I libri in testa
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Sabato 27 maggio 2006, ore 18
Roma, Libreria Croce
Buon lavoro
Dodici storie a tempo indeterminato
Un incontro con la raccolta di racconti di
Federico Platania
con letture a margine


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


La quarta di copertina
Non sempre il posto fisso è la soluzione a tutti i problemi. I protagonisti di questo libro scoprono a loro spese che un contratto a tempo indeterminato può trasformarsi in una trappola claustrofobica, senza alcuna possibilità di crescita professionale e umana.
Buon lavoro racconta di questo appiattimento, mettendo in scena vicende d'ufficio che si svolgono in anonimi palazzi aziendali e che inesorabilmente scivolano verso conclusioni inquietanti.
È il racconto di una nuova generazione di "colletti bianchi", che delinea un quadro sconfortante e grottesco della vita impiegatizia contemporanea.

Il libro, ospitato nella brutta fissazione dell'autore. 


Le letture


        1. Federico Platania, L'uccellatore (Progressione geometrica), I parte
        2. Abraham B. Yehoshua, da Il responsabile delle risorse umane
        3. Federico Platania, L'uccellatore (Progressione geometrica), II parte
        4. Knut Hamsun, da Sotto la stella d'autunno
        5. Federico Platania, L'uccellatore (Progressione geometrica), III parte
        6. Andrea De Carlo, da Tecniche di seduzione
        7. Federico Platania, L'uccellatore (Progressione geometrica), IV parte
        8. Franz Kafka, da Il castello
        9. Federico Platania, L'uccellatore (Progressione geometrica), finale
        10. Robert Walser, da I fratelli Tanner
        11. Federico Platania, da Gracchiante

Federico Platania (Michele), L'uccellatore (Progressione geometrica), in Buon lavoro, Fernandel, 2006 (I parte: la telefonata)

Il telefono ha squillato. Uno squillo solo, più breve del solito. Ho alzato la cornetta comunque. Si è sentito un fischio cupo, costante. Ho riagganciato. Il telefono ha squillato di nuovo, stavolta nel modo solito. Ho alzato la cornetta.
"Sì?", ho detto.
"Tenore?", ha chiesto una voce.
"Sì", ho risposto io.
"Buongiorno, è la reception. C'è un pacco per lei", ha detto la voce.
"Va bene, faccia salire", ho detto io. Ho riagganciato.
Ho rivolto lo sguardo al documento sul monitor. Ho cliccato in un punto bianco dello schermo. Poi con i tasti ho fatto fare su e giù al testo un paio di volte. Il telefono ha squillato di nuovo.
"Sì?", ho detto.
"Tenore, il pony vuole sapere dov'è la sua stanza", ha detto la voce di prima. Sono stato in silenzio per qualche secondo. "È la solita. Quella che avete voi a sistema", ho risposto poi.
"Sì, ma il pony dice che vuole sapere esattamente come ci si arriva", ha detto la voce.
"Quando esce dall'ascensore deve girare a destra", ho detto io. C'è stato qualche secondo di silenzio. "Comunque ci sono le targhette sulle porte", ho detto poi. "Sì, sì, va bene, grazie", ha detto la voce. Ha riagganciato.
Sono tornato a guardare lo schermo. Ho sgranato gli occhi. Poi li ho socchiusi. Li ho riaperti e ho ricominciato a leggere il documento. Il telefono ha squillato.
"Sì?", ho detto.
"Sì, mi scusi, il pony qui vuole sapere... esattamente... quando è uscito dall'ascensore ed è andato a destra, dopo quante porte c'è la sua stanza?", ha detto la voce.
Sono stato qualche secondo in silenzio. Ho guardato il numero sul display. Era il numero della reception. "Non lo so", ho risposto. Siamo rimasti entrambi in silenzio. "Dopo tre o quattro porte credo... sulla destra", ho detto poi.
Dalla cornetta è provenuto un borbottio. Poi ho sentito il portiere che si schiariva la voce. "Non è che potrebbe controllare?", mi ha chiesto. Non ho detto nulla. Ho guardato il monitor. Ho chiuso il documento che stavo leggendo. "Un attimo", ho detto. Ho appoggiato la cornetta accanto alla tastiera del computer e mi sono alzato.
Ho aperto la porta. Nel corridoio è passato Romoli con un caffè in mano. "Ciccio, tra un po' si va a mensa, eh?", ha detto. Io l'ho guardato senza rispondere. "Ciccio dormi?", ha detto Romoli. Con l'indice destro ha premuto contro la mia pancia e ha fatto un fischio. Io ho fatto un salto indietro. Romoli ha proseguito. Quando non era più in vista mi sono affacciato meglio. Ho contato le porte tra lo sbarco ascensori e la mia. Erano tre. Sono rientrato.
Ho preso la cornetta. "La mia è la quarta porta sulla destra", ho detto. Dall'altra parte non ha risposto nessuno. "Pronto?", ho detto. Si sentivano solo voci di sottofondo. "Pronto?", ho detto a voce più alta.
Si è sentito un rumore forte, poi qualcuno ha sbuffato. "Pronto?", ha detto una voce femminile. "Pronto, è la reception?", ho chiesto io. "Sì", ha risposto la donna. "Mi può passare il suo collega?", ho chiesto io. "Quale collega?", ha risposto la donna.
Sono rimasto qualche secondo in silenzio. "Qualche minuto fa ho ricevuto una telefonata dalla reception, da voi. Era un uomo", ho detto io.
"Ah, Fantinelli", ha detto la donna. "Ecco, me lo può passare?", ho chiesto io. "Ma Fantinelli è appena andato via, ha finito il turno", ha detto la donna. C'è stato qualche secondo di silenzio. "Ma lei chi è?", mi ha chiesto poi la donna.
"Sono Tenore", ho detto io. Non c'è stata nessuna risposta. "Forse mi può aiutare lei", ho detto io. "Ma certo, mi dica", ha detto la donna. "Ecco, lì ci dovrebbe essere un pony con un pacco per me". C'è stato qualche secondo di borbottio distante. "Sì, effettivamente c'è un pony con un pacco per Tenore. Lo mando su?", ha chiesto la donna. "No", ho detto io. C'è stato qualche secondo di silenzio. "Ah", ha fatto la donna. "Voglio dire, prima gli dica che la mia porta è la quarta sulla destra", ho detto io. "Ah, l'ubicazione che abbiamo a sistema non è corretta?", ha chiesto la donna. "No, è giusta. Solo che il pony vuole sapere quante porte ci sono tra l'ascensore e la mia stanza...", ho detto io. C'è stato qualche secondo di silenzio. "Va bene, glielo dico. Arrivederci", ha detto la donna. Ha riagganciato.


