I libri in testa
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Sabato 26 febbraio 2005, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Parole impiegate
Letteratura e lavoro



Le letture

Nanni Balestrini (Fiamma), da Vogliamo tutto, Derive e approdi, 2004

Dove si timbra il cartellino c'era una specie di gabbione di vetro dove c'erano delle lampade le spie dei forni di tutti i reparti. C'erano due o tre dirigenti e c'era un direttore dell'Alemagna proprio il direttore del mio reparto. Passando davanti questo direttore mi fa un segno. Io dico Prego cosa vuole? Si aggiusti il capello dice lui. Questo cappello altissimo io me l'ero schiacciato e lo tenevo come quelle coppole sarde dei pastori sardi. Me lo tenevo davanti agli occhi con le mani in tasca con la mia mezz'ora di ritardo. Sicché quello s'incazzò un po' e mi disse Si aggiusti il cappello. No per me va bene così perché me lo devo aggiustare? Se lo aggiusti lei. E continuai a camminare. Quello esce fuori dalla gabbia e dice Perché ha fatto ritardo? Eh non me lo ricordo perché ho fatto ritardo non so ho fatto ritardo così. Si può fare ritardo in tanti modi non me lo ricordo. Ma come lei fa ritardo e non sa perché. E' perché mi sono dimenticato che dovevo venire a lavorare. Ah lei si è dimenticato che doveva venire a lavorare. Questo è un fatto grave. Ma lo sa che adesso le do una giornata di sospensione?
Io dico Senta o mi licenzia oppure io me ne vado a lavorare. Una giornata di sospensione perché ho fatto mezz'ora di ritardo non mi tocca e non la voglio. Perciò o mi licenzia e mi motiva il perché oppure io vado a lavorare. Questa giornata di sospensione non mi tocca e non la voglio. Quello dice che dovevo andarmene via io lo chiamo stronzo e me ne vado al lavoro. Quello manda un guardione di sopra a domandare come mi chiamavo poi arrivano due guardioni chiedono dove sono. Dico Eccomi. Li avverto a questi qua Sentite se mi volete mandare via con la forza non ci provate perché piuttosto finisco in galera ma così non me ne vado. Se mi vogliono mandare via mi devono dare un mese di paga perché ho il contratto per due mesi e ho fatto soltanto un mese cioè mi tocca un altro mese di paga.
Ma è solo una giornata di sospensione, dicono quelli. No la giornata di sospensione non mi tocca e non la voglio. Comunque dicono vai a parlare nell'ufficio del capo. Ci vado mi metto a sedere il capo arriva e dice Che cosa fa seduto lì? Eh sto seduto perché sto aspettando lei ma lei cosa vuole da me? Lei si deve squagliare deve andarsene via. Io dico Un momento. Qua mi vogliono dare una giornata di sospensione che non mi tocca. Io ho fatto mezz'ora di ritardo per la prima volta e non credo che per mezz'ora di ritardo mi tocca una giornata di sospensione.
No dice non è per questo è perché lei ha chiamato stronzo il direttore. Ma è impossibile io non l'ho chiamato stronzo evidentemente ha sbagliato a capirmi. Io non posso farci niente se il direttore è sordo e non capisce quello che uno dice. Ho detto solo che me ne andavo a lavorare e che non me ne andavo via. Lei comunque deve andare via dice quello. E se non va via chiamo la polizia. Benissimo chiami la polizia. Io piuttosto vado in galera ma non vi do la soddisfazione di prendermi una sospensione che non mi tocca perché non c'è motivo. Se mi licenziate mi dovete dare un mese di paga più otto giorni di preavviso. Ah questo è da vedere. Eh lo vedremo.
Quello telefona mi manda in un altro ufficio qua mi preparano i documenti il libretto di lavoro una dichiarazione che dovevo firmare in cui mi licenziavo tutte questo cose qua. Mi dicono di firmare. Io dico Non firmo niente prima voglio vedere i soldi e poi firmo. Mi dicono Guardi lei non faccia il furbo che va a finire male. Va a finire dentro veramente e non prende neanche una lira. Dico Guarda questi sono affari miei. Io ho capito che cos'è la vita che cos'è il lavoro e non m'importa proprio se vado dentro.


