I libri in testa
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Venerdì 28 agosto 2015, ore 21
Giardini di Castel Sant'Angelo - Roma
QUI NON SI TOCCA
Letture di navigazioni, nuotate, naufragi

Nell'ambito della manifestazione
Letture d'estate lungo il fiume e tra gli alberi
nello spazio della
Libreria Altroquando







Le letture

        1. David Foster Wallace, da Una cosa divertente che non farò mai più
        2. Giovanni Verga, da I Malavoglia
        3. Raffaele La Capria, da Ferito a morte
        4. Roberto Michilli, Gita al mare
        5. Jules Verne, da Ventimila leghe sotto i mari
        6. Cesare Pavese, da La spiaggia
        7. Cécile Guérard, Piccola filosofia del mare
        8. Virginia Woolf, La stazione balneare
        9. Rafael Alberti, Il mare
        10. Joan Manuel Serrat, Mediterraneo
        11. James Joyce, da Ulisse
        12. Leonardo Colombati, da Perceber
        13. Giovanni Pascoli, tre poesie da Miricae





David Foster Wallace (Michele), da Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, 1998, traduzione di Gabriella D'Angelo e Francesco Piccolo

Spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo.
Un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato.
Il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente.
Tramonti che sembrano disegnati al computer e una luna tropicale che assomiglia a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche.
Frotte di pesciolini con le pinne luccicanti.
La puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida.
Videocamere che praticamente richiedono un carrello.
Valigie fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito.
Una donna in lamè argentato che vomita a getto dentro un ascensore di vetro.
Croupier professioniste così carine che ti fanno venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all'ultimo centesimo a blackjack.
Capire cosa significa aver paura della propria tazza del cesso.
Assaggiare caviale e trovarsi d'accordo con il giudizio del bambino che siede accanto: "fa schifo".
Un sacco di gente seminuda che sarebbe preferibile non vedere seminuda.
Essere oggetto in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali.




Giovanni Verga (Michele), da I Malavoglia, Mondadori, 1997

Dopo la mezzanotte il vento s'era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di S. Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell'anima di Giuda. Insomma una brutta domenica di settembre, di quel settembre traditore che vi lascia andare un colpo di mare fra capo e collo, come una schioppettata fra i fichidindia. Le barche del villaggio erano tirate sulla spiaggia, e bene ammarate alle grosse pietre sotto il lavatoio; perciò i monelli si divertivano a vociare e fischiare quando si vedeva passare in lontananza qualche vela sbrindellata, in mezzo al vento e alla nebbia, che pareva ci avesse il diavolo in poppa; le donne invece si facevano la croce, quasi vedessero cogli occhi la povera gente che vi era dentro.
Maruzza la longa non diceva nulla, com'era giusto, ma non poteva star ferma un momento, andava sempre di qua e di là, per la casa e pel cortile, che pareva una gallina quando sta per far l'uovo. Gli uomini erano all'osteria, e nella bottega di Pizzuto, o sotto la tettoia del beccaio, a veder piovere, col naso in aria. Sulla riva c'era soltanto padron 'Ntoni, per quel carico di Lupini che ci aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta, e il figlio della Locca, il quale non aveva nulla da perdere lui, e in mare non ci aveva altro che suo fratello Menico, nella barca dei Lupini.
Padron Fortunato Cipolla, mentre gli facevano la barba, nella bottega di Pizzuto, diceva che non avrebbe dato due baiocchi di Bastianazzo e di Mennico della Locca, colla Provvidenza e il carico di lupini.
"Adesso tutti vogliono fare i negozianti, per arricchire!", diceva stringendosi nelle spalle; "e poi quando hanno perso la mula vanno cercando la cavezza".
[...]
Ciascuno non poteva fare a meno di pensare che quell'acqua e quel vento erano tutt'oro per i Cipolla; così vanno le cose a questo mondo, che i Cipolla, adesso che avevano la paranza bene ammarata, si fregavano le mani vedendo la burrasca; mentre i Malavoglia diventavano bianchi e si strappavano i capelli, per quel carico di lupini che avevano preso a credenza dallo zio Crocifisso Campana di legno.
"Volete che ve la dica?" saltò su la Vespa, "la vera disgrazia è toccata allo zio Crocifisso che ha dato i lupini a credenza. 'Chi fa credenza senza pegno, perde l'amico, la roba e l'ingegno'".
Lo Zio Crocifisso se ne stava ginocchioni a piè dell'altare dell'Addolorata, con tanto di rosario in mano, e intonava le strofette con una voce di naso che avrebbe toccato il cuore a satanasso in persona. Fra un'avemaria e l'altra si parlava del negozio dei lupini, e della Provvidenza che era in mare, e della longa che rimaneva con cinque figliuoli.
[...]
La sera scese triste e fredda; di tanto in tanto soffiava un buffo di tramontana, e faceva piovere una spruzzatina d'acqua fina e cheta: una di quelle sere in cui, quando si ha la barca al sicuro, colla pancia all'asciutto sulla sabbia, si gode a vedersi fumare la pentola dinanzi, col marmocchio fra le gambe, e sentire le ciabatte della donna per la casa, dietro le spalle.




