I libri in testa
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Giovedì 27 febbraio 2003, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
leggere (non) nuoce
gravemente alla salute:
un esperimento letterario



Il programma

Un gruppo di amici proverà a convincere un Nonlettore che LEGGERE È BELLO.

Lo faranno leggendo testi da: Franz Kafka, Dino Campana, Iosif Brodskij, Derek Walcott, Daniel Pennac, Wislawa Szymborska, Marcel Proust, Gianni Celati, Fernando Pessoa, Luigi Malerba, Emily Dickinson, Pablo Neruda, David Foster Wallace.

Letture di: Monica Auriemma, Paolo Beneforti, Alessio Brandolini, Elvio Cipollone, Fiamma Giuliani, Michele Governatori, Giuseppe Ierolli, Federico Platania
(Fabio De Sanctis nella parte del Nonlettore).

(Paolo Beneforti, impegnato nella natia Toscana, non è intervenuto alla serata)


Le letture

Daniel Pennac (Monica), da Come un romanzo, Feltrinelli, 1993, traduzione di Yasmina Melaouah [ediz. orig. 1992]

Il verbo leggere non sopporta l'imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo amare.. il verbo sognare... Naturalmente si può sempre provare. Dai forza: "amami! sogna! leggi!". "Leggi!" "Ma insomma leggi diamine, ti ordino di leggere!" "Sali in camera tua e leggi!".
Risultato? Niente. Si è addormentato sul libro. All'improvviso la finestra gli è apparsa spalancata su qualcosa di desiderabile e da lì è volato via, per sfuggire al libro. Ma è un sonno vigile, il libro è ancora aperto davanti a lui e se aprissimo la porta della sua camera lo troveremmo seduto alla scrivania tutto preso dalla lettura. Anche se siamo saliti con passo felpato, dalla superficie del sonno ci avrà sentiti arrivare. "Allora, ti piace?" Non ci risponderà di no, sarebbe un delitto di lesa maestà. Il libro è sacro, come può non piacergli leggere? No, ci dirà che le descrizioni sono troppo lunghe. Tranquillizzati, torneremo alla nostra televisione. E magari la sua osservazione susciterà un appassionante dibattito fra noi e gli altri di casa...
"Trova le descrizioni troppo lunghe. Bisogna capirlo, siamo nel secolo dell'audiovisivo, in fondo i romanzieri del XIX secolo dovevano descrivere tutto...."
"Non è una buona ragione per lasciargli saltare metà delle pagine!"
...
Non stanchiamoci, si è riaddormentato.


Emily Dickinson (Giuseppe), quattro poesie [numeri dell'edizione Johnson], in: www.emilydickinson.it, traduzione di Giuseppe Ierolli

604 (1862)
Ai miei Libri - così bello rivolgermi -
Ultimo lembo di stanche Giornate -
Che fa quasi amare l'Astinenza -
E la Pena - trascurare - nel Plauso -

Come le Fragranze - allietano gli Ospiti in Ritardo -
Con promesse di Banchetti -
Così gli Aromi - stimolano il tempo
Fino alla mia piccola Biblioteca -

Può esserci il Deserto - là fuori -
Lontani passi di Uomini imperfetti -
Ma la Festa - esclude la notte -
Ed è Scampanio - dentro -

Ringrazio questi Parenti dello Scaffale -
Le loro Fisionomie di Pelle
Innamorano - nell'Attesa -
E appagano - ottenuti -

448 (1862)
Questo fu un Poeta -
È colui Che
Distilla un senso sorprendente Da Significati Ordinari -
Ed Essenza così immensa

Da avvenimenti familiari
Che periscono oltre la Porta -
Ci meravigliamo di non esser stati Noi
Ad arrestarli - prima -

Di Visioni, Rivelatore -
Il Poeta - è Colui
Che Ci destina - per Contrasto -
Ad una incessante Povertà -

Di proprietà - così inconsapevole -
Che il Rubare - non può fargli danno -
Lui stesso - di per Sé - un Patrimonio -
Fuori - dal Tempo -

441 (1862)
Questa è la mia lettera al Mondo
Che non scrisse mai a Me -
Semplici Notizie che la Natura raccontò
Con tenera Maestà

Il suo Messaggio è affidato
A Mani che non posso vedere -
Per amor Suo - Dolci - compatrioti -
Giudicate teneramente - Me

1263 (1873)
Non c'è Vascello che eguagli un Libro
Per portarci in Terre lontane
Né Corsieri che eguaglino una Pagina
Di scalpitante Poesia -
E' un Viaggio che anche il più povero può fare
Senza paura di Pedaggio -
Tanto frugale è il Carro
Che porta l'anima dell'Uomo.