Bob Dylan (Elvio), da Chronicles - volume 1, Feltrinelli, 2005, traduzione di Alessandro Carrera

Alcuni anni prima Ronnie Gilbert, uno dei Weavers, mi aveva presentato a un folk festival di Newport dicendo: "Ed ecco a voi. Prendetelo, sapete chi è, è vostro". All'epoca non avevo capito che le implicazioni di quell'introduzione erano inquietanti. Nessuno aveva mai presentato Elvis in quel modo. "Prendetelo, è vostro!" Era da pazzi parlare in quel modo! Ma che andassero a quel paese. Per quanto mi riguardava, io non appartenevo a nessuno, né allora né adesso. Avevo una moglie e dei figli che amavo più di gni altra cosa al mondo. Stavo cercando di prendermi cura di loro, di tenerli fuori dai guai, ma quelle piattole della stampa continuavano a parlare di me come della bocca, del portavoce, e perfino della coscienza di una generazione. Questa poi. Io non avevo fatto altro che cantare canzoni che parlavano chiaro e che esprimevano la forza di realtà nuove. Avevo poco in comune, e ne sapevo ancora meno, di una generazione della quale avrei dovuto essere la voce. Me ne ero andato dalla mia città solo dieci anni prima e non stavo facendo da megafono alle opinioni di nessuno. Il mio destino percorreva la sua strada, qualunque cosa la vita gli portasse, e non aveva niente a che fare con l'essere il simbolo di una qualche forma di civiltà. Restare fedeli a se stessi era l'unico imperativo. Io ero un cowboy, non un pifferaio magico.

La gente pensa che fama e ricchezza si tramutino istantaneamente in potere, che a sua volta porterebbe gloria, onore e felicità. Qualche volta sì e qualche volta no. Io mi trovavo bloccato a Woodstock, vulnerabile e con una famiglia da proteggere. I giornali, di me, dicevano tutto tranne questa verità. Era straordinario come fosse divenuta fitta la cortina di fumo. Il mondo, a quanto pare, ha sempre avuto bisogno di un capro espiatorio, o di qualcuno che guidi la carica contro l'Impero romano. Ma l'America non era l' Impero romano e qualcun altro avrebbe dovuto farsi avanti e offrirsi volontario. Sul serio, io non ero niente di più di quello che ero, un musicista folk che aveva scrutato in una nebbia grigia con occhi accecati di lacrime e aveva composto canzoni fluttuanti in un alone luminoso. Ora tutto mi era scoppiato in faccia e mi penzolava sopra la testa. Io non ero un predicatore capace di fare miracoli. Ci sarebbe impazzito chiunque.


Emile Zola (Giuseppe), da Il ventre di Parigi, Garzanti, 1986, traduzione di Maria Teresa Nessi (incipit e un brano dal primo capitolo, pag. 11)