Abraham B. Yehoshua (Giuseppe), da Il responsabile delle risorse umane, Einaudi, 2004, traduzione di Alessandra Shomroni

- Sono quasi sicura che sia questa la persona che cerca, - la segretaria indica solennemente la foto; - le stampo subito la scheda così potrà controllarla di persona. E adesso che conosciamo la data di assunzione potrò persino rintracciare la minuta del colloquio che ha avuto con lei.
- Sono stato io ad assumerla? - Il responsabile del personale è stupito, ma non le riconsegna ancora il bambino, che intanto gli sta schiacciando un orecchio con la manina.
- E chi altri sennò? Lei è stato trasferito qui lo scorso luglio e come prima cosa ha preteso di occuparsi personalmente di tutte le assunzioni e i licenziamenti.
-Ma per quale incarico? - domanda il dirigente, turbato dalla scoperta di avere anche lui un legame con la donna morta. - In quale reparto? Con quali mansioni? Chi era il suo diretto superiore? Cosa dice il computer?
Il computer, però, è piuttosto vago. A giudicare dal numero di codice, la donna era in una delle squadre di pulizia che girano fra i diversi reparti e uffici. - Allora non c'è da meravigliarsi che anche la sua morte sia passata inosservata... - mormora il dirigente con tristezza.
Ma la segretaria, veterana del reparto e promotrice di ottime iniziative quali il cambiamento del nome da "Ufficio del Personale" a "Dipartimento delle Risorse Umane", o la scannerizzazione al computer delle fotografie dei dipendenti, non concorda con il suo superiore che di tanto in tanto ha ancora bisogno dei suoi consigli. Non è possibile che l'assenza di un lavoratore passi inosservata. Sopra ogni dipendente, anche l'ultimo dei facchini o degli addetti alle pulizie, c'è sempre qualcuno che ne controlla la presenza e si preoccupa di assegnargli i compiti.
Una febbre professionale , o forse persino etica, sembra avere investito la donna al punto da averle fatto dimenticare la sua casa, che solo fino a un'ora prima aveva lottato per non lasciare, e i due figli maggiori, in attesa della cena. Anche la tempesta invernale che infuriava contro le finestre si è calmata. Pare che gli scrupoli del proprietario della fabbrica si siano insinuati attraverso la porta chiusa e abbiano contagiato la segretaria che, colta da frenesia per la nuova missione, con la stessa efficienza con cui ha rintracciato al computer l'identità della vittima sfila ora da uno schedario la minuta del colloquio sostenuta dalla donna uccisa con il suo superiore la scorsa estate, completata da un breve commento del medico dell'azienda.
[...]
"Adesso ho molto più che una traccia per arrivare a questa donna", pensa soddisfatto il responsabile delle risorse umane entrando nel suo ufficio. Sgombra la scrivania, si immerge nella lettura del contenuto del raccoglitore sottile preparato dalla segretaria e sulle prime evita di guardare la fototessera stampata. Ma il viso aperto di quella donna di quarantotto anni attrae il suo sguardo. Ha gli occhi chiari e da sopra le palpebre una linea esotica, forse nordica, oppure asiatica, scende obliqua verso il naso. Un collo lungo e rotondo si rivela in tutta la sua bellezza. Per un istante il dirigente dimentica che quella donna non esiste più - forse il suo corpo è stato maciullato dalla bomba - ed è rimasta solo l'indifferenza burocratica per il suo destino quale traccia a rivendicare la sua esistenza.


Federico Platania (Elvio), L'uccellatore (Progressione geometrica), in Buon lavoro, Fernandel, 2006 (II parte: l'invito alla festa - arriva il pony)

Ho ripreso il mouse e ho cominciato a cercare il documento che avevo chiuso prima. Ha subito squillato il telefono. Ho alzato la cornetta.
"Sì?", ho detto.
"Ciccio, è mezz'ora che è occupato, con chi stavi parlando?", ha detto Romoli.
"Oh, Romoli, la mensa... Mi sa che non posso venire. Sto...". Romoli mi ha interrotto.
"Ma quale mensa. Ti chiamo dalla 115. Raggiungimi qui. Laurenti e la Delfini si sposano, no? C'è un buffet che svieni", ha detto Romoli.
"Laurenti e la Delfini si sposano?", ho detto io.
"E che non lo sapevi?", ha chiesto Romoli.
"No", ho detto io.
"Ciccio tu non sai mai un cazzo. Ma com'è 'sta cosa?", ha detto Romoli. Ha riso. Io non ho risposto nulla.
"Sono quindici anni che stai in quest'azienda e non ti accorgi mai di niente", ha detto Romoli poi.
Sono rimasto in silenzio per qualche secondo. "Comunque adesso arrivo", ho detto io.
In sottofondo ho sentito un voce che chiedeva "ma chi è? Tenore?" e Romoli dire "sì". Poi si è sentito un rumore frusciante. "Tenoreeeee! Alza il culo e vieni!", mi ha urlato nell'orecchio una voce che non ho riconosciuto. Si sono di nuovo sentiti dei rumori, risate sommesse. "Ciccio, vieni dai", ha detto poi Romoli e ha riagganciato.
Il telefono ha squillato subito dopo che avevo messo giù.
"Sì?", ho detto io.
"Tenore?", ha chiesto una voce femminile.
"Sì", ho risposto io.
"Salve, è la reception", ha detto la donna.
"Mi dica", ho detto io.
"Mi scusi... dopo quante porte ha detto che c'è la sua stanza?", ha chiesto la donna.
"Tre", ho risposto io.
"Ok, terza stanza", ha detto la donna.
"No", ho detto io.
"No?", ha chiesto la donna.
"No", ho detto io.
C'è stato qualche secondo di silenzio.
"Se ci sono tre porte tra l'ascensore e la mia stanza, la mia stanza è la quarta porta dopo l'ascensore", ho detto io.
"Vabbe', dipende da come uno conta", ha detto la donna.
C'è stato qualche secondo di silenzio.
"Senta, facciamo così, mandi su il pony e gli dica che lo aspetto in corridoio", ho detto io. Ho riagganciato.
Mi sono alzato e ho aperto la porta. Ho guardato fuori. Non c'era nessuno. Sono rientrato in stanza. Ho guardato l'orologio. Ho alzato la cornetta. Ho iniziato a comporre un numero. Poi ho riagganciato. Sono uscito di nuovo. Il corridoio era deserto. Sono uscito chiudendomi la porta alle spalle. Ho raggiunto il bagno per lavarmi le mani. Dopo aver chiuso il rubinetto mi sono girato verso il distributore delle salviette. Era vuoto. Ho sgrondato le mani nel lavandino. Sono uscito per cercare altre salviette nel bagnetto accanto. La porta era chiusa dall'interno. Da dentro arrivava il rumore continuo dello sciacquone. Ho bussato. "È occupato?", ho chiesto. Nessuno ha risposto. Ho di nuovo fatto forza sulla maniglia con la mano bagnata. Era bloccata. Sono uscito con le mani che gocciolavano piano.
Nel corridoio c'era il pony con un pacco sotto l'ascella e un foglio in mano. Con il braccio libero stava bussando alla terza porta dopo l'ascensore. "Buongiorno, cerca me immagino", ho detto arrivando di corsa.


