I libri in testa
|   home   |   archivio   |   noi   |   rassegna   |

Giovedì 24 marzo 2016, ore 19.15
Roma, Libreria Altroquando
BELLI CAPELLI
Chiome, sciampi, tinture, pelate ecc.







Le letture

        1. Kent Haruf, da Canto della pianura
        2. Jane Austen, da Emma
        3. Philip Roth, da La macchia umana
        4. Zadie Smith, Denti bianchi
        5. Aldo Nove, da "Il bagnoschiuma", in Superwoobinda
        6. Patrick Süskind, da Il profumo
        7. Dio?, La Bibbia
        8. David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani
        9. Thomas Williams, I capelli di Harould Roux
        10. Valerio Magrelli, Genealogia di un padre
        11. Aimée Bender, "Mimì ubriaca", in La ragazza con la gonna in fiamme




Kent Haruf, Canto della pianura, trad. Fabio Cremonesi (Elvio)

Quando entrarono nel negozio, Harvey Schmidt stava tagliando i capelli a un uomo seduto sulla poltrona con un telo a righe fissato al collo. Nelle pieghe del tessuto c'erano riccioli neri, come rimasugli di un rammendo. Seduti lungo la parete c'erano un altro uomo e un ragazzino che leggevano una rivista mentre aspettavano il loro turno. Quando entrarono i due ragazzi, alzarono lo sguardo insieme. I fratelli chiusero la porta e rimasero fermi sulla soglia.
Che cosa volete voi due? Domandò Harvey Schmidt. Ripeteva più o meno la stessa frase ogni sabato.
I soldi dei giornali, rispose Ike.
I soldi dei giornali, ripeté il barbiere. Non penso proprio che vi pagherò. Ci sono solo cattive notizie. Non vi pare?
I fratelli non risposero. Il ragazzo seduto contro la parete li stava osservando da dietro la rivista. Era un po' più grande di loro.
Pagali, Harvey, disse l'uomo sulla poltrona. Puoi permetterti di fermarti un minuto.
Sto valutando se è il caso di farlo, disse Harvey. Con il pettine scostò i capelli da dietro le orecchie dell'uomo, li tagliò con precisione e poi li rimise a posto. Li lisciò di nuovo con il pettine. Guardò i due ragazzi. Chi vi taglia i capelli adesso?
Come?
Ho chiesto, chi vi taglia i capelli?
La mamma.
Pensavo che vostra madre se ne fosse andata. Ho sentito che si è trasferita in quella casetta in Chicago Street.
I ragazzi non risposero. Non erano sorpresi che lui sapesse. Ma non volevano che ne parlasse un sabato mattina nel suo salone in Main Street.
Ho capito male? domandò il barbiere.
Guardarono prima lui e poi subito il ragazzo seduto contro la parete. Lui li stava ancora osservando. Rimasero in silenzio a fissare il pavimento e le ciocche di capelli sotto l'alta poltrona in cuoio.
Lasciali in pace, Harvey.
Non li sto mica disturbando. Ho solo fatto una domanda.
Lasciali in pace.
No, disse di nuovo Harvey ai ragazzi. Pensateci. Io compro i vostri giornali e voi vi fate tagliare i capelli da me. È così che funziona. Puntò le forbici nella loro direzione. Io compro da voi e voi comprate da me. Si chiama commercio.
Sono due dollari e cinquanta centesimi, disse Ike.
Il barbiere lo guadò fisso per un momento e poi tornò ai capelli dell'uomo. I ragazzi rimasero accanto alla porta a osservarlo. Quando ebbe finito con le forbici, piegò un pezzo di carta velina sul telo a righe che copriva il colletto dell'uomo e applicò una generosa quantità di sapone sulla nuca, quindi prese il rasoio e lo passò sull'attaccatura dei capelli, eseguendo una sfumatura perfetta e ripulendo la lama dalla schiuma e dai capelli con il dorso della mano a ogni passata; poi, quando ebbe terminato, tolse il pezzo di carta, lo usò per asciugare il rasoio, lo gettò via e si pulì la mano, quindi frizionò il collo e la testa del cliente con una salvietta. Si versò sul palmo una lozione profumata rosa, si strofinò le mani e iniziò a massaggiare il cuoio capelluto dell'uomo, quindi con un pettine sottile gli fece un'accurata scriminatura e con le dita gli dispose i capelli in un'onda rigida sull'alta fronte. Il cliente si guardò accigliato allo specchio, sollevò un braccio da sotto il telo e si appiattì la vistosa onda.
Sto cercando di darti un po' di sex appeal, disse Harvey.
Non saprei che farmene, rispose il cliente.
Si alzò dalla poltrona e il barbiere gli tolse il telo e lo scosse bruscamente sul pavimento di piastrelle facendolo schioccare. L'uomo pagò e lasciò la mancia sul piano di marmo sotto lo specchio. Paga quei ragazzi, Harvey, disse. Stanno aspettando.
Credo che dovrò farlo. Se non li pago, rimarranno lì tutto il giorno. Dal registratore di cassa estrasse tre banconote da un dollaro e gliele porse. Va bene? domandò.
Ike si fece avanti, prese il denaro, diede il resto a Harvey Schmidt e gli porse un foglio preso dal quaderno dei conti.
Sei sicuro che sia giusto? Domandò il barbiere.
Si.
Cosa si dice allora?
Che?
Cosa si dice quando un uomo paga il suo conto?
Grazie, rispose Ike.
Uscirono. …
Figlio di puttana, disse Bobby. Stronzo. Ma non lo fece sentire meglio. Ike non disse nulla.