Iosif Brodskij (Fiamma), da Un'immodesta proposta, in: "Dolore e ragione", Adelphi, 1998, pagg. 47/48, traduzione di Gilberto Forti

I libri trovano i loro lettori. E se proprio non si vendono tutti, bè, che restino sparsi in giro, si coprano di polvere, marciscano e si sfascino. Ci sarà sempre in giro un bambino che andrà a pescare un libro nel mucchio della spazzatura. Io ero uno di quei bambini,per quello che può valere; e forse anche qualcuno di voi.
Un quarto di secolo fa, in una precedente incarnazione,in Russia,conobbi un tale che traduceva Robert Frost in russo. Feci la sua conoscenza perché avevo visto le sue traduzioni:erano meravigliose poesie in russo e desideravo conoscere la persona così come desideravo vederne gli originali. Mi mostrò un'edizione rilegata (credo che l'editore fosse Holt) che si aprì sulla pagina con la poesia "Happines makes up in height for what lacks in lenght". Sulla pagina spiccava l'impronta di uno scarpone da soldato, numero 43, un'impronta grande e grossa. Il frontespizio del libro portava il timbro STALAG#3B, che durante la seconda guerra mondiale era un campo di concentramento per i prigionieri alleati, non so in che parte della Francia. Bene:ecco il caso di un libro di poesie che trova il suo lettore. Era rimastoin giro, semplicemente: non aveva dovuto fare altro. Diversamente, un piede nonci sarebbe finito sopra, e meno che mai una mano l'avrebbe raccattato.


Luigi Malerba (Michele), da Salto mortale, e/o, 1968 [ora Oscar Mondadori), incipit

Me lo sogno o lo senti anche tu? Questo ronzio questo ronzare. Da dove viene? Dal Cielo? Dalla Terra? Stai calmo non è niente. Allora sono le mie orecchie. Ma no, viene da fuori. Questo ronzio questo ronzare non sono le mie orecchie. Allora te lo dico io cos'è, sono le antenne di Santa Palomba della Radio Televisione.

STA PARLANDO IL PAPA.

Forse hai ragione, ho sentito delle parole in latino, ha detto magis magisque in questo momento. Certo che il Papa parla in latino, come vuoi che parli? Quella è la sua lingua come il francese per i francesi, sono secoli e secoli che i papi parlano in latino. Ma è una lingua morta, per piacere. Il Papa parla come vuole lui. Va bene il latino ma non può essere il Papa che fa tutto questo ronzio questo ronzare. Guarda che il Papa quando si arrabbia è come il temporale. Uno sciame di mosche sta volando sopra nel cielo di Pavona, secondo me sono loro. E invece ti sbagli, vedrai che è il Papa che parla alla Radio Vaticana.
L'aria era pesante e polverosa come quando stavano per arrivare gli aeroplani americani per bombardare. Si sentiva qualcosa da lontano, l'aria si metteva a vibrare, la polvere e il vento si sollevavano insieme, improvvisamente, gli alberi tremavano come le foglie, i cani si mettevano a scappare con la coda bassa come prima del terremoto. Erano ricordi lontani o stavano per arrivare? Ecco che arrivano gli americani con le bombe vengono dalla Sicilia, le Fortezze Volanti.
Questo ronzio questo ronzare sono gli aeroplani. Stai calmo Giuseppe che la guerra è finita da molti anni c'è la pace. Eppure questo ronzio viene dal cielo, questo ronzare, sono gli aeroplani. Allora saranno quelli italiani, i reattori dell'aeroporto militare di Pratica di Mare che fanno le esercitazioni. Si sentono anche dei boati quando rompono il muro del suono. Non ti spaventare perché non fanno niente di male, vanno a spasso nel Cielo e tu lasciali andare.


