I libri in testa
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Martedì 25 maggio 2004, ore 22
Roma, Alpheus, Via del Commercio
replica con licenze
cazzzo ridi!?
Leggere per non piangere



Le letture

David Foster Wallace (voce registrata di Federico), da Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, 1998, stralci liberamente tratti dal primo capitolo, traduzione di Gabriella D'Angelo e Francesco Piccolo

(mp3 - 2,26 MB)

Spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo.
Un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato.
Il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente.
Tramonti che sembrano disegnati al computer e una luna tropicale che assomiglia a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche.
Frotte di pesciolini con le pinne luccicanti.
La puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida.
Videocamere che praticamente richiedono un carrello.
Valigie fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito.
Una donna in lamè argentato che vomita a getto dentro un ascensore di vetro.
Croupier professioniste così carine che ti fanno venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all'ultimo centesimo a blackjack.
Capire cosa significa aver paura della propria tazza del cesso.
Assaggiare caviale e trovarsi d'accordo con il giudizio del bambino che siede accanto: "fa schifo".
Un sacco di gente seminuda che sarebbe preferibile non vedere seminuda.
Essere oggetto in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali.


Philip Roth (Federico), da Lamento di Portnoy, Einaudi, 2000, traduzione di Roberto C. Sonaglia

Poi arrivò l'adolescenza. Trascorrevo metà della mia vita da sveglio chiuso a chiave nel bagno, spremendomi il pisello nella tazza del gabinetto o nei panni sporchi del portabiancheria, o s-ciàcc, contro lo specchio dell'armadietto dei medicinali, di fronte al quale stavo ritto con le brache calate per vedere com'era quando schizzava fuori. Oppure mi piegavo in due sopra il pugno in azione, con gli occhi chiusi e la bocca ben spalancata, per ricevere quella salsa appiccicosa di panna e Cif Ammoniacal sulla lingua e i denti; sebbene non di rado, nella mia cieca estasi, me la beccassi tutta sui riccioli, come un'esplosione di Tricofilina. Attraverso un mondo di fazzoletti sgualciti e kleenex appallottolati e pigiama macchiati, agitavo il mio pene turgido e infiammato, nell'eterno terrore che la mia schifosità venisse scoperta e qualcuno mi piombasse addosso proprio nell'istante frenetico in cui deponevo il mio carico. Nonostante ciò, ero del tutto incapace di tenermi le zampe lontane dal batacchio, una volta che cominciava a salirmi su per la pancia. Nel bel mezzo di una lezione alzavo la mano per chiedere il permesso, mi precipitavo ai gabinetti e con dieci o quindici botte selvagge mi masturbavo in piedi davanti a un orinale. Allo spettacolo del sabato pomeriggio, lasciavo i miei amici per andare al distributore di caramelle, poi mi appartavo in un angolo vuoto del cinema e schizzavo il mio seme nell'incarto vuoto di una tavoletta di Mounds. Durante una gita del nostro gruppetto familiare estrassi il torsolo di una mela, notai stupito (e sull'onda della mia ossessione) a cosa somigliava, e corsi nella boscaglia per stendermi sull'orifizio del frutto, fantasticando che quel forame fresco e farinoso si trovasse in realtà ubicato tra le cosce della mitica entità che mi chiamava sempre Maschione, quando pietiva qualcosa che nessuna ragazza nell'arco della storia aveva mai ricevuto. "Ah, Maschione, ficcamelo dentro " rantolava la mela cavata che mi sbattei come uno scemo durante quel picnic. "Maschìone, Maschione, sí, dammelo tutto" implorava la bottiglia vuota del latte che tenevo nascosta in un ripostiglio del seminterrato, da infilare vigorosamente dopo la scuola con il mio pinnacolo invaselinato. "Vieni, Maschione, vieni" gridava impazzita la bistecca di fegato che, nella mia insania, avevo comprato un pomeriggio dal macellaio e, ci creda o no, violentato dietro un cartellone mentre andavo a lezione per il bar mitzvah.
Fu al termine del primo anno del liceo - nonché primo anno di masturbazione - che mi scoprii sulla parte inferiore del pene, proprio dove il canale incontra la testa, una macchiolina scolorita successivamente diagnosticata come efelide. Cancro. Mi ero provocato il cancro. Tutto quel tirarmi e strapazzarmi la carne, tutto quello sfregamento, mi aveva procurato un male incurabile. E non ero ancora quattordicenne! Di notte, a letto, le lacrime mi rigavano le guance. "No! " singhiozzavo. "Non voglio morire! Per carità... no! "
Ma poi, visto che comunque sarei diventato un cadavere entro breve tempo, proseguii secondo abitudine e continuai a tirarmi le seghe dentro un calzino. Avevo cominciato a portarmi a letto le calze sporche, in modo da usarne una come ricettacolo serale e l'altra al momento del risveglio.
Se soltanto fossi riuscito a contenere i rasponi a uno al giorno, o stabilizzarmi sui due, massimo tre! Ma con la prospettiva dell'oblivione in agguato, cominciai ad accumulare nuovi primati personali. Prima dei pasti. Dopo i pasti. Durante i pasti. A cena balzo in piedi afferrandomi tragicamente la pancia: diarrea! urlo, ho un attacco di diarrea!, e appena chiusa a chiave la porta del bagno, mi infilo sulla testa un paio di mutande sottratte al guardaroba di mia sorella e tenute in tasca arrotolate in un fazzoletto. L'effetto delle mutandine di cotone sulla mia bocca è cosí galvanizzante - la parola "mutandine" è cosí galvanizzante - che la traiettoria della mia eiaculazione raggiunge nuove, sensazionali altezze: decollando dalla fava come un missile prende la rotta per la lampadina soprastante dove, con mio orripilato stupore, si spiaccica spenzolante. Sulle prime mi copro disperatamente il capo aspettandomi una pioggia di vetri, un'esplosione di fiamme (il disastro, vede, non è mai lontano dai miei pensieri). Poi, con la massima calma possibile, monto sul calorifero per rimuovere quel coagulo sfrigolante con una pallottola di carta igienica. Avvio una scrupolosa ispezione alle tende della doccia, alla vasca da bagno, al pavimento piastrellato, ai quattro spazzolini - Dio ci scampi! - e proprio quando sto per aprire la porta convinto di avere coperto le mie tracce, il cuore mi balza in gola alla vista dello scaracchio che mi imbratta la punta della scarpa. Sono il Raskolnikov delle pugnette: la collosa evidenza è ovunque! Ce l'ho anche sui polsini? nei capelli? nelle orecchie? Mi chiedo tutto ciò mentre torno al tavolo di cucina, borbottando con aria di dignità offesa quando mio padre apre la bocca piena di marmellata rossa per dire: "Non capisco perché ti chiudi a chiave. Va al di là della mia comprensione. Che è questa, una casa o la Stazione Centrale?". "... privacy... un essere umano... qui dentro mai" ribatto, poi spingo da parte il mio dessert e strillo: "Non mi sento bene... mi lascereste in pace, tutti quanti ? "
Dopo il dessert - lo finisco perché succede che mi piaccia anche se detesto loro - dopo il dessert torno di nuovo in bagno. Frugo nei panni sporchi della settimana finché trovo uno dei reggiseni di mia sorella. Lego una spallina alla maniglia della porta, l'altra a quella dell'armadietto degli asciugamani: uno spaventapasseri per coltivare nuovi sogni. "Oh, ménatelo, Maschione, fattelo rosso... ", cosí vengo incalzato dalle coppette del reggiseno di Hannah, quando un giornale arrotolato picchia sulla porta. Io e il contenuto della mia mano facciamo un balzo sull'asse del gabinetto. "Dài, lascia sedere anche qualcun altro su quella tazza" dice mio padre. "È una settimana che ho l'intestino bloccato".
Recupero il sangue freddo, esercizio in cui sono impagabile, con uno scoppio di indignazione. - Ho una diarrea spaventosa! Non ha nessun significato in questa casa? - ... riprendendo contemporaneamente a menarmelo, anzi accelerando il ritmo mentre il mio organo canceroso ricomincia miracolosamente a rimettere fuori la testa.
Poi il reggiseno di Hannah inizia a muoversi. A ondeggiare qua e là! Mi copro gli occhi, e toh! Lenore Lapidus! che ha le tette piú grosse della classe; quando corre all'autobus dopo la scuola, il suo grande intangibile carico ondeggia pesante all'interno della camicia, oh le faccio sgusciare dalle coppe ed ecco LE AUTENTICHE POPPE DI LENORE LAPIDUS e nella medesima frazione di secondo realizzo che mia madre sta scuotendo vigorosamente la maniglia. E dài e dài mi sono finalmente dimenticato di chiuderla a chiave! Sapevo che un giorno sarebbe successo! Beccato! Come dire morto!
- Apri, Alex. Voglio che tu apra immediatamente.
È chiusa a chiave, non mi hanno beccato! E dalla cosa viva nella mia mano mi rendo conto di non essere neppure morto. Allora giú colpi! giú colpi! - Leccami, Maschione... dammi una bella leccata! Sono il polposo superreggipetto di Lenore Lapidus!
- Alex, voglio una risposta. Hai mangiato patatine fritte uscito da scuola? È per questo che stai cosí male?
- Nahhh, nahhh.
- Alex, hai i dolori? Vuoi che chiami il dottore? Hai i dolori o no? Voglio sapere esattamente dove ti fa male. Rispondimi.
- Sííí, sííí.
- Alex, non voglio che tiri l'acqua, - dice mia madre severa. - Voglio vedere cosa hai fatto lí. Questa storia non mi piace niente.
- E io, - interviene mio padre, punto come sempre dai miei successi, con invidia mista ad apprensione, - io ho l'intestino bloccato da una settimana, - e in quella io balzo dal mio posatoio sull'asse del gabinetto e, gemendo come un animale frustato, lascio cadere tre gocce di qualcosa di vagamente vischioso nel pezzetto di stoffa in cui la mia piatta sorella diciottenne ha adagiato i capezzoli, se cosí si possono chiamare. Il mio quarto orgasmo del giorno. Quando comincerà a uscire sangue?