Raffaele La Capria (Giuseppe), da Ferito a morte, Meridiani Mondadori, 2003, incipit

La spigola, quell'ombra grigia profilata nell'azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare, ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L'occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese - è vicina, vicinissima, a tiro. La Grande Occasione. L'aletta dell'arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto fra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare - sarà più di dieci chili, attento, non si può sbagliare! - e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d'ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola dev'essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina - anche il battito del cuore! - vicina, con l'occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l'imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante - luminosi come sulla spiaggia nella notte di Capodanno! - lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t'immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.




Roberto Michilli (Michele), Gita al mare, prosa breve da Attraverso la vita, Edigrafital, 2001

Al mare mi ci portavano gli zii. Partivano dalla città in Vespa, lui alla guida e lei seduta dietro all'amazzone, e passavano a prendermi in paese. Viaggiavo in piedi sul pianale, davanti allo zio. La galoppata era esaltante; il vento mi scompigliava i capelli e mi costringeva a tenere le palpebre socchiuse. Lungo i rettilinei prima di Nereto, gli oleandri in fiore annunciavano già il mare. Forse era solo suggestione, ma a quel punto mi sembrava di cominciarne a sentire anche il profumo.
La ferrovia ci diceva che eravamo quasi arrivati. Alba Adriatica si chiamava ancora Tortoreto stazione. Lo zio, in vena di scherzi, mi ordinava di abbassare la testa mentre passavamo sotto al cavalcavia. Io, da perfetto baccalà, obbedivo. Continuai a farlo anche quando, più tardi, lo zio si comprò la Seicento. Era bianca, targata TE 12405.




Jules Verne (Igiaba), da Ventimila leghe sotto i mari

[lettura da inserire]




Cesare Pavese (Nadia), da La spiaggia, Einaudi, 1996

Presentare un giovanotto in mutandine nere a ragazze che vanno e vengono in costume e a signori in accappatoio, è una cosa di poca conseguenza e insomma scusabile. Ma la faccia grave e seccata di Berti m'irritò: mi sentivo ridicolo. Brontolai bruscamente: - Qui tutti ci conosciamo - e passandoci accanto Ginetta che scendeva in acqua, le dissi: Mi aspetti.
Quando tornai a riva - Ginetta restava in acqua per più di un'ora me lo rividi seduto sulla sabbia, tra il nostro ombrellone e il successivo, e si abbracciava le ginocchia.
Ce lo lasciai. Preferivo discorrere un con Clelia. Clelia usciva in quel momento dalla cabina infilandosi un bolero bianco sul costume. Le andai incontro e ci salutammo per scherzo. Ci allontanammo a poco a poco, parlando, e quando Berti fu scomparso dietro l'ombrello mi sentii meglio. Facevamo la solita passeggiata della spiaggia, tra la schiumetta e i crocchi distesi e rumorosi.
Ho fatto il bagno con Ginetta, dissi. Lei non lo fa?
Fin dal primo giorno avevo accennato per cortesia a scendere in acqua con lei, ma Clelia si era fermata guardandomi, con un sorriso ambiguo. - No, no - aveva detto. Io, sorpreso, l'avevo guardata. - No, no, vado in acqua da sola -. Non c'ra stato verso. Mi aveva spiegato che lei tutto faceva in pubblico, ma col mare se la vedeva da sola. - Ma è strano. È strano, ma è cosi —. Nuotava bene e non era per imbarazzo. Era una sua decisione - La compagnia del mare mi basta. Non voglio nessuno. Nella vita non ho niente di mio. Mi lasci almeno il mare — Si allontanò nuotando senza muovere l'acqua, e al suo ritorno l'aspettavo sulla sabbia. Tornai sul discorso, e Clelia alle mie proteste aveva risposto con un mezzo sorriso. — Neanche con Doro? chiesi. — Neanche con Doro.




