I genitori del tubo erano preoccupati. Convocarono diversi dottori affinché osservassero da vicino il caso di quel segmento di materia che apparentemente non viveva.
I dottori lo palparono, diedero dei colpetti su alcune articolazioni per verificare la presenza di riflessi e constatarono che non ne aveva. I suoi occhi non batterono ciglio quando gli esperti li esaminarono con una lampada.
- Questo neonato non piange mai, non si muove mai. E la sua bocca non ha mai emesso nemmeno un suono- dissero i genitori.
I medici diagnosticarono un'apatia patologica, senza rendersi conto della contraddizione in termini:
- Il vostro neonato è un ortaggio. E' davvero preoccupante.
I genitori tirarono un sospiro di sollievo nell'udire quella che considerarono una buona notizia: un ortaggio era comunque vivo.
- Bisogna ricoverarlo in ospedale- decretarono i dottori.
I genitori non diedero peso all'ingiunzione. Avevano già due bambini appartenenti alla razza umana: una progenie vegetale in aggiunta non sembrava poi una cosa così inaccettabile. Anzi, ne erano quasi inteneriti.
Lo chiamarono teneramente "la Pianta".
E invece tutti si sbagliavano. Poiché le piante, ortaggi compresi, hanno pur sempre una vita, anche se impercettibile all'occhio umano. Tremano all'approssimarsi di un temporale, piangono di felicità all'alba, si armano di disprezzo se vengono aggredite e si esibiscono nella danza dei sette veli all'arrivo della stagione dei pollini. Hanno uno sguardo, senza ombra di dubbio, anche se nessuno sa dove sono le loro pupille.
Il tubo invece era semplice e pura passività.
Niente poteva turbarlo: né le variazioni climatiche né il calare della notte; né le centinaia di piccole agitazioni quotidiane né i grandi misteri inesprimibili del silenzio.
I terremoti settimanali del Kansai, che facevano piangere di terrore suo fratello e sua sorella, entrambi più grandi, non avevano su di lui nessun effetto. La scala Richter poteva andare bene per gli altri.
[...]
I genitori ridevano della flemma della loro Pianta e decisero di metterla alla prova. Avrebbero smesso di darle da bere e da mangiare fino a quando non si fosse lamentata. In tal modo sarebbe stata costretta a reagire.
Ma chi la fa l'aspetti: il tubo accettò il digiuno forzato come accettava tutto il resto, senza disapprovare né acconsentire. Mangiare o non mangiare, bere o non bere: tutto questo gli era indifferente. Essere o non essere era un dilemma che non lo riguardava.
Alla fine del terzo giorno i genitori, stupiti, lo osservarono attentamente: era leggermente dimagrito e le labbra dischiuse si erano seccate, ma non pareva che stesse poi così male. Gli somministrarono un biberon di acqua zuccherata che il tubo ingoiò indifferente.
- Questo piccino avrebbe potuto morire senza lamentarsi- disse la madre, ancora sotto shock.
- Non diciamolo ai medici- disse il padre- ci prenderebbero per sadici.
In realtà, i genitori non erano sadici ma solo spaventati nel constatare che il loro rampollo era sprovvisto di istinto di sopravvivenza. Li sfiorò l'idea che il neonato non fosse una pianta, ma un tubo: un pensiero talmente insopportabile da essere cancellato immediatamente.
Spensierati di natura com'erano, i genitori dimenticarono l'episodio del digiuno. Avevano tre bambini: un maschio, una femmina e un ortaggio. Erano contenti di questa diversità, a maggior ragione perché i figli più grandi non la finivano di correre, saltare, strillare, litigare e inventare una sciocchezza dietro l'altra. Bisognava stargli dietro ovunque per sorvegliarli. Con il più piccolo, almeno, non avevano questo tipo di preoccupazioni. Potevano lasciarlo giornate intere senza baby sitter: la sera lo ritrovavano nella stessa identica posizione della mattina. Gli cambiavano le fasce, gli davano da mangiare e la cosa finiva lì. Un pesce rosso in un acquario avrebbe richiesto più impegno.
Comunque, a parte l'assenza di sguardo, il tubo aveva un aspetto normale: era un bel neonato tranquillo,da mostrare agli invitati senza dover arrossire. Anzi, gli altri genitori erano persino gelosi.
In realtà, Dio era l'incarnazione della forza di inerzia- la più potente delle forze. Ma anche la più paradossale: può mai esserci qualcosa di più strano dell'implacabile potere emanato da ciò che non si muove? La forza d'inerzia, questa è la potenza del larvale. Quando un popolo rifiuta un progresso facile da raggiungere, quando un veicolo, spinto da dieci uomini, rimane inchiodato sul posto, quando un bambino si abbrutisce davanti al televisore per ore e ore, quando un'idea di cui è stata dimostrata l'inutilità continua a nuocere, allora si scopre, con stupore, lo spaventoso potere dell'immobile.
Era questo il potere del tubo.