Giuseppe Berto (Elvio), da Il male oscuro, Rizzoli, 1998

procedo su questa via balneare italiana a neanche quaranta di media sicché ho l'impressione d'essere più lontano dal mio punto d'arrivo ora che non stamattina a Roma, è inutile che mi metta in testa di fare fino a Siusi un'unica tappa dovrò per forza dormire in qualche albergo lungo la strada, Dio mio dormire solo in un albergo bisogna avere almeno la precauzione di scegliere una città munita di un manicomio attrezzato, Ferrara tanto per dire giacché se c'era un manicomio al tempo del Tasso ci sarà bene anche ora, però adesso che ci metto mente non sono mica tanto sicuro che il Tasso sia stato in manicomio a Ferrara, a Roma sicuramente sì sul Gianicolo ma per ciò che riguarda Ferrara a forza di pensarci sono in grado di affermare che vi fu ricoverato nell'ospedale di Sant'Anna, ospedale ricordo bene e non manicomio, viene da supporre che a quei tempi non esistessero in Ferrara manicomi propriamente detti e chissà mai se da allora ad oggi c'è stato qualche progresso in questo campo, sarà opportuno che m'informi dal portiere dell'albergo prima di fissare la camera, però poi quando finalmente alle nove meno dieci faccio il mio ingresso nella hall dell'albergo Touring non ho il coraggio di chiedere simili informazioni poiché mi accorgo di essermi dimenticato in testa il cappello di paglia, gran Dio prima faceva pressione ed ora me ne dimentico addirittura e naturalmente mi affretto a togliermelo ma lo stesso mi manca il coraggio di chiedere le informazioni circa il manicomio perché capisco che non farebbe un bel vedere uno che per prima cosa in un albergo abbastanza su e fornito di aria condizionata chiede del manicomio cercando di nascondere più che può un grande cappello di paglia da contadina romagnola e inoltre guardando con quegli occhi un po' fuori dall'ordinario che mi vengono solitamente dopo le crisi, sicché a conti fatti preferisco chiedere in fretta una camera al primo o secondo piano ma non più in alto col telefono esterno e il bagno per via della defecazione anche se improbabile, e in questa camera mi ritiro immediatamente sempre pensando al Tasso che a poco a poco mi sta diventando simpatico giacché devo riconoscere che lui la sua gloria poca o molta che sia se l'è conquistata a prezzo di gravissimi patimenti se è vero che in questo ospedale di Sant'Anna dov'era ricoverato in qualità di matto lo incatenavano al muro, Dio mio pensare uno incatenato in una cella mentre ha la claustrofobia come ce l'ho io, io morirei di sicuro mentre il Tasso non morì e anzi trovò modo di poetare perfino là dentro e allora è comprensibile che uno arrivi alla gloria, ma io ci rinuncio se deve costarmi tanto,