Knut Hamsun (Alessio), da Sotto la stella d'autunno, Iperborea, 1995, traduzione di Fulvio Ferrari

Infine tutti i tubi vennero posti, i rubinetti avvitati, e l'acqua sprizzò nel lavandino con grande forza. Grindhusen si era fatto prestare da qualcun altro gli arnesi necessari, così ci fu possibile misurare un bel po' di buchi qua e là, e quando, qualche giorno più tardi, finimmo di colmare il canaletto fino al pozzo, il nostro lavoro alla canonica fu terminato. Il pastore era soddisfatto di noi e si offrì di appendere al palo rosso un cartello con su scritto che eravamo maestri nella costruzione di condutture per l'acqua. Ma ormai la stagione era avanzata, il gelo poteva arrivare da un momento all'altro e penetrare nel terreno, e un cartello del genere non ci sarebbe servito a nulla. Lo pregammo quindi di ricordarsi di noi a primavera. Ci trasferimmo poi alla fattoria vicina per cavare le patate. Non prima, però, di aver promesso di far visita alla famiglia del pastore quando ne avessimo avuto l'occasione.
C'era molta gente nel nostro nuovo posto di lavoro e ci dividemmo in squadre: ci trovavamo bene, eravamo allegri. Ma quel lavoro non sarebbe durato più di una settimana, poi saremmo stati di nuovo disoccupati. Una sera venne da noi il pastore e si offrì di assumermi come garzone alla canonica. L'offerta era buona e io vi riflettei su un momento, ma alla fine rifiutai. Preferivo andarmene in giro a vagabondare, libero, prendendo il lavoro che mi capitava, dormendo all'aperto e sorprendendo di tanto in tanto me stesso. Avevo conosciuto un uomo, sul campo di patate, con cui volevo mettermi in società, quando mi fossi separato da Grindhusen. Vedevamo le cose allo stesso modo e, a quanto potevo sentire e vedere di lui, era un buon lavoratore.


Federico Platania (Fiamma), L'uccellatore (Progressione geometrica), in Buon lavoro, Fernandel, 2006 (III parte: incontro con il pony - si va alla festa)

Il pony mi ha guardato, poi ha guardato il foglio che aveva tra le mani. L'ha prima allontanato e poi riavvicinato ai suoi occhi. Poi mi ha guardato. Non ha detto nulla.
"Sono Tenore", ho detto io. Ho indicato il pacco con un cenno del mento. "È il pacco per me", ho detto.
Il pony mi ha guardato di nuovo, poi ha dato un'occhiata alla porta avvicinandosi con il naso alla superficie. "Quella lì non è la mia porta", ho detto io. Il pony mi ha guardato, poi ha guardato il foglio. "La mia porta è questa", ho detto indicando la mia stanza.
"Ma lì ci ho già bussato e non c'è nessuno", ha detto il pony.
"È chiaro che non c'è nessuno. Sono qui. Ero fuori stanza", ho detto io.
Il pony mi ha guardato. "Come mai era fuori stanza? Giù alla portineria non le hanno detto che stavo salendo?", mi ha chiesto poi.
C'è stato qualche secondo di silenzio.
"Il pacco...", ho detto. Il pony mi ha guardato. Io ho aperto la porta. Sono entrato e mi sono seduto alla scrivania. "Venga, si accomodi", ho detto al pony.
Il pony è entrato. Si è guardato intorno. "Quanti anni sono che lavora qui lei?", mi ha chiesto. L'ho guardato senza dire nulla. Il pony ha sorriso senza staccarmi gli occhi di dosso. "Quindici", ho detto poi abbassando lo sguardo.
"E lei in quindici anni ancora non sa quante porte ci sono tra l'ascensore e la sua stanza?". Ho guardato il pony senza dire nulla. Il pony sorrideva. "Non sono stato sempre qui", ho detto. Il pony si è guardato nuovamente intorno. Io ho guardato il pacco sotto il suo braccio.
"Ah", ha fatto il pony. Ha poggiato il pacco davanti a me sulla scrivania. Era una piccola scatola di cartone, quasi completamente ricoperta di scotch da pacchi.
"Firmi qui", ha detto il pony. Ha appoggiato sul pacco un foglio con una lunga lista di nomi. Non erano in ordine alfabetico. Ho cercato il mio cognome. "Qui", ha detto il pony picchiettando con una penna in un punto del foglio. Ho visto un minuscolo puntino d'inchiostro. Ho lasciato la mia firma a partire da quel punto, coprendo in parte lo spazio per il cognome sopra il mio.
Ho sollevato gli occhi verso il pony. Il pony mi ha guardato senza dire nulla. Poi ha guardato la mia firma sul foglio. Ha riabbassato lo sguardo sul pacco e poi ancora verso di me. "Arrivederci", ha detto alla fine. È uscito senza chiudere la porta.
Ho preso il pacchetto con tutte e due le mani. Era molto leggero. L'ho riappoggiato sulla scrivania. Con l'unghia del pollice ho cercato di sollevare uno degli strati di scotch che lo ricoprivano. Ha squillato il telefono.
"Sì?", ho detto io.
"Ciccio, guarda che mica sei tu lo sposo che ti puoi fare aspettare così. Qui Laurenti si offende", ha detto Romoli.
"Arrivo", ho detto io e ho riagganciato. Ho lasciato il pacchetto sulla scrivania e sono uscito.
Sono arrivato alla 115. Fuori c'era Romoli con la segretaria di Mannino. "Oh Ciccio, finalmente", ha detto Romoli. Ho sorriso a tutti e due. Ho messo un piede nella stanza. Romoli mi ha tirato per la giacca. "La tua quota per il regalo l'ho messa io", mi ha detto a bassa voce in un orecchio. "Grazie", ho detto io. Sono entrato.
Dentro c'erano una dozzina di colleghi. Avevano unito le due scrivanie al centro e avevano sistemato lì sopra i vassoi con tramezzini e pasticcini e quattro o cinque bottiglie. Sono andato dritto in fondo, dove c'era Laurenti. "Congratulazioni", ho detto stringendogli la mano. "Ciao Tenore", mi ha detto Laurenti. Mi sono guardato intorno. "Ma davvero non sapevi niente?", mi ha chiesto Laurenti. "Eh, no", ho detto io. Ho guardato la stanza cercando la Delfini. "Prendi qualcosa, dai", mi ha detto Laurenti. Mi ha indicato i due tavoli al centro.


