I libri in testa
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Sabato 28 febbraio 2004, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Faccia a faccia con
LA VITA AGRA
di Luciano Bianciardi

rabbia e disillusione, letture e commenti



Le letture
(Le pagine sono quelle dell'edizione Bompiani, 2001 [1° ediz. Rizzoli, 1962])

Dal capitolo I, pagg. 14-21 (Giuseppe)

Era una strada tranquilla e tutta nostra; il traffico quasi non ci si azzardava, ma anche in via della Braida, che pure è centrale e frequentata, le auto sembravano riconoscere che questa era zona nostra e rallentavano più del dovuto, e i piloti non s'arrabbiavano né facevano le corna se un pedone uscito dal caffè delle Antille traversava senza guardare, obbligandoli a una secca frenata.
[...]
... dividevo una camera mobiliata al terzo piano del numero otto, con un fotografo che si chiamava appunto Carlone. Al suo paese, mi spiegò, oltre che studente di liceo era trequarti nella squadra di rugby, e io potevo credergli anche soltanto a guardarlo, perché era massiccio e falsamente alto (ci sono tipi così, come ci sono i falsi gobbi, mettiamo, o i falsi nani, cioè i gobbi dritti e i nani lunghi). Carlone misurava un metro e ottanta, non lo nego, ma non per questo era un uomo alto davvero, un uomo come me: era lungo e greve di tronco, insomma, ma corto di gambe e basso di sedere, proprio come si conviene, del resto, a un giocatore di rugby, che deve offrire il minor appiglio possibile al placcaggio avversario. Forse è per questo che non portava mai i calzoni del pigiama (la misura della giacca non poteva combinare con la lunghezza dei calzoni, infatti) e coricandosi mostrava, proprio sull'osso sacro, un ciuffetto di peli, come un residuo di coda.
Siccome al liceo andava bene in italiano, era venuto su con l'idea di farsi giornalista, ma poi qualcuno gli consigliò, proprio per via della sua mole e della pratica del gioco del rugby, di scegliere invece il fotoreportaggio, un mestiere che richiede buone spalle, se vuoi farti largo nella calca e scattare il flash al momento buono. Carlone aveva accettato, e adesso lo vedevo, rincasando, steso sul letto a sfogliare vecchi numeri di Life: così, diceva, per trovare un'idea, uno spunto.
[...]
Vedova da chissà quando, e con due figliole malmaritate per casa - vedova come lei la maggiore, di un campione motociclista che s'era ammazzato in corsa, nel quaranta se ben ricordo - la signora De Sio doveva tirare avanti coi quattrini delle camere mobiliate, che non sempre arrivavano puntuali. E non ce la faceva a tenere in ordine, perché le figliole non muovevano un dito: otto letti non sono uno scherzo, sono sedici lenzuola. Per questo la signora De Sio ce ne cambiava uno ogni quindici giorni: passava quello sotto di sopra, che si sporca un po' meno, e aggiungeva il nuovo.
Di mettere una stufa nella camera - il buco per passarci il tubo c'era - io e Carlone la pregammo un paio di volte, ma non fu possibile perché, disse la signora De Sio, poi anche gli altri avrebbero voluto il caldo. E il caldo, a parte la spesa della legna e il fumo e lo sporco che fa, oltre tutto mica giova alla salute come sembra. I raffreddori e le polmoniti si pigliano proprio quando in casa fa caldo, e si esce sudati per strada.
[...]
Verso mezzanotte anche le donne si coricavano, e Franz il triestino se ne tornava a casa sua, vicino alla palestra della pelota, a pensione da un'altra giovane vedova, che lo stava ad aspettare con l'orecchio teso e poi entrava nel suo letto. "Mi raccomando, Franz," diceva la vedova di via Palermo dopo aver fatto all'amore "mi raccomando l'affitto. Siamo già al dieci e non mi hai dato una lira." La vedova distingueva fra gli affari e il piacere.
[...]
Ogni tanto la sera io uscivo con Franz il triestino, a passeggiare per le strade dopo cena, a bere qualcosa in una tampa piena di fumo e di uomini con gli occhi rossi e il viso duro, bluastro, a cantare. Io cerco sempre la compagnia dei triestini, perché sono uomini franchi e ventilati, aperti e disponibili a influenze composite, slave, absburgiche, dalmate e veneziane. E poi Franz sapeva un mucchio di cose.


Dal capitolo II, pagg. 26-28 (Elvio)

... così avrei potuto pensare e scrivere, dieci anni or sono, la serata in casa del pittore con Ettorino e Carlone. L'avrei pensata e l'avrei scritta come un bitinicco arrabbiato, dieci anni or sono, quando il signor Jacques Querouaques forse non aveva nemmeno imparato a tirarsi su i calzoni. L'avrei fatto, ma mi mancò il tempo e mi mancarono i mezzi.
Datemi il tempo, datemi i mezzi, ed io farò questo e altro.
Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico.
Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza.
E se proprio volete, ve li farò sentire tutti insieme, orchestrati in sinfonia.
Vi mostrerò il muso della tinca, davanti alla fiocina del sub, cinquanta metri sotto il faraglione, per dissolvere poi, lento, su quell'altro muso di tinca, quando lo aggredisce il raschietto del ginecologo.
Vi darò la narrativa integrale - ma la definizione, attenti, è provvisoria - dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, e tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dell'esercito, insomma interi.
Proverò a scrivere tutta la vita non dico lo stesso libro, ma la stessa pagina, scavando come un tarlo scava una zampa di tavolino. Ricordo che dalle mie parti, dicevo allora, ma adesso sono poi ben certo che quelle parti fossero veramente le mie, e come e perché io dicessi parti, appunto mie, dopo il calare del sole?
Proverò l'impasto linguistico, contaminando da par mio la alata di Ollesalvetti diobò, e 'u dialettu d'Ucurdunnu, evocando in un sol periodo il Burchiello e Rabelais, il Molinari Enrico di New York e il lamento di Travale - guata guata male no mangiai ma mezo pane - Amarilli Etrusca e zio Lorenzo di Viareggio.
Ma anche vi darò il romanzo tradizionale, con tre morti per forza, due gemelli identici e monocoriali e un'agnizione. Il romanzo neocapitalista, neoromantico o neocattolico, a scelta. Ci metterò dentro la monaca di Monza, la novizia del convento di ***, il curato di campagna e il prete bello.
Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera - bianchi e neri - della sensibilità contemporanea. Vi canterò l'indifferenza, la disubbidienza, l'amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle.
Et dietro poteranno seguire fanterie assai illese.
Ma tu, moro, mi stai a sentire?