Sergej Dovlatov (Fiamma), da Noialtri, Sellerio, 2000, traduzione di Laura Salmon

Il nonno da parte materna si distingueva per la sua durezza. Persino i caucasici lo consideravano un uomo irascibile. La moglie e i figli tremavano a un solo sguardo. Se qualcosa lo infastidiva, il nonno aggrottava le sopracciglia e a voce bassa esclamava:
- MAVANCU'!
Questa espressione misteriosa paralizzava letteralmente chi lo circondava.
Incuteva un terrore mistico.
- MAVANCU'- esclamava il nonno.
E in casa scendeva un silenzio assoluto.
In definitiva, il significato di questa parola mia madre non l'ha mai capito. Per lungo tempo neanche a me fu chiaro cosa significasse. Ma quando entrai all'università, di colpo compresi. A mia madre non lo spiegai. Che bisogno c'era?
[...]
Era alto, elegante e altero. Faceva il commesso nel negozio di abiti confezionati "Epstejn" e in vecchiaia ne era diventato comproprietario.
[ ...]
Tutta la famiglia lo ubbidiva incondizionatamente.
Lui non sottostava a nessuno. Forze celesti comprese. Uno dei duelli del nonno con Dio finì alla pari.
A Tbilisi era previsto un terremoto. Già all'epoca esistevano delle centrali metereologiche. Inoltre c'erano vari presagi popolari. I sacerdoti giravano per le case e avvisavano la popolazione. Gli abitanti di Tbilisi, presi i loro averi più preziosi, abbandonavano le loro dimore. Molti in generale lasciavano la città. Quelli che restavano accendevano dei falò nelle piazze. Nei quartieri ricchi i ladri la facevano tranquillamente da padroni. Si portavano via mobili, stoviglie, legname.
E solo una casa di Tbilisi, per essere precisi una sola stanza di quella casa, era normalmente illuminata. Era lo studio di mio nonno. Non aveva voluto abbandonare il suo appartamento. I parenti avevano cercato di persuaderlo, ma inutilmente.
- Stepan, morirai- gli dicevano.
Il nonno si incupiva seccato, poi torvo e trionfale proferiva: - K- a- a- kem!...- (che si traduce, chiedo scusa, "Vi cago addosso!")
La nonna con i bambini si era rifugiata nel deserto. Si erano portati via da casa tutto il necessario, avevano preso il cane e il pappagallo.
Il terremoto iniziò verso il mattino. La prima scossa distrusse la centrale elettrica. In dieci minuti crollarono centinaia di edifici. [...] Finalmente le scosse cessarono. La nonna si precipitò a casa, in via Ol'ginskaja.
[...]
La nostra casa non esisteva più. Al suo posto la nonna vide un ammasso di mattoni e di assi ricoperte di polvere.
In mezzo alle rovine in una poltrona era sprofondato mio nonno. Sonnecchiava. Sulle ginocchia teneva un giornale. Ai suoi piedi c'era una bottiglia di vino.
- Stepan!- urlò la nonna- Il Signore ci ha punito per i nostri peccati! Ha distrutto la nostra casa!...-
Il nonno aprì gli occhi, guardò l'orologio e, con un battito di mani, ordinò:- La colazione!-
- Il Signore ci ha lasciato senza un tetto!- si lamentava la nonna
- Ah!- disse mio nonno.
Poi contò i figli.
- Come faremo, Stepan? Chi ci darà ospitalità?...-
Il nonno si arrabbiò:- Il Signore ci ha privato di un tetto- disse- tu mi privi della colazione... Ci darà ospitalità Beglar Fomic. Ho fatto da padrino a due suoi figli. Il maggiore è diventato un bandito... Beglar Fomic è una brava persona. Peccato che annacqui il vino...
- Il Signore è misericordioso!- pronunciò piano la nonna
Il nonno si incupiì. Corrugò le sopracciglia. Poi con voce imperiosa scandì:
- Il Signore no, ma in compenso è misericordioso Beglar. Peccato che annacqui il Napareuli.
- Il Signore ti punirà di nuovo, Stepan!- disse la nonna spaventata.
- K- a- a- kem!- rispose il nonno...


Alessandro Canale (Giuseppe), da Luano, in Razza canara, Fernandel, 2000, incipit

Ùn zolo grido ùn zolo idioma
merda la Roma merda la Roma
ùn zolo inno ùn zolo andazzo
Totti cor cazzo che vincerà
La-zzio La-zzio La-zzio...

nun tàa 'spettavi eh? Ta credevi ch'arivàva "nìnnanànnaninnahò" de Jovanotti e 'nvece ta se' ritrovata 'sta sorpresina. Luano tuo che canta l'inno nazzionale. Er fatto è che nun sapevo come comincia'. E ccosì ho penzato da caricamme come famo prima de ogni battàja che sa rispetta. De' resto 'na mossa a sorpresa màa dovevi da permette visto 'r modo co' ccùi m'ha' trattato da quanno che se semo mollati. So' ddu' mesi che 'n giro 'n ta fai ppiù vede. Ar telefono ta fai nega'. Quer cazzo de Nokia cellài sempre spento. Ahò, nun zarà ppe' ccaso che ma stai a sfida'? Ma che penzi che uno come me sa fa' 'mpressiona' da tu' sorella... che come ma vede ggira? O da tu' padre che ar citofono ma fa' 'a voce che ja rode 'r culo? Ma che nun ma conosci? Ma pari matta. Comunque come sa dice... si Maometto nun và àa montagna... sa' àa montagna quanto je ne freca. E ccosì... nun ma vòi vede? Padrona. 'Sta tranquilla che nun ma gàsso. 'N ett'e mezzo de cojoni ancora mìi ritrovo. Mica penzerai davéro che uno che 'n cariéra cià ottantanove trasferte... che 'n tutt'Italia ha fatto piagne i padroni de ventidue bandiere e ssedici sciarpe che ciò nnàa 'rmadio... mò sa caca sotto pe' una che ja dice "ta saluto"? E ta saluto pure io! Solo che pe' scrive 'a parola "fine" sur fìrme nostro ho penzato che ta meritavi u' regalo. Perché tòo se' meritato. Quarcosa de mitico com'è stata 'sta storia. Che nòo pòi nega'... si cchiédi 'n giro, tutti ta dicono che è stata 'a mejo che s'era mai vista a Tor Bella.


