I libri in testa
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Sabato 25 ottobre 2003, ore 21
Roma, Antica Libreria Croce
Le parole e il cinema
... una serie di immagini piuttosto confuse...
un incontro con i libri di
Corrado Farina
e con le parole sul cinema



Le letture

Michele Mari (Federico), Incipit di Cinema, dalla raccolta Euridice aveva un cane, Bompiani, 1993

Improvvisamente, come gli capitava ogni tre o quattro mesi, M. riconobbe in sé una precisa vaghezza di cinema. La sua prima sensazione fu di angoscia: la seconda, di zelo positivo e operoso. Ordunque procedette alla scelta del giorno, che come sempre non sarebbe stato di Marte, proclive all'abuso di tessere Agis, né di Giovia, inquietante per una sua recente tradizione di sortite serali, né men quel di Mercole, adibito agli imbonitor cittadini a capricciosa riduzione del prezzo: e non di Venere, troppo vicino all'orrore supremo di cui non si dice, il dittico festo ove starnazza sovrana la massa. Sicché, ancora una volta, fu prescelta la Luna, nell'illusion che perfino la massa abbisogni di pausa prima di ricomporsi in famelico mostro. Quanto all'orario, ah l'orario ancora lo sorprendeva dolorosamente con quell'arrogante sequenza 15.30 - 17.50 - 20.10 - 22.30 che con le sue grandi falcate pareva voler precipitare il più in fretta possibile alla sera, alle genti, alle code! Perché la sequenza giusta non riusciva a scacciarsela dalla mente, ed era quella antica che incominciando alle 14.30 e progredendo così di due ore in due ore non solo consentiva uno spettacolo in più, e quindi una più sana distribuzione dei corpi, ma sembrava anche indugiare in quella terra di torpide digestioni che è il primissimo pomeriggio, isola di metafisica solitudine sospesa nel tumultuante mare della giornata. Pure, bisogna rassegnarsi al nuovo, e dopo breve scrutinio diede comunque fiducia alle 15.30. A questo punto, in attesa del Lunedì, M. aveva avuto tutto il tempo per ponderare la scelta più importante: che non era del film, ma del luogo. "Andare al cinema" era per lui espressione di verità letterale, essendo il cinema, al suo cuore devoto, un tempio solenne c'avea il proprio senso in se stesso, indipendentemente dal rito che vi si celebrava. Procuratasi dunque la pagina dei cinema e un grasso pennarello nero, M. imprese a cancellare, e ad ogni barra, assaporando le sofferenze che così si evitava, godeva immensamente. L'Accademia gli è troppo piccino, bastano sette spettatori a creare un'impressione di pieno, via! E l'Accademia non esisteva più. Il Majestic è troppo vicino alla stazione, chissà gli scioperati che vi ronzano intorno, via! Il Lux e il Capitol sono provvisti di intrinseco bar, e il bar comprende una machine à pop-corn, onde il frugare crocchiante di dita nel buio: via, via, via! L'Embassy, l'Odeon, l'Arcadia, il Minerva e il Minervino sono in centro, coefficiente che ne moltiplica i rischi: e allora vi si spanda sopra generoso l'inchiostro... Alla fine dell'operazione, la pagina sembrava una poesia dell'Isgrò: contemplandola soddisfatto, M. si sentiva come nauta che superate le sirti e gli scogli si affacci alla poppa, e un po' si rallegri e un po' ancor rabbrividisca.
Lasciata decantare per ventiquattr'ore, la pagina venne ripresa all'indomani: dei tredici locali superstiti dovendosi eleggere quello e quello soltanto che offriva le garanzie più sicure. E' in questa fase che l'occhio di M. si sofferma sui titoli, e subito, con pennarello scarlatto e rinnovellato fervore, ricomincia a sbarrare. Film recente, chissà quanti devono ancora vederlo, via! Film onusto di Leoni e di Oscar, per carità! Film con attori famosi diletti alle genti? Sbarrare, sbarrare! E questa roba di televisiva mimesi, pegno agghiacciante di continuità fra il "tinello" e il tempio? Queste illecebre di cosce e di tette? Tutto questo slavume che tanto lusinga il saputo essaista? Via, via, via!
Spossato dal proprio furore, le dita impiastricciate di inchiostro, M. rimira alfin la sua scelta, exempligratia un poliziesco vecchiotto con Lino Ventura (caro!), un titolo debitamente inattuale ("Centomila dollari per una canaglia"), una pellicola che è facile immaginare sbiadita e rigata, un locale dal nome scostante (il Gioberti), una zona decentrata, malservita, popolata di onesti lavoratori, sì, dovrebbe andar bene, ma sì, rischiare si può. Seguono giorni di ansia: e se Lunedì prossimo il Gioberti cambia la programmazione? Telefonare? Fare un sopralluogo? Meglio aspettare con teologale fiducia, far finta di niente, convincersi di non avere ancora deciso: e si può anche venire premiati, scoprire (alle sette e trenta di quel lunedì, in piedi davanti all'edicola) che ancora una volta Lino Ventura sarà "la canaglia" sul frusto écran del Gioberti.