Dal capitolo II, pagg. 36-40 (Michele)

Fin troppo comoda la vita di tutti quanti, sinora, con gli avanzamenti a giro d'aria completo, e la coltivazione per fette orizzontali, prese in ordine discendente, con ripiena completa. Diceva proprio così, l'ingegner Garbella, con quella circolare del trentanove. Ma cosa doveva diventare, secondo lui, la miniera di lignite, un salotto?
La ripiena, continuava l'ingegnere, sarà esclusivamente costituita da materia proveniente dall'esterno, o da lavori nello sterile, esente per quanto è possibile da sostanze carboniose, e dovrà essere messa in sito a strati successivi ben annaffiati e ben calzati sino al cielo dei cantieri. Sì, bravo l'ingegner Garbella. Ma che cosa si era messo in testa? Stava parlando di una miniera o di un vaso da fiori?
Per fortuna adesso al distretto minerario non c'era più lui a dettar legge, e con l'ispettore nuovo ci si poteva mettere d'accordo. Era tempo di finirla, con tutti quei lavativi a scarriolare terriccio fino alla bocca dei pozzi. Quando l'avanzamento ha esaurito un filone, che bisogno c'è di fare la ripiena? È tutto tempo perso, tutta gente che mangia a ufo. Si disarma, si recupera il legname, e poi il tetto frani pure. E non c'è nemmeno bisogno di tracciare gli avanzamenti a giro d'aria. Si può anche scavare a fondo cieco, basta un ventilatore che ci forzi l'aria dentro, no?
[...]
Non si prendeva un giorno di vacanza: l'aspiratore nuovo, da sessanta cavalli, non l'aveva forse fatto piazzare la mattina del primo maggio, che era un sabato, profittando delle due giornate di festa consecutive, per dare tempo al cemento di far presa? Gli operai facevano festa, ecco; era la festa dei lavoratori, e lui - lavoratore come gli altri, o forse no? - l'aveva passata alla bocca del pozzo nove bis, con l'ingegnere e i muratori. Non era mica andato a spassarsela a Follonica o a sentire il comizio. Due giorni di festa per loro, due giorni di bile per lui.
Ma la mattina del tre la festa era finita, e allora sotto a levare lignite. Si erano riposati abbastanza o no, questi pelandroni? Eppure il caposquadra aveva fatto storie: diceva che dopo due giorni senza ventilazione, giù sotto, era pericoloso scendere, bisognava aspettare altre ventiquattr'ore, far tirare l'aspiratore a vuoto, perché si scaricassero i gas di accumulo. Insomma, pur di non lavorare qualunque pretesto era buono.
L'aspiratore nuovo, i gas di accumulo, i fuochi alla discenderia 32 - come se i fuochi non ci fossero sempre, in un banco di lignite. Stavolta era stufo: meno storie, disse ai capisquadra, mandate cinque uomini della squadra antincendi a spegnere i fuochi, ma intanto sotto anche la prima gita. La mattina del giorno dopo, alle sette, la miniera esplose.
Rimasi quattro giorni nella piana sotto Montemassi, dallo scoppio fino ai funerali, e li vidi tirare su quarantatré morti, tanti fagotti dentro una coperta militare. Li portavano all'autorimessa per ricomporli e incassarli, mentre il procuratore della repubblica accertava che fossero morti davvero, in caso di contestazione, poi, da parte della sede centrale. Alla sala del cinema, ora per ora, cresceva la fila delle bare sotto il palcoscenico, ciascuna con sopra l'elmetto di materia plastica, e in fondo le bandiere rosse. Venivano a vederli da tutte le parti d'Italia, giornalisti con la camicia a scacchi, il berrettino e la pipetta, critici d'arte, sindacalisti, monsignor vescovo, un paio di ministri che però furono buttati fuori in malo modo.
[...]
E quando le bare furono sotto terra, alla spicciolata se ne andarono via tutti col caldo e col polverone di tante macchine sugli sterrati.
Io mi ritrovai solo sugli scalini dello spaccio, che aveva già chiuso, e mi sembrò impossibile che fosse finita, che non ci fosse più niente da fare.


Dal capitolo III, pagg. 45-46 (Federico)