Lungo il viale deserto, nel profondo silenzio della notte, i carri degli ortolani, diretti verso Parigi, percuotevano con l'eco dei loro monotoni scossoni, a destra e a sinistra, le facciate della case immerse nel sonno dietro i filari confusi degli olmi. Un carro di cavoli e un altro di piselli si erano riuniti sul ponte di Neully ad otto carri di rape e di carote calati da Nanterre; ed i cavalli procedevano a testa bassa, con andatura pigra e uguale rallentata dalla fatica della salita. Su in alto, sdraiati bocconi, sul carico dei legumi, sonnecchiavano i carrettieri coi loro mantelli a righe nere e grigie, le redini arrotolate al polsi. Nell'ombra una fiamma improvvisa di gas rischiarava a tratti ora i chiodi di una scarpa, ora la manica azzurra di una blusa, o il cocuzzolo di un berretto in mezzo alla fioritura enorme dei mazzi rossi di carote e bianchi delle rape, tra la verdura traboccante dei piselli e dei cavoli. E sulla strada, e da quelle vicine, avanti indietro da ogni parte, il cigolio lontano di altri carri annunciava che altri convogli stavano arrivando tutti insieme, alle due del mattino, nelle tenebre della città, cullata nel sonno profondo di quell'ora dal rumore di tutte quelle provvigioni che la attraversavano.
[...]
Lungo rue du Pont-Neuf era uno scaricare continuo dai carri sospinti accanto, nei fossati laterali, disposti come per una fiera, coi cavalli attaccati, immobili e vicino gli uni agli altri. Florent osservava interessato una enorme carrettata di cavoli maestosi; a grande fatica era stata spinta indietro fino al marciapiede; il carico sopravanzava persino un enorme fanale a gas piantato lì accanto, che illuminava dall'alto al basso quel gran mucchio di foglie larghe, cadenti, simili a lembi di velluto verde scuro, stampato e cincischiato. Una contadinella di sedici anni, in giacchettina e cuffietta di tela azzurra, montava sul carro, sprofondata fino alle spalle nei cavoli, li prendeva a uno a uno e li buttava a qualcuno nascosto nell'ombra giù in basso. Ogni tanto, perduta, sommersa, scivolava, spariva sotto una gran rovina; ma il suo nasino roseo non tardava molto a spuntar di nuovo tra la verdura; la piccina rideva e i cavoli tornavano daccapo a volare, passando tra il fanale a gas e Florent. Questi senza volere li contava. Quando il carro fu vuoto, gli dispiacque.
I mucchi scaricati tenevano ormai tutto il piano della carreggiata. Gli ortolani praticavano un sentiero tra l'uno e l'altro, perché si potesse girarvi intorno. Il largo marciapiede, ormai ingombro da un capo all'altro, correva lungo la strada, mostrando delle gobbe oscure di erbaggi. Alla luce fugace ed incerta delle lanterne, a malapena si poteva discernere qua il rigonfio di un fascio di carciofi carnosi, là le sfumature gentili delle insalate verdi, o il rosato corallino delle carote, o il bianco avorio appannato delle rape, e dove c'era una lanterna lungo la fila dei mucchi, là apparivano questi guizzi di colori accesi. Intanto il marciapiede s'affollava; tutti venivan fuori dal sonno, si mescolavano agli ortaggi, si fermavano, discorrevano, chiamavano.


Ben Sirach (Federico), dal Libro del Siracide 38,24-34, in La Bibbia, versione CEI

La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenir saggio chi maneggia l'aratro e si vanta di brandire un pungolo? Spinge innanzi ai buoi e si occupa del loro lavoro e parla solo di vitelli? Pone la sua mente a tracciare solchi, non dorme per dare il foraggio alle giovenche. Così ogni artigiano e ogni artista che passa la notte come il giorno: quelli che incidono incisioni per sigilli e con pazienza cercano di variare l'intaglio; pongono mente a ritrarre bene il disegno e stanno svegli per terminare il lavoro. Così il fabbro siede davanti all'incudine ed è intento ai lavori del ferro: la vampa del fuoco gli strugge le carni e col calore del fornello deve lottare; il rumore del martello gli assorda gli orecchi, i suoi occhi sono fissi al modello dell'oggetto, è tutto preoccupato di finire il suo lavoro, sta sveglio per rifinirlo alla perfezione. Così il vasaio seduto al suo lavoro gira con i piedi la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro; tutti i suoi gesti sono calcolati. Con il braccio imprime una forma all'argilla, mentre con i piedi ne piega la resistenza; è preoccupato per una verniciatura perfetta, sta sveglio per pulire il fornello. Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie mani; ognuno è esperto nel proprio mestiere. Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uomini non potrebbero né abitarvi né circolare. Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo, nell'assemblea non hanno un posto speciale, non siedono sul seggio del giudice, non conoscono le disposizioni del giudizio, non fanno brillare né l'istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere.