Michele Governatori (Elvio), da Il paese delle cicogne, cap. 21, pag 56-58

Però io non avevo voglia di rinunciare alle ferie per il giorno dopo. Erano anni che non mi capitava di passare una giornata vuota senza niente da fare e adesso volevo provare. Così mi sono svegliato lo stesso presto e sono uscito per un giro a piedi tra le strade, a respirare la miscela ambigua di puzza e calore che c'è a Torino d'estate.
I portici del centro erano occupati soprattutto da stranieri, li vedevo concentrarsi con energia attorno a vendite di piccoli oggetti o parlarsi a bassa voce per progettare chissà cosa e poi disperdersi a lunghe falcate verso i lati opposti della via.
Io invece facevo una certa fatica a camminare. Pensavo a come il ritmo della mia vita poteva lasciarmi completamente vuoto quando s'interrompeva anche solo per un giorno. E mi faceva paura, perché non sapevo quali elementi di quel ritmo avessero un valore che io fossi in grado di motivare. Pensavo che un'esistenza probabilmente si può costruire su qualunque cosa, si può impastare cemento mettendoci dentro di tutto, finché diventa compatto abbastanza da tenere su l'intero edificio.
Guardavo la facciata del Palazzo Reale, immaginavo che qualcuno doveva averla avuta in mente e poi disegnata, mi chiedevo quali riserve di fatica e di convinzione potevano esserci volute per mettere tutti d'accordo e costruire secondo l'idea originale.
A casa sono tornato che mezzogiorno era passato quasi da un'ora. Non mi aspettavo di trovare Lucia, e invece c'era lei in cima alle scale sconvolta a chiedermi dov'ero finito.
Aveva scoperto in segreteria un messaggio del tribunale che io non avevo ascoltato, con un appuntamento per quello stesso pomeriggio alle due.
"Sbrigati, almeno!" Era così agitata che non riusciva a urlare.

Per le strade c'erano poche macchine che zigzagavano lentamente, io e Lucia sembravamo gli unici ad avere fretta, tre minuti prima delle due abbiamo parcheggiato accanto al palazzo a piastrelle bianche.
Odio essere allo scadere del tempo, le persone che si sforzano disperatamente di limitare un ritardo mi hanno sempre dato una forte impressione di pena. Il peggio è quell'idea di scommessa disperata, di possibile successo e di probabile inutilità. Quando sono a rischio di ritardo piuttosto mi viene sempre voglia di mollare, ma quel giorno ero con Lucia e per mollare avrei dovuto scontrarmi con la sua determinazione.
C'era da fare una rampa di scale lise e larghe, poi un corridoio, poi uno sportello a vetri da dove una signora ci ha chiesto dove credevamo di andare. Lucia ha risposto in due parole compresse e la signora allora ha ripetuto la domanda con una specie di cantilena meccanica, come una forma professionale di insofferenza di fronte al dilettantismo dell'essere in ritardo o di avere paura.
Finalmente siamo arrivati alla porta della giudice, l'abbiamo riconosciuta, chiusa,...


Adam Thirlwell (Federico), da L'alfabeto cirillico, in New British Blend, Minimum Fax, 2003, traduzione di Anna Mioni