Prima di cena scendevamo tutti insieme, con Corrado e la Marina, a prendere l'aperitivo - lo offriva quasi sempre lui, Fernaspe - e io ne profittavo per parlargli dello scoppio. Mi stava a sentire annuendo gravemente, sempre, e una volta anzi mi disse:
"Vedi, è un buon tema, e sono sicuro che tu sapresti svilupparlo bene, ma stai attento, perché c'è il pericolo di cadere nel solito neorealismo".
"Come sarebbe?" gli chiesi.
"Sì, tutte quelle gallerie, le case pericolanti, i minatori in attesa fuori del pozzo. C'è il pericolo di cadere nella cronaca di un certo tipo. E ora invece noi ci stiamo battendo per il passaggio dal neorealismo al realismo. Dalla cronaca alla storia. Tu hai visto Senso, vero?" Feci cenno di sì, lui prese un'oliva dal bancone e continuò:
"Lì c'è un netto accenno di passaggio dal neorealismo al realismo, dalla cronaca alla storia. La terra trema è un classico, no? Un classico del neorealismo. Insomma più avanti non si va, col mondo del lavoro, i pescatori, la presa di coscienza dei loro problemi eccetera. Il verismo di Verga diventa neorealismo e si esaurisce così. Il tuo tema, stando almeno a come me lo presenti, è sempre nel vecchio filone neorealista, e perciò è superato. Senso invece segna una svolta e un nuovo avvio, è già realismo, già storia. Da Boito, attraverso Fattori, si arriva alla constatazione della fine di un'epoca, che richiama la fine della nostra epoca". Abbassò la voce e sorridendo, quasi una confidenza, aggiunse: "Perché il tenente Mahler in fondo è lui".
"Lui chi?"
"Visconti, no? Tu ricordi, no?, ricordi le parole del tenente Mahler. Che cosa mi importa se oggi i nostri hanno vinto in un posto chiamato Custoza, eccetera. Mahler è consapevole della fine degli Absburgo, come Visconti è consapevole della fine della società borghese."
Io volevo obbiettargli che allora (nel 1866), il tenente Mahler non poteva essere consapevole della fine degli Absburgo (fu nel 1918, più di mezzo secolo dopo); e che la battaglia di Custoza fu chiamata così attorno al 1868, da uno storico militare di cui ora mi sfugge il nome (ma in quel momento lo sapevo); perciò Mahler, la sera della battaglia, e standosene a Verona, e ubriaco per giunta, e a letto con una donna, come faceva a sapere che c'era stata la battaglia di Custoza? Ma non ebbi tempo di dirglielo perché lui doveva scappare a casa, e poi a una conferenza sul realismo.


Dal capitolo IV, pagg. 64-66 (Alessio)


Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, m il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all'infinito.
Un simbolo sempre ritrovato, nelle apparenze, e che la gente accetta senza discutere: altrimenti come spiegherebbe le fortune delle diete dimagranti, del modello steccoluto e asessuato, il quale riassume ed eleva a modulo la donna arrivista, attivista, carrierista, stirata, tacchettante, petulante e negata quindi al coito verace? E infatti essa già mira alla fecondazione artificiale e magari alla gravidanza in vitro, ove vaghezza la punga di maternità, e insieme mira a ridurre il maschio un pecchione inutile.
Da tutto questo, mi pare, vien fuori la noia, l'incapacità, come dicono, di possedere gli oggetti, di entrare in rapporto con i bicchieri, i tram e le donne. ma io so che la noia finirebbe nell'attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinto ad alcunché, si esaurisce in se medesimo e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie.
[...]
... cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l'unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l'insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l'auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori, le droghe,...
[...]
Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l'uomo e la donna, ed inventarne ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati, a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta, telegrafata, inframammillare, subascellare, praticare l'irrumazione, la fellazione, la podicazione, il cunnilinguo e il symplegma trium copulatorum.


Dal capitolo V, pagg. 76-77 (Alessio e Fiamma)

(F) - Tu sei un uomo libero, no? e allora parla chiaro una volta tanto. Se vuoi io me ne vado.

(A) - Te ne vai dove?

(F) - Dove, non ti riguarda.

(A) - Ma sì che mi riguarda. Tu cosa fai sola, senza una lira, in una città come questa?

(F) - Ah, sì. Mi rinfacci anche la minestra che paghi?

(A) - Io non rifaccio niente. Sei tu che mi ricatti.

(F) - Che ricatto?

(A) - Sì, ricatto, perché sai bene che quando dici che dove vai non mi riguarda, a me invece mi riguarda e come. Responsabile sono io.

(F) - Responsabile? Ricordati che in vita mia me la sono cavata sempre da sola.

(A) - Sì, lo so come te la cavi, da sola.

(F) - Cosa vuoi dire?

(A) - Niente.

(F) - No, tu mi dici cosa vuoi dire. Io ho sempre lavorato, sai.

(A) - E va bene, hai lavorato sempre, ma ora sei qui e lavoro non ce l'ahi.

(F) - E tu trovamelo.

(A) - Ma che trovamelo, che trovamelo? Te lo trovai da sola. Lo hai detto tu, no?, che te la sei sempre cavata. Te la sei sempre cavata o no?

(F) - Insomma deciditi: se non mi vuoi io me ne vado.

(A) - No, guarda, me ne vado io, e tu resti. Anzi, guarda, preparami la valigia che me ne vado subito.

(F) - Ma dove vai, dove vai?

(A) - Torno da Mara.

(F) - Ecco, bravo, torna da Mara, torna da Mara. Tu vuoi questo, no? Una che ti rammendi i calzini, che ti tenga la roba in ordine e il sabato ti lasci andare con gli amici, al casino. E' questo che vuoi, no? Vai, vai da Mara.

(A) - E tu cosa fai?

(F) - Questo non ti riguarda.

(A) - E va bene. Preparami la valigia.

(F) - No, la valigia te la preparai da solo. Io non sono Mara che prepara le valigie e rammenda i calzini.

(A) - E allora me ne vado subito. La valigia la vengo a prendere domani.

(F) - Ma dove vai?

(A) - Questo non ti riguarda. Sono un uomo libero, no? Siamo due persone libere, no? E allora ciao.

Mi infilavo il mongomeri e sbattevo la porta di camera. La signora De Sio era in cucina e mi guardava con gli occhi preoccupati. Scendevo le scale buie, aprivo il portone e mi ritrovavo per strada, solo. Lei era alla finestra, lo sapevo, a guardarmi da dietro le persiane accostate, ma se mi voleva davvero doveva venire giù a riprendermi. E' giusto lasciare che un pover'uomo se ne vada in questo modo? Se le premo deve scendere, me lo deve dire lei resta, non te ne scappare, senza di te non posso vivere. Arrivato all'angolo entravo al bar delle Antille e ordinavo un grappino.