Corrado Farina (Corrado Farina), da Un posto al buio, Biblioteca del Vascello, 1994 e Robin, 2000, pag. 204

Per un ragazzo di oggi, il mondo è ancora diverso: la televisione gli porta in casa ogni giorno un centinaio di film, e come se ciò non bastasse ci sono i videoregistratori, che gli consentono di vedere tutto quello che vuole in qualsiasi momento. L'offerta di immagini è sterminata, e, come ci insegnano gli economisti, l'eccesso di offerta finisce con l'inflazionare il mercato.
Il risultato è che ben pochi, ormai, possono ricordare, o anche solo capire, che cosa rappresentava il cinema cinquanta o sessant'anni fa... Il cinema, allora, era la lampada di Aladino, in grado di esaudire qualsiasi desiderio. Andare al cinema significava uscire, non solo dalla propria casa ma dal proprio mondo: voleva dire acquistare un biglietto che permetteva di entrare in una dimensione parallela, in cui tutto poteva succedere: battersi con gli uomini più coraggiosi del mondo, amoreggiare con le donne più belle, vedere posti che non si potevano vedere in nessun altro modo. Oggi, qualsiasi impiegata di un'agenzia di viaggi vi parla con disinvoltura di Hong-Kong, di Pechino e di Casablanca, e vi squaderna sul banco dei dépliants pieni di fotocolor, che banalizzano qualsiasi posto, togliendogli ogni mistero. Una volta, quei medesimi nomi bisognava andarseli a cercare con il batticuore sul mappamondo o sull'atlante geografico, come se fossero nomi mitici che esistevano solo nella fantasia: il cinema era l'unico mezzo per arrivarci, e tale era la sua forza di suggestione che non importava affatto che Hong-Kong fosse ricostruito all'interno di un teatro di posa, o che la Muraglia Cinese fosse un modellino su un fondale dipinto...


Marcel Proust (Giuseppe), da Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, La strada di Swann, Einaudi, 1981, traduzione di Natalia Ginzburg, pagg. 11-12

A Combray tutti i giorni, sul termine del pomeriggio, molto prima del momento in cui mi sarei dovuto mettere a letto e stare, senza dormire,lontano dalla mamma e dalla nonna, la mia camera ridiveniva il punto fisso e doloroso delle mie preoccupazioni. Avevano escogitato, per distrarmi nelle sere che mi vedevano un aspetto troppo infelice, di regalarmi una lanterna magica, con cui, mentre si aspettava l'ora del pranzo, coprivano la mia lampada; e, al modo dei primi architetti e maestri vetrai dell'età gotica, essa sostituiva all'opacità delle pareti impalpabili iridescenze, soprannaturali apparizioni multicolori, dov'eran dipinte leggende come in una vetrata vacillante e momentanea. Ma la mia tristezza ne veniva accresciuta, giacché anche soltanto il mutamento d'illuminazione distruggeva in me l'abitudine alla mia stanza, grazie alla quale, a parte il supplizio del coricarsi, essa mi era divenuta tollerabile. Ora non la riconoscevo più e vi ero inquieto, come in una camera d'albergo o di chalet, dove fossi giunto per la prima volta scendendo dal treno.
[...]
Se si faceva muovere la lanterna, scorgevo il cavallo di Golo che continuava ad avanzare sulle tende della finestra, gonfiandosi nelle pieghe, scendendo nei solchi. Lo stesso corpo di Golo, di un'essenza soprannaturale come quello della sua cavalcatura, vinceva ogni ostacolo materiale, ogni oggetto molesto che incontrava, prendendolo come ossatura e rendendolo interiore a sé, fosse stato anche il pomo dell'uscio sul quale subito d'adattava e galleggiava indomabile il suo abito rosso o la sua faccia pallida sempre egualmente nobile e malinconica, ma priva d'ogni traccia di turbamento per quella transvertebrazione.
Certo, quelle lucenti proiezioni che sembravano emanare da un passato merovingico e mi facevano ondeggiare intorno riflessi di storia così antichi, avevano per me un certo incanto. Ma non posso dire qual malessere tuttavia mi causasse quell'intrusione del mistero e della bellezza in una stanza che avevo finito col riempire del mio io a tal punto da non prestare attenzione più all'una che all'altro. Cessata l'azione anestetizzante dell'abitudine, mi mettevo a pensare, a sentire, cose tanto tristi. Quel pomo dell'uscio della mia camera, che differiva per me da ogni altro pomo del mondo per il fatto che pareva aprirsi da solo, senza che dovessi girarlo, tanto l'uso me ne era diventato incosciente, ecco che ora serviva di corpo astrale a Golo.