Ci vollero cinque ore per l'aborto. Avevano appuntamento alle due e se ne andarono alle sette.
All'una e mezzo erano arrivati nel parcheggio della clinica Padre Pio. Con la mano sinistra, Federico stringeva con delicatezza la pelle scabra del gomito di sua moglie. Con la destra impugnava un bastone da passeggio in mogano con la punta d'argento. Dal polso gli pendeva, sciaguattando, un sacchetto di plastica della Maison de la Presse.
Federico de Vargas e la sua terza moglie Olga si allontanarono lentamente dal parcheggio, lasciando le chiavi dell'auto al fattorino basso e nero. [...]
Passarono tra le porte automatiche silenziose e fumè della clinica Padre Pio. Era una clinica ostetrica privata, sopra la A10 che usciva da Genova, nelle colline sotto le Alpi. Nonostante il suo nome cattolico, la clinica ostetrica Padre Pio non aveva teorie sulla natura della paternità. Non aveva restrizioni né convinzioni.
La signora all'accettazione, appollaiata su un alto sgabello dietro una lastra curva di plexiglas alta fino alla vita, indicò la sala d'aspetto col cappuccio della stilografica nera. [...]
Entrarono nella sala d'aspetto. Federico [...] si sedette nervosamente al fianco di Olga. [...] A quarantun anni, Olga era incinta. Fatto che l'aveva sorpresa. Pensava di essere una consumatrice scrupolosa della pillola contraccettiva. E Federico, coi suoi sessantanove anni, era un padre più anziano della media. Ma, secondo le teorie di alcuni esperti di teologia, per le successive quattro ore e trentatré minuti Federico e Olga furono genitori.
Un'infermiera gli chiese di seguirli nella stanza di Olga. Sul seno destro aveva appuntata una targhetta laminata, col nome Laura. [...]
Laura porse a Olga un camice di carta turchese. Disse che sarebbe tornata dopo tre minuti. Olga doveva togliersi i vestiti e poi indossare il camice. [...] Olga porse a Federico il mucchio dei suoi vestiti piegati. Rimasi in piedi davanti a lui. Gli sorrise. [...] Si appollaiò sul bracciolo della poltrona di pelle e gli cinse teneramente la guancia coi piccoli seni. [...] Poi si sdraiò. Laura bussò alla porta ed entrò. [...]
Come già sapevano, dato che il feto era solo di sei settimane, non occorreva operare. Laura sorrise. Disse che era un bene. Guardò Federico. Distolse lo sguardo. Lui si guardava nervosamente le dita, che teneva in grembo.
Laura si sarebbe limitata a inserire un pessario, disse - e glielo mostrò, guardate, questo è il pessario - e a far prendere due pillole a Olga; queste ultime avrebbero provocato l'aborto.
Olga annuì. [...] L'infermiera chiese a Olga se voleva mettersi il pessario da sola. Olga rispose che si fidava dell'infermiera molto più che di Olga. Allora Laura le chiese gentilmente di girarsi piano su un fianco. Laura si infilò un guanto di lattice traslucido sulla mano destra, flettendo le dita spalancate, e lisciò le pieghe del guanto fino al polso. Aprì l'involucro del pessario a partire dall'orlo dentellato. Prese il pessario tra due dita e lo spinse, lo fece scivolare dentro Olga.
Olga si lisciò il camice turchese e si sdraiò sulla schiena. Laura pizzicò tutte le punte delle dita di lattice, e si sfilò il guanto. Fece cadere due pillole in mano a Olga, e versò un bicchiere d'acqua da una caraffa che stava vicino al letto. Disse che ci sarebbe stata un'emorragia. Quando avrebbe sentito l'inizio dell'emorragia, Olga doveva prendere quel vaso da notte di cartone e metterlo nel water. Poi Laura sarebbe venuta a sostituirlo. E Olga doveva fare in modo, disse Laura, di non usare il vaso da notte per altri bisogni. Doveva usarlo solo se sentiva che c'era un'emorragia.
Sfiorò leggermente Olga sull'avambraccio, poi uscì.
Dal sacchetto di plastica della Maison de la Presse, Federico estrasse il numero di febbraio di Elle. Districò l'angolo della rivista dal manico del sacchetto. La passò a Olga. Olga la esaminò. Quel mese l'inchiesta di Elle era un serio questionario su una difficile questione di galateo: "quando si deve dare del tu ai conoscenti?".
L'aborto era strano, pensò Federico. Si verificava durante uno svago. Mentre avveniva un aborto, lui stava seduto nella stessa stanza a discutere delle sue opinioni sul dare del tu. Non era d'accordo con Olga, la quale sosteneva che non si dovesse dare del tu agli amici dei figli. lui pensava che fosse troppo formale. Ma poi, mentre parlavano di galateo, Olga si raccoglieva le ginocchia sullo stomaco, o agitava le gambe rattrappite, da una parte all'altra. E questa era una cosa difficile, pensò Federico, osservare gli episodi di dolore di Olga. Voleva anche lui un dolore suo.