Derek Walcott (Federico), Blues, in: "Mappa del nuovo mondo", Adelphi, 1992, traduzione di Gilberto Forti

Quei cinque o sei ragazzi
Acquattati sulla veranda
In quella arroventata notte estiva
mi fischiarono addosso. Cordialmente.
Così mi fermo.
MacDougal o Christopher
Street in catene di luce.

Una festa d'estate. O qualche
Santo. Non ero troppo lontano
Da casa, ma non troppo chiaro
Per un negro, e nemmeno troppo scuro.
M'immaginavo che fossimo tutti
Una cosa sola, latino, negro, ebreo,
e poi non eravamo in Central Park.
Ho il passo un po' pesante? Indovinato!
E questo negro giallo lo picchiarono
Fino a farlo blu e nero.

Già. Durante tutto questo, per paura
Che uno usasse un coltello,
appesi a un idrante la mia giacca sportiva,
appena comperata, verde oliva.
Non feci niente. Quelli si battevano
L'uno con l'altro, in fondo. Perché la vita
Concede loro poche emozioni,
ecco tutto. Ai negri, agli ispani.

La faccia fracassata, sanguinante
Il mio lurido muso, la mia giacca - ramoscello
D'olivo - messa in salvo da tagli e da lacrime,
mi trascinai su per quattro rampe.

Riverso nello scolo, mi ricordo
Di alcuni che guardavano e gestivano
A gran voce, e una madre che gridava
Più o meno "Jackie" o "Terry"
"adesso basta!".
In fondo non è niente.
Ragazzi a cui manca un po' d'amore.

Tu sai che non volevano ammazzarti.
Solo gioco pesante,
come vuole la giovane America.
Eppure, mi ha insegnato qualche cosa
Sull'amore. Se è così brutale,
non parliamone.


Franz Kafka (Alessio), da La metamorfosi, in: "I racconti", 1989, Rizzoli, incipit, traduzione di Giulio Schiavoni

Destandosi un mattino da sonni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale.
"Che cosa mi è accaduto?", si domandò. Non stava affatto sognando. La sua stanza, una normale stanza per esseri umani, anche se un po' troppo piccola, era sempre lì quieta fra le quattro ben note pareti. Al di sopra del tavolo, dove era spiegato alla rinfusa un campionario di tele appena tolte di valigia (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un'illustrazione che egli aveva ritagliata qualche giorno prima da una rivista illustrata e poi aveva messa in una graziosa cornice dorata. Raffigurava una signora con un cappellino e un boa di pelliccia che seduta con le spalle ben dritte, tendeva ai presenti un pesante manicotto in cui il suo avambraccio era interamente scomparso.
Gregor volse lo sguardo verso la finestra, e la vista del brutto tempo (si udiva il ticchettio della pioggia sulla lamiera del davanzale) lo riempì di malinconia. "E se dormissi ancora un po' e cercassi di dimenticare tutte queste sciocchezze?", pensò; ma il suo proposito era assolutamente inattuabile: egli era infatti abituato a riposare sul fianco destro, ma nello stato attuale gli era impossibile assumere quella posizione. Per quanti sforzi facesse per girarsi sul fianco, ricadeva ogni volta indietro e supino. Ci provò almeno un centinaio di volte, tenendo gli occhi chiusi per risparmiarsi la vista delle sue gambette sgambettanti, e smise soltanto allorché cominciò ad avvertire nel fianco una fitta leggera, sorda, mai provata in passato.


Dino Campana (Elvio), da La notte, in: "Canti orfici", Rizzoli, 2002, pagg. 83/84

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch'esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti nella mente. Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia, sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all'ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.


Pablo Neruda (Monica), Non fatemi caso, in: "Stravagario", Passigli, 1995, traduzione di Giuseppe Bellini [ediz. orig. 1958]

Tra le cose che getta il mare
cerchiamo le più calcinate
zampe viola di granchi,
testine di pesci defunti,
sillabe dolci di legno,
piccoli paesi di madreperla,
cerchiamo ciò che il mare distrusse
con insistenza senza riuscirvi,
ciò che ruppe e abbandonò
lasciandolo per noi.