Jane Austen, Emma, cap. 25 e 26, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it (Giuseppe)

L'ottima opinione di Emma su Frank Churchill fu un po' scossa il giorno successivo dalla notizia che era andato a Londra solo per farsi tagliare i capelli. A quanto sembrava, a colazione era stato colto all'improvviso da un ghiribizzo, aveva ordinato una carrozza ed era partito, con l'intenzione di tornare per il pranzo, ma con in vista nulla di più che farsi tagliare i capelli. Certo, non c'era nulla di male nel fare due volte sedici miglia per uno scopo del genere; ma in quella decisione c'era un che di frivolo e assurdo che lei non poteva approvare. Non si accordava con la razionalità dei progetti, la moderazione nelle spese, o anche con la cordialità disinteressata che aveva creduto di scorgere in lui il giorno prima. Vanità, inclinazione allo sperpero, amore per i cambiamenti, temperamento irrequieto, che qualche cosa doveva fare, buona o cattiva che fosse, noncuranza riguardo a quello che poteva far piacere al padre e a Mrs. Weston, indifferenza su come la sua condotta sarebbe apparsa a tutti, erano le accuse a cui si esponeva. Il padre si limitò a definirlo un damerino, e trovò la cosa divertente, ma che a Mrs. Weston non fosse piaciuta fu abbastanza chiaro da come liquidò la faccenda il più rapidamente possibile, senza fare altro commento che "tutti i giovani hanno i loro piccoli capricci." [...] C'era solo una persona, tra le nuove conoscenze di Frank Churchill nel Surry, non così disponibile a essere accomodante. In generale era giudicato, dappertutto nelle parrocchie di Donwell e Highbury, con grande generosità; si passava sopra ai piccoli eccessi di un giovanotto così attraente, uno che sorrideva così spesso e si inchinava così bene; ma tra loro c'era una persona che non si lasciava incantare, nelle sue capacità di biasimo, da inchini o sorrisi: Mr. Knightley. La circostanza gli fu riferita a Hartfield; al momento rimase in silenzio, ma Emma lo sentì, quasi immediatamente dopo, dire tra sé, curvo sul giornale che teneva in mano, "Uhm! proprio il tipo frivolo e sciocco che mi era sembrato." Stava quasi per risentirsi, ma un attimo di riflessione la convinse che in realtà lo stesse dicendo solo per dare sfogo ai propri sentimenti, senza nessuna intenzione di provocare, e quindi lasciò correre.
[...] Frank Churchill tornò, e se si era fatto aspettare alla tavola del padre non si seppe a Hartfield, perché Mrs. Weston era troppo ansiosa di farlo piacere a Mr. Woodhouse per rivelare qualsiasi imperfezione che potesse essere nascosta.
Tornò, si era fatto tagliare i capelli, e rideva di se stesso con molta grazia, ma senza sembrare affatto vergognarsi di quello che aveva fatto. Non aveva nessun motivo per desiderare di avere i capelli più lunghi, per nascondere una faccia imbarazzata; nessun motivo di desiderare di non aver speso il suo denaro, per essere più di buonumore. Era risoluto e allegro come sempre, e dopo averlo visto, Emma ne trasse la seguente morale:
"Non so se è giusto che sia così, ma di certo le cose sciocche cessano di essere sciocche se sono fatte da persone intelligenti in modo sfacciato. La cattiveria è sempre cattiveria, ma la stravaganza non è sempre stravaganza. Dipende dal carattere di chi la compie. Caro Mr. Knightley, lui non è un giovanotto frivolo e sciocco. Se lo fosse, si sarebbe comportato diversamente. Si sarebbe gloriato della propria impresa, oppure se ne sarebbe vergognato. Sarebbe stata o l'ostentazione di un bellimbusto, o la scappatoia di una mente troppo debole per difendere la propria vanità. No, sono assolutamente certa che non è né frivolo né sciocco."




Philip Roth, La macchia umana, Einaudi, traduzione di Vincenzo Mantovani, p. 141 (Andrea)