Corrado Farina (Corrado Farina), da Giallo antico, Fògola, 1999, pag. 23 e pag. 147

Il giovane scrollò le spalle, come a rimuovere ipotesi che erano troppo lontane e confuse per poterle decifrare. Ogni cosa a suo tempo. Intanto si trovava in quella che era stata la culla del nostro primissimo cinema, e con un compito dei più fascinosi. Lasciò vagare lo sguardo sulla città che si stendeva ai suoi piedi, e su cui stava calando il crepuscolo... Eccomi a te, Torino! Ombre favolose dei primi grandi imprenditori e artisti, di Giovanni Pastrone, di Arturo Ambrosio, di Ernesto Maria Pasquali, e voi, carnali fantasmi di Pina Menichelli e di Italia Almirante Manzini, languide e conturbanti dee del sesso di allora, svegliatevi! Dall'altro capo del secolo, Marco Peretti Buy sta per venirvi a cercare: raccogliete i vostri ricordi, e preparatevi a raccontargli la storia dei mitici anni in cui Torino era la capitale del cinema!...
[...]
Pastrone, il cui ingegno meccanico andava di pari passo con il fiuto imprenditoriale, aveva messo a punto un sistema sperimentale di sincronizzazione del suono per la produzione di "film sonori con musica di opera"; e negli ultimi mesi del 1908 aveva realizzato con questo nuovo sistema una Manon Lescaut e una Lucia di Lammermoor che avevano suscitato un certo scalpore.
Ma non era ancora contento; e oggi aveva riunito tutti i dipendenti dell'azienda per comunicare loro la nascita di un nuovo progetto, destinato a inaugurare i teatri di posa di Ponte Trombetta: una pellicola intitolata L'assedio e la caduta di Troia ...
- ... che sarà la più grandiosa mai realizzata nel mondo! Perché io sono convinto che sempre di più l'avvenire del cinematografo sarà nel grande spettacolo, nella capacità di far sognare lo spettatore e di trasportarlo lontano dal proprio mondo, anziché riproporgli una realtà che gli è nota, e che certo egli non è disposto a pagare per ritrovare nel buio della sala cinematografica. La strada tracciata da George Méliès è aperta davanti a noi, ma dobbiamo percorrerla lasciandoci alle spalle tutto ciò che appartiene al teatro e al cafè-chantant. Dovremo abbandonare ad esempio i fondali dipinti, e ricostruire scenari a tre dimensioni; avere il coraggio di uscire, se occorre, dai teatri di posa, e "girare" in autentici paesaggi naturali; ed è anche importante che la cinecamera non resti fissa in un unico punto, come se fosse l'occhio di uno spettatore seduto nella platea di un teatro, ma impari a muoversi avanti, indietro e di lato...
- Ma come sarà possibile? - chiese Natale Chiusano, uno dei cineoperatori dell'Itala.
- Io non vi so dire, Chiusano, come questo sarà possibile, ma so che a questo dovremo arrivare. Forse con una piattaforma montata su ruote, sulla quale si possa fissare la cinecamera e che possa essere fatta muovere avanti e indietro...
- Ciò non si potrà mai fare - obiettò l'operatore, scettico - le vibrazioni impedirebbero il regolare scorrimento della pellicola, senza contare che ogni spostamento svelerebbe i trucchi a cui ricorriamo per ricreare gli effetti delle singole scene...
- Ogni cosa a suo tempo. Nel frattempo vi invito tutti a proporre delle idee che possano dar luogo a pellicole sempre più grandiose e spettacolari. I francesi hanno saccheggiato la storia e il melodramma, ma non si sono mai spinti più in là delle pellicole da 300 metri... Io sono convinto che la Storia sia un serbatoio pressoché inesauribile di spunti, ma che molti di essi non possano essere ristretti in limiti così angusti. E' per questo che la nostra film sulla caduta di Troia avrà una lunghezza di almeno 600 metri... - Giovanni Pastrone alzò la voce, per dominare il brusio di incredulità che si levava nella stanza - ...e se non prendo un abbaglio arriveremo presto a realizzare pellicole che dureranno financo cinquanta minuti, forse anche un'ora e più...
- Rischiamo di far uscire la gente dalle sale col deretano piatto... - bofonchiò Carlo Sciamengo, che talvolta aveva l'impressione di essersi messo in società con un cavallo imbizzarrito.
- Non ascolteranno i lamenti del loro deretani, se i loro occhi saranno inchiodati allo schermo!...