Andrea De Carlo (Michele), da Tecniche di seduzione, Bompiani, 1991 (Prima parte, cap. VIII)

Gli ho chiesto qualche informazione su "360°": chi faceva cosa nella redazione, quale poteva essere il mio ruolo.
Bedreghin sembrava guardingo; "Per ora siamo in stand-by, abbiamo appena chiuso un numero". Mi guardava, con un fondo di ironia non divertita che gli galleggiava negli occhi azzurri; ha detto "Perché tu che ruolo avevi in mente?".
"Non lo so", gli ho detto io. "Sono appena arrivato".
Nello stesso momento è arrivata la Dalatri, ha detto "Ohi" [...]. Aveva in mano il sacchettone di un negozio di scarpe, scarpe nuove ai piedi fibbiate d'oro. [...]
Bedreghin le ha detto "Bata qui mi chiedeva informazioni sul lavoro. Vuole sapere cosa deve fare": ancora con un sorriso falso sulle labbra.
La Dalatri ha sorriso in un modo simile, mi passava addosso lo sguardo come si può fare con un cavallo al mercato. Ha detto "Se hai qualcosa di tuo ti conviene fare quello. Con la rivista non si muove niente fino a metà gennaio almeno".
Ho dato un'occhiata a Bedreghin; c'era un traffico di messaggi silenziosi in andata e ritorno, e non riuscivo a decifrarli.
Sono tornato nella mia stanza [...]. Ogni minuto che passava mi sembrava uno spreco insopportabile, ma questa sensazione invece di aiutarmi mandava i miei pensieri fuori dalle finestre, per le strade e lungo le facciate dei vecchi palazzi, a zig-zag dietro le migliaia di persone diverse che dovevano muoversi attraverso Roma in quel momento. [...]
All'una Bedreghin si è affacciato a chiedermi se volevo andare a mangiare con loro; gli ho detto subito di sì, siamo scesi tutti e tre. In strada ho cercato di adeguarmi al loro modo di camminare: le mani dietro la schiena, i piedi quasi strusciati con lentezza, il mento in alto, gli occhi verso le vetrine e verso gli altri passanti senza troppa curiosità.
Il ristorante era piuttosto pretenzioso, con reti e quadri marinari alle pareti, pieno di fumo e di mangiatori usciti probabilmente da qualche sede di ministero o di partito poco lontano. I camerieri hanno salutato la Dalatri e Bedreghin come vecchi clienti, hanno liberato subito un tavolo anche se c'era altra gente in attesa all'ingresso.
Abbiamo mangiato spaghetti ai frutti di mare e branzino alla griglia, Bedreghin ha bevuto vermentino bianco. Ogni tanto mi indicava il piatto, diceva "Eh?". Diceva "Qual è il tuo ruolo, Bata?"; scopriva i denti larghi. [...] La Dalatri non lo ascoltava quasi, sembrava tutta concentrata nello scartare a piccoli colpi di forchetta le patate al forno che si erano mescolate alla polpa del branzino.
Avrei voluto farmi raccontare dei loro rapporti con Polidori, i loro rapporti con la rivista [...] e con il ministero del turismo e dello spettacolo, ma non riuscivo a trovare l'occasione per introdurre l'argomento, la loro perfetta indifferenza verso l'esterno mi intimidiva. [...]
Poi la Dalatri ha visto un tipo grasso che si alzava da un tavolo più lontano, ed è scattata in piedi a fargli gesti, ha detto "Livio!", tutta infiammata di attenzione.
Il tipo grasso ha avuto un'espressione contrariata per un istante, ma subito dopo è venuto ad abbracciarla, chiederle "Come va?". Era Livio Longo, l'ex giovane comico che da dieci anni ogni Natale usciva con un film per famiglie e andava in testa alle classifiche degli incassi. C'era un uomo rossastro insieme a lui e sembrava impaziente, ma Longo si sforzava di essere cordiale con la Dalatri, le sorrideva a guance tirate.
La Dalatri gli si schiacciava contro come se fossero molto intimi; ha detto "Il film è bellissimo, ho continuato a ripensarci. L'altra sera alla fine della proiezione non so se hai visto, ma avevo i lucciconi". Non ha neanche pensato a presentare me e Bedreghin, faceva come se non ci fossimo.
Livio Longo ha detto "Sei tenera". Era nervoso; diverse persone agli altri tavoli ridacchiavano come se lo stessero guardando al cinema. Ha detto "Marco sta bene? Cerca di mettere una parola buona, Enrichetta".
La Dalatri ha detto "Lascia fare a me"; gli stava addosso e lanciava occhiate intorno per raccogliere l'attenzione riflessa degli avventori.
Poi Longo ha fatto con gli occhi un cenno vile e rassegnato alla stessa maniera che nei suoi film, si è disimpegnato con due baci ed è quasi corso verso l'uscita insieme al suo accompagnatore.
La Dalatri è tornata a sedersi, con le guance arrossate dall'improvvisa circolazione di sangue, le pupille dilatate dall'interesse che stava dissolvendosi piano. Si è accesa una sigaretta e subito ha detto "Il film è una pizza incredibile, zuccheroso che non ti dico, e moscio perdipiù. Ha ragione Polidori, a non volerne sapere di lui".
Le ho chiesto "In che senso?", stupito a sentirla parlare così male di uno che aveva salutato con tanto slancio.
Lei mi ha guardato tra le ciglia prima di rispondere; ha detto "Per il film da Preliminari, no? Solo che Longo è appoggiato fino al collo, si fa mandare avanti a ogni costo. Non gliene frega niente di mendicare, sa che deve trovare il modo di darsi una riciclata".
"Appoggiato da chi?", le ho chiesto.
La Dalatri mi ha guardato di nuovo, ma inalava e soffiava fuori fumo senza rispondere; Bedreghin ha detto "Ma ci sei o ci fai, Bata?, da dove cazzo vieni?".
Mi sono reso conto di non avere ancora sentito né lui né la Dalatri fare una vera domanda da quando li conoscevo. Tra loro c'erano solo scambi incuranti di informazioni: dati aggiornati che venivano lasciati cadere su altri dati, senza mai provocare stupore né curiosità né altri contraccolpi visibili.
Quando è arrivato il conto ho cercato di prendere la ricevuta per vedere qual era la mia parte, ma Bedreghin me l'ha strappata di mano, ha detto "Paga la rivista". Ha contato una mazzetta di buoni-pasto, più una mancia in contanti; siamo usciti tra i saluti dei camerieri. [...]
Quando siamo stati alla redazione sono andato nella mia stanza con la stessa mancanza di fretta di Bedreghin e della Dalatri verso le loro. [...] Un paio di volte che erano nel corridoio sono uscito a fare qualche altro tentativo di conversazione. [...] Poi [l'addetto all'amministrazione] è venuto ad affacciarsi nella mia stanza, a dirmi "Se vuole il suo stipendio, può degnarsi di venirlo a prendere".
L'ho seguito nella sua stanza, e mi ha fatto firmare un paio di carte, mi ha allungato una busta. Ha detto "Buon Natale", con il suo sguardo di sospetto senza tregua.
Mi sentivo una specie di ladro a prenderla; e ancora più a disagio mi sono sentito quando l'ho aperta nella mia stanza e ho visto il milione in contanti. Pensavo che non avevo fatto nessun lavoro per essere pagato; pensavo a quanti altri soldi pubblici dovevano passare di mano nello stesso modo in quel momento.