Dal capitolo VI, pagg. 94-100 (Michele, poi Fiamma)

(Michele)
E a guardare bene questo trasloco in periferia, nonché allontanarci ci avvicinava alla città. Finché fossimo rimasti nell'isola attorno alla Braida del Guercio, della città noi avremmo visto soltanto una fettina esigua, atipica, anzi falsa; avremmo visto, daccapo, pittori capelluti, ragazze dai piedi sporchi, fotografi affamati, ma non la città. Non si capisce Parigi standosene barbicato a Montmartre, né Londra abitando a Chelsea. Così non si capisce questa città ruotando attorno alla cittadella guercia, dove il capocellula fa il parrucchiere per cani, e i compagni sono così spaiati e balordi.
[...]
No, per intendere la città, per cogliere al disotto della sua tesa tetraggine il vecchio cuore di cui molti favoleggiavano, occorreva - adesso lo capivo - fare la vita grigia dei suoi grigi abitatori, essere come loro, soffrire come loro. Far vita di quartiere [...].
Di qui sarebbe nata la solidarietà, di qui il modo della riscossa, un milione e mezzo di formiche umane da stringere e scatenare contro i torracchioni del centro, contro i padroni mori e timbergecchi, contro i loro critici tirapiedi, e fare piazza pulita d'ogni ingiustizia, d'ogni sporcizia, d'ogni nequizia. Adesso capivo che sarebbe stato mutile e sciocco far esplodere io da solo - o con l'aiuto di Anna e di pochi altri specialisti - la cittadella del sopruso, della piccozza e dell'alambicco. No, bisognava allearsi con la folla del mattino, starci dentro, comprenderla, amarla, e poi un giorno, tutti insieme. Perciò io ero contento di abitare in questa periferia popolana e laboriosa, di vivere in casa con una coppia tipica di immigrati da una zona sottosviluppata, l'Alto Adige o Tirolo meridionale che dir si voglia, come erano appunto i coniugi Fisslinger. I quali innanzi tutto fabbricarono con quattro vecchie tavole due stipetti da tenere nell'ingresso e riporci le scarpe entrando da fuori. Perché entrando da fuori, se non volevamo sporcare le mattonelle lucidate a cera, conveniva togliersi le scarpe e infilare le ciabatte, che lì all'Upim si trovavano, da uomo e da donna, per poche centinaia di lire.
I due stipetti erano grossolani e senza sportelli, una cassa per ritto insomma, con un paio di ripiani; però sul davanti si poteva mettere un bel foglio di plastica a colori fantasia, e facevano la loro figura. La cucina era stretta per due coppie, bisognava tenerla in ordine, perciò ogni cosa andava ben allineata sopra due tavoloni a muro, uno per loro Fisslinger e uno per noi. E anche bisognava mangiare a turno: cucinare, mangiare e fare subito i piatti perché poi toccava agli altri cucinare, mangiare e fare i piatti.
Si sa, se lasci anche un piatto solo sporco nell'acquaio, subito vengono in folla le bestiacce. Una sera che Anna dimenticò un tegamino sporco d'uovo, rientrando trovammo la signora Fisslinger, la Inge, che correva su e giù per la cucina, battendo le mani per ammazzare un moscerino.
Appena alzati da tavola, i piatti. Anzi, era meglio tenere già pronta durante il pasto la pentolona sul fuoco per l'acqua calda della rigovernatura. E chiudere bene la porta di casa, a doppia mandata, prima di uscire. La porta di casa e anche tutte le finestre, perché eravamo a pianterreno. E per maggiore sicurezza anche la porta di camera, come appunto facevano i Fisslinger. E gli sportelli dell'armadio a chiave.
La mattina, prima ancora che suonasse la sveglia, mi svegliava la Inge, la prima a levarsi: andava in bagno a lavarsi e poi spazzava la casa e dava la cera per terra. Lui, l'Erich, si alzava quasi contemporaneamente a me e subito telefonava, non ho mai saputo a chi.
"Pronto Ivanov" lo sentivo dire a bassa voce. "Sì, sono qui. Bene, e tu sei lì? Ah, ecco, tra poco vengo lì anch'io."
E riattaccava. Bisognava anche stare attenti al boiler, cioè allo scaldabagno, perché pareva che fosse d'un tipo speciale, che dopo quattro ore di accensione scoppia. Perciò, raccomandava la signora Inge, orologio alla mano, ogni volta che si accendesse il bagno. Succedeva qualche volta che nell'attesa ci venisse voglia di fare all'amore, ma passate le quattro ore esatte la Inge bussava alla porta, interrompendoci.
"Signora Anna" diceva con una voce sommessa ma insistente. "Signora Anna, il boiler. "
E ci consigliava di non buttar via l'acqua calda, dopo il bagno, ma anzi di metterci i panni sporchi con un po' di detersivo in polvere, poi entrare nella vasca, tutti e due, e ritti in piedi pestare e pestare. È il principio della lavatrice automatica, spiegava Erich. Un giorno ci dissero di tenere ben chiusa la finestra di camera anche durante il giorno, perché nonostante le tendine la gente del palazzo di fronte vedeva ogni cosa, e s'erano lamentati in giro per lo spettacolo scandaloso.
Poche volte li intravedemmo, questi vicini, facevano capolino dalle finestre, e azzardammo un cenno di saluto, ma subito quelli abbassarono le tapparelle, come impauriti. E poi non si doveva cantare dopo le dieci sera, perché da sopra cominciavano a bussare arrabbiati.
E spostare il letto, perché contro la parete com'era, dall'appartamento accanto sentivano i nostri discorsi letterecci, e l'inquilino un bel giorno andò a lamentarsi dalla portiera, che avvertì la signora Inge.
"Signora Anna, l'inquilino sente."
"Sente cosa?"
"Tutto."
"Tutto cosa?"
"Tutto quello che dite voi due a letto." Anna diventava rossa.
"E non riesce a dormire."
Erich rientrava all'una, e mentre la moglie era in cucina a preparare, lui si riattaccava al telefono.
"Pronto? Landowski? Qui sono io. Sì, sono qui. Sono venuto subito qui, da lì. Tu sei ancora lì? Bene, ciao."
Poi mangiavano, la Inge lavava i piatti, spazzava la cucina, dava la cera per terra e subito ripartiva verso l'ufficio delle gomme. Il sabato e la domenica mattina faceva le pulizie generali: sotto il letto, nel bagno, in cucina vuotava tutti i barattoli - del sale, della pasta fine, dei fagioli. Li vuotava sopra una carta gialla, puliva bene il vetro vuoto, e rimetteva la roba a posto. Il marito era di là a leggere il giornale, Anna e io in camera nostra a fare all'amore, ma col letto accostato all'altro muro. Bussando alla porta ci interrompeva la signora Inge.