Fu una performance ragguardevole e brillante per una ragazza di soli diciannove anni che era fuggita dal New Jersey e aveva attraversato l’Hudson – chi non fuggiva, tra i conoscenti di Coleman al Village, e da posti lontani come Amarillo? – senz’altra idea che di essere libera, un’altra forestiera in bolletta sulla scena dell’Ottava Strada, una ragazza bruna e vivace dai lineamenti teatralmente marcati, emotivamente una forza dinamica e, nel linguaggio dell’epoca, «ben carrozzata», studentessa all’Art Students League, che si guadagnava parzialmente la borsa di studio posando per le lezioni di disegno dal vero, una che era abituata a non nascondere nulla e che non aveva paura di suscitare scompiglio in un locale pubblico, non più di una danzatrice del ventre. La sua capigliatura era uno spettacolo, una fluttuante e labirintica corona di spirali e boccoletti, lanuginosa come una matassa di spago e abbastanza grande per fungere da ornamento natalizio. Tutta l’inquietudine dell’infanzia sembrava essere passata nelle circonvoluzioni di quell’ondeggiante massa di capelli. Dei suoi inarrestabili capelli. Ci potevi pulire le pentole senz’alterarne la natura, come se fossero stati raccolti nei tenebrosi abissi marini, come una specie di elastico organismo costruttore di barriere coralline, un denso ibrido vivente color onice metà corallo e metà alga, forse dotato di proprietà medicinali.
Per tre ore Iris tenne Coleman inchiodato alla sedia con il suo istrionismo, il suo sdegno, i suoi capelli, e con la sua attitudine a produrre eccitazione, con un’intelligenza adolescenziale frenetica e inesperta e la capacità delle attrici d’infiammarsi e di credere a tutte le proprie esagerazioni, cosa che fece sì che Coleman – miscela astutamente originale quant’altre mai, prodotto di cui lui aveva il brevetto esclusivo – si sentisse al confronto una persona totalmente priva del concetto di sé.
Ma quando, quella sera, la portò in Sullivan Street, tutto cambiò. Saltò fuori che Iris non aveva la più pallida idea di chi era. Una volta che ti eri fatto largo tra i capelli, tutto quello che c’era sotto era magmatico. L’antitesi della freccia puntata verso la vita che era il venticinquenne Coleman Silk: anche lei una combattente per la propria libertà, ma la versione agitata, la versione anarchica, di chi voleva trovare la propria strada.




Zadie Smith, Denti Bianchi, Mondadori, traduzione di Laura Grimaldi (Flavia)

«Vuoi qualcosa, piccola?»
Capelli lisci. Capelli lisci lunghi neri diritti sbattibili, scuotibili, movibili, toccabili, di quelli che il vento fa volare, di quelli che ci si può passare in mezzo le dita. Con la frangia.
«Tre e mezzo» fu l'unica cosa che Irie riuscì a comunicare di tutto questo «con Andrea.»
«Andrea è alla porta accanto» rispose la donna, tirando un pezzo di gomma e indicando in direzione di Fairweather. «Se la sta spassando con le care estinte. Sarà meglio che entri, ti metti a sedere e non mi scocci. Non so quando arriverà.»
Irie aveva l'aria sperduta, in piedi in mezzo al negozio, le braccia strette attorno al ventre. La donna s'impietosì, si rimise in bocca la gomma e squadrò Irie dalla testa ai piedi; la sua comprensione aumentò, quando notò la carnagione color cacao di Irie, gli occhi castani.
«Jackie.»
«Irie.»
«Palliduccia. Lentiggini e tutto. Messicana?»
«No.»
«Araba?»
«Mezza giamaicana, mezza inglese.»
«Mezzosangue» spiegò pazientemente Jackie. «È tua madre, la bianca?»
«Mio padre.»
Jackie arricciò il naso. «ln genere è il contrario. Quanto sono ricci? Fammi vedere che cosa c'è qui sotto...» Allungò la mano verso il foulard di Irie. Irie, terrorizzata all'idea di essere messa a nudo in una stanza piena di gente, si mosse più in fretta di lei e strinse con forza il foulard.
Jackie sospirò. «Che cosa ti aspetti che possiamo fare, se non non ci lasci vedere?»
Irie scrollò le spalle. Jackie scosse la testa, divertita.
«Sei mai stata qui?»
«No, mai.»
«Come li vuoi?»
«Lisci» rispose Irie, pensando a Nikki Tyler. «Lisci e rosso scuro.»
«Ma davvero! Ti sei lavata i capelli di recente?»
«Ieri» rispose Irie, offesa. Jackie le batté la mano sulla parte superiore della testa.
«Non lavarli! Se li vuoi lisci, non lavarli! Ti sei mai messa in testa dell'ammoniaca? È come se il diavolo organizzasse un party sulla tua cute. Sei pazza? Non lavarteli per due settimane e poi torna qui.»
Ma Irie non aveva due settimane. Aveva pianificato tutto, quella sera stessa sarebbe andata da Millat con la nuova chioma raccolta in una crocchia, si sarebbe tolta gli occhiali e avrebbe scosso la testa per far ricadere i capelli, e lui le avrebbe detto: "Be', signorina Jones, non avrei mai pensato... Insomma, signorina Jones, sei proprio..."
«Devo farlo oggi. Si sposa mia sorella.»




Aldo Nove, "Il bagnoschiuma", in Superwoobinda, Einaudi (Michele)

Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure and Vegetal. Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal. Perché ricordo che fin da piccolo la pubblicità del bagnoschiuma Vidal mi piaceva molto. Stavo a letto e guardavo correre quel cavallo. Quel cavallo era la libertà. Volevo che tutti fossero liberi. Volevo che tutti comprassero Vidal.
Poi un giorno mio padre disse che all'Esselunga c'era il tre per due e avremmo dovuto approfittarne. Non credevo che includesse anche il bagnoschiuma. La mia famiglia non mi ha mai capito.
Da allora mi sono sempre comperato il bagnoschiuma Vidal da solo, e non me ne è mai importato nulla che in casa ci fossero tre confezioni di Pure & Vegetal alla calendula da far fuori. Anzi quando entravo nel bagno e vedevo appoggiata al bidè una di quelle squallide bottiglie di plastica bon potevo fare ameno di esprimere tutta la mia rabbia, rifiutandomi di cenare con loro.
Non tutto può essere comunicato.
Provatevi voi a essere colpiti negli ideali. Per delle questioni di prezzo, poi. Stavo zitto.
Mangiavo in camera mia, patatine e tegolini del Mulino Bianco, non volevo più nemmeno vedere i miei amici: fingevo di non esserci, quando mi chiamavano al telefono.
Giorno dopo giorno mi accorgevo di quanto mia madre fosse brutta.
Avevo una madre che non avrebbe mai potuto candidarsi in politica, con le vene varicose e le dita ingiallite dalle sigarette.
Mia madre mi faceva schifo e mi chiedevo come era possibile che da bambino la amassi.
Mio padre diventava sempre più vecchio anche lui.
Era davvero arrivato il momento di ammazzarli.
Una sera uscii dalla mia camera e dissi loro che avevo deciso di eliminarli.
Mi guardarono con i loro occhi da vecchi e, stupiti forse dal farro che gli rivolgessi la parola, mi chiesero perché.
Dissi che dovevano cambiare bagnoschiuma, almeno.
Si misero a ridere.
Allora salii in camera e presi la lattina di pomodori pelati che mi ero nascosto sotto il letto per mangiarmeli di notte.
Tornai in cucina e chiusi la porta a chiave.
Urlai a mia madre che era una schifezza di persona e che si sarebbe dovuta fare asportare l'utero prima di concepirmi.
Mio padre si alzò di scatto cercando di darmi una sberla ma io gli tirai un tale calcio nei testicoli che cadde a terra senza respirare.
Mia madre si avventò piangendo su di lui, urlando cose sconnesse che la rendevano ancora più vecchia e ridicola. Le affondai il coperchio di latta tagliente sul collo, uscivano litri di sangue mentre gridava come un maiale.
Poi ammazzai mio padre con il coltello dei surgelati.
Mi faceva davvero schifo come morivano vomitando sangue.
Su tutte le piastrelle c'era sangue e ancora se ne aggiungeva mentre quelli diventavano di un altro colore.
Tornai di sopra e presi le due bottiglie (una l'avevano finita) del loro bagnoschiuma del cazzo.
Le portai giù in cucina e le appoggiai sul tavolo mentre con il pestacarne rompevo il cranio di mia madre.
Il cervello fuoriusciva molto viscido e c'erano pezzetti di pelle con capelli che si staccavano come scotch.
La testa di mio padre mi sembrava più molle oppure avevo semplicemente dato il colpo giusto. Misi i cervelli dentro il lavandino e pulii bene l'interno delle loro teste con lo Scottex.




Patrick Süskind, Il profumo, trad. Giovanna Agabio (Elvio)

Aprì le imposte con una spinta, scivolò nella camera e depose la pezza.
Poi si girò verso il letto.
Il profumo dei capelli di Laure era predominante, perché era distesa sul ventre, e il suo viso, incorniciato dal braccio piegato, era affondato sul cuscino, così la nuca si presentava in modo ideale per ricevere il colpo.
Il rumore fu sordo e stridente. Grenoulle lo odiò. Lo odiò soltanto perché era un rumore, un rumore nel corso del suo lavoro altrimenti silenzioso.
Riuscì a sopportare quel rumore disgustoso soltanto a denti stretti, e quando cessò, restò fermo ancora un poco, rigido e teso con la mano contratta attorno alla clava quasi temendo che il rumore potesse tornare indietro da qualche punto come un eco risonante.
Ma non tornò, tornò invece il silenzio nella stanza, un silenzio persino accresciuto, poiché adesso non c'era nemmeno il lieve fruscio del respiro della fanciulla.
E subito la tensione di Grenouille … si sciolse e il suo corpo si rilassò e si ammorbidì.
Grenouille mise da parte la clava e si dedicò con solerzia al suo lavoro.
Per prima cosa spiegò la pezza da profumare, la stese mollemente dal rovescio sul tavolo e sulle sedie e fece ben attenzione a non toccare la parte grassa.
Poi alzò la coperta del letto.
L'aroma meraviglioso della fanciulla, che sgorgò all'improvviso caldo e concentrato, non lo colpì in modo particolare.
Lo conosceva già, e soltanto dopo, quando fosse diventato veramente suo, l'avrebbe goduto, goduto fino a ubriacarsene.
Ora si trattava di prenderne il più possibile e di lasciarne sfuggire il meno possibile, era il momento in cui occorrevano concentrazione e velocità.
Con rapidi colpi di forbice tagliò la camicia da notte di Laure, gliela tolse, afferrò la pezza spalmata di grasso e la gettò sul suo corpo nudo.
Poi sollevò il corpo e le fece passare sotto la parte pendente della pezza, che arrotolò come fa un panettiere con lo strudel; piegò le parti terminali della pezza e avvolse tutto il corpo, dalle dita dei piedi fino alla fronte.
Soltanto i capelli spuntavano da quella fasciatura da mummia.
Li tagliò rasente alla pelle della testa e li avvolse nella camicia da notte, che annodò come un fagotto.
Da ultimo coprì il capo rasato con un pezzo di tela tenuto da parte, lisciò con le mani il bordo sovrapposto alla testa e picchiettò per farlo aderire con leggeri colpetti delle dita.
Esaminò l'involucro da cima a fondo. Non c'era più una fessura, non un forellino, non una minima piega da cui potesse sfuggire l'aroma della fanciulla.
Era imballata alla perfezione. Non restava altro che aspettare, sei ore, fino alle prime luci dell'alba.
Prese la poltroncina sulla quale erano stesi i vestiti di Laure, la portò vicino al letto e si sedette.