Federico Platania (Giuseppe), L'uccellatore (Progressione geometrica), in Buon lavoro, Fernandel, 2006 (IV parte: preannuncio di impallinamento - la quaglia)

Ho preso un tramezzino e un bicchiere di plastica che qualcuno aveva riempito a metà con lo spumante. Sono uscito nel corridoio.
Dalla stanza accanto è uscita la Delfini con altre due colleghe. Sono andato verso di lei. "Allora, auguri", ho detto. La Delfini si è avvicinata e mi ha baciato prima sulla guancia sinistra, poi sulla destra. "Grazie", ha detto sorridendo. La segretaria di Mannino ha preso la Delfini sottobraccio e si è allontanata con lei lungo il corridoio. Dalla stanza è sbucato fuori Santoro ridendo forte. "Signori, io me ne torno nel loculo!", ha detto ridendo e ha fatto larghi gesti con le braccia per salutare tutti. Io ho fatto un cenno di saluto e l'ho seguito allontanarsi verso gli ascensori.
"Vai, vai, che nel loculo tra un po' ti ci mettono per sempre", ha detto Romoli a bassa voce. L'ho guardato senza dire nulla. Romoli mi ha guardato. "Lo sai, no?", mi ha chiesto poi. Io ho fatto segno di no con la testa.
"Vanno in progressione geometrica", ha detto Romoli. Io l'ho guardato senza dire nulla. Ho vuotato il bicchiere in un colpo solo. Romoli mi ha guardato. "Questo mese dice che ne impallinano quattro", ha detto.
Io mi rigiravo il bicchiere vuoto tra le mani. "A febbraio hanno fatto fuori Di Blasi", ha detto Romoli. Ho guardato nel bicchiere. C'era rimasta solo una goccia di schiumetta gialla. "A marzo hanno seccato Testa e Castellani", ha detto Romoli sempre a bassa voce.
"Che c'entra? Castellani ha dato lui le dimissioni...", ho detto io.
"Seee le dimissioni... Beato a te ciccio", ha detto Romoli.
Ho riportato il bicchiere alle labbra e ho rovesciato la testa indietro. La goccia mi è scivolata giù lentamente.
"E insomma: uno a febbraio, due a marzo e adesso quattro a aprile", ha detto Romoli. Mi ha guardato senza dire nulla. "Progressione geometrica, no?", ha detto poi.
"E uno di questi quattro...", ho detto io.
"Santoro", ha detto Romoli.
Dalla stanza si sono sentiti scoppi improvvisi di risate. Poi è partito un coro a battimani.
"E gli altri tre chi sono?", ho chiesto io. Romoli ha fatto una smorfia. "Colpiscono il middle-management", ha detto poi. Io l'ho guardato senza dire nulla. "Il ventre molle dell'azienda", ha detto lui. Ho passato il dito intorno al bordo del bicchiere di carta.
"A proposito di ventre molle, ciccio...", ha detto Romoli e mi ha tastato la pancia con l'indice. Io ho fatto un salto indietro. Romoli è scoppiato a ridere. "Ma che c'hai paura? Ti pensi che ti seccano a te? Ma se quelli manco si ricordano che esisti", ha detto Romoli sempre ridendo.
Dentro la stanza hanno applaudito. Io ho guardato l'orologio. "Senti, io rientro", ho detto. Romoli mi ha dato una pacca sulla spalla. "Me ne vado pure io che mi sono rotto le palle", ha detto Romoli. Mi sono affacciato nella stanza. "Ciao a tutti!", ho detto a voce alta, facendo un largo gesto di saluto con la mano. Non mi ha risposto nessuno. Sono andato via.
Sono arrivato alla mia stanza. Mi sono buttato sulla sedia. Il pacchetto di cartone era davanti a me. L'ho ripreso tra le mani. Con l'unghia ho continuato a sollevare la striscia di scotch che avevo cominciato a staccare prima. Veniva via male, si sfilacciava. Ho preso un paio di forbici dal cassetto e ho cercato di tagliare cartone e scotch insieme. Ha squillato il telefono. Ho alzato la cornetta.
"Sì?", ho detto.
"Ciccio, la sai l'ultima?". Era Romoli.
"Romoli, ho un attimo da fare, ci possiamo sentire dopo?", ho detto io.
"Ma quale dopo. Questa te la devo dire subito", ha detto Romoli.
Io non ho detto niente. C'è stato qualche secondo di silenzio.
"Ciccio ci sei?", ha chiesto Romoli.
"Dimmi", ho detto io. Ho sistemato la cornetta tra la spalle e l'orecchio. Con tutte e due le mani libere ho ripreso a trafficare con il pacchetto.
"Se ti arrivasse un pacchetto con dentro una quaglia morta, tu che penseresti?"