(Fiamma)
"Signora Anna" diceva piano. "Signora Anna, mi sente? Faccia la cortesia. Guardi, io accendo il boiler e poi esco. Fra quattro ore esatte, faccia la cortesia, lo spenga, altrimenti quello scoppia. Signora Anna? Guardi, sono le tre e dieci, alle sette e dieci spenga, faccia la cortesia." Anna rispondeva di sì, e poi si ricominciava da dove eravamo rimasti.
Spesso la sera, dopo rigovernati i piatti, uscivamo a passeggio nella nebbia. Fuori non s'incontrava una persona, soltanto nel cono di luce sporca dei lampioni qualche larva imbacuccata e frettolosa che scantonava verso casa fra lo sfrecciare delle automobili nere. Uscendo dai cinematografi a mezzanotte precisa filavano a letto, e li vedevo in faccia solo nell'attimo che sostavano dinanzi al portone per tirare fuori la chiave e aprire. Là poi si rinserravano subito dentro. Non una finestra illuminata: a quell'ora tutti avevano sbarrato le imposte e dormivano.
Lì nei paraggi c'erano un paio di bar con la televisione, il padrone sul podio della cassa con gli occhi vigili, perché tutti consumassero qualcosa, e la gente stava ammutolita a guardare. Qualche volta con Anna ci entrammo, cercando di attaccare discorso con gli spettatori, ridendo alle papere del presentatore, il giovedì sera, ma la gente ci guardava appena, e un po' storto anzi, e una sera un tale borbottò: "Ma che cosa ci sarebbe da ridere? Sai la grana che si fa, quello, altro che ridere."
Dicevano tutti la grana. La grana e poi i dané. La grana sarebbe quella che si prende, i dané quelli che si pagano, mi pare di aver capito.
"Ci vogliono tanti dané" dicevano appunto le donnette la mattina al mercato rionale, che era un grande padiglione basso e largo proprio in mezzo alla piazza. "Eh, sì, tanti dané." E così dicendo sostavano in fila silenziosa, tutte inteccherite davanti ai carrettini della frutta, dove un meridionale nero e berciante pesava le arance e le buttava in un imbuto di carta gialla. "Tanti dané."
"La grana, la grana" diceva invece il droghiere. Lo diceva con gli occhi, e con gli occhi stimolava il commesso, piccoletto e nervoso, a fare presto a fare tanta grana e subito.
"Desidera?"
Bisognava essere svelti a dire che cosa, perché dietro urgeva altra gente, e la drogheria aveva nome di mettere tutto dieci lire meno delle altre, di farti spendere meno dané.
"Mezzo chilo di stoccafisso."
"E poi?"
"Una scatola di tonno."
"E poi?"
"Tre etti di acciughe."
"E poi?"
"Borotalco."
"E poi?"
"Una bottiglia di acquetta."
"Cosa l'è l'acquetta?"
"La varechina."
"Sa l'è la varechina?"
"La candeggina."
"Ah, e poi?"
Se non dicevi subito che cosa, dopo 1'e poi, il commesso passava subito a un altro cliente, quello che ti stava fiatando ansioso nel collo, e a te toccava rifare tutta la coda daccapo. Così imparammo a rispondere a tono, e a entrare in negozio con le idee precise su cosa prendere.


Dal capitolo VIII, pagg. 124-127 (Giuseppe e Fiamma)

(G) Fu egualmente ferma e materna, quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.

(F) "Benedetto figliolo, ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque?"

(G) Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis.

(F) "Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all'assalto della trincea nemica. Le sue parole... Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice..."

(G) Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine.

(F) "Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venite su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l'opposto, cioè non su. ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l'alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l'inglese come è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone."

(G) E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza un cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m'interruppe.

(F) "Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi, oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po'... come dire?... un po' faticoso."

(G) Sorrise.

(F) "Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, state sempre dietro al testo, che oltre tutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede, tende a saltare, a omettere parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinsi la mano. Ebbene, l'inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui."

(G) Continuava a sfogliare le mie cartelle.

[...]

(F) "Locuzioni dialettali. Lei ha questo difetto, le locuzioni dialettali, come tutti i toscani, del resto. Per esempio lei traduce: Bottega di falegname. Bottega è un toscanismo, no?"

(G) Veramente non mi pare," risposi, trovando non so come il coraggio. "Leopardi parla appunto del legnaiuol che veglia nella chiusa bottega... E Leopardi non era toscano."

(F) "Be' be',Leopardi era Leopardi, Lui poteva anche permettersi qualche locuzione dialettale."

(G) Mi sorrise ancora.