Dio?, La Bibbia, Libro dei Giudici 16:4-29, versione CEI 2008 (Giuseppe)

In seguito si innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila. Allora i prìncipi dei Filistei andarono da lei e le dissero: «Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; ti daremo ciascuno millecento sicli d’argento». Dalila dunque disse a Sansone: «Spiegami da dove proviene la tua forza così grande e in che modo ti si potrebbe legare per domarti». Sansone le rispose: «Se mi si legasse con sette corde d’arco fresche, non ancora secche, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque». Allora i capi dei Filistei le portarono sette corde d’arco fresche, non ancora secche, con le quali lo legò. L’agguato era teso in una camera interna. Ella gli gridò: «Sansone, i Filistei ti sono addosso!». Ma egli spezzò le corde come si spezza un filo di stoppa quando sente il fuoco. Così il segreto della sua forza non fu conosciuto. Poi Dalila disse a Sansone: «Ecco, ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; ora spiegami come ti si potrebbe legare». Le rispose: «Se mi si legasse con funi nuove non ancora adoperate, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque». Dalila prese dunque funi nuove, lo legò e gli gridò: «Sansone, i Filistei ti sono addosso!». L’agguato era teso nella camera interna. Egli ruppe come un filo le funi che aveva alle braccia. Poi Dalila disse a Sansone: «Ancora ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; spiegami come ti si potrebbe legare». Le rispose: «Se tu tessessi le sette trecce della mia testa nell’ordito e le fissassi con il pettine del telaio, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque». Ella dunque lo fece addormentare, tessé le sette trecce della sua testa nell’ordito e le fissò con il pettine, poi gli gridò: «Sansone, i Filistei ti sono addosso!». Ma egli si svegliò dal sonno e strappò il pettine del telaio e l’ordito. Allora ella gli disse: «Come puoi dirmi: “Ti amo”, mentre il tuo cuore non è con me? Già tre volte ti sei burlato di me e non mi hai spiegato da dove proviene la tua forza così grande». Ora, poiché lei lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli ne fu annoiato da morire e le aprì tutto il cuore e le disse: «Non è mai passato rasoio sulla mia testa, perché sono un nazireo di Dio dal seno di mia madre; se fossi rasato, la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo qualunque». Allora Dalila vide che egli le aveva aperto tutto il suo cuore, mandò a chiamare i prìncipi dei Filistei e fece dir loro: «Venite, questa volta, perché egli mi ha aperto tutto il suo cuore». Allora i prìncipi dei Filistei vennero da lei e portarono con sé il denaro. Ella lo addormentò sulle sue ginocchia, chiamò un uomo e gli fece radere le sette trecce del capo; cominciò così a indebolirlo e la sua forza si ritirò da lui. Allora lei gli gridò: «Sansone, i Filistei ti sono addosso!». Egli, svegliatosi dal sonno, pensò: «Ne uscirò come ogni altra volta e mi svincolerò». Ma non sapeva che il Signore si era ritirato da lui. I Filistei lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con una doppia catena di bronzo. Egli dovette girare la macina nella prigione. Intanto la capigliatura che gli avevano rasata cominciava a ricrescergli. [...] Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava il tempio; si appoggiò ad esse, all’una con la destra e all’altra con la sinistra. Sansone disse: «Che io muoia insieme con i Filistei!». Si curvò con tutta la forza e il tempio rovinò addosso ai prìncipi e a tutta la gente che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita.




David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani, minimum fax, traduzione di Martina Testa, p. 84 (Andrea)