Anonimo egiziano del XIII sec. aC (Federico), da Le miscellanee scolastiche, in Letteratura e poesia dell'antico Egitto, a cura di Edda Bresciani, Einaudi, 1999

Sii scriba: ti salva dalla fatica e ti protegge da ogni tipo di lavoro. Ti tiene lontano dal portare la zappa e la marra e dal portare un cesto. Ti tiene lontano dal manovrare il remo e ti preserva dai tormenti, perché non sei sotto numerosi padroni e numerosi superiori. L'uomo esce dal grembo di sua madre e corre verso il suo padrone: il bambino è al servizio di un soldato, il giovanotto è un soldato di perlustrazione, l'anziano è destinato a fare il coltivatore, l'adulto a fare il soldato. Lo zoppo è messo a fare il portinaio e il cieco a fare l'ingrassatore di bestiame. L'uccellatore va sulla piattaforma da posta, il pescatore sprofonda nell'acqua, il profeta sta come coltivatore, il sacerdote-uab fa il servizio e passa il tempo - ve ne sono tre di servizi giornalieri - a immergersi nel fiume e non distingue tra inverno e estate, se il cielo è ventoso o piovoso. Il sovrastante alle stalle sta al lavoro appena la sua pariglia è lasciata nel campo; mentre l'orzo è misurato a sua moglie, sua figlia è nella diga e la serva nel gruppo di lavoratori e il suo servo è a Tura (cava di calcare). Il fornaio cuoce il pane e mette il pane sul fuoco, con la destra dentro il forno mentre suo figlio lo tiene per i piedi: se scivolasse dalle mani di suoi figlio cadrebbe nel fondo del forno. Ma lo scriba, lui, è alla testa di tutti i tipi di lavoro in questo mondo.


Lars Gustafsson (Alessio), da Morte di un apicultore, Iperporea, 1989, traduzione di Carmen Giorgietti Cima (pagg. 26-27)

C'era una quantità di cose che andavano fatte l'autunno scorso agli alveari, nuove rivestiture in legno, nuovi fori di volata in alcuni, riparazioni di arnie, installazioni di materiale isolante, che per qualche incomprensibile ragione non mi sono mai risolto a fare. Non riesco a capire esattamente perché. Per qualche oscuro motivo, dovevo essere molto inerte e passivo l'autunno scorso. Grazie al cielo ora che siamo alla fine di gennaio pare che sarà un inverno mite, quasi da record. Piove giorno dopo giorno e io me ne sto immobile a letto un po' più a lungo del consueto nell'oscurità invernale, solo per il gusto di ascoltare il rumore della pioggia sul tetto. Ma supponiamo che in febbraio venga di colpo a far freddo? Come diavolo faccio allora? Gli alveari sono zuppi d'acqua nelle strutture di legno, la carta catramata sui tetti è rotta in diversi punti. Le api finiranno sicuramente per morire assiderate. Come punizione per la mia pigrizia dell'autunno scorso mi ritroverò privato di tre o quattro sciami. Da un punto di vista economico non avrà grande rilievo, dal momento che finalmente ho ottenuto un aumento della sovvenzione comunale per l'alloggio, ma sono esseri viventi che muoiono e questo in qualche modo mi fa male.
[...]
Quando muore uno sciame si prova più o meno la stessa sensazione di quando muore un animale domestico. E' una personalità di cui si avverte la mancanza, quasi come un cane o per lo meno come un gatto. Di fronte a una singola ape morta si è del tutto indifferenti; la si scopa via, semplicemente.
Il fatto curioso è che le api hanno esattamente lo stesso atteggiamento. Una così totale mancanza d'interesse per la morte altrui non si trova in molte altre specie animali. Se io schiaccio un paio di api nell'inserire un po' troppo distrattamente un'arnia, le altre le trascinano via quasi come se si trattasse di pezzi meccanici rotti. Ma anzitutto si occupano sempre del miele, se ce n'è.
Pensate se anche le api stesse la vedono così? Che è nello sciame che esiste l'individualità, l'intelligenza.
Ci sono sciami dalla personalità molto marcata. Ci sono sciami pigri e zelanti, aggressivi e miti. Ne esistono persino di frivoli e bohémien, il cielo sa se non esistono sciami dotati di senso dell'umorismo e sciami che ne sono privi.
Guardateli quando sono presi dalla febbre di sciamare! Esattamente come un essere umano nervoso, insofferente, capriccioso. Un pessimo amante, senza alcuna pazienza. E la singola ape è altrettanto impersonale di un bullone o di una vite nel meccanismo d'un orologio.