Franz Kafka (Elvio), da Il castello, Garzanti, 1999, traduzione di Clara Morena

"Lei seguita a parlare di una mia eventuale nomina come agrimensore", disse K., "ma io sono già assunto. Ecco qui la lettera di Klamm".
"La lettere di Klamm", disse il sindaco. "Ha valore e merita rispetto per la firma di Klamm, che pare autentica, ma quanto al resto... non oso però pronunciarmi da solo su questo punto. Mizzi!", chiamò, e poi: "Ma che state facendo?".
Mizzi e gli aiutanti, che erano rimasti tutto quel tempo senza sorveglianza, non avevano evidentemente trovato il documento che cercavano, e volendo perciò richiudere tutto nell'armadio non erano riusciti a contenere quell'ammasso disordinato. Gli aiutanti dovevano allora aver avuto l'idea che stavano mettendo in atto. Avevano adagiato l'armadio sul pavimento, ficcato dentro tutte le pratiche, poi si erano seduti insieme a Mizzi sulle porte dell'armadio e ora stavano cercando di chiuderlo facendo lentamente pressione.
"Il documento dunque non si è trovato", disse il sindaco. "Peccato, ma ormai la storia la conosce, in fondo il documento non ci serve più, d'altronde lo si ritroverà certamente, forse è dal maestro, insieme a moltissimi altri. Ma vieni qui con la candela, Mizzi, e leggimi questa lettera".
Mizzi si avvicinò e sembrò ancora più grigia e insignificante quando si fu seduta sul bordo del letto, stretta a quell'uomo robusto e pieno di vita che la teneva abbracciata. Alla luce della candela si notava ora solo il suo viso, piccolo, con i tratti netti, severi, addolciti soltanto dai segni della vecchiaia. Appena ebbe dato un'occhiata alla lettera congiunse leggermente le mani: "Di Klamm!", disse. Poi lessero insieme la lettera, bisbigliarono un po' fra di loro e infine, proprio mentre gli aiutanti, che erano riusciti a chiudere l'armadio, gridavano "Evviva!" e Mizzi lanciava loro uno sguardo di muta riconoscenza, il sindaco disse:
"Mizzi è esattamente della mia opinione, che ora dunque posso osare di esprimere. Questa lettera non è assolutamente uno scritto ufficiale, bensì privato. Lo si può chiaramente dedurre dalla soprascritta "Egregio Signore!". Inoltre non vi si fa parola della sua nomina ad agrimensore, si parla piuttosto in generale di servizi dell'amministrazione comitale, e anche questo non è detto in modo vincolante, lei è assunto solo "come le è noto", cioè sta a lei dimostrare di essere assunto. Infine, dal punto di vista amministrativo, lei farà riferimento esclusivamente a me, sindaco, come suo immediato superiore che deve comunicarle tutti i particolari, cosa che del resto in gran parte è già avvenuta. Per uno che sa leggere i documenti ufficiali e che di conseguenza legge ancora meglio le lettere non ufficiali, tutto questo è fin troppo chiaro. Che lei, un forestiero, non se ne renda conto, non mi stupisce. ..."
"Lei interpreta così bene la lettera, signor sindaco", disse K., "che alla fine non ne rimane altro che una firma su un foglio bianco."


Federico Platania (Alessio), L'uccellatore (Progressione geometrica), in Buon lavoro, Fernandel, 2006 (V parte: l'apertura del pacchetto e finale)