Ieri sera siamo arrivati alla nostra fila di sei posti nell’Auditorium di Irvine e ci siamo seduti ai nostri posti. Il mio nuovo amico Manomorta si è seduto a un’estremità della fila, lontano da me, vicino a Big, e anche Mister Wonderful si è seduto accanto a Big. Io mi sono seduto fra Cacio e Gin Fizz, che era all’altro capo della nostra fila di sei posti. Lontano lontano, sul palco dell’Auditorium di Irvine c’era un pianoforte con una panchetta. La donna seduta dietro Gin Fizz mi ha battuto sulla spallina imbottita della mia giacca nuova e si è lamentata del fatto che i capelli di Gin Fizz creavano problemi per la sua visuale del pianoforte e della panchetta sul palco. Gin Fizz ha detto alla donna di Andare Affanculo, ma il buon vecchio Cacio era preoccupato della situazione e ha fatto educatamente a cambio con il posto laterale di Gin Fizz per risolvere i problemi di visuale della donna, che stava tossendo per quello che aveva detto Gin Fizz. Cacio era un moscerino e aveva ben pochi capelli che gli si ergessero nell’aria dalla testa, perciò era un’ottima persona dietro a cui stare seduti. Gin Fizz ha i capelli solo al centro della sua testa tonda, e sono scolpiti con grande maestria a forma di gigantesco pene maschile eretto, per il resto è calva come Cacio. Tuttavia il pene dei suoi capelli è molto grande e tumido, e può presentare problemi in spazi troppo bassi o alle persone alle sue spalle che desiderano vedere quello che vede lei. È Tetta, l’amica e confidente di Gin Fizz, a scolpirle i capelli e a fornirle prodotti speciali per la loro cura di cui dispone in quanto hair stylist di professione, prodotti che rendono la scultura di capelli di Gin Fizz sempre rigida e realistica. Io i capelli me li faccio mettere a posto al Julio’s Unisex Fashion Cut Center di West Hollywood, con una bella riga sul lato destro dei capelli e una tecnica di scalatura sui lati in maniera tale che le mie orecchie, che sono estremamente ben fatte e attraenti, siano sempre bene in vista. L’elegante pettinatura che adotto l’ho vista su Gentleman’s Quarterly, e ho ritagliato la foto per far vedere a Julio la mia pettinatura. Mister Wonderful ha invece una cresta alla mohicana che ieri sera era di una sfumatura molto chiara di viola, ma che in molte occasioni può essere anche arancione. I capelli di Big sono estremamente lunghi, folti e neri e gli coprono la testa e le spalle e il petto e la schiena, compresa la faccia. Per vederci, Big porta una maschera subacquea di plastica che si è intrecciato nei capelli all’altezza degli occhi, sfruttando l’abilità di Tetta. I capelli nelle vicinanze di quella che probabilmente è la bocca di Big tendono a essere sgradevoli alla vista perché quando mangia il cibo passa per quella zona. Manomorta non mi ricordo come portava i capelli.
Cacio si è chinato davanti a me e ha detto a Gin Fizz che era stata veramente una santa a fare a cambio di posto in modo che la donna che tossiva potesse godersi lo spettacolo, perché Keith Jarrett era uno straordinario artista negro che tutti dovrebbero poter vedere, per il loro bene musicale, e mi ha chiesto di dargli ragione. Io sono stato ben felice di dare ragione a Cacio e calmare Gin Fizz in modo che non rompesse più le scatole, e a Cacio in effetti non gli si poteva dare torto quando il negro Keith Jarrett è comparso sul palco vestito di pantaloni, scarpe e una camicia di velluto nero che penzolava da tutte le parti perché gli stava troppo grande, e si è seduto al pianoforte sulla panchetta. Come molti negri, Keith Jarrett aveva i capelli con la pettinatura afro; dal punto dell’Auditorium di Irvine in cui si trovavano i nostri sei posti le uniche cose che vedevo di Keith Jarrett erano la schiena e i capelli afro mentre suonava.
Ma suonava mostruosamente bene!




Thomas Williams, I capelli di Harould Roux, trad Nicola Manuppelli (Michele)

Mentre era nell'esercito Harold era diventato calvo. Non si trattava di nulla di patologico, solo un’inevitabile caduta di capelli in cima alla testa – prima la chierica, poi la fronte che si faceva più spaziosa, poi la parte superiore del cranio lucida e spoglia dalla fronte in su, là dove un tempo cresceva un ciuffo ribelle e poi ancora, fino a quando, a ventitré anni, il processo non era stato completo. E a Manhattan gli capitò di passare davanti alle porte di uno edificio dove delle specie di negromanti dicevano di poter rimediare, senza lasciar tracce, alla perdita di capelli. Esitò, sorrise, riprese a camminare, esitò di nuovo.
Guardò attraverso le vetrine le immagini di uomini sulla quarantina (prima) improvvisamente trasformati (dopo) in focosi ragazzi di trent’anni circondati da ragazze dall’aspetto lascivo, anche se piuttosto stupide. Per quanto gli interessava, avrebbero potuto pure tenersele quel tipo di ragazze, e però…
[…]
Parevano naturali a una certa distanza. Ma a una distanza che permetteva l’intimità, la sola distanza che lo aveva spinto ad abbellirsi, il segreto di Harold veniva tradito. Il desiderio di Mida. Aveva paura di chinarsi, e teneva le spalle in parallelo come fosse costretto a tenere in equilibrio un libro sulla testa. Ventitré anni, e non poteva correre, saltare, fare capriole, piegarsi un po’ più in giù della vita. Quando fu al college, lo videro e lo conobbero, era troppo tardi per esprimere l'ultimo desiderio e chiedere con tutto il cuore che la parrucca (o parrucchino o tupè) non ci fosse mai stato.




Valerio Magrelli, Genealogia di un padre, (Flavia)

Ho appena scoperto che si chiama "corona ippocratica". Il nome si riferisce a quella zona dei capelli cha va dalle orecchie alla nuca, assumendo la forma di un ferro di cavallo. E tutto ciò che resta, in genere, verso i settant'anni, a chi diventa calvo. Ma anche prima.
Mio padre aveva sempre avuto una fronte spaziosa, che all' inizio, giocando col riporto, giungeva quanto meno a mascherare. Poi si arrese, e subì senza proteste la sua definitiva incoronazione ippocratica:

      Occhio! ché il Pellerossa
      ti ha sfilato lo scalpo.
      Ti senti ancora giovane
      ma il Tempo ha già colpito
      e inalberi la testa scotennata
      di chi ha conosciuto il nemico
      lasciandogli il trofeo in un'imboscata.
Ecco però che un giorno, poco dopo la sua morte... L'ho detto già altre volte: gli specchi nei camerini dei negozi di abbigliamento andrebbero vietati per legge. Ebbene, proprio lì, preda incolpevole di un perverso sistema di riflessi, scoprii tutto d'un tratto di avere, anche io!, la tonsura. Touché...
ln cima alla testa, in un punto solitamente invisibile ai miei occhi, si era pian piano spalancata "la piazza". Mio padre adesso, era un po' più vicino.