Cécile Guérarde (Nadia), da Piccola filosofia del mare, traduzione di Leila Brioschi, Guanda, 2010

Il mare è una creazione vivente straziata, un serbatoio di ricchezze vitali saccheggiato. una profondità raschiata meticolosamente. Dimentichiamo che è vivo, che possiede, a modo suo, un cuore, dei polmoni, dei muscoli. Pensiamo a lui solo tra il 10 e il 15 agosto.
Privo di anima e di vita nelle nostre rappresentazioni mentali, il mare concentra in sé la nostra ferocia. I delfini, nostri antenati, portano nel loro ventre lattine di bevande gassate e sacchetti di supermercato, finché morte non ne consegua.
A tremila anni di distanza, il nostro sguardo si rivela inquieto come quello dei primi pensatori ionici sulla loro roccia di granito: dall'osservazione del cielo volgiamo lo sguardo verso il mare. Solo che loro non pensavano all'aumento del livello degli oceani e alle conseguenze delle emissioni di gas a effetto serra.
Il mare è sensibile come una pelle. Facciamo tutt'uno con esso, fisicamente, simbolicamente. Il mare non garantisce solo l'equilibrio del pianeta: regola i nostri pensieri, s'impone come un'ideale d'immaginazione e saggezza.
A un duello con il mare è tempo di sostituire un duetto. Unirci alla natura in generale, sposare la sua dinamica senza vincolarla, trasformarla in alleato, in complice. È irresponsabile pensare che le nostre azioni non abbiano maggiori conseguenze di una goccia d'acqua dispersa nell'oceano. Questo pregiudizio ha lunga vita, fa parte delle cose che non mutano. Sapere che si va verso la catastrofe ecologica senza crederci veramente.
Ecco la difficoltà: sapere e credere allo stesso tempo. Vale a dire, tra fatalità e incoscienza, aprire una strada all'azione. Se non si è già convinti bisogna persuadersi dell'importanza di un'azione significativa e duratura da parte di ciascuno di noi.
Tutto si ripercuote, si corrisponde, ogni movimento interessa la natura intera, ogni nostro gesto ha un'eco: «Il mare cambia per una pietra» osserva Pascal. Quando i bambini fanno rimbalzare i sassi sul mare, il movimento si propaga all'infinito. Cerchiamo di conservare questa immagine felice, libera.
Il mare è il nostro cruccio più bello.




Virginia Woolf (la fortunata estrattrice: Anna), La stazione balneare, in Racconti, La Tartaruga, 1996, traduzione di Adriana Bottini