Cesare Zavattini (Alessio), da Sono epilettico (2 maggio 1948), in Opere, Bompiani, 2001

Un veneto dice: "C'è una parte per me?", è alto, magro con la barba alla nazzarena, gli consiglio di togliersi la barba che gli diminuisce la possibilità d'ingaggi, si taglia la barba, va da Blasetti che dice: "Perché si è tagliata la barba?" Mi telefona che ha di nuovo la barba, domanda una raccomandazione per Freda che non cerca gente con la barba. Un altro veneto supplica che lo presenti a De Sica per la parte del ladro, lo avverto che sono parecchi i concorrenti, quando sente che il ladro deve buttarsi per terra colto da un attacco di epilessia, dà un urlo di gioia: "Io, io sono epilettico.


Cesare Zavattini (Alessio), da Due soli attori, in Opere, Bompiani, 2001

Bisogna approfittare di quando si è un po' ebbri, altrimenti non oseremo mai dire a un produttore: penso un film di lunghezza normale, con due soli attori, in una cantina, legati su una sedia. L'ho pensato sul serio, e basterebbe a rovinare vita natural durante il mio commercio se mi lasciassi prendere dalla voglia di presentarlo al produttore: "buon uomo, la spesa è poca, il costo della pellicola, due attori, centocinquantamila?" Egli risponde: "Il cinema è movimento". Invece io li presento seduti i mie due, legati per giunta, lascio loro libera la faccia, la lingua: tutti primi e lunghissimi piani, sono amici, non sanno chi sia stato a metterli violentemente in quelle condizioni, ora sono soli con un po' di paura, di stupore, perfino di allegria. Dopo poco una voce li informa di certe loro faccende private, quello a destra ha la prova di esser stato fatto becco da quello di sinistra, sono lì a mezzo metro l'uno dall'altro; si sputano in faccia, ululano guaiscono ruggiscono. Siamo a dieci minuti. Che cosa succedere durante gli altri ottanta minuti? Cioè minuti di silenzio, primo piano dei nasi, di un poro, cominciano a discorrere, i sentimenti più disparati, stanno per raggiungere la "santità", piangono insieme come agnellini; conosciamo la loro vita segreta, poi si risputano in faccia, poi tornano al dialogo platonico, sempre legati, si vedono i loro fiati confondersi nella cantina umida. Il finale sarebbe censurato.