Vi son petali inanellati,
cotoni della tormenta,
gioie inutili dell'acqua,
ossa dolci d'uccelli
ancora disposti al volo.

Il mare gettò il suo rifiuto,
l'aria giocò con le cose,
il sole bruciò quanto v'era,
e il tempo vive presso il mare
e conta e tocca ciò che esiste.

Io conosco tutte le alghe,
gli occhi bianchi dell'arena,
le piccole mercanzie
delle maree in Autunno,
cammino come un grosso pellicano
sollevando nidi bagnati,
spugne che adorano il vento,
labbra d'ombra sottomarina,
ma nulla di più straziante
del sintomo dei naufragi:
il dolce legno perduto
che fu morso dalle onde
e disprezzato dalla morte.

Bisogna cercare cose oscure
in qualche parte della terra,
sull'azzurra riva del silenzio,
o dove passò come un treno
la tempesta travolgente:
lì stanno segni sottili,
monete del tempo e dell'acqua,
detriti, cenere celeste
e l'ebbrezza intrasferibile
di prender parte alle fatiche
della solitudine e dell'arena.


Iosif Brodskij (Fiamma), da Guida a una città che ha cambiato nome, in:"Fuga da Bisanzio", Adelphi, 1987, pagg. 69/70, traduzione di Gilberto Forti

... c'è la seconda Pietroburgo, quella fatta di versi e prosa russa. È una prosa che viene letta e riletta e sono versi che si imparano a memoria, per la buona ragione che nelle scuole sovietiche i bambini devono mandarli a mente se vogliono essere promossi. Ed è questo studio a memoria che assicura alla città un prestigio e un posto nel futuro - finché questa lingua esiste - e che trasforma gli scolari sovietici nel popolo russo.
L'anno scolastico termina generalmente con la fine di maggio, quando le Notti Bianche arrivano in questa città per restarvi tutto il mese di giugno.
Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d'ore - un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali.
Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere, alle due del mattino senza bisogno di una lampada, e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti d'oro, prendono l'aspetto di un delicato servizio di porcellana. C'è intorno una tale quiete che quasi si può udire il tintinnare di un cucchiaio che cade in Finlandia. Il rosa trasparente del cielo è così tenue che l'acquerello cilestrino del fiume quasi non riesce a rifletterlo. E i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente, verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, purché c'è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l'acqua.


Gianni Celati (Federico), da Lunario del paradiso, Feltrinelli, 1996 (1° ediz. Einaudi, 1978)

Seduto sulla panchina, c'era una statua lì vicino, mi è venuta giù la malinconia. Guardando quella statua, statua d'un satiro o qualcosa del genere, sono sprofondato nell'umor malinconico nero, che conosco benissimo, posso farvi una conferenza.
Io sono un malinconico nato, ve lo dico subito. Ho la malinconia che mi gorgoglia in basso, viene su dalla pancia, fa il giro delle budelle, poi si piazza nello stomaco e diventa magone. E col magone non sto più fermo, mi alzo, mi siedo, fumo come una ciminiera, tutto mi sta sui coglioni.
Ah, con la mia malinconia ne ho fatti di viaggi all'estero; viaggi bellissimi, devo dire, da intronato. Me la porto sempre dietro, non so cosa farci, è una vita che va così.
Ma da giovane era prima, prima dei viaggi, che mi veniva. Cioè quand'ero in un posto, mi guardavo i piedi e mi dicevo: cosa ci faccio qui? Dov'è l'amore? Dov'è la vita? Quand'è che muoio?
Per esempio in famiglia, c'erano tanti zii e parenti, tipi vari di adulti, che solo a guardarli mi scoppiava la depressione nervosa. E poi sentirli dire: la vita! La vita! Che aggiungevano anche: vedrai, te ne accorgerai anche tu se non ho ragione!
Ci sentivo dentro lo spiedo della realtà patocca che vuole infilzarti anche te, per arrostirti a fuoco lento, così dopo anche tu cominci a lamentarti: la vita! La vita!
È una cosa che sentivo dentro da piccolo e non la capivo. È una cosa che mi è rimasta da giovane e non la capivo ancora tanto bene; per quello sempre scappare all'estero, parlare in lingue straniere, fare viaggi stupefacenti da disperato. Però c'erano altre cose che mi facevano venire l'estro, ossia la voglia d'ululato, che è una purga della cosiddetta malinconia. Per esempio con mio fratello ci eravamo capiti, anche lui sentiva fastidio a guardarli gli adulti lamentosi che ti dicono sempre: vedrai, vedrai!
Ecco, con mio fratello questo ci faceva insorgere l'estro, cioè l'ululo in gola che spazza via tutti i lamenti. E assieme all'ululo una voglia di disfare tutto, scaravoltare la terra, tirar giù dal trono ministri, generali, papi, gente importante; combinare un badanai immenso per guastargli la festa.
Questo mi dava una gioia meravigliosa a pensarci, e chiedevo a mio fratello: lo faremo? Lo faremo? Lui mi assicurava di sì, che avremmo combinato un disastro, diventando magari fuorilegge. Ma poi non l'abbiamo mai fatto, per quello io ululo ancora in certe notti di luna piena.
Basta. Che si smetta una buona volta di dire: la vita! La vita! Ma la vita cosa? È solo il mondo che fugge, e lasciarlo fuggire bisogna. L'ululo è il suono del vento che spazzerà via tutto, nel giorno del Giudizio Universale.