Andrea De Carlo (Elvio), da Due di due, Mondadori 2004

Le due infermiere di prima adesso occhieggiavano ostili dal fondo del corridoio; per evitare risse ho chiesto a Guido se non potevamo vedere suo figlio. Lui ha cambiato espressione di colpo: ha detto che era due piani più sotto, mi ha fatto strada verso le scale.
Abbiamo seguito un altro corridoio, e in fondo c'era una parete di vetro come in un acquario, dall'altro lato erano allineati una dozzina di neonati nelle culle. Mi colpiva questa dimensione asettica e industriale della nascita, così lontana dal parto domestico di Martina; mi faceva impressione vedere i bambini disposti in fila ognuno per conto suo, accuditi in modo intermittente da un'infermiera giovane.
Guido mi ha indicato suo figlio, ma non era del tutto sicuro, ha dovuto controllare se il numero della culla corrispondeva a quello annotato sulla sua agendina. Ci siamo appoggiati al vetro a studiarlo; tutti e due cercavamo credo di non fare commenti automatici. Guardavamo anche gli altri bambini, vizzi e rugosetti e lividi com'erano, ognuno già con la sua piccola fisionomia distinguibile. Alcuni erano addormentati e altri con gli occhi aperti; muovevano appena le braccia e le gambe, giravano di poco la testa. Guido ha detto "Chissà da dove arrivano, o cos'erano prima. Che distanze hanno attraversato".
A osservarli bene era vero che sembravano piccoli viaggiatori di mondi remoti, sfiniti dalla stanchezza e dai traumi del passaggio: avevo avuto la stessa sensazione quando avevo visto i miei gemelli per la prima volta, ma allora non ero riuscito a definirla.
Guido ha detto "Sono così vecchi, anche. Si ritrovano qui di colpo tra le grida delle madri e le facce fredde dei medici e gli attrezzi di metallo e queste luci tremende e questi odori. Non dev'essere un risveglio molto dolce".
Siamo rimasti forse venti minuti quasi senza muoverci, immersi nella suggestione dei piccoli esseri nelle culle. Ogni tanto uno di loro si metteva improvvisamente a piangere: si contraeva e diventava ancora più livido, apriva la bocca per emettere un grido che da questa parte del vetro riuscivamo solo a immaginare. L'infermiera giovane veniva ad affacciarsi tra le culle dopo un minuto o due, faceva qualche aggiustamento di copertine. Guido ha detto "Poi dovranno adattarsi e raccogliere informazioni, imparare i codici per esprimere quello che gli passa dentro, finché si dimenticheranno di essere mai stati in una dimensione così fluttuante e indefinita".
Alcuni dei padri e nonni e zii e amici di famiglia che venivano a guardare i loro bambini davano occhiate perplesse a Guido, colpiti dal suo strano tono. Poi l'infermiera giovane ha cominciato a prelevare i bambini uno a uno, caricarli su carrelli per portarli a nutrirsi dalle madri. Io e Guido siamo venuti via, e sapevo che non avremmo potuto continuare a non parlare del suo libro, ma non avevo idea di come farlo. Davanti alla porta sulle scale gli ho detto "Ho letto ...