Ermanno Cavazzoni (Michele), da Gli scrittori inutili, Feltrinelli, 2002, inizio della parte II: "Lezione di gola"

Siediti. Mangia. Sono polpette. Lo scrivere, dopo. Sono troppe? Sono solo abbondanti. Sì, polpette fritte. Cosa dici? che ti restano poi sullo stomaco per tutto il giorno? Beh, certo, ci vuole il tempo necessario anche per digerire. Siamo esseri umani. Intanto assaggiale. È vero? cosa ti avevo detto? le polpette sono il culmino della cucina: se sono però fritte dentro lo strutto. Sì, lo strutto, sono più saporite. Vedi come sono dorate? appena un po' croccantine? Uovo, carne e pangrattato, è un cibo semplice. Ne puoi mangiare quante ne vuoi. Prendine ancora. Ma no! cosa dici? non è una porzione per quattro, è una porzione scarsa per uno. Una mezza porzione sì e no. Le polpette le danno anche ai malati. Fanno bene all'ulcera. Cosa e entra se sono fritte? Il fritto fatto come si deve è più leggero del riso; dell'insalata, che va tanto. L insalata lasciamola ai ruminanti, ai filosofi. E assaggiane ancora due. Adesso ti metti a contarle? Si dice due per dire poche. Va beh! e se anche non sono poche, togliti però almeno la voglia. Una porzione per cinque? Ma cosa dici? tu le polpette non le hai mai mangiate, dimmi la verità. Tu avrai mangiato quei polpettini secchi secchi da ristorante, da tavola calda, che non li voglio neanch'io, no, proprio no, non li voglio. Mangia intanto, mangia che ti spiego. Al ristorante ti portano due polpettini mignon e tu dici: ma cos'è? E l'ordinazione, ti dicono. Volevo delle polpette, ho ordinato delle polpette. Sono queste, ti dicono. Hai capito? sarebbero delle polpette secondo loro... mangia intanto... Come? Hai mangiato abbastanza? Altre due, da qua, dammi il piatto. Dammi il piatto, ti dico. Non hai ancora sentito il sapore e non ne vuoi più. Ti ho detto che non e c'è altro. Fra un'ora ti viene fame. Sì! addirittura! per dieci! ne hai mangiate per dieci! Ma va là! Una polpetta non è niente, va giù, non la senti, l'hai già digerita in bocca. E non dirmi basta, che voglio che quando ti alzi tu abbia mangiato. Altre due. Sì, queste sono fritte meglio, perché lo strutto è più caldo, e allora basta un attimo e sono pronte. E restano leggere. Te le faccio sentire. Queste le devi sentire. Ma no che non sono troppe. E poi c'è la patata. Un po' di patata e un po' di cavolfiore, le alleggerisce. Senti che morbide? La base è la stessa: carne, uovo e pangrattato; semplicissimo. Poi ci si può aggiungere ritagli di pollo. Restano sempre leggere. Sentile! C'è anche la mortadella, a dadini, piccolissimi, solo per il sapore, ma è come se non ci fosse; mortadella e lardelli, è un'aggiunta mia. È vero che ti piace? Ma no che non sono molte! è un assaggio! Una sola non dice niente, non fai in tempo a sentirla. Ma non starle a contare! Le polpette si mangiano, non sono aritmetica. Mangia che non siamo al ristorante, che lì casomai è meglio stare leggeri... mangia intanto... Al ristorante mai prender polpette! le fanno con la segatura. Non fa male, ma non ha sostanza. In tempo di guerra le facevamo anche noi di segatura, ne mangi ma non ti saziano mai. Segavamo la legna per il fuoco, e con la segatura facevamo le polpette. Tu però intanto finisci quelle nel piatto, che sarebbe un peccato. E poi comunque vuoi che te lo dica? Le polpette non sono mai abbastanza. Tu le friggi, le friggi, e il piatto è già vuoto. Mangia intanto, non preoccuparti dell'ora, sarà l'una e mezzo. Le tre no, è impossibile. Quand'è che mi sono messo a friggere? non era l'una. [...] E quante padelle avrò fatto? Resta seduto, vado a vedere io l'ora, solo un attimo che finiscono queste di friggere. Sì, queste sono speciali, appena appena più grosse; carne, carciofi, spinaci e formaggio, eccole qui. Enormi? ma va' là! Non si fanno mai enormi le polpette, non friggono bene. E il diametro apparente che cambia. Assaggiale, che ti rendi conto. Mmmh!... ma non le vorrai lasciar lì? Fa' posto, fa' posto che ne arrivano ancora. Queste vedrai, si fondono in bocca; tu le polpette non le conosci. Cinquanta? Ne hai mangiate cinquanta? Beh? e se anche fosse? Le polpette fan solo bene, aiutano a scrivere. C'è la carne, la verdura, l'uovo, che è di gallina; pangrattato, che è come dire niente. Quando uno ne ha mangiate abbastanza, allora smette; non prima. Se no resta lo stomaco con un languorino, e vai via insoddisfatto. Cosa devi fare dopo? battere a macchina? Allora mangia con comodo che la macchina, lei, è là e non ha fretta. Poi vai a battere che almeno sei in forza; e scrivi tutto quello che vuoi. Anche di fantasia. Se sei a stomaco vuoto, ti siedi alla macchina e pensi alle polpette. Ne avessi mangiate! Altro che scrivere! Le avessi qui!... Aaah, adesso sì; vedi come ti piacciono? Lo sai che le polpette le facevano già nella preistoria? ...mangia intanto... Perché il loro concetto è elementare: un po' d'uovo, che c'era già, di pangrattato, che l'avevano già inventato. Ti puoi immaginare se non l'avevano inventato? la grattugia non ci vuoi tanto a inventarla, e il pane secco basta tenerlo lì che è secco in un giorno... Oooh, sì, vedi come mangi di gusto adesso? perché le polpette non saziano. Non so perché. Per quanto se ne mangino non saziano. Queste sembran più grosse ma sono più leggere, perché l'uovo è un po' montato, e poi non c'è manzo ma vitello: testina, interiora, fegato, lo senti? e mammella. Aspetta aspetta che ne friggo un altro po'. Queste sono con lo zampetto e la polpa di coda. Bevi, bevi, che vanno giù. No! non sono le cinque, c'è ancora luce, non vedi? A scrivere sei sempre in tempo. Aspetta che aggiungo altro strutto. Si frigge bene se c'è molto strutto; dev'essere caldo, ma non deve fumare. Stai pure comodo, che poi dopo pranzo ti metti alla macchina da scrivere più sereno; adesso però mangiale finché sono calde. Ce la fai, vedrai. Ma no che non sono molte! Tanto non abbiamo fretta. E intanto io ne metto su delle altre che non hai ancora assaggiato: c'è peperone, cipolla, melanzana, olive; le faceva mia mamma, poveretta; lei ci metteva anche zucca dolce, le piaceva la zucca, poveretta; me le ricordo, delle polpette che, ci sedevamo a tavola, "ancora! mamma, son già finite!", e lei friggeva, era contenta di friggere, poveretta; quante che ne mangiavo, tutti i giorni; alla domenica le faceva col sugo, fritte e passate nel sugo. Poi mio padre è morto; è morta anche mia madre e io, cosa vuoi? se posso fare due polpette... non è un onere, figurati! Dopo si pensa meglio... Eh, sì, è vero, è già buio; ma non è tardi. Le polpette mi sono alzato questa mattina alle otto per prepararle. Sì, è vero, il tempo passa. Saranno le sei? Non so. Te ne friggo altre due? Sì? ...Aaah, adesso sì che sono contento, perché prima mi sembrava tu fossi un po' astenico. Sì, sai gli astenici? io non li sopporto. Quelli che stanno a digiuno, perché dicono: noi astenici, noi sì, che siamo liberi. Mangia invece se vuoi aver fantasia! Gli astenici, loro, sono vuoti interiormente, sono dei deboli. Vuoi bagnare un po' di pane nello strutto? Tienlo un po' dentro che frigge. Mentre aspetti le polpette vedrai che te lo godi il pane fritto; e non stai a stomaco vuoto. Buono, eh? Anche lo strutto è strutto buono. Bevici dietro qualcosa, che ormai le polpette sono pronte. Sì sì, sono le sette e mezzo, ho visto; dammi il piatto, è ora di cena! Adesso mi siedo anch'io che ceniamo [...]. Poi ti faccio un pacchetto, con le polpette, per domani, così puoi battere a macchina, scrivere di fantasia, e non ti senti quel vuoto interiore, che è negativo. Tienle vicino. Credi nelle polpette, che io le conosco e queste cose le insegno.