Fëdor Dostoevskij (Fiamma), da Memorie di una casa morta, Mursia, 1961, traduzione di M. Rakovska e L. G. Tenconi

Il lavoro forzato, imposto dal regolamento della prigione, non era un'occupazione ma un obbligo; il detenuto compiva il lavoro assegnatogli o lavorava per un certo numero di ore fissate dal regolamento, poi tornava nel suo carcere. In tal modo, prendeva in odio quel lavoro e, se non avesse avuto una speciale occupazione propria, a cui dedicarsi con tutta l'intelligenza e con tutto l'interessamento possibile, non avrebbe mai potuto resistere alla prigionia. Come avrebbero potuto, infatti, tutti quegli individui sani, padroni della propria intelligenza, che avevano molto vissuto e avevano un gran desiderio di vivere ancora, messi per forza insieme a quel modo, per forza strappati alla loro vita normale e alla società, ma pur conservando una volontà propria e i propri desideri, condurre là dentro una vita normale e regolare? Basterebbe l'ozio a sviluppare nell'uomo istinti criminosi, pur senza averne prima avuto neppure l'idea. Senza lavoro e senza qualche cosa di normalmente e legittimamente proprio, l'uomo non può sussistere, ma si perverte e si trasforma in una belva. Ogni detenuto, quindi, per un naturale bisogno e per un acuto istinto di conservazione, aveva là dentro un mestiere o un'occupazione propria qualsiasi. Le lunghe giornate estive erano quasi interamente assorbite dal lavoro forzato, e le brevi ore notturne bastavano appena al ristoro del sonno. D'inverno, invece, per regolamento, i detenuti dovevano essere rinchiusi nel carcere non appena imbruniva. Che fare durante le lunghe ore di tedio di quelle serate? E allora ogni caserma, nonostante la proibizione, si trasformava quasi in un immenso laboratorio. In realtà, il lavoro personale, l'occupazione privata non erano proibiti nel carcere, ma erano severamente proibiti gli arnesi, senza i quali qualunque lavoro diventava impossibile. Si lavorava di nascosto, quindi, e a quanto pareva i superiori chiudevano un occhio a questo riguardo. Spesso arrivavano detenuti che non conoscevano alcun mestiere, ma non tardavano a impararne qualcuno dai compagni, così che, scontata la pena, uscivano di là buoni artigiani. C'erano calzolai, sarti, falegnami, fabbri, incisori, decoratori. Un ebreo, un certo Isaj Bumstein, gioielliere, faceva perfino l'usuraio. Tutti lavoravano e si guadagnavano qualche cosa. Le ordinazioni di lavoro venivano dalla città. Il denaro è una forma di libertà, quindi, per un uomo assolutamente privo d'ogni altra libertà, il suo valore è dieci volte più grande. Solo a sentirselo tinnire in tasca, egli ne rimane parecchio consolato, anche se non ha la possibilità di spenderlo. La possibilità di spendere, del resto, si ha sempre e dovunque, tanto più che il frutto proibito sembra più gustoso. Il denaro, là dentro, poteva perfino procurare l'alcool. Era severamente proibito fumare, pure, tutti fumavano. Il denaro e il tabacco salvaguardavano i detenuti dallo scorbuto e da altre malattie, allo stesso modo che il lavoro li salvaguardava da nuovi delitti; senza di esso si sarebbero divorati a vicenda, come ragni chiusi in un vaso di vetro.