Michele Governatori (Alessio), da Il paese delle cicogne, cap. 66, pag 179-180

Sul sedile di destra c'era il marsupio di nylon con dentro i dollari presi all'ufficio postale, dove l'impiegato aveva cercato di dirmi qualcosa in un inglese inesistente, una specie di strano avvertimento prima di darmi le banconote.
A un certo punto una pietra ha dato un colpo forte da qualche parte sotto alla macchina e il marsupio ha fatto un salto, e poco dopo è arrivato un gruppo di case con piccoli balconi rifiniti in legno e un giardinetto dove ho visto un tizio che osservava una bottiglia appoggiata a terra.
Allora mi sono accostato col motore che mandava colpi: "Ossna", gli ho chiesto.
Il tizio mi ha osservato e poi ha mosso la testa con una specie di lentezza spaventata e ha fatto un cenno come per indicare la destra, al che io sono ripartito subito.
La strada diventava scura, si era trasformata in un tappeto compresso di pietre che contro le ruote facevano un rumore di ferraglia sempre più forte, avevo paura di perdere troppo tempo senza arrivare a nulla, poi a un certo punto mi sono accorto che di fianco a me parallelo c'era un treno che andava più o meno alla mia velocità.
La "capanna del treno" poteva essere un deposito ferroviario. Ho seguito la strada finché stava vicina ai binari, poi ho lasciato la macchina e col marsupio stretto in mano mi sono messo a calpestare certi ciuffi gialli rachitici sulla scarpata verso la ferrovia, e a quel punto l'ho vista: una specie di casa cantoniera isolata con un'unica finestra e l'anta di legno semichiusa.
Sembrava tutto immobile, mentre ancora arrivava il suono del treno di prima. Di colpo però alla finestra della casa s'è mosso qualcosa e ho visto filtrare una sagoma poi subito scomparsa, e dopo un attimo ho sentito il rumore di una porta laterale che scattava.
Sono usciti due uomini. Uno aveva una tuta da operaio e mi indicava all'altro, e l'altro era lui, il padre.
Volevo avvicinarmi prima che succedesse qualcosa a impedirmelo, ho affrettato il passo col fascio di banconote che era duro e indeformabile e però mi sembrava capace di sgusciare via. Il padre aveva una specie di sorriso raffermo e una mano pronta a scattare verso di me.
"Fermati", ho sentito, ma né il padre né il ferroviere avevano aperto bocca. Ci siamo voltati tutti di scatto verso la voce. Era Don Massimo, in piedi dieci metri più indietro.
"Matteo, metti via quei soldi" ha detto.
Un po' più lontano ho visto anche mia madre che ha lanciato verso di me un'occhiata dura.
Il padre mi ha guardato con una scontentezza vendicativa, e il suo amico ferroviere si è messo a camminare verso Don Massimo che gli ha detto qualcosa in un polacco secco, pochissime frasi e poi si è avvicinato a me: "Dammi quella borsa".
Lo osservavo da vicino. Ha aspettato un attimo come per lasciarmi il tempo di parlare. "Su, dammi."
"No. Questa volta sono io che decido." Parlavo come dopo un calcio nello stomaco.
"Ti sbagli", ha detto Don Massimo.
"Se un po' di soldi possono farmi avere Michal senza problemi, io glieli do, sono soldi miei e di Lucia" ho detto.
Avevo la voce che mi dava l'impressione di uscire da un percorso diverso dal solito.
"No. Non puoi decidere da solo il modo per avere Michal, ricordati che in questa storia c'entro anch'io." Don Massimo si è fermato a controllarmi con una calma sempre più grave. Aspettava le mie mosse e a me adesso sembrava di non riuscire a sopportarlo, mi sentivo energico e bloccato nello stesso tempo, come qualcuno pieno di una forza che però non è capace di usare.
"Non ho nessuna voglia di pensare agli altri adesso, hai capito? Voglio il bimbo con me il più presto possibile senza altri rischi, riesce a entrarti in testa?" La gola mi si era quasi chiusa del tutto.


Péter Esterházy (Giuseppe), da Harmonia Cælestis, Feltrinelli, 2003, traduzione di Giorgio Pressburger e Antonio Sciacovelli (pag. 315)

La folla degli invitati aveva colmato il castello, riempito completamente ogni sala e terrazza. La servitù si era accampata in cucina, mentre la signorina francese, Madmuasell Titez, cui era stato affidato il mio papà treenne, sorseggiava sherry nella sua stanza. Il mio buon padre vagabondava di qua e di là per il castello. Casualmente aprì la porta del bagno dove c'era una lontana cugina di mio nonno, che proprio in quel momento stava alzandosi da sedere, era nell'atto di tirarsi su le mutande. Le cose essenziali si trovavano all'altezza del volto di mio padre. Il bimbo vede il triangolo magico, lo fissa irrigidito, mentre la donna rimane così, immobile, poi sul bimbo (il mio buon padre) si spande il ghigno felice e soddisfatto dell'agnizione: Mamma!, grida al triangolo. La nobildonna, una zitella rinsecchita, dama di palazzo dell'imperatrice e regina Sissi, Dio l'abbia in gloria, insignita (la nobildonna) della croce stellata, decorata con il distintivo di seconda classe adornato della croce rossa militare, si mette a piangere. Singhiozza lì, nella latrina barocca, il bimbo, con una smorfia, via (il mio buon padre).

|   home   |   archivio   |   noi   |   rassegna   |