Come tutte le cittadine di mare era permeata dall'odore di pesce. I negozi giocattolo erano pieni di conchiglie, con sopra la vernice trasparente, dure eppure fragili. Persino gli abitanti avevano un aspetto conchiglioso- un'aria fatua, come se il vero animale fosse stato estratto dalla punta di uno spillone e rimanesse soltanto il guscio. I vecchi sul lungomare erano conchiglie. Le loro ghette, i calzoni da fantino, i binocoli parevano trasformarli in balocchi. Non potevano essere stati veri marinai o veri cavallerizzi, così come le conchiglie incollate sulle cornici dei portaritratti e degli specchi non potevano aver abitato le profondità del mare. Anche le donne, con i loro pantaloni e le scarpette con il tacco alto e le borse di raffia e le collane di perle parevano gusci di donne vere che la mattina escono a fare la spesa.
All'una in punto questa fragile lucida popolazione di crostacei si radunava al ristorante. Il ristorante aveva un odore di pesce, l'odore di un peschereccio che abbia tirato su reti colme di spratti e di aringhe. Il consumo di pesce in quella sala da pranzo doveva essere enorme. L'odore pervadeva persino la stanza con l'indicazione Signore al mezzanino. Questa stanza era divisa da una semplice porta in due scompartimenti. Da un lato della porta venivano soddisfatte le esigenze della natura; e dall'altro, davanti al lavabo, davanti allo specchio, la natura veniva sottoposta alla disciplina dell'arte. Tre giovani donne si trovavano in questa seconda fase del rituale quotidiano. Stavano esercitando, con piumini da cipria e minuscoli dischetti rossi, il diritto di migliorare la natura, di sottometterla. E intanto chiacchieravano; ma le chiacchiere venivano interrotte come dall'empito di una marea che avanza; poi la marea si ritirò e si udì una delle ragazze che diceva: - A me non mi è mai piaciuta- con tutte quelle smorfiette... A Bert neanche sono mai piaciute le donne grosse... L'hai rivisto quando è tornato?... Con quegli occhi... così azzurri... come due laghi... E anche Gert... Stessi occhi tutti e due... Ci puoi guardare dentro... Hanno tutti e due gli stessi denti... Lui ha dei bellissimi denti bianchi... E anche Gert... Ma i suoi sono un po' storti, quando sorride...
Uno scroscio d'acqua... La marea spumeggiando si ritirò. Ciò che lasciò scoperto subito dopo fu: - Ma dovrebbe stare più attento. Se lo beccano, gli tocca la corte marziale...- A questo punto un altro scroscio d'acqua dallo scompartimento attiguo. La marea della stazione balneare sembra andare e venire di continuo. Lascia scoperti questi pesciolini; poi li inonda. Poi si ritira, ed eccoli di nuovo, con quell'intenso strano odore di pesce che sembra permeare tutta quanta la stazione balneare.
Ma la notte la cittadina ha un'aria molto eterea. C'è un chiarore bianco all'orizzonte. Ci sono crinoline e diademi per le strade. La città è affondata nell'acqua. E soltanto lo scheletro si ritaglia distinto nel cerchio fatato dei lampioni.




Rafael Alberti (Igiaba), Il mare

El mar. La mar.
El mar. ¡Sólo la mar!

¿Por qué me trajiste, padre,
a la ciudad?

¿Por qué me desenterraste
del mar?

En sueños, la marejada
me tira del corazón.
Se lo quisiera llevar.

Padre, ¿por qué me trajiste
acá?


Il mare. Il mare
Il mare. Solo il mare!

Perché mi hai portato, padre, in città?

Perché mi hai sradicato dal mare?

Nei sogni la mareggiata
mi tira il cuore.
Se lo vorrebbe portare via.

Padre, perché mi hai portato qui?




Joan Manuel Serrat (Igiaba), Mediterraneo

Quizá porque mi niñez
sigue jugando en tu playa,
y escondido tras las cañas

duerme mi primer amor,
llevo tu luz y tu olor
por donde quiera que vaya,

y amontonado en tu arena
guardo amor, juegos y penas.

Yo,

que en la piel tengo el sabor
amargo del llanto eterno,
que han vertido en ti cien pueblos

de Algeciras a Estambul,
para que pintes de azul
sus largas noches de invierno.

A fuerza de desventuras,
tu alma es profunda y oscura.

A tus atardeceres rojos
se acostumbraron mis ojos
como el recodo al camino...

Soy cantor, soy embustero,
me gusta el juego y el vino,
Tengo alma de marinero...

¿Qué le voy a hacer, si yo
nací en el Mediterráneo?