Stefano Benni (Paolo Papotti), da un pezzo sul "Manifesto", dicembre 2003

Mi chiamo Bush e sono un duro. Come tutti sapete, ho vinto e stravinto la guerra in Iraq; ma qualcuno insisteva a dire che la guerra non era finita, che morivano ancora decine di soldati americani e alleati, e che non ci avevano affatto accolto come dei liberatori.
Propaganda comunista, disfattismo pacifista e provocazione pellerossa, ho pensato.
Per dimostrarlo, il giorno del Ringraziamento ho preso l'Air Force One, il mio aereo personale, e sono andato a controllare la situazione. All'aeroporto di Baghdad avevo già avvertito i miei generali: non fatemi vedere bare di soldati che portano sfortuna. Sulla pista infatti c'erano cento bambini iracheni che mi salutavano sventolando bandierine a stelle e strisce.
Ne ho avvicinato uno e gli ho chiesto:
- Come ti chiami, piccolo mussulmano filoamericano?
- Veramente mi chiamo Jerry e sono un nano di Chicago - ha balbettato quello.
L'ho fatto sbattere a Guantanamo, insieme a tutta la troupe di comparse.
Poi mi sono fatto portare alla base Usa sull'auto blindata Ground Force One. Ero elegantissimo: avevo il giubbotto mimetico da generale, la t-shirt dei marines e gli anfibi nuovi che mi ha regalato Berlusconi, ancora freschi di saliva.
C'era ad attendermi il generale Sanchez.
Gli ho stritolato la mano e ho chiesto: allora, tutto bene questo mese?
- Veramente ci sono stati più di duecento caduti - ha risposto Sanchez.
- Cazzo, date meno cera ai pavimenti - ho detto io.
Il generale Sanchez ha dato l'ordine di ridere. Vedete, un presidente deve saper dire battute e sdrammatizzare. E poi a me le perdite non piacciono, io sono un vincente.
Sono entrato nella sala mensa col mio passo emorroidale e fiero, a gambe larghe, tra John Wayne e
un pitbull.
E in mezzo alla sala c'era Bin.
Un tacchino iracheno di trenta chili, enorme, spaventoso.
Nessuno aveva ancora trovato il coraggio di affrontarlo e fare le porzioni.
Ma io sono il presidente e non ho paura di niente. Mi sono avvicinato a Bin e ho estratto Blade Turkey One, il coltellaccio presidenziale.
Nei miei occhi sono passati i momenti storici della storia americana e della mia vita: Little Big Horn, Pearl Harbour, Jack Daniels, il Vietnam, le mie evasioni fiscali, le truffe elettorali...
Ho lanciato un urlo di guerra terribile e...
Ho fatto a pezzi Bin. Cosce di qua, ali di là, e il ripieno di castagne e napalm che riempiva tutto il tavolo.
Tutti applaudivano e tiravano petardi in segno di giubilo.
Poi mi hanno detto che non sparavano petardi, ma stavano ammazzando gli spagnoli.
- Che cazzo ci fanno gli spagnoli qui? - ho chiesto.
- Sono nostri alleati - mi ha detto il generale Sanchez.
- Ah già, ora ricordo - ho detto io - beh insegnate loro la frase con cui la nostra terza guerra mondiale passerà alla storia: al posto di "Stanno ammazzando i nostri soldati e non sappiamo più cosa fare" bisogna dire "Non ci lasceremo intimidire".
Mentre parlavo con Sanchez, hanno portato dentro sei o sette feriti pieni di sangue.
- Proprio adesso che stiamo mangiando? - ho protestato io.
A quel punto bisognava tirar su il morale dei soldati. Beh, non ci crederete ma in meno di mezz'ora io e lo Stato maggiore abbiamo mangiato tutto il tacchino Bin, comprese le patate bollenti. Due generali sono rimasti ustionati alla lingua.
Non dite che non abbiamo coraggio da vendere.
Poi abbiamo ruttato e pisciato in gruppo, come si usa nel Texas, e mi hanno detto che dovevo parlare alle truppe. Democraticamente sono sceso tra i marines. C'era un soldato nero, un po' grasso, con la faccia da Annan. Gli ho chiesto:
- Cosa pensi soldato, di questa guerra?
- Penso che il mio paese sia guidato da uno degli uomini più stupidi, arroganti e paranoici della storia dell'umanità - ha detto il nero.
Ho stabilito che da oggi durante le parate militari dovrà essere seguito il metodo della Tivù italiana cattaneo-nunziatista: i soldati potranno parlare ai superiori solo con una cassetta registrata e approvata dagli alti comandi. Era ora di tornare a casa.
Beh la mattina dopo è stata dura, la fatica del viaggio, il tacchino sullo stomaco, e poi altri attentati ovunque, e abbiamo richiamato tremila riservisti e ho scippato altri tremila miliardi all'assistenza sociale per destinarli a spese di guerra, e mentre i marines crepavano sapete dove ero io? In un bunker tremante?
No, ero in giocare a golf col mio babbo.
Capito che sangue freddo?