Fernando Pessoa (Elvio), da Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, Feltrinelli, 2002, pag. 30, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

Sono entrato dal barbiere con la disposizione consueta, col piacere che mi dà il fatto di poter entrare senza imbarazzo nei luoghi conosciuti. La mia sensibilità al nuovo è terribile: mi sento calmo solo nei luoghi in cui sono già stato.
Mentre mi accomodavo sulla poltrona mi è venuto fatto di domandare al garzone che mi stava collocando intorno al collo un lino freddo e pulito, come stesse il suo collega che serviva alla poltrona accanto, quel tipo spiritoso, più anziano di lui, che stava malato. Glielo ho domandato senza che mi premesse sapere: è stata una domanda suggerita dal luogo e dal ricordo. "È morto ieri", mi ha risposto senza tono la voce che stava dietro di me e le cui dita stavano finendo di inserire l'asciugamano tra la mia nuca e il mio colletto. Tutto il mio immotivato buonumore è svanito all'improvviso, come il barbiere della poltrona accanto assente per l'eternità.
È sceso il freddo nei miei pensieri. Non ho detto niente. Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita.
Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani anch'io scomparirò da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch'io - l'anima che sente e pensa, l'universo che io sono per me stesso - sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui?".
E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno.


Wislawa Szymborska (Alessio), da La fine e l'inizio, Scheiwiller, 1997, traduzione di Pietro Marchesani

Ad alcuni piace la poesia
Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia -
ma è cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

La fine e l'inizio
Dopo ogni guerra
c'è chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.

C'è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C'è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C'è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c'è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un'altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C'è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com'era.
C'è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.

C'è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull'erba che ha coperto
le cause e gli effetti,
c'è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

da L'odio
Guardate com'è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l'odio.
Con quanta facilità superla gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare


Marcel Proust (Giuseppe), da La prigioniera, in: "Alla ricerca del tempo perduto" Mondadori, 1989, terzo volume, pagg. 666/667, traduzione di Giovanni Raboni