(F) "Vede, ho corretto con un più italiano laboratorio di falegname eccetera.

[...]

(G) Io ormai tacevo, e forse ero anche rosso di vergogna, sperando solo che la vedova avesse vuotato il sacco e mi permettesse di andare via.

(F) "Un'ultima cosa, a volte lei appiattisce certi bei modi di dire inglesi. Per esempio qui. Lei dice che i mezzi da sbarco erano le mille miglia lontani dalle coste laziali. Questo suo le mille miglia è assai meno efficace che nel testo inglese, dove si parla di a hell of a distance, cioè di un inferno di distanza. Sente come è bello? I mezzi da sbarco erano a un inferno di distanza eccetera. È molto più robusto, questo inferno di distanza, non le pare?"

(G) Capii che mi voleva congedare e mi alzai. "La traduzione?" farfugliai sulla porta.

(F) "Be', ha visto, no? Vuole un consiglio? Si faccia prima le ossa con qualche editore minore, poi ritorni fra qualche mese, un anno. E si ricordi i miei consigli."

(G) Quella notte non chiusi occhio, e forse anche piansi.


Dal capitolo VIII, pagg. 131-133 (Federico)

Il caldo te lo paghi da te. Ti paghi il caldo, l'usura della macchina e del nastro, tutto quanto. È un lavoro che può rendere, ma nessuno te lo invidia né cerca di togliertelo, perché è parecchio faticoso e non piace. Non rientra nel gioco dei rapporti di forza aziendali, non dà né potere né prestigio, non è a livello esecutivo, e perciò te lo lasciano, e ti lasciano in pace. A1 massimo ti potranno sollecitare, ti potranno telefonare. Il lunedì per esempio è giornata di assillo, di tafanamento, e per metà ti va persa al telefono, perché quelli ritornano riposati da due giorni di festa, e si danno da fare, debbono dare la sensazione di star lavorando seriamente, e così per prima cosa, alle nove, telefonano sollecitando.
"Allora, a che punto siamo? Mi raccomando, al massimo entro il trenta, non oltre."
Dopo tutto è questo il loro compito, telefonare, tafanare i collaboratori. E non si può mandarli al diavolo, o farsi negare, o non rispondere al trillo. Uno dei miei punti di forza - lo ripetevo sempre ad Anna - doveva essere la puntualità nelle consegne. Altro punto, non rifiutare mai nessun lavoro. Il lavoro e la salute sono sempre i benvenuti, e chi li disprezza e li guasta è un mentecatto. Terzo punto, non andare mai a letto prima di aver finito un certo numero di cartelle a macchina. Venti cartelle ogni giorno, compresa la domenica. Venti cartelle di duemila battute. Tutti i giorni, perché poi bisogna calcolarci anche il tempo per rileggere, tre o quattro giorni al mese in tutto, e un giorno che va perduto per fare il giro delle consegne, alla fine del mese.
Sono perciò venticinque giorni a cartelle piene, cinquecento cartelle mensili complessive, che a quattrocento lire l'una danno duecentomila lire mensili. Sessanta vanno a Mara, trenta al padrone di casa, dieci fra luce gas e telefono (e d'inverno anche di più, perché bisogna tenere acceso quasi tutto il giorno, mentre d'estate si consuma meno luce, ma bisogna lavarsi più spesso, e allora quello che hai risparmiato di lampadine ti va per lo scaldabagno), venti di rate fra mobili vestiti e libri (si potrebbe anche non leggere, ma i vocabolari li devi comprare), quindici fra sigarette, caffè, giornali e qualche cinema, cinque fra pane e latte, e ti restano sessantamila mensili. per il companatico e gli imprevisti.
Se tutto va bene. Perché ci sono certi che il lavoro lo pagano metà subito e metà alla pubblicazione, che può essere anche due, tre anni dopo la consegna, e così una parte di capitale rimane ferma, e nel frattempo il costo della vita è aumentato, la moneta si è svilita. Oppure capita che una segretaria si impunti a voler contare le battute una per una, a dimostrarti che la tua cartella non è di duemila, che è di meno. Per esempio quando c'è parecchio dialogo, dice lei, non puoi pretendere che ti paghino come rigo un semplice sì di risposta. Poi può anche succedere che il lavoro non vada bene, e allora il costo della revisione te lo addebitano, ti levano un centinaio di lire per cartella, da dare al revisore.
Insomma sono duecentomila lire teoriche, su cui gravano parecchi incerti. E poi non bisogna dimenticare che quelle duecentomila lire sono il lavoro non di una, ma di due persone, perché a macchina batteva Anna, e anche quella era fatica. Se tu prendessi una dattilografa, le sue settanta, ottanta, anche cento lire a cartella, le vorrebbe di certo, quella.
Una volta ricordo che riuscimmo a fare centocinquanta cartelle in due giorni, perché ci urgevano cinquantamila lire da dare al ginecologo, e ce la facemmo ma poi per quarantott'ore restammo fermi tutti e due, fra i postumi dell'intervento e la sgobbata.