Achille Campanile (Elvio), da Vita di Socrate, in Vite degli uomini illustri, Rizzoli, 1979, pagg. 15-17

Un giorno scoppia la bomba: Socrate ha aperto una scuola per conto proprio.
Lo scandalo fu grande: "Quale impudenza!" dicevano alcuni.
E altri: "All'anima dello sfacciato. Dichiara egli stesso di non sapere niente e pretende persino di tener cattedra".
Qualcuno scoteva il capo.
"Dove siamo arrivati. Oggigiorno montano in cattedra persino quelli che confessano di nulla sapere".
"Ma io vorrei sapere che cosa insegna, se non sa niente" osserva qualche altro.
Più d'uno cercò d'informarsi e tornò strabiliato.
"Pare" disse "che insegni l'unica cosa che sa: di nulla sapere."
"Ma questo lo so insegnare anch'io" dicevano gli altri. "E non c'è bisogno di andare a scuola per impararlo."
"Anzi, è una cosa che si impara meglio non andando a scuola, che andandoci."
"E poi cosa interessa agli altri questa nozione? Sono affari suoi. Quando uno ha imparato che Socrate non sa nulla, s'è fatta una bella cultura. Alla larga. Io, i miei ragazzi non li manderei mai a studiare da Socrate."
Non vi dico poi quel che avvenne quando si seppe che Socrate era stato incluso in una terna per le nuove nomine all'Accademia di Atene e che aveva buone probabilità di esser eletto.
"Be', sentite, dicevano tutti "finora accoglievano delle nullità, ma adesso addirittura gli ignoranti. Addirittura quelli che confessano d'essere ignoranti, che, anzi, lo proclamano e se ne fanno un vanto".
Incoraggiati, i genitori, cominciarono a dire:
"È inutile mandare i ragazzi a scuola. Guarda Socrate che carriera ha fatto, senza sapere niente. Che restino somari. Così un giorno li nomineremo professori. E accademici."
Si dettero perfino casi strani. Un ragazzo disse in famiglia: "Io ho studiato, so molte cose".
E i genitori: "Non ti far sentire. Vuoi essere bocciato?".
E a un ospite che si trovava presente alla scena e che, non avendo capito, domandava: "Che cosa ha detto?" risposero per minimizzare: "Niente, niente, ha scherzato".
Perché ormai Socrate s'era fatta una posizione. Era diventato un'autorità in materia d'insegnamento. Tutti andavano alla sua scuola. E non i primi venuti.
Nomi grossi come case: Platone, uno dei più grandi pensatori dell'antichità, Senofonte. Persino il nobile Alcibiade.
"È una scuola comoda," dicevano tutti "si ha un titolo di studio con poca fatica. Bisogna sapere che non si sa niente."
Questo, tutti lo imparavano presto. E poi c'era quella storia che Socrate faceva lezione passeggiando. Il che allettava molti.
"Non c'è nemmeno la noia di stare in classe," dicevano "si va a spasso e si deve imparare che non sappiamo niente."
Era la scuola ideale.


Daniil Charms (Fiamma), da Casi, Adelphi, 1990, traduzione di Rosanna Giaquinta

Adesso racconterò come sono nato, come sono cresciuto e come si sono manifestati in me i primi segni del genio. Io sono nato due volte. Ecco com'è che sono andate le cose.
Mio padre sposò mia madre nel 1902, ma i miei genitori mi hanno messo al mondo soltanto alla fine del 1905, perché papà volle a tutti i costi che suo figlio nascesse per Capodanno. Papà calcolò che il concepimento dovesse avere luogo il 1° aprile, e soltanto quel giorno cominciò le manovre di avvicinamento alla mamma con la proposta di concepire un bambino.
Papà si accostò alla mamma per la prima volta il 1° aprile 1903. La mamma attendeva da un pezzo questo momento e ne fu terribilmente felice. Ma papà, che come si può vedere si trovava in una disposizione di spirito molto scherzosa, non riuscì a trattenersi e disse alla mamma: "Pesce d'aprile!".
La mamma si offese terribilmente e quel giorno non lasciò che papà le si accostasse. Toccò aspettare fino all'anno successivo.
Il 1° aprile del 1904 papà di nuovo si accinse ad avvicinarsi alla mamma con la stessa proposta. Ma la mamma, ricordando l'episodio dell'anno precedente, disse che non aveva più alcun desiderio di fare la figura della sciocca, e di nuovo non lasciò che papà le si accostasse. Per quanto papà andasse su tutte le furie non ci fu nulla da fare.
E fu soltanto un anno dopo che papà riuscì a piegare le resistenze della mamma e a concepirmi.
Così il mio concepimento ebbe luogo il 1° aprile 1905.
Ma purtroppo tutti i piani di papà andarono a monte, perché io risultai prematuro e nacqui quattro mesi prima del previsto.
Papà si infuriò talmente che la levatrice che aveva seguito la mia nascita perse la testa e cominciò a rinfilarmi nel posto da dove ero appena venuto fuori.
Uno studente dell'Accademia medico- militare nostro conoscente, che assisteva all'evento, dichiarò che infilarmi di nuovo dentro non sarebbe stato possibile. Tuttavia, a dispetto delle parole dello studente, a rificcarmi dentro ci riuscirono, ma nella foga non mi infilarono nel posto giusto. A questo punto ebbe inizio un terribile parapiglia.
La puerpera grida: "Datemi il mio bambino!". Ma le rispondono: "Il suo bambino si trova dentro di lei". "Come!" grida la puerpera "Com'è possibile che il bambino sia dentro di me se l'ho appena partorito!". "Ma forse si sbaglia" dicono alla puerpera. "Come, mi sbaglio!" grida la puerpera "Come posso sbagliarmi! Ho visto io stessa che il bambino un attimo fa era qui, sul lenzuolo!". "È vero" dicono alla puerpera "ma forse è sgattaiolato da qualche parte!". A farla breve, non sapevano neppure loro cosa dire alla puerpera.
E la puerpera strilla e vuole che le diano il suo bambino.
Dovettero chiamare un dottore esperto. Il dottore esperto visitò la puerpera e si strinse nelle spalle, tuttavia si rese conto della situazione e diede alla puerpera una buona dose di sale inglese. Alla puerpera venne la diarrea, e così io venni alla luce per la seconda volta.
A questo punto papà diede di nuovo in escandescenze, diceva che questa non la si poteva ancora chiamare una nascita, che quella non era ancora una creatura ma piuttosto un mezzo embrione, e che bisognava rificcarlo dentro, oppure metterlo in incubatrice.
E fu così che mi misero nell'incubatrice.