Y te acercas, y te vas
después de besar mi aldea.
Jugando con la marea

te vas, pensando en volver.
Eres como una mujer
perfumadita de brea

que se añora y que se quiere
ue se conoce y se teme.

Ay...

si un día para mi mal
viene a buscarme la parca.
Empujad al mar mi barca

con un levante otoñal
y dejad que el temporal
desguace sus alas blancas.

Y a mí enterradme sin duelo
entre la playa y el cielo...

En la ladera de un monte,
más alto que el horizonte.
Quiero tener buena vista.

Mi cuerpo será camino,
le daré verde a los pinos
y amarillo a la genista...

Cerca del mar. Porque yo
nací en el Mediterráneo...




James Joyce (Elvio), da Ulisse, Mondadori, 1995, traduzione di Giulio de Angelis

Ma Gerty fu tetragona. Non aveva alcuna intenzione di stare a loro disposizione. Se loro volevano scavallare come diavoli lei invece rimaneva tranquilla a sedere e così disse che vedeva veramente bene da dov'era. Gli occhi che le erano incollati addosso le mettevano il formicolio nelle vene. Lo guardò un istante, incrociando il suo sguardo e la luce si fece il lei. C'era una passione rovente in quel volto, passione tacita come una tomba, ed era quella che l'aveva resa sua. Finalmente erano rimasti soli senza nessuno a sbirciare e a far commenti e lei sapeva che di lui si poteva fidare fino alla morte, costante, un uomo tutto d'un pezzo, un uomo d'onore inflessibile fino alla punta delle unghie. Le mani e il volto di lui vibravano e un tremito la pervase tutta. Si piegò tutta all'indietro per vedere meglio i fuochi e si strinse un ginocchio tra le mani per non cadere guardando i su e non c'era nessuno a vedere, solo lui e lei, quando senza parere rivelò tutta la graziosa vaghezza delle gambe ben modellate, flessibili e delicatamente arrotondate, e le pareva sentire il palpito del cuore di lui, e il suo rauco respiro, perché sapeva tutto delle passioni degli uomini di quel genere.
E Jacky Caffrey gridò che guardassero, ce n'era un altro e lei si gettò all'indietro e le giarrettiere erano azzurre per intonarsi e per mettere in rilievo la trasparenza e tutti lo videro e urlarono di guardare, guarda eccolo e lei si gettò ancor di più all'indietro per vedere i fuochi e qualcosa di strano volava per aria, qualcosa di morbido, avanti e indietro, scuro. Ed essa vide un lungo bengala che saliva di là degli alberi, su, su, e, in un silenzio teso, a tutti mancò il fiato per l'eccitazione mentre saliva sempre più in alto, e lei dovette gettarsi sempre più all'indietro per seguirlo con lo sguardo, in alto, in alto, quasi a perdita d'occhio, e il suo volto era soffuso di un divino, seducente rossore per lo sforzo e lui poteva anche vedere altre cose di lei, mutandine di batista, il tessuto che accarezza la pelle, meglio di quelle altre mutande a pantalone, verdi, a quattro scellini e undici pence, perché erano bianche e lei lasciava che lui e vedeva che lui vedeva e poi salì così in alto che si sottrasse alla vista un istante e lei tremava in ogni parte del corpo per essere così gettata all'indietro e lui poteva vedere tutto quel che voleva al di sopra del ginocchio, dove mai nessuno neanche sull'altalena o quando si mettono i piedi nell'acqua e lei non si vergognava e lui neanche di guardare in quel modo impudico perché lui non poteva resistere alla vista di quelle mirabili rivelazioni semiprofferte come quelle ballerine che si comportano così impudicamente sotto gli occhi dei signori e lui continuava a guardare, guardare. Avrebbe voluto gridare con voce soffocata, tendergli le svelte braccia nivee perch'egli venisse, sentire le sue labbra posarsi sulla sua bianca fronte, il grido d'amore di una fanciulla, un piccolo grido strozzato, strappatole a forza, quel grido che è risuonato nei secoli dei secoli. Allora partì un razzo e pam uno sprazzo di bianca luce accecante e oh! Il bengala scoppiò e fu come un sospirare di oh! E tutti gridarono oh! oh! in estasi di rapimento e ne sgorgò un fiotto di pioggia di fili d'oro e si sparsero e ah! ora erano tutte roride stelle verdastre che cadevano con altre dorate, oh così vive, oh tenere, dolci, tenere!
Poi tutto si sciolse rugiadosamente nell'aria grigia: tutto tacque. Ah! Gli lanciò uno sguardo nel chinarsi rapidamente in avanti, un piccolo sguardo patetico di pietosa protesta, di pudico rimprovero sotto il quale egli avvampò come una fanciulla. Egli si appoggiava alla roccia dietro di lui. Leopold Bloom (sì, non altri che lui) è là in piedi silenzioso, a testa bassa di fronte a quei giovani occhi innocenti.