Ho lanciato il pacchetto sulla scrivania. "Eh?", ho detto. Romoli ha ridacchiato.
"Romoli che stai dicendo?", ho chiesto.
"Dice che è un'idea del capo del personale", ha detto Romoli.
"Che idea?", ho chiesto io.
"Quando sa che stanno per seccare qualcuno, lui gli fa recapitare un pacchetto con dentro una quaglia morta", ha risposto lui.
"Ma chi è che si inventa queste stronzate?", ho detto io. L'ultima parola l'ho detta a voce alta.
"Ciccio, calmati. Non sono stronzate. Con Di Blasi è andata così. E il mese dopo sono arrivate altre due quaglie al terzo piano", ha detto Romoli.
Io sono rimasto qualche secondo in silenzio. Ho respirato forte. Ho guardato il pacchetto. Con la punta del mignolo ho sfiorato uno degli spigoli. "E certo. Adesso l'ufficio personale si mette a spedire uccelli morti", ho detto io. Poi ho provato a fare una risatina secca, ma non è uscita.
"Eh, ciccio, lo dicevano che quello nuovo di Milano era mezzo matto", ha detto Romoli.
"Ma piantala", ho detto io. Siamo rimasti qualche secondo in silenzio tutti e due.
"Insomma, pare che stamattina hanno consegnato quattro pacchetti. Chi li apre ci trova la quaglia. E tempo qualche giorno...". Poi Romoli ha fatto un risucchio strozzato. "È come ti avevo detto, no?", ha detto poi.
"Come mi avevi detto cosa?", ho chiesto io.
"Progressione geometrica. Un pacchetto a febbraio, due a marzo e adesso quattro ad aprile", ha detto Romoli.
Io non ho detto nulla. Ho guardato il pacchetto respirando forte.
"Ciccio tutto bene? Ti sento strano", ha detto Romoli.
"Romoli ti devo lasciare. Ci sentiamo dopo", ho detto io. Ho riagganciato senza guardare. La cornetta è scivolata dalla base del telefono e ha penzolato sfiorando il pavimento. Dopo qualche secondo si è cominciato a sentire tu-tu-tu-tu. Mi sono alzato di scatto. Ho preso il pacchetto tra le mani e sono andato verso la finestra. L'ho aperta. Ho guardato giù. Per qualche secondo ho tenuto il pacchetto tra le mani, sospeso nel vuoto. Giù nel cortile interno c'era uno della reception che stava passeggiando. Ha guardato in alto. Appena ha incrociato il mio sguardo ho fatto un salto indietro. Il pacchetto mi è caduto dalle mani sul pavimento. L'ho raccolto.
Ho aperto la porta. Ho guardato fuori nel corridoio. Non c'era nessuno. Ho infilato il pacchetto sotto la giacca e sono andato verso i bagni. La porta da cui veniva il rumore continuo dello sciacquone era sempre chiusa. Qualcuno ci aveva attaccato un foglio di carta con lo scotch. Sopra c'era scritto GUASTO con un pennarello verde. Sono andato nell'altro bagnetto.
Mi sono chiuso la porta alle spalle. Ho girato il nottolino e ho controllato che la porta fosse davvero bloccata. Ho tirato fuori il pacchetto da sotto la giacca. L'ho infilato nel buco della tazza del gabinetto. Era troppo grande. L'ho spinto. Non passava. L'ho ritirato fuori. L'acqua sul fondo della tazza aveva già inzuppato il cartone. Sulle parti ricoperte dallo scotch l'acqua si era raccolta in piccole goccioline tese. Ho respirato forte.
Ho infilato tutte e cinque le unghie della mano destra nella parte zuppa della scatola di cartone e ho tirato forte verso l'alto. Ho affondato le dita il più possibile e ho continuato a tirare. La scatola si è lacerata. Lo scotch teneva ancora insieme i brandelli di cartone. Ho continuato a tirare ansimando. La scatola si è rotta.
Dentro la scatola, in mezzo alla granella di polistirolo, c'era un altro pacchetto, qualcosa avvolto in un cellophane opaco tenuto insieme da molti giri di scotch. Non sono riuscito a capire cosa fosse. Ho buttato la granella e i pezzi di cartone nel cestino. Ho preso l'involto e l'ho lasciato cadere nella tazza del gabinetto. Ho tirato l'acqua. Per alcuni secondi l'involto è scomparso nella cascata. Quando il flusso è finito l'involto è riapparso sul fondo.
Ho sentito dei passi all'esterno. Ho ricontrollato la maniglia. La porta era chiusa. Mi sono inginocchiato davanti alla tazza del gabinetto e ho spinto con forza l'involto verso il fondo, infilando la mano nell'acqua fino al polso. Qualcuno ha provato ad aprire la porta.
"È occupato", ho detto io forte.
"Ciccio, tutto bene?". Era Romoli. Ho chiuso gli occhi. Ho respirato forte.
"Sì", ho detto io. Ho tirato l'acqua. La cascata ha riempito completamente la tazza e l'acqua ha cominciato a traboccare. Con il braccio bagnato fino al gomito ho cercato di tastare il fondo della tazza per spingere via l'involto incastrato. Non ci sono riuscito. L'acqua è colata lungo i bordi esterni della tazza e ha cominciato a scorrere sul pavimento. Dopo pochi secondi è uscita fuori, passando sotto la fessura della porta.


Robert Walser (Fiamma), da I fratelli Tanner, Adelphi, 1977, traduzione di Vittoria Rovelli Ruberl

Il direttore decise di licenziare il giovanotto, lo mandò a chiamare e glielo disse con voce bassa, addirittura bonaria. Simon rispose:
"Sono ben felice che sia finita. Si crede forse di colpirmi, di piegare il mio animo, di annientarmi o cose del genere? Al contrario, così mi si innalza, mi si lusinga, dopo tanto tempo mi si infonde di nuovo un filo di speranza. Io non sono fatto per essere una macchina per scrivere e per calcolare. A me non dispiace scrivere, non dispiace calcolare, tra i miei simili sono solito comportarmi decentemente, mi piace essere diligente e ubbidisco con entusiasmo quando ciò non ferisce il mio cuore. Mi saprei anche sottomettere a determinate leggi, se importasse, ma qui da qualche tempo non me ne importa più. Quando ho fatto tardi, stamane, mi sono solo arrabbiato, stizzito, non ho provato alcun sincero scrupolo di coscienza, non mi sono mosso dei rimproveri, o tutt'al più il rimprovero di essere ancora il tipo sciocco e pusillanime che quando suonano le otto salta su, si mette in moto, come un orologio a cui si dà la carica e che funziona solo quando viene caricato. Io la ringrazio di avere l'energia di licenziarmi, e la prego di pensare di me quel che preferisce. Certamente lei è un grand'uomo, degno di stima e ricco di meriti, ma, vede, anche io desidero esserlo, e perciò è bene che lei mi mandi via, è stata una santa cosa il fatto che oggi mi sia comportato, come suol dirsi, in modo inammissibile. Nei suoi uffici, dei quali si fa gran caso, nei quali ciascuno desidera tanto lavorare, di come un giovane progredisce non si parla neppure. Me ne infischio di godere del privilegio connesso al pagamento di un regolare stipendio mensile. In questo modo io degenero, rincretinisco, divento vigliacco, mi fossilizzo. Troverà sorprendente sentirmi usare simili espressioni, ma ammetterà che dico la pura verità. Qui uno solo può essere un uomo: lei!... Non le viene mai l'idea che fra i suoi poveri dipendenti potrebbero trovarsi delle persone che aspirano a essere uomini anche loro, uomini operosi, creativi, autorevoli? Non mi attrae per niente di starmene nel mondo così in disparte soltanto per non farmi la fama di essere una persona scontenta e difficile da impiegare. Come è grande, qui, la tentazione della paura, e come è piccolo l'allettamento a liberarsi da questa deplorevole paura. Il fatto che oggi ci sia riuscito, in questa cosa quasi impossibile, è per me ragione di merito, se ne dica quel che si vuole. Lei, signor direttore, si trincera qui dentro, non la si può mai vedere, non si sa agli ordini di chi si obbedisce; non si obbedisce affatto ma ci si intontisce seguendo le proprie fiacche abitudini, che sono quel che ci vuole. Che trappola per dei giovani che tendono alla comodità e all'indolenza! Qui non si pretende nulla di tutte le energie che possono, per avventura, vivificare lo spirito di un giovane, non è richiesto nulla di ciò che potrebbe distinguere un vero uomo. Qui né coraggio né ingegno, né probità né diligenza, né piacere di creare né voglia di affrontare fatiche possono aiutare uno a farsi strada: anzi è addirittura proibito mostrare energia ed esuberanza. E' logico, è necessario che sia proibito in questo lento, pigro, arido, miserevole sistema di lavorare. La saluto, signore, me ne vado a riguadagnarmi la salute col lavoro, foss'anche a spalare la terra o a portare sulla schiena sacchi di carbone. Amo qualsiasi lavoro tranne quelli che per essere praticati non richiedono l'impiego di tutte le energie disponibili".
"Quantunque, a dire il vero, non lo abbia meritato, debbo rilasciarle un attestato di benservito?"
"Un attestato di benservito? No, non me lo rilasci. Se quel che ho meritato sarebbe, tutt'al più, un cattivo attestato, non ne voglio nessuno. D'ora in poi i miei benserviti me li rilascio da me. D'ora in avanti, quando qualcuno richiederà i miei benserviti, mi appellerò soltanto a me stesso: su persone ragionevoli e perspicaci questo produrrà un'ottima impressione. Sono contento di andarmene via senza, perché un suo benservito mi ricorderebbe soltanto la mia viltà e la mia paura, uno stato di indolenza e di alienazione delle energie, il tempo di misere giornate vissute inutilmente, i pomeriggi pieni di furiosi tentativi di liberazione, le sere di struggimento, bello ma senza scopo. La ringrazio dell'intenzione di licenziarmi in maniera cortese, ciò mi dimostra che sono stato di fronte a un uomo che forse ha capito qualcosa di quello che ho detto"
"Giovanotto, lei è troppo impulsivo" disse il direttore "Lei distrugge il suo avvenire!"
"Io non voglio un avvenire, voglio avere un presente. Mi sembra più prezioso. Si ha un avvenire soltanto quando si ha un presente, e quando si ha un presente si dimentica anche solo di pensare a un avvenire"