Dal capitolo VIII, pagg. 139-140 (Fiamma, poi in simultanea con Federico che legge la traduzione italiana delle ultime frasi in inglese)

Certe notti, quando non riesco a prendere sonno, mi sfilano in processione dinanzi agli occhi Salvatore Giuliano e le donne artificialmente feconde, il colonnello Maverick e il generale Sirtori, ciascuno recando una sua parola sorda e irridente, Virginia Oldoini, Carl Solomon, Gad Dov Ygal, la testa mozza del povero Languille, Beverly ragazza di vita, Nikita Krusciov, Teseo, Arthur Sears maniaco sessuale, Peloncillo Jack, Pop operaio anziano alla catena di montaggio, John Kennedy, Percepied, i ganzi di Germaine Necker, il tarsio animale fantasma, la conferenza di Locarno, Mona- Mara- June e la nana di Cosmococcic Telegraph Company, Albert Budd, il socialista Vandervelde, la legge settantacinque, socialista anche quella, che chiuse le case, Ivan Grozni, la Venere ottentotta, John Whistler al vecchio ponte di Battersea, il sacrificio di Capodanno, la faglia, il neutrino, Marx giovane e il Lenin dei taccuini, Sìdi- Bel- Abbès, l'Ondulata Otto, Jack Andrus, l'Astronomo Reale, i Cappellani, le Corone e i Giovani Turchi armati di pistole zip, mille idee per aumentare le vendite e Leonardo da Vinci detective ad Amboise. Ciascuno di costoro m'ha portato via un pezzo di fegato, e tutti insieme m'hanno dannato l'anima, mi hanno stravolto persino l'infanzia. Quando non riesco a prendere sonno, penso alle mie vacanze, bambino, su a Streetrock, o nei prati attorno a Plaincastle, a St. Flower, ad Archback, a Chestnutplain. Ripenso ai lunghi viaggi sulle strade verso Download, Hazely, Copperhill, Meadows, Bouldershill, Gaspings, e poi il ritorno, dalla parte del camposanto di Scrub, nella grande pianura open to winds and to strangers. Then from everywhere crowds had rushed to this newly- found Mecca: black dealers from the South, carrying suitcases filled with oil, speculators from the North, determined to start new enterprises in this promising area, prostitutes, shoeblacks, tramps, ballad- singers, pedlars of combs and shoe-laces, fortune tellers with a parrot and an accordion, and little by little all the others: land officers, policemen, insurance brokers, craftsmen, school teachers and priests.

(Federico)
E poi, da ogni parte, orde di gente si sono precipitate su questa mecca appena scoperta: commercianti neri dal sud, con valigie piene di olio, speculatori dal nord determinati a fondare nuove imprese in quest'area promettente, prostitute, lustrascarpe, vagabondi, cantastorie, venditori ambulanti di pettini e lacci, indovini col pappagallo e la fisarmonica. e dopo, a poco a poco, tutti gli altri: ispettori del catasto, poliziotti, assicuratori, artigiani, maestri e preti.


Dal capitolo IX, pagg. 153-155 (Alessio)

Poi un giorno lo rinchiusero all'ospedale, e suo fratello telefonava a tutti, diceva di andarlo a trovare, che gli avrebbe fatto bene, gli avrebbe tirato su il morale. Alla seconda telefonata mi decisi, perché nel frattempo sono diventato anch'io come gli altri, non ho tempo per i guai del prossimo, e trovai Enzo in corsia, sepolto sotto le coperte. A sentirsi chiamare mise fuori uno spicchio di capo, un occhio appena, nero e furibondo. I medici gli avevano fasciato le mani perché il sangue cattivo gli pizzicava la pelle e a furia di grattarsi s'era riempito di piaghe.
Eppure parlava sempre volentieri, mi chiedeva chi vedi, di' anche agli altri che vengano a trovarmi, che non mi scordino, e continuava a rimproverarmi perché sto sempre solo e non vado mai da nessuno. Era anche contento di come lo trattavano i medici, aveva fiducia nelle medicine, era sicuro di farcela, di campare. E invece Enzo morì.
Entrai in camera sua una settimana prima, e di vivo ormai aveva soltanto gli occhi neri e furibondi. Per il resto era uno scheletro coperto di pelle terrea, e stava appoggiato al muro, con la bottiglia dell'ipodermoclisi appesa vicino al crocifisso, e la cannuccia di gomma che terminava in un ago infilzato nella pelle del braccio. Le mani gli si erano fatte stranamente grosse, nodose, e le muoveva appena.
[...]
Poi rivolse a me gli occhi incattiviti, vivi soltanto di rancore, e mi disse "Tu scrivi. Io crepo".


Dal capitolo X, pagg. 157-159 (Elvio)

È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l'occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l'età media, la statura media, la produttività media e la media oraria al giro d'Italia.
Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l' asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda.
A tutti. Purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanari l'un con l'altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.
Quassù io ero venuto non per far crescere le medie e i bisogni, ma per distruggere il torracchione di vetro e cemento, con tutte le umane relazioni che ci stanno dentro. Mi ci aveva mandato Tacconi Otello, oggi stradino per conto della provincia, con una missione ben precisa, tanto precisa che non occorse nemmeno dirmela.
E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù.


Dal capitolo X, pag 162 (tutti)

(Alessio) Scomparsi i metalli, gli uomini avranno barbe fluenti.

(Federico) Scomparse le diete dimagranti e i pregiudizi pseudoestetici, le donne saranno finalmente grasse.

(Fiamma) Scomparsa la carta, non avremo né moneta né giornali né libri.

(Elvio) Perciò, trasmettendosi le notizie di bocca in bocca, noi non sentiremo né le false né le superflue.

(Giuseppe) Senza libri, la letteratura dovrà tramandarsi per tradizione orale, e la tradizione orale non potrà non scegliere i soli capolavori.

(Michele) Vedremo automobili ferme per via, senza più carburante, e le abbandoneremo ai giochi dei bambini, ai quali però nessuno dovrà dire che cosa erano, a che cosa servivano quelle cose un tempo.

(Alessio) Ovunque cresceranno vigorose erbe e piante, in breve l'asfalto si tingerà tutto di verde, con immediato miglioramento del clima.

(Federico) Anche le zone umide e nebbiose diventeranno abitate.

(Elvio) Gli animali domestici passeggeranno liberi e robusti in mezzo a noi, galline, dromedari, pipistrelli, pecore eccetera.

(Michele) Cessato ogni rumore metalmeccanico, suonerà dovunque la voce dell'uomo e della bestia.