José Saramago (Giuseppe), da Tutti i nomi, Einaudi, 1998, traduzione di Rita Desti

La disposizione dei posti nella sala rispetta naturalmente le priorità gerarchiche, ma essendo, come ci si aspetterebbe, armoniosa da questo punto di vista, lo è anche dal punto di vista geometrico, il che serve a dimostrare che non esiste alcuna insanabile contraddizione fra estetica e autorità. La prima fila di tavoli, parallela al bancone, è occupata dagli otto scritturali ausiliari a cui compete ricevere il pubblico. Dietro questa, altrettanto centrata rispetto all'asse mediano che, partendo dalla porta, si perde giù in fondo, negli oscuri confini dell'edificio, c'è una fila di quattro tavoli. Questi appartengono ai funzionari. Dopo di loro si vedono i vice, che sono due. Infine, isolato, da solo, come doveva essere, il conservatore, a cui quotidianamente si rivolgono chiamandolo capo.
La distribuzione dei compiti fra tutti gli impiegati risponde a una regola semplice, e cioè che gli elementi di ciascuna categoria hanno il dovere di eseguire tutto il lavoro che sia loro possibile, in modo che solo in minima parte debba passare alla categoria successiva. Ciò significa che gli scritturali ausiliari sono obbligati a lavorare senza sosta da mane a sera, mentre i funzionari lo fanno di tanto in tanto, i vice molto più di rado e il conservatore quasi mai. La continua agitazione degli otto in prima fila, i quali non fanno che sedersi e alzarsi, sempre di corsa fra il tavolo e il bancone, fra il bancone e gli schedari, fra gli schedari e l'archivio, ripetendo senza sosta queste e altre sequenze e combinazioni davanti all'indifferenza dei superiori, sia diretti che remoti, è un fattore indispensabile per comprendere come siano stati possibili e deprecabilmente facili da commettere gli abusi, le irregolarità e le falsificazioni che costituiscono la materia centrale di questo racconto.


Emily Dickinson (Giuseppe), poesia n. 1126 dell'edizione Johnson, traduzione di Giuseppe Ierolli, in www.emilydickinson.it

Devo prendere te? disse il Poeta
Alla parola che si proponeva.
Mettiti in fila con i Candidati
Finché non avrò spulciato di più -

Il Poeta cercò nella Filologia
E stava per suonare
per il Candidato in sospeso
Quando arrivò non invitata -
Quella porzione di Visione
Che la Parola ambiva a riempire
Mai fino alla nomina
Il Cherubino si rivela -


Giulio Mozzi (Elvio), da Fiction, Einaudi, 2001 (pag. 107-8)

La cosa che mi impressionò di più, nei primi tempi della mia accettazione nel suo studio, fu la disposizione delle scrivanie. Non, come d'uso, scrivanie disposte ad angolo, o frontalmente. No. Paolo mi dava le spalle, io davo le spalle a lui. Se alzavo gli occhi, vedevo solo libri.
Dapprincipio non sapevo nemmeno come fare a parlargli. Come dovevo rivolgermi a lui? Dovevo voltarmi? Alzarmi in piedi? Aggirare la scrivania e propormi frontalmente? Provai. Lui mi disse: "Antonio, se ha bisogno di me, non occorre che faccia tutte queste manovre. Mi chiami e basta". Così cominciò quel nostro curioso modo di lavorare, ciascuno chino sul suo tavolo, con brevi scambi di battute senza nemmeno alzare gli occhi, senza voltare la testa. Passato l'imbarazzo, mi accorsi che era molto bello. Io ero l'allievo, e il mio maestro era sempre lì, e nel contempo ero solo. Questa è la situazione pedagogica ideale. Non mi sentii mai sollevato dalle mie responsabilità scientifiche. La presenza del maestro, alle mie spalle, era rassicurante. Tuttavia il maestro mi voltava le spalle, e questo mi inchiodava alle mie responsabilità. A dire il vero all'inizio non avevo nemmeno un'idea vaga di quali fossero, le mie responsabilità. Ero poco più che un ragazzo. Il professore ha fatto di me un uomo, di più: ha fatto di me uno studioso, un cercatore di conoscenza, un disilluso della verità.
Non so che cosa pensiate voi, cari amici ed esimi colleghi, della verità. Io, allora, a ventott'anni, ero smanioso di verità. C'erano tante questioni da risolvere, tante oscurità da delucidare, tante falsità da combattere. Mi sentivo come un cavaliere della Tavola Rotonda, vagante per le foreste della conoscenza alla ricerca del Sacro Graal, continuamente in combattimento con briganti e falsari. Desideravo la verità più di ogni altra cosa. Un giorno raccontai a Paolo questa mia fantasia. Lui mi disse: "Antonio, lei ha sbagliato secolo. Noi non siamo cavalieri erranti. Siamo cavalieri serventi. Non c'è niente di eroico nel nostro lavoro. La verità è tutto, noi non siamo niente. La verità è la nostra dama, perciò noi possiamo lodarla ed esaltarla, ma non possiamo non dico possederla: nemmeno sfiorarla con lo sguardo. Ogni nostra conoscenza sarà imperfetta. Il desiderio di conoscenza perfetta è desiderio di oscenità. Se lo ricordi". Me lo ricordo, me lo ricorderò per sempre.