Corrado Farina (Corrado Farina), da Dissolvenza incrociata, Fògola, 2002, pag. 129

- Fai attenzione, Scarlet... - le aveva detto fra l'altro - Ogni volta che si incomincia un film, si forma un gruppo di uomini e donne che vivono a stretto contatto fra loro per qualche settimana e lavorano, faticano, soffrono e gioiscono insieme, non di rado in luoghi lontani dalle rispettive famiglie. La condivisione di gioie e dolori crea una specie di campo magnetico e la troupe diventa una vera famiglia, all'interno della quale non mancano di nascere i problemi di tutti i nuclei familiari, affetti, gelosie, frustrazioni, rivalità e ripicche, che possono sfociare in rapinosi rapporti d'amore ma anche in piccoli o grandi drammi.
- Ma come si concilia questa facilità di creare legami provvisori con l'esistenza eventuale di una famiglia autentica? - aveva domandato lei, perplessa.
- Quando il film finisce, di solito, ognuno ritorna a casa propria e le strutture sociali e sentimentali si ricompongono. Questo può anche non succedere, e non a caso il nostro mestiere ha una percentuale piuttosto elevata di matrimoni sfasciati... Non dimenticarlo, Scarlet: noi del cinema siamo degli zingari dei sentimenti, e spesso corriamo il rischio di fare del male agli altri senza rendercene conto. Guarda Cesare Pavese, ad esempio: non si può certo ricondurre tutto il suo disagio esistenziale alla Dowling, quell'attricetta americana di cui si era innamorato, ma è abbastanza probabile che sia stata lei che gli ha dato il colpo di grazia e lo ha portato al suicidio...
- Anche voi registi siete zingari dei sentimenti? - aveva chiesto Scarlet; e l'occhiata che accompagnava questa domanda aveva immesso nei suoi occhi verdi un lampo di malizioso sorriso.
Fabrizio Mattei aveva sorriso a sua volta, un po' imbarazzato:
- Beh, di solito i registi sono così impegnati a pensare al loro film che sono meno vulnerabili degli altri... Comunque, io ho semplicemente voluto avvertirti: so che sei in grado di badare a te stessa, ma non vorrei che mi creassi dei casini fra Carlo e Cecilia prima che il film sia finito...


François Truffaut (Fiamma), da I film della mia vita, Marsilio 1992, traduzione di Antonio Costa

Un giorno del 1942, avevo una gran voglia di vedere "Les visiteurs du soir" (L'amore e il diavolo), il film di Marcel Carné arrivato finalmente al mio quartiere, al cinema Pigalle, e decisi di non andare a scuola. il film mi piacque molto. ma quella sera stessa una mia zia, che studiava al conservatorio, passò da me per portarmi al cinema. aveva già fatto la sua scelta: Les visiteurs du soir e, dato che non era proprio il caso di confessare che lo avevo già visto, me lo dovetti rivedere, facendo finta di scoprirlo solo allora. fu esattamente quel giorno che mi accorsi di quanto era affascinante penetrare sempre più intimamente nell'opera che ci piace fino quasi a provare l'illusione di riviverne la creazione. un anno dopo arrivava "Le courbeau" (Il corvo) di Clouzot che mi piacque ancor di più: dalla sua uscita (maggio 1943) alla liberazione, che segnò la sua proibizione, lo avrò visto cinque o sei volte. più tardi, quando tornò in circolazione, lo rividi più volte all'anno fino a conoscerne i dialoghi a memoria, dialoghi molto più spinti di quelli degli altri film e comprendenti un centinaio di parole forti di cui andavo a poco a poco scoprendo il significato; tutto l'intreccio di "Le courbeau" era basato su un'epidemia di lettere anonime che denunciavano aborti, adulteri e corruzioni varie, fornendo un'immagine abbastanza fedele di quello che vedevo intorno a me, guerra, dopoguerra, collaborazionismo, delazione, mercato nero, espedienti vari e cinismo.
I miei primi duecento film li ho visti in clandestinità, disertando la scuola o entrando in sala senza pagare- attraverso le uscite di sicurezza o le finestre dei gabinetti- oppure approfittando, di sera, dell'assenza dei miei genitori e con la necessità, quindi, di trovarmi a letto fingendo di dormire al loro rientro. pagavo questo piacere con forti mal di pancia, lo stomaco imbarazzato, i capelli dritti dalla paura, tutto preso da un senso di colpa che non poteva che sommarsi alle emozioni che mi procurava lo spettacolo.
Sentivo un gran bisogno di penetrare nei film e ci riuscivo avvicinandomi sempre di più allo schermo per astrarmi dalla sala; evitavo i film in costume, di guerra e western perché mi era difficile identificarmi; per eliminazione non mi restavano che i polizieschi e i film d'amore; contrariamente ai piccoli spettatori della mia età non mi identificavo con gli eroi "eroici" ma con i personaggi handicappati e più sistematicamente con tutti quelli che si trovavano in colpa. Si capirà perché mi abbia sedotto, all'inizio, l'opera di Alfred Hitchcock interamente cosacrata alla paura, e successivamente quella di Jean Renoir tutta rivolta alla comprensione: "ciò che è terribile su questa terra è che tutti hanno le loro ragioni" (La règle du jeu, 1939). la porta era aperta: ero pronto a ricevere le idee e le immagini di Jean Cocteau, Sacha Guitry, Orson Welles, Marcel Pagnol, Lubitsch, Charlie Chaplin naturalmente, e di tutti quelli che, senza essere immorali "dubitano della morale degli altri" (Hiroshima mon amour, 1959).