Federico Platania (Federico), da Gracchiante, in Buon lavoro, Fernandel, 2006

Vernaschi ha tirato fuori un tesserino e si è avvicinato ai tornelli, poi ha fatto un passo indietro. "Lui sta con me", ha detto alla guardia attraverso il vetro. La guardia ha fatto segno di non sentire. "LUI STA CON ME!", ha detto Vernaschi a voce alta. La guardia è uscita fuori. "Lui sta con me", ha ripetuto piano Vernaschi. La guardia è tornata dentro senza dire niente e ha spinto un paio di tasti sul quadro di controllo che aveva davanti. Vernaschi ha passato il tesserino nella fessura del tornello. Si è sentito un suono gracchiante. Il tornello era ancora bloccato. "Non funziona", ha detto Vernaschi. La guardia ha di nuovo fatto segno di non sentire. "NON FUNZIONA!", ha detto Vernaschi più forte. La guardia è uscita per la seconda volta. "Non funziona", ha ripetuto piano Vernaschi. La guardia è tornata dentro. Ha spinto dei tasti. È uscita di nuovo. "Provi adesso", ha detto la guardia. Vernaschi ha ripassato il tesserino nella fessura. Si è sentito TLAC. Il tornello era sbloccato. Vernaschi è entrato.
Io ero ancora fuori. Ho guardato il tornello, poi ho guardato Vernaschi. Vernaschi mi ha guardato senza dire nulla. Ho provato a passare il tornello. Il tornello era bloccato. Ho guardato Vernaschi. Vernaschi mi ha guardato senza dire nulla, poi mi ha passato il suo tesserino. "Prova", mi ha detto. Ho passato il tesserino nella fessura. Si è sentito di nuovo il suono gracchiante. "Non funziona", ha detto Vernaschi alla guardia. La guardia ha fatto segno di non capire. "NON FUNZIONA!", ha detto Vernaschi a voce alta. La guardia è uscita. "Ha dei problemi con il tesserino?", mi ha chiesto. "Non è il suo tesserino, è il mio tesserino", ha detto Vernaschi. "Come mai lei hai il tesserino del signore?", mi ha chiesto la guardia. "Sono io che gliel'ho prestato", ha detto Vernaschi. "E perché?", ha chiesto la guardia. "È il mio primo giorno, non ho ancora il tesserino", ho detto io. La guardia è rientrata nel gabbiotto senza dire niente, ha ripremuto il solito tasto. Il tornello davanti a me ha fatto TLAC. La guardia mi ha fatto segno di passare.
In quel momento ha squillato il cellulare. "Bello di nonna, allora? Come ti sembra il lavoro?". "Nonna sto entrando adesso, ti chiamo dopo", ho detto a mia nonna. Ho riagganciato. Si è sentito il suono gracchiante. Ho provato a passare, ma il tornello era bloccato. Ho guardato Vernaschi, Vernaschi ha guardato la guardia, la guardia ha guardato me. "È bloccato", ho detto. La guardia ha fatto segno di non capire. "È BLOCCATO!", ho detto a voce alta. La guardia è uscita. "È bloccato", ho ripetuto piano. "Perché non è passato subito quando le ho aperto il tornello?", mi ha chiesto la guardia. "Ho dovuto rispondere al cellulare", ho detto io. "Quando il tornello si sblocca ci sono quindici secondi di tempo per passare, poi si riblocca automaticamente", ha detto la guardia. "È per la sicurezza", ha detto poi.
Siamo rimasti tutti e tre qualche secondo in silenzio. "Riprovi ora", ha detto la guardia. Ho provato ad attraversare il tornello. Il tornello era bloccato. "Riprovi con il tesserino", ha detto la guardia. Ho passato il tesserino nella fessura. Si è sentito il suono gracchiante. Ho guardato la guardia. La guardia è rientrata nel gabbiotto, ha spinto il tasto, il tornello ha fatto TLAC! La guardia mi ha fatto segno di passare. Sono entrato. "Ridammi il tesserino", mi ha detto subito Vernaschi.


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