Paolo Volponi (Alessio), da Le mosche del capitale, Einaudi, 1989 (pagg. 121-124)

Astolfo ha intorno a sé molti fedeli custodi, messi, collaboratori, confidenti. Fedeli la maggior parte con la fedeltà, la solerzia, la gratitudine commossa del cane. Ha perfino un cane, con il dono di assomigliare perfettamente a un uomo bruno e burbero, tarchiato dentro la sua mezza statura, appena labile nella fronte e nella nuca, irsuto e scosso nel cuoio capelluto, fatto di ciglia, ricco e fitto di palpebre e di espressioni dell'occhio, ma sempre inerti e astratte; con il dono, ancora più grande, incommensurabile, sacro, della parola. Della facoltà di capire, parlare, leggere e scrivere l'italiano e il dialetto, e anche tutti quei termini in inglese necessari alla definizione di industria, impresa, società industriale, lavoro.
Questo cane, meraviglioso ed esclusivo, risponde al nome di Tozzo, cui preferisce sentire premesso un "dottore", e ancor più, "egregio dottore", o meglio, "stimatissimo dottore", "nostro indispensabile signor dottore", "eccellentissimo signore nostro santo adorato protettore miracoloso e pieno di luce e di grazia buono e soccorrevole generoso e comprensivo potente umile, eccellentissimo dottor Tozzo".
Astolfo lo chiama per nome, Eros. Poi si mette ad ascoltarlo imbronciato oppure stizzito, o gli versa migliaia di parole, esclamazioni, colpetti e morsi dentro tutt'e due le orecchie, tirate su come un doppio megafono, sopra i peli irti del dorsale cranico, continuamente ondulato da scariche di brame, di devozione e di allarme istintivo e cosciente, con scariche di associazioni, immagini, scene, simboli, canti, uniti e mutati, infine...parole...lingua del "dottore" dentro e fuori...parole sue da imparare, da riempire di soddisfazione, da alleggerire, da smussare
[...]
- Ma le strategie da dove arrivano?
- Non so. So solo che oggi l'industria, anzi tutto il capitale, si identifica con lo stato.
- Ma cosa succede alla città, alla società, agli uomini dell'industria? Che cosa si può raccontare di loro?
- Niente. Non c'è niente da raccontare. Non si racconta più. Lo stato procede, si ferma, si corregge secondo la crisi che gli è stata assegnata dall'industria. La crisi delle istituzioni è crisi delle sovrastrutture e delle produzioni. Non c'è proprio più niente da raccontare
[...]
Tozzo si ritira lentamente con la precisione esatta di una sfera elettronica, continuando a guardare il dottore con tutte le sue palpebre, ciglia, bulbi, cornee, pupille sempre più stretti e luccicanti e dondolando appassionato. I denti gli schiumano dell'acquolina copiosa del desiderio. Ma sa ricoprirsi e mandare giù, dentro di sé, senza nemmeno dover deglutire.