Leonardo Colombati (Giuseppe e due spettatori), da Perceber, Sironi, 2005

Il proprietario di quel ristorantino dietro San Luigi dei Francesi, Vinicio Ferragosto, meglio conosciuto come Vinicius per la sua predilezione per la musica brasiliana e il culo torreggiante della ragazza dei cappotti, è uno di quelli che presentano i piatti così: "Abbiamo lo spaghetto all'astice" oppure "stasera abbiamo una penna con il carciofo e la zucchina". Mentre Demetra e Giovanni consumano la cena risolutiva, non si è ancora spenta l'eco dell'Incredibile Vicenda capitata a Vinicius, più o meno due ore dopo quella di chiusura, un giovedì di fine settembre, allorché il volto fané della signora Ferragosto è apparso al marito dietro all'acquario dei Crostacei, luminescente per via del neon subacqueo nel mezzo della sala buia, fulmineo come uno schiocco di frusta sulle reni maritali sussultanti sopra il poderoso didietro della guardarobiera che sbuca abbacinante e pizzuto da una vecchia maglia n. 8 della Seleção, mentre risuona Desafinado dalle casse del Bang & Olufsen. La Sposa gabbata, vieppiù inorridita dalla bava rivolettante dal labbro del Fedifrago e dal cattivo gusto del négligé della bagascia, è uscita allo scoperto, potendo ammirare in tutta la sua complessità l'Orribile Carriola, giacché la monta non si esaurisce nell'ovvia penetrazione del bischerello di Vince ma si completa con l'affronto anale perpetrato con il Dupont in lacca di Cina nera che proprio lei gli ha regalato per il decimo anniversario di matrimonio. Cieca di rabbia, furente e nient'affatto umiliata - quanto certa della propria siderale superiorità morale sul plastico gruppo che non riesce a scomporsi per lo spavento - la signora Ferragosto indietreggia di tre passi, affonda il braccio nerboruto nell'acquario e, insensibile al dorso spinoso, ne trae una florida Grancevola che applica per una piccola chela con tutta calma al sacco scrotale del Porco, senza che questi sia capace di opporre la minima resistenza. L'urlo straziante che ne deriva ha come primo risultato la disconnessione repentina tra i due amanti e la fuga della giovane non proprio resa agevole dal lungo accendino i cui due quinti spuntano tremolanti dal Didietro lordotico; come conseguenza ulteriore il serrarsi di un'altra chela del decapode crostaceo questa volta sul membro copulatore già rattratto e sgocciolante... fatto che produce un nuovo e ben più disperante lamento del proprietario dell'organo e subordinato scarto della guardarobiera che, urtando violentemente un ginocchio contro il tavolo n. 18, vola in aria atterrando con gran frastuono sulle Terga come sappiamo riccamente guarnite, i due quinti del Dupont finora in salvo dal voglioso sfintere richiamati all'interno in rapido Risucchio.
Vinicius intanto salterella e con lui il Granchione che mantiene salda la presa: bipede e crostaceo finiscono la loro danza proprio contro i cristalli dell'acquario, frantumandoli in schegge grosse un pollice. Un'esplosione di Aragoste, acqua e mangime investe i tre malcapitati, gli occhi posti all'estremità di due peduncoli mobili scelgono per l'enorme Chela gialloviola la pelle avvizzita del gomito destro della signora Ferragosto. La coda a ventaglio di un Astice viene vista imboccare l'uscita senza ripensamenti mentre Vinicius, ora in ginocchio, allucinato dal dolore, con due dita a pinza tenta di staccare la Grancevola.
(1° S.) "Tanto è inutile. Io non mollo" stride l'animale in tono di sfida.
(2° S.) "Che vuol dire 'non mollo'? Perché cazzo tieni duro invece di andarti a fare un giro, eh? E poi, chi ha mai sentito una granzeola che parla?"
(1° S.) "Mollare? Troppo comodo" replica il crostaceo. "Così poi mi finisci col tacco della scarpa".
(2° S.) "Ma se sono scalzo, stronza che non sei altro... ahia, no! non stringere, ti prego!"
(1° S.) "Più che scalzo sarebbe meglio dire che sei nudo come un verme, bello mio. Ma ti è andata male la scappatella questa volta. Vigliacco e traditore... e girolimoni per giunta! La culona potrebbe esserti figlia".
(2° S.) "Vedi di farti i cazzi tuoi. E guarda che lo dico in tutti i sensi".
[.... ci spostiamo all'Ospedale]
"... con l'aragosta è stato un casino perché dopo tre o quattro strilli strappacuore la bestia c'è rimasta ed è intervenuto una specie di rigor mortis e... insomma... ci sono voluti due medici, tre seghetti e un troncone per staccare la chela dal gomito della signora".
[...]
"...Estrarre il Dupont dal culo della guardarobiera si è rivelato ancora più complicato per via del meccanismo a doppia fiamma. Il fatto era che la testa dell'accendino era entrata per ultima e quindi avrebbe dovuto uscire per prima, ma per via della maledetta doppia fiamma l'operazione si rivelava oltre che dolorosissima anche molto spiacevole per via delle lacerazioni che avrebbe prodotto allo sfintere. Alla fine fu anestesizzata la parte, l'accendino venne asportato, le dettero otto punti e la ragazza dovette restare a pancia sotto per una settimana..."
[...]
"E la grancevola... che diceva?"
"Niente. Muta come un... pesce. Sono riusciti a staccarla e l'hanno messa in un secchiello pieno d'acqua. Dopo la medicazione Vinicio ha preso secchiello e grancevola e se ne è andato senza degnare né moglie né culona di uno sguardo".
"Ho sentito che si è separato dalla moglie".
"Be', ci mancherebbe altro, non credi?".
"E la grancevola? Che fine ha fatto?"