(Giuseppe) Liberi da ogni altra cura, noi ci dedicheremo al bel canto, ai lunghi e pacati conversari, alle rappresentazioni mimiche e comiche improvvisate. Ciascuno diventerà maestro in queste arti.

(Fiamma) Non essendovi mezzi meccanici di locomozione, ci sposteremo a dorso d'asino o a piedi, e questo favorirà l'irrobustimento dei corpi, con immeditati vantaggi fisici ed estetici.

(Alessio) Grandi, barbuti, eloquenti, gli uomini coltiveranno nobili passioni, quali l'amicizia e l'amore.


Dal capitolo X, pagg. 170-172 (Federico)

Il bottegone è una stanza enorme senza finestre, con le luci giallastre sempre accese a illuminare le cataste di scatole colorate. Dal soffitto cola una musica calcolata per l'effetto ipnotico, appesi al muro ci sono specchi tondi ad angolazione variabile e uno specialista, chiuso chissà dove, controlla che la gente si muova, compri e non rubi.
Entrando, ti danno un carrettino di fil di ferro, che devi riempire di merce, di prodotti. Vendono e comprano ogni cosa; gli emitori hanno la pupilla dilatata, per via dei colori, della luce, della musica calcolata, non battono più le palpebre, non ti vedono, a tratti ti sbattono il carrettino sui lombi, e con gesti da macumbati raccattano scatole dalle cataste e le lasciano cadere nell'apposito scomparto. Nessuno dice una parola, tanto il discorso sarebbe coperto dalla musica e dal continuo scaracchiare delle calcolatrici.
Il bancone giù in fondo è quello delle carni. Dietro c'è una squadra di macellai e macellaie che spartono terga di bove, le affettano, le piazzano sul vassoino di cartone, le involgono nel cellofan e poi richiudono con un saldatore elettrico. Davanti al bancone sostano le donnette, ognuna ha in mano un vassoino di carne e lo guarda senza vederlo, lo tasta, lo rimette al suo posto, ne piglia un altro. La donnetta accanto a lei prende a sua volta il vassoino scartato, lo guarda, lo tasta, lo rimette al posto suo, e avanti. Nelle ore di punta il vassoino non fa nemmeno più in tempo a ritornare sul bancone: appena visto e tastato, passa in mano a un'altra donna, percorre tutta la fila delle donnette chine come tanti polli a beccare in un pollaio modello. Poi ritorna indietro.
Sarebbe una grossa perdita di tempo, e di guadagno, ma ci sono degli specialisti in borghese che, alle spalle delle donnette ipnotizzate, provvedono di soppiatto a colmare fino al dovuto il carrello in attesa, oppure a spostarlo, in modo che i più solerti, sbagliandosi, stivino di merce anche il veicolo dei più tardivi, e tutti, alla fine, abbiano comprato pressappoco la stessa roba, e nella stessa quantità.
Continua la musica ipnotica e quando la gente è arrivata alla cassa, ormai paga automaticamente tutto quel che si ritrova a trascinare nel carretto. Gli emitori con automobile spesso prendono due carretti a testa e non se ne vanno finché non li abbiano visti ben pieni.
La fila delle cassiere è sempre attiva ai calcolatori, e le dita saltabeccano di continuo sui tasti, come cavallette impazzite. In testa hanno un berrettino azzurro col nome del bottegone, non battono palpebra, fissano i numerini con le pupille dilatate, e ogni giorno hanno il visino più smunto, le occhiaie più bluastre, il colorito più terreo, il collo più vizzo, come tante tartarughette.
Ci sono anche giovinastri neri e meridionali, con scatole e appositi portacarichi, i quali trascinano fino alle auto la caterva degli acquisti, dodici bottiglie di acqua gazzosa, dieci pacchetti di gallettine, olive verdi col nocciolo e senza, gli assorbenti igienici per la signora, perché tanto anche 'sto mese ci sono stati attenti, un osso di plastica per il barboncino, venti barattoli di pomodori (anzi di pomidoro, dicono), un pelapatate americano brevettato, che si adopera anche con la sinistra, í grissini, gli sfilatini, i salatini, gli stecchini, i moscardini e i tovagliolini di carta con le figure a fantasia, tanto spiritosi, tanto divertenti.
Io lo dico sempre, metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli.


Dal capitolo XI, pagg. 194-195 (Giuseppe)

Anna mi ripete abbastanza spesso che ogni tanto dovrei muovermi, vedere gente, non soltanto quella utile per i rapporti di lavoro, ma anche così in generale. È il discorso del povero Enzo, che in vita sua curò sempre le proprie pubbliche relazioni, e quando fu morto dietro al carro funebre ebbe appena qualche amico di Lodi, tre o quattro malmaritate e me.
No, è brutto concludere così, ma vedere gente non serve a nulla e anzi è una perdita di tempo. E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all'esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati). Dicono: "Scusa ho premura, ho una commissione, scappo" e subito scappano, davvero riscivolando taciti sul marciapiede. Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perché tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne e ossa o se invece è soltanto un'immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti dicono: "Fatti vedere".
Dentro le ditte è la stessa cosa: uno che magari al mattino ti ha teletafanato per il lavoro, lì pare sorpreso che tu arrivi proprio col lavoro che ti aveva chiesto al mattino. Sorpreso, stanco e un poco seccato, perché la tua presenza, adesso, è un assillo, un tafano per lui. Prende il lavoro, lo guarda dubbioso, dice vedremo e lo mette in un cassetto, e poi ha da fare, e così io me ne vado. Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c'è odore di morto, aria di chiuso, stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l'influenza.
Non vedi l'ora d'essere per strada, dove almeno la gente che passa non la conosci affatto, a parte quei gusci che dicono: "Fatti vedere". Ma che cosa volete vedere, che cosa volete, voi ectoplasmi?

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