Giorgio Falco (Fiamma) da Pausa caffè, Sironi, 2004

e telefono computer sedia scrivania verdi pannelli dividono e telefono computer sedia scrivania verdi pannelli dividono al call center è la position la position postazione tornio macchina di produzione i pannelli insonorizzati moquette veneziane abbassate luce fuori

position a gruppi di quattro quattro position un'isola due position vicino alle finestre due vicino al corridoio dove passano i colleghi a inizio fine turno o per il cesso

le position al numero verde non sono personali ogni giorno puoi avere una nuova position sulle position trovi numeri di fax di carte di credito di banche di assicurazioni di promozioni di piano telefonico al minuto secondo

le position vicino alle finestre teoricamente sarebbero migliori più imboscate magari farti i cazzi tuoi rifiatare almeno ma

ogni operatore telefonico detto rep è collegato al cervellone acd automatic call distribution che appare e pulsa sul computer dei teamleader e ogni rep ha una login di accesso alla rete telefonica una login che sei tu tu sei la login in ogni istante ogni movimento della tua login sei tu io sono la login quando vedo la mia login mi sembro io un altro io

quelli che escono dal numero verde conquistano una position e la personalizzano nelle position personalizzate trovi orsacchiotti di peluche alti quattro centimetri trovi post-it rosa a forma di cuore trovi un calendario di sorrisi e canzoni trovi schumi che firma un autografo su un quaderno della shell trovi titti e un gatto con gli occhiali trovi mezzelune gialle e cactus di plastica e piantine dentro una bottiglietta di san benedetto naturale da trentatré centilitri trovi un pezzo di legno di diciotto centimetri con una nicchia centrale nella quale è steso un orsacchiotto bianco croato trovi calendari di modelle vestite fotografate ai tropici trovi la fotocopia di una copertina di men's health il tipo colla maglietta sollevata cogli addominali in evidenza e il sorriso sbavato da toner in esaurimento trovi i fiori seccati di una bomboniera e cartoline del mar rosso della sardegna di santo domingo trovi un galeone spagnolo alto tre centimetri racchiuso in una biglia trasparente trovi una locomotiva di quattro centimetri coi denti bianchi e un pugnale tra i denti trovi tappetini per il mouse zio paperone una foto di tua figlia di tre anni


Christian Raimo (Federico), I ragazzi della Tecnocasa, su www.nazioneindiana.com, aprile 2004

Quei ragazzi che lavorano alla Tecnocasa
e che chiudono alle nove, anche nove e dieci,
che serrano la porta di un colore bianco
definito, uguale a tutte le altre porte
degli uffici in tutto il Centritalia,
quei ragazzi che si alzano alla sette
e si infilano uno dei tre completi blu
comprati appena dopo l'assunzione,
che fanno turni di dodici ore al giorno,
dieci e mezzo contando l'intervallo,
quei ragazzi che masticando sempiterni
chewing-gum alla fragola e alla menta,
mantenendo l'alito pulito, il capello pettinato,
devono scovare ogni giorno nuove case,
bussando e richiedendo
al vicino confidente del vicino diffidente,
quei ragazzi che illustrano le case,
i battiscopa, le caldaie, i bagni dopo la cucina,
la luce nelle stanze, i materiali dei solai,
che insistono dicendo di non farlo,
che guardano guardare venti o trenta volte
gli stessi sgabuzzini da ristrutturare,
quei ragazzi che ogni mese se va bene
si portano a casa quasi due milioni tondi,
che hanno il fine settimana per la vita personale,
per farsi una famiglia, un'idea sul terrorismo,
un corso di violino, una gita al nuovo Auchan,
quei ragazzi che con i soldi risparmiati
si stressano di meno, si migliorano la vita,
una macchina più grande, più scelta di cravatte,
un'autoradio più tascabile, la possibilità di entrare
in locali dove in tre passetti o quattro
accedere al piacere, rapidi e assassini,
cuccioli e puntuali, con quegli occhi abituati al sonno corto,
quei ragazzi con le madri che gli lavano i calzini,
con le donne che gli lasciano messaggi al cellulare,
con i padri che gli comprano la casa,
quei ragazzi hanno un numero comune:
7046002, Ufficio Tecnocasa per il Lazio.

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