Dopo la morte di mio padre, pensai bene di regalare a mio figlio il suo rasoio elettrico: una specie di staffetta generazionale, per proseguire nella linea maschile della famiglia. Ma non avevo fatto i conti con il tempo. Poiché quell' apparecchio, come se fosse stato una clessidra, aveva trattenuto i granelli dei giorni, e barba dopo barba si era andato riempiendo di una polvere bianca. Cosi, quando mio figlio mi venne a domandare perché la macchinetta non funzionasse più, aprendola trovai il tesoro nascosto, una cipria vivente, una reliquia, cenere e cenere di un rogo consumato.




Aimée Bender, “Mimì ubriaca”, in La ragazza con la gonna in fiamme, Minimumfax, 2012

C'era un folletto che andava a scuola su dei piccoli trampoli per non far capire che al posto dei piedi aveva gli zoccoli da capra. Ovviamente non portava mai i bermuda.
Faceva i dispetti alle ragazze; aveva vari amici che erano figli di drogati; alle feste dava il suo meglio, accettava qualunque sfida. Faceva proposte oscene alle mamme. Raccontava aneddoti di scopate in aereo. Sosteneva che le donne per lui non avevano segreti. I compagni avevano tutti quindici anni: nessuno osava contraddirlo.
Una cosa che non sapeva era che a scuola c'era una sirena: anche lei era al secondo anno. Portava gonne lunghe che strusciavano per terra e un unico grosso stivale che le copriva la coda e camminava con una stampella, fingendo di avere un problema alla seconda gamba, che ovviamente non esisteva.
Era un tipo taciturno, questa sirena: andava benissimo in oceanografia, ma si sforzava di non andare troppo bene: non voleva attirare l'attenzione. A ogni compito in classe sbagliava almeno tre domande. (Cos'è il plancton? Un'imbarcazione, scriveva.) Era bellissima: capelli di un colore leggermente verdastro che tutti attribuivano al cloro. Occhi violacei che tutti attribuivano alla droga. Le ragazze le davano della snob. I ragazzi si davano spintoni e concordavano.
Il folletto sedeva dietro di lei all'unico corso che frequentavano tutti e due: inglese. Portava avanti un monologo continuo di barzellette recitate sottovoce. La sai quella dell'uovo quadrato?, diceva da solo, ridendo della battuta finale prima ancora che arrivasse. Spesso non arrivava proprio. Un giorno allungò una mano e inzuppò una ciocca dei lunghi capelli muschiosi della sirena nella sua birra. Si era portato una birra in classe di nascosto, senza problemi. Era un folletto furbo. L'aveva versata in una lattina di Coca.
Quello che non sapeva era che i capelli della sirena avevano i nervi; erano diversi dai capelli umani: non era pelle morta, era viva. La sirena percepì il cambiamento all'istante ed ebbe un brivido di contentezza: del liquido. Sollievo. Casa.
Se il folletto avesse sollevato la lattina, sarebbe rimasto esterrefatto: era così leggera! Dov'era finita la birra? Se avesse guardato meglio, l'avrebbe vista risalire le ciocche di capelli della sirena, goccioline marroni su una scala mobile color lime, risucchiate da quel ricciolo a mo' di cannuccia, spuma che svaniva nella chioma di fronte a lui, la chioma che la notte si immaginava di sentir scorrere sulle sue spalle minute quando era a letto, nudo, con gli occhi chiusi.
La regina delle snob. Capelli verdi. Mia.
Con la birra la sirena si ubriacò. Reggeva pochissimo l'alcol. Sott'acqua non era permesso berne.
Quel giorno, uscì dall'ora di inglese che barcollava. Il folletto se ne accorse subito; pensò: ehi, anche lei è una a cui piace divertirsi! È perfetta! Mimi ubriaca!
Si preoccupava di quando avrebbe dovuto spogliarsi. Si preoccupava del momento in cui lei gli avrebbe sfiorato il ginocchio con la mano: che ci fanno questi pali di legno al posto degli stinchi?, gli avrebbe chiesto. Avrebbe avuto uno sguardo perplesso in quegli occhi viola. Che snob, avrebbe pensato lui. Era preoccupato di tutte queste cose, ma la seguì comunque lungo i corridoi: la sua andatura un po' storta, ancora più pronunciata in quel giorno di ubriachezza, era sexy.
Il modo in cui si affidava alla stampella. Il folletto seguì il suo unico grosso stivale.
Era ora di pranzo. La sirena si allontanò tutta sola per andare a stendersi sotto le gradinate rosso arancio. Si sentiva la testa frastornata. E i capelli vivi. Quando li lasciò spandersi a terra, i capelli tossirono. Allora si mise lo zaino sotto la testa e così andò meglio.
Il folletto la trovò lì. Non sapeva bene cosa dire. La sai quella del tipo con una gamba sola?, cominciò. Poi si sentì subito stupido. Pessima scelta.