Giovanni Pascoli (Elvio), tre poesie da Miricae

1 - Mare

M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l'onde.
vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.

Ponte gettato su laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?


2 - La baia tranquilla

Getta l'ancora, amor mio:
non un'onda in questa baia.
Quale assiduo sciacquìo
fanno l'acque tra la ghiaia!

Vien dal lido solatìo,
vien di là dalla giuncaia,
lungo vien come un addio,
un cantar di marinaia.

Tra le vetrici e gli ontani
vedi un fiume luccicare;
uno stormo di gabbiani

nel turchino biancheggiare;
e sul poggio, più lontani,
i cipressi neri stare.

                           Mare! mare!
dolce là, dal poggio azzurro,
il tuo urlo e il tuo sussurro.


3 - La Sirena

La sera, fra il sussurrìo lento
dell'acqua che succhia la rena,
dal mare nebbioso un lamento
si leva: il tuo canto, o Sirena.

E sembra che salga, che salga,
poi rompa in un gemito grave.
E l'onda sospira tra l'alga,
e passa una larva di nave:

un'ombra di nave che sfuma
nel grigio, ove muore quel grido;
che porta con sé, nella bruma,
dei cuori che tornano al lido:

al lido che fugge, che scese
già nella caligine, via;
che porta via tutto, le chiese
che suonano l'avemaria,

le case che su per la balza
nel grigio traspaiono appena,
e l'ombra del fumo che s'alza
tra forse il brusìo della cena.


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