Paolo Nori (Michele), da Bassotuba non c'è, Derive/Approdi 1999 e poi Einaudi SL 2001

Tu dici tanto dietro al cinema, Pasolini, Wim Wenders, alla televisione, e la letteratura, allora? La televisione lasciamola stare, per cortesia. Il cinema, ti succedono due cose, se vai al cinema. La prima, ti succede che poi ti fanno delle domande. Ti chiedono Hai visto Film blu? Sì, devi dire. Ti è piaciuto, ti chiedono. No, devi dire. Ma dai, ti dicono. Eh, gli dici. A me è piaciuto, ti dicono. Ma dai, devi dire. Sì, ti dicono. Molto bello, ti dicono. Allora tu devi chiedere Hai visto film rosso? No, ti dicono. No? devi dire. No, ti dicono, l'ho perso. Peccato, devi dire. Dopo ti chiedono Ti è piaciuto Film bianco? Sì, devi dire. Sì? chiedono. No, devi dire, scusa. Ah, ti dicono.
Queste conversazioni, si può anche far senza, nella mia vita.
La seconda cosa che ti succede quando vai al cinema è che te vai al cinema a vedere un film sulla rivoluzione, vieni fuori che ti sembra di aver fatto la rivoluzione. Allora, dopo, vai a casa come uno che ha appena fatto la rivoluzione. Cosa deve fare, uno che ha appena fatto la rivoluzione? Niente. Va a letto. A riposarsi. Che te hai un bei dire, dopo, Scantatevi, che vi stanno sfruttando. Che fate una vita di merda, scantatevi. Quelli ti guardano come se loro fossero Robespierre e Marat. E tu, un deficiente. Ti guardano come si guarda un matto. Loro, convinti di aver fatto la rivoluzione, pensano che sei tu, il matto. Li senti, come dicono Ho visto il film su Sacco e Vanzetti? Lo dicono come se fossero andati in America a bruciarsi davanti al tribunale, per Sacco e Vanzetti.
E la letteratura?
La letteratura no. La letteratura, ti sveglia. Ti fai delle domande, con la letteratura. Che li ho visti, gli studenti di russo del secondo anno. Si vedeva, da come entravano in facoltà, che avevano appena letto Delitto e castigo. Si vedeva, da come piegavano la testa, che pensavano Ma io, sono un insetto? Cosa farò, io, nella mia vita? Una vita da cimice o da Napoleone? Dopo, di solito, si scordano. Fanno carriera. Al massimo, fondano un cineclub, dopo.


Eric Rohmer (Fiamma), dall'introduzione di Six contes Moraux, edizioni Cahiers du cinéma, traduzione di Fiamma Giuliani

Perché filmare una storia quando possiamo scriverla? Perché scrivere una storia quando la gireremo? Questa doppia domanda non è così oziosa come sembra. Me la sono posta. L'idea di questi racconti mi è venuta in un'età in cui non sapevo ancora se sarei stato un cineasta.
Se ne ho fatto dei film è perché non sono riuscito a scrivere. E se, in un certo senso, è vero che li ho scritti, è stato unicamente per poterli girare."