La sirena alzò lo sguardo. Come, scusa?, disse. Il folletto si sedette accanto a lei, sistemandosi i trampoli.
Allora, disse. Un tipo entra in un bar. Lei voltò leggermente la testa verso di lui, ma senza dire niente. Lui le si stese accanto. La terra era piana e il terriccio sottile,
e lui raccolse una cicca di sigaretta abbandonata e cominciò a scavare una buca dove seppellirla.
Il folletto era nervoso: sperava che non ci fosse nessuno seduto sulle gradinate, sopra di loro, a origliare. Hai presente quel tipo alto?, avrebbero detto. Non è per niente fico come sembra.
Mi piacciono i tuoi capelli, le disse.
Grazie, rispose la sirena. Fece una pausa. Lo guardò per un lungo attimo. Poi disse: Se vuoi li puoi toccare.
Davvero? Il folletto non desiderava altro.
Davvero, disse la sirena. Gli fece un sorriso senza mostrare i denti. Basta che fai piano.
Il folletto lasciò lì la cicca mezza sepolta e allungò la mano per accarezzare le sottili ciocche verdi.
Che morbidi, disse.
La sirena tremò. Ogni capello produsse una piccolissima nota di mormorio che le si propagò per tutto il corpo. Il folletto cominciò alla radice e lasciò scorrere la mano su quella superficie lucida fino alle punte.
La sai quella del gatto morto?, disse, ridacchiando un po'. La sirena non rispose: le si stavano chiudendo gli occhi. Allora, c'è un gatto, cominciò il folletto, che viene investito da una macchina. Quando arriva in paradiso, san Pietro gli chiede perché dovrebbe farlo entrare.
Lo so che sei un folletto, disse la sirena.
La mano di lui si bloccò. Non ti fermare, disse lei. Ti prego.
Come facevi a saperlo, strillò lui, non lo sa nessuno! Si immaginò la polizia. Si immaginò l'annuncio agli altoparlanti in tutta la scuola. Per un attimo, inavvertitamente, le strinse una manciata di capelli.
Ahia, disse la sirena. Fai piano, per favore.
Hai intenzione di fare la spia?, le chiese il folletto.
Certo che no, rispose lei. Mi piacciono i folletti, disse.
Davvero?
Sì sì, disse lei. I folletti sono dolci.
Dolci? Dolci? Lui le toccò un braccio.
No, disse lei. Solo i capelli.
Lui si ritrasse di colpo e tossì. Ricominciò ad accarezzarla, adesso più lentamente. Il viso della sirena cominciava a scaldarsi,
si arrossava lentamente.
È il mio segreto, disse lui. Lei rispose: Lo capisco.
Lui disse: Non sono mica tanto dolce.
I capelli di lei stavano diventando elettrici: gli si appiccicavano alle dita.
Ok, disse lui, e ridacchiò di nuovo. Ok, riprese, insomma il gatto, il gatto morto, dice a san Pietro che è stato un bravo gatto, ha portato topi al padrone per tanti anni.
Piegò le gambe in dentro e in fuori, con i trampoli come fragili ossa sotto i jeans. Continuava ad accarezzarle i capelli. Dalla radice alle punte. Dalla radice alle punte.
Allora san Pietro, proseguì il folletto, san Pietro manda il gatto all'inferno perché è un assassino.
Si interruppe, con la mano in mezzo ai capelli della sirena.
Non ti fermare, ripeté lei.
Dalla radice alle punte. I capelli si arricciavano soffici attorno alle sue dita. Che bei capelli che hai, le disse. Lei rimase in silenzio. I capelli si sollevavano dallo zaino
verso la mano di lui, un velo verde pallido pallido, un sipario che si sollevava.
La mano del folletto era salda ma ora le dita gli tremavano.
Ok, continuò. Allora. All'inferno, il diavolo dice: Vammi a prendere un po' di topi, gatto assassino! Voglio metterli nello stufato!
Ma il gatto dice di no. Dice no, diavolo, questo favore non te lo faccio. I topi li ammazzo solo per un padrone buono: per te non ne ammazzo neanche uno.
E puf! Il gatto va dritto in paradiso. Il folletto ridacchiò. Abbassò lo sguardo sulla sirena. Finita, disse. La barzelletta era questa.
Dalla radice alle punte.
L'ho inventata io.
Lei aveva gli occhi chiusi, il respiro accelerato.
Mimi, disse il folletto, tutto bene?
Non ti fermare, ripeté lei, respirando appena, ti prego, disse, continua così. Lui continuò ad accarezzarla, guardando con attenzione: che stava succedendo?, e quando alla fine la schiena di lei si inarcò e il respiro cominciò a uscirle a sbuffi, neanche allora si fermò, andò avanti regolare, in silenzio, guardandola, dalla radice alle punte, fino a quando lei non alzò una mano, senza fiato, e afferrò la sua, stringendola forte, ringraziandolo più volte, senza nulla di snob, senza nulla di snob, grazie, grazie, e a quel punto lui scoppiò a ridere per la sorpresa.
Gli occhi viola della sirena erano più viola e gli
parve di sentire un profumo di fiori.





|   home   |   archivio   |   noi   |   rassegna   |