L'andante era finito su una frase d'una tenerezza alla quale m'ero consegnato senza riserve; vi fu allora, prima del movimento successivo, un breve intervallo durante il quale gli esecutori posarono gli strumenti e gli ascoltatori si scambiarono qualche impressione. Un duca, per mostrare che se ne intendeva, dichiarò: "Eseguirlo bene è molto difficile". Alcune persone più gradevoli conversarono un poco con me. Ma cos'erano le loro parole - che, come ogni esteriore parola umana, mi lasciavano affatto indifferente - rispetto alla celeste frase musicale con la quale mi ero appena intrattenuto? Ero davvero come un angelo che, decaduto dalle ebbrezze del Paradiso, piomba nella più insignificante realtà. E come certi esseri sono gli ultimi testimoni d'una forma di vita che la natura ha abbandonata, mi chiedevo se la musica non fosse l'esempio unico di ciò che sarebbe potuta essere - se non vi fossero state l'invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l'analisi delle idee - la comunicazione delle anime. È, la musica, come una possibilità che non ha avuto seguito; l'umanità ha imboccato altre strade, quelle del linguaggio parlato e scritto. Ma quel ritorno al non analizzato era così inebriante che, uscendo da quel paradiso, il contatto con esseri più o meno intelligenti mi sembrava assolutamente insignificante. Delle persone avevo potuto, durante la musica, ricordarmi, mescolarle ad essa; anzi, alla musica non avevo mescolato, si può dire, che il ricordo di una sola persona: Albertine. E la frase che concludeva l'andante mi sembrava così sublime che, pensavo, era un peccato che Alberatine non sapesse e, se avesse saputo, non potesse capire, quale onore fosse per lei esser mescolata a qualcosa di tanto grande che ci univa, e della cui voce patetica lei m'era parsa appropriarsi.


David Foster Wallace (Michele), da Infinite Jest, Fandango, 2000, stralci dalle pagg. 268-272, traduzione di Edoardo Nesi

Se in virtù di carità o disperazione doveste mai trovarvi a passare del tempo in una struttura statale di recupero da Sostanze come la Ennet House di Enfield MA, verrete a sapere molte cose nuove e curiose. Scoprirete che se il Dipartimento dei Servizi Sociali del Massachussetts ha portato via i figli a una madre per un qualunque periodo di tempo, questo dà loro diritto di rifarlo di nuovo praticamente a loro piacimento, d'ufficio, autorizzati da un semplice foglio con firma prestampata. In altre parole, una volta dichiarata Interdetta - non importa perché o quando, o che cosa sia intervenuto nel frattempo - non c'è nulla che una madre possa fare.
O, per esempio, che le persone dipendenti da una Sostanza che smettono all'improvviso di assumere quella Sostanza soffrono spesso di una forma perversa di acne papulosa che può durare mesi in attesa che gli accumuli di Sostanza abbandonino lentamente il corpo. Lo Staff vi farà sapere che questo accade perché la pelle è effettivamente il più grosso organo escretivo del corpo. O che il cuore degli alcolisti cronici - per ragioni che nessun medico sa spiegare - si dilata fino a due volte le dimensioni del cuore di un non alcolista, e non c'è verso che recuperi le dimensioni normali. Che esiste una categoria di persone che porta la foto del proprio medico nel portafoglio. Che [...] i peni dei neri tendono ad avere misure nel complesso uguali a quelle dei peni bianchi.
[...]
Che alcuni riescono nel sonno a estrarre una sigaretta dal pacchetto sul comodino, accenderla, fumarla fino alla fine e poi spegnerla nel posacenere accanto al letto- il tutto senza mai svegliarsi, e senza dar fuoco a nulla.
[...]
Che riguardo alle funzioni sessuali ed escretive le persone di sesso femminile sanno essere volgari quanto quelle di sesso maschile.
[...]
Che nell'area metropolitana di Boston l'espressione idiomatica preferita per designare l'organo maschile è "Unità".
[...]
Che ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate.
[...]
Che nonostante pensiate di essere furbi, non lo siete molto.
[...]
Che un importante elemento nella prevenzione dell'HIV nelle case di recupero sta nel non lasciare rasoio e spazzolino da denti nei bagni comuni. Che, a quanto sembra, una prostituta esperta è in grado di inserire un preservativo sull'Unità di un cliente con tale destrezza che il cliente non se ne accorge fino a quando non è acqua passata, per dirla così.
[...]
Che un contenitore portatile d'acciaio ultraresistente a doppio strato dotato di serratura a triplo cilindro per il rasoio e lo spazzolino da denti si può comprare per meno di 35$ [...] alla Home-Net Hardware.
[...]
Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione dell'isolamento. Che è possibile arrabbiarsi al punto da vedere davvero tutto rosso.
[...]
Che un mucchio di adulti U.S. non sanno proprio leggere, neppure un ipertesto fonico su ROM con funzioni di AIUTO per ogni parola.
[...]
Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che costa fatica dedicare più di pochi secondi di attenzione a un qualsiasi stimolo.
[...]
Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.
Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.

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