Pelham Grenville Wodehouse (Giuseppe), da Luna piena, Tea, 2002, traduzione di Stefania Bertola, incipit e stralcio dalla pag. 17

La luna che con consumata esperienza presta servizio al Castello di Blandings e dintorni era quasi piena, e già da alcune ore l'avito maniero di Clarence, nono Conte di Emsworth, era inondato dai suoi raggi d'argento. Essi sbirciavano rispettosamente la sorella di Lord Emsworth, Lady Hermione Wedge, che si spalmava il viso di crema nella Camera Azzurra; e attraverso una finestra aperta si intrufolavano nella Camera Rossa, dove c'era qualcosa che valeva davvero la pena di guardare: Veronica Wedge, la splendida figlia di Lady Hermione, che fissava il soffitto sdraiata sul letto e sognava di avere qualche bel gioiello da sfoggiare per l'imminente ballo della Contea. Naturalmente una bella ragazza non ha bisogno di altri gioielli oltre alla giovinezza, alla salute e al suo fascino naturale, ma chiunque avesse voluto farlo capire a Veronica avrebbe dovuto sudare sette camicie.
[...ancorché la più tonta, era certamente la più bella ragazza registrata tra i rami collaterali nell'almanacco nobiliare Debrett. Al cervello di una gallina, e per di più una gallina il cui sviluppo mentale fosse stato interrotto da una brutta caduta appena uscita dall'uovo, univa una radiosa bellezza che spingeva i fotografi mondani ad azzuffarsi per assicurarsi ogni sua posa. ...]
Un poco più in là la luna colse il cognato di Lord Emsworth, il colonnello Egbert Wedge, che scendeva da un taxi di fronte all'ingresso principale; e spingendosi ancora oltre i raggi illuminarono Lord Emsworth in persona. Il nono Conte era presso il porcile dietro le cucine, mollemente appoggiato al recinto che delimita gli appartamenti dell'Imperatrice di Blandings, la sua tenera scrofa, per ben due volte vincitrice nella sezione Maiali Grassi all'annuale Fiera dello Shropshire.
L'estasi che sempre coglieva questo distratto e caotico Pari quando era in compagnia del nobile animale non era perfetta, perché l'Imperatrice si era ritirata per la notte sotto una specie di tettoia sul fondo e il Conte non poteva vederla. Poteva però udirne il respiro profondo e regolare, e se ne beava come se fosse stata un'esecuzione dell'orchestra della Queen Hall diretta da Sir Henry Wood, quando l'acre aroma di un sigaro gli disse che non era più solo. Sistemandoci il pince-nez, contemplò con sommo stupore la militaresca silhouette del colonnello Wedge.
Lord Emsworth lo contemplava con sommo stupore perché sapeva che il giorno precedente il cognato era andato a Londra per partecipare al banchetto annuale dei Fedeli Figli dello Shropshire. Ma la sua mente acuta non ci mise molto a trovare una possibile spiegazione per quella inopinata presenza al Castello: ad esempio, il colonnello poteva essere tornato. Ed era in effetti così.
"Ah, Egbert", disse Lord Emsworth, srotolandosi amabilmente.
Quando aveva deciso di fare due passi per sgranchirsi le gambe dopo il lungo viaggio, il colonnello Wedge aveva creduto di essere solo con "Madre Natura". Lo shock di scoprire che ciò che aveva scambiato per un mucchio di stracci era invece una creatura vivente e a lui imparentata lo indusse a rispondere piuttosto bruscamente.
"Buon Dio, Clarence, sei tu? Cosa diavolo fai qua fuori a quest'ora?"
Lord Emsworth non aveva falsi pudori con i suoi congiunti. Rispose che stava ascoltando il maiale, un'affermazione che fece sussultare il suo interlocutore come l'improvviso riacutizzarsi d'una vecchia ferita. Egbert Wedge era da tempo convinto che suo cognato fosse matto come un cavallo, e che lo diventasse sempre di più, ma questo gli sembrava addirittura un passo di gigante in quella direzione.


Paolo Nori (Michele), da Bassotuba non c'è, DeriveApprodi, 1999 (poi Einaudi, 2001)

Fin da quando ero piccolo, ci sono delle voci che stanno sulla mia testa e vanno avanti e indietro, e volano su tutta la superficie della mia testa che va dalla fronte alla nuca e girano, girano, ogni tanto picchiano in giù e provano a entrare, cercano un passaggio attraverso la scatola cranica. E dicono, fin da quando ero piccolo, Sei una merda! Sei una merda! Sei una grandissima merda che non vali niente!
Io ci rispondo, fin da quando ero piccolo, ci dico Non è vero, siete voi delle merde. Non è vero, ci dico. Andate via. Ci dico Basta. Non avete nient'altro da fare che stare qui a picchiarmi sulla scatola cranica, andate via, andate da un'altra parte a far confusione. Proprio qui, ci dico, dovete venire a portare scompiglio, che la gente si sta riposando? Non avete cognizione, ci dico, alle voci.
E loro Sei una merda! Sei una merda secca! Sei una merda che non è neanche più buona per concimare! mi dicono. Sei una merda liquida da diarrea fulminante! Sei una merda letale! dicon le voci che stazionano sulla mia testa.
Io ci dico Vi divertite? ci dico. Brave, andate avanti, continuate pure, ci dico. Tanto non me la prendo, ci dico.
Merda, merda, merda, merda, continuano loro, si mettono anche a cantare, e picchiano sempre più forte, cercano di entrare nel mio cervellino.