Corrado Farina (Federico), da Un posto al buio, Biblioteca del Vascello, 1994 e Robin, 2000, pag. 82

Anche Amedeo guardò Carola. E così facendo realizzò, con pacato terrore, che dietro ai due occhi sbarrati di lei ce n'erano altri quattro: i due occhi minacciosi di Carlo Caretto, e i due occhi impassibili della doppietta che l'uomo teneva puntata contro di loro con mano sicura.
Per Amedeo, si aprì uno squarcio nel fluire del tempo: uno di quegli squarci che possono durare delle ore, dei mesi o degli anni, e che poi, quando vengono ricuciti, si scopre che sono durati soltanto una manciata di secondi. Nel vuoto interminabile che seguì, egli fece, con calma, le seguenti considerazioni:
a) Dentro allo squarcio, era tutto perfettamente immobile: non si muoveva Carola, che lo fissava stravolta e non si era neanche accorta che alle sue spalle c'era un'altra persona; non si muoveva l'uomo, e tanto meno il suo fucile; e non si muoveva (Amedeo ne era assolutamente sicuro) nient'altro. Le lancette del suo orologio da polso, ad esempio, si erano certo arrestate. Anche gli uccelli dovevano essersi fermati in volo, a mezz'aria, trattenuti lassù da qualche arcano campo magnetico; e la superficie del ruscello che scorreva nel bosco si era certo pietrificata nel suo divenire incessante, e là dove un ramo caduto creava un ventaglio di schizzi c'erano sicuramente le varie goccioline sospese nell'aria.
b) Quando il tempo avrebbe ripreso il suo corso, qualcuno avrebbe ben dovuto parlare. Ma Carola non si era accorta di nulla, e, quanto a lui, sapeva che è sempre rischioso, davanti alla canna di una doppietta, prendere iniziative. Restavano quindi, come possibili candidati all'apertura di un dialogo, l'uomo con il fucile e il fucile stesso.
c) Se avesse parlato prima il fucile, Amedeo non avrebbe più avuto nessun problema, per la semplice ragione che non ci sarebbe più stato Amedeo.
d) Se avesse parlato prima l'uomo, avrebbero avuto qualche possibilità di cavarsela, ma dovevano trovare alla svelta una qualche storiella per giustificare la loro presenza lì dentro.
- Voi, che cazzo volete?
Amedeo respirò. Meno male. Aveva parlato l'uomo, per primo.
Lo strappo era stato ricucito, ed il tempo aveva ricominciato a fluire. Le lancette avevano fatto un ulteriore passetto in avanti, il ruscello aveva ripreso a scorrere, gli uccelli avevano ricominciato a volare, e Carola, poveretta, colta a tradimento alle spalle da una voce sconosciuta e da una domanda così poco formale, aveva fatto un salto di dieci centimetri.


Corrado Farina (Michele), da Storia di sesso e di fumetto, Mare Nero, 2001, pag. 172

Una corsa dissennata portava intanto Bonaventura, attraverso i meandri del Vaticano, alla base di una scaletta ripida e stretta, che salì tutta d'un fiato poiché sentiva risuonare alle spalle i passi affrettati di molteplici inseguitori. Sbucando non senza meraviglia sulla balconata superiore della cupola di San Pietro, diede un'occhiata in basso: gli appartamenti papali erano in fiamme, e il colonnato del Bernini, raggiunto dalle bombe, era diroccato in più punti. Nella piazza, gli indiani a cavallo galoppavano intorno a un gruppo di motociclette tedesche asserragliate ai piedi dell'obelisco centrale, con Veniero Storti che si strusciava le mani in divisa da generale SS. Dall'alto di una torretta di tubi Innocenti, Giorgio Peretti Buy gridava in un megafono "Avanti gli elefanti!", mentre una cinepresa montata su una gru si innalzava pian piano a riprendere il tutto.


Corrado Farina (Alessio), da Storia di sesso e di fumetto, Mare Nero, 2001, pag. 183

I due si strinsero in un appassionato abbraccio, mentre i fiori si richiudevano su di loro, nascondendoli pudicamente alla nostra vista; e se la scritta "FINE" non apparve in sovrimpressione fu solo perché questo è un racconto per parole anziché per immagini.


Corrado Farina (Giuseppe), da Un posto al buio, Biblioteca del Vascello, 1994 e Robin, 2000, pag. 215

Amedeo fece ruotare il polso, adagio. La chiave girò. Si sentì un "clic", sommesso, e il portoncino si aprì.
Il giovane entrò, e se lo richiuse alle spalle. Inopinatamente, una musica aumentò di volume, mentre dal fondo veniva avanti, a riempire lo schermo, la scritta "THE END".

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