Samuel Beckett (Federico), da Watt, SugarCo, 1994, traduzione di Cesare Cristofolini

C'era Tom Lynch, vedovo, di anni ottantacinque, inchiodato nel suo letto da continui dolori non diagnosticati al cieco, e i suoi tre figli superstiti, Joe, di anni sessantacinque, distrutto dai reumi, e Jim, di anni sessantaquattro, gobbo e alcolizzato, e Bill, vedovo, di anni sessantatré, gravemente impedito nei suoi movimenti dalla perdita di ambedue le gambe, risultato di uno sdrucciolone seguito da una caduta; e la sua unica figlia superstite May Sharpe, vedova, di anni sessantadue, in pieno possesso di tutte le sue facoltà ad eccezione della vista. Poi c'era la moglie di Joe nata Doyly-Byrne, di anni sessantacinque, sofferente del morbo di Parkinson ma altrimenti molto forte e in gamba, e la moglie di Jim, Kate, nata Sharpe, di anni sessantaquattro, tutta ricoperta di piaghe purulente di origine sconosciuta, ma per il resto forte e in gamba. Poi c'era il figlio di Joe, Tom, di anni quarantuno, purtroppo soggetto alternativamente a crisi di esaltazione, che gli rendevano impossibile il benché minimo sforzo, e di depressione, durante le quali non riusciva a muovere né le mani né i piedi, e il figlio di Bill, Sam, di anni quaranta, paralizzato da una misericordiosa provvidenza in basso non più su delle ginocchia e in alto non più giù della vita, e la figlia zitella di May, Ann, di anni trentanove, gravemente menomata nella salute e nello spirito da un doloroso disturbo congenito di genere innominabile, e il ragazzo di Jim, Jack, anni trentotto, che era debole di mente, e gli allegri gemelli Art e Con di anni trentasette, che senza scarpe misuravano tre piedi e quattro pollici d'altezza, e nudi senza niente addosso pesavano sessantuno libbre tutto ossa e nervi, e fra i quali c'era una somiglianza talmente spiccata per ogni verso che perfino quelli (ed erano molti) che li conoscevano e li amavano molto chiamavano Art Con intendendo Art e Con Art intendendo Con, almeno tanto spesso, se non più spesso, di quanto chiamassero Art Art intendendo Art e Con Con intendendo Con. E poi c'era la moglie del giovane Tom, Mag nata Sharpe, di anni quarantuno, gravemente impedita nella sua attività in casa e fuori da attacchi subepilettici che ricorrevano mensilmente, durante i quali si rotolava, con la schiuma alla bocca, sul pavimento, o nel cortile, o nell'orticello, o sull'argine del fiume, e raramente riusciva a non farsi del male in un modo o nell'altro, tanto che era costretta a mettersi a letto e rimanere lì, ogni mese, finché stava meglio, e la moglie di Sam, Liz nata Sharpe, di anni trentotto, fortunata nell'esser più morta che viva, risultato dell'aver dato a Sam nel corso di vent'anni diciannove bambini, di cui quattro sopravvissuti, e ancora incinta, e la moglie del povero Jack, che si ricorderà era debole di mente, Lil nata Sharpe, di anni trentotto, che era debole di petto. E poi per passare oltre, alla generazione successiva, c'era il ragazzo di Tom, il giovane Simon di anni venti, di cui è doloroso riferire, e la sua giovane moglie cugina, figlia di suo zio Sam, Ann, di anni diciannove, la cui bellezza e vigore fisico, si apprenderà con rammarico, erano menomati gravemente da due braccia avvizzite e una gamba zoppa di indubbia origine tubercolare, e i due ragazzi superstiti di Sam, Bill e Mat rispettivamente di anni diciotto e diciassette, i quali essendo venuti al mondo il primo cieco e il secondo storpio erano conosciuti rispettivamente come Bill il Cieco e Mat lo Storpio, e l'altra figlia maritata di Sam, Kate, di anni ventuno, bella ragazza ma emofiliaca, e il suo giovane marito cugino, figlio di suo zio Jack, Sean, di anni ventuno, individuo robusto ma emofiliaco pure lui, e la figlia di Frank, Bridie, di anni quindici, aiuto e sostegno della famiglia poiché dormiva di giorno, e di notte riceveva nel ripostiglio degli attrezzi in modo da non disturbare i familiari per due pence, o tre pence, o quattro pence, o talvolta anche cinque pence alla volta il che variava, o una bottiglia di birra, e l'altro figlio di Jack, Tom, di anni quattordici, che alcuni dicevano era tutto suo padre per la debolezza di mente e altri dicevano era tutto sua madre per la debolezza di petto e alcuni dicevano era tutto suo nonno Jim per il gusto dei superalcolici e altri dicevano era tutto sua nonna Kate per una chiazza che aveva sopra l'osso sacro grande come la piaga in essudazione di un eczema e alcuni dicevano era tutto suo bisnonno Tom perché soffriva di crampi allo stomaco. E infine poi, per passare alla generazione che nasceva, c'erano le due piccole di Sean, Rose e Cerise di cinque e quattro anni rispettivamente, e queste ragazzine innocenti erano emofiliache come il papà e la mamma, e fu davvero un grave sbaglio da parte di Sean, sapendo quello che era lui e quello che era Kate, fare a Kate quello che fece, in modo che ella concepì e diede alla luce Rose, e fu davvero un grave sbaglio da parte di lei lasciarlo fare, e fu davvero un nuovo grave sbaglio da parte di Sean, sapendo quello che era lui e quello che era Kate e ora quello che era Rose, fare a Kate un'altra volta quello che fece un'altra volta, in modo che Kate concepì un'altra volta e diede alla luce Cerise, e fu davvero un nuovo grave sbaglio da parte di lei lasciarlo fare un'altra volta, e poi c'erano i due piccoli di Simon, Pat e Larry, di quattro e tre anni rispettivamente, e il piccolo Pat era rachitico con braccine e gambette come stecchi e una testa grossa come un pallone e una pancia grossa come un altro pallone, e così era il piccolo Larry, e l'unica differenza fra il piccolo Pat e il piccolo Larry, a parte la leggera differenza di età e il nome, era questa, che le gambe del piccolo Larry erano anche più simili a stecchi di quelle del piccolo Pat, mentre le braccia del piccolo Pat erano anche più simili a stecchi di quelle del piccolo Larry, e che la pancia del piccolo Larry era un po' meno simile a un pallone di quella del piccolo Pat, mentre la testa del piccolo Pat era un po' meno simile a un pallone di quella del piccolo Larry. Cinque generazioni, ventotto anime, novecentottant'anni, tale era il superbo primato della famiglia Lynch, quando Watt entrò al servizio del signor Knott.

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