I libri in testa
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Sabato 24 gennaio 2004, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Parole in viaggio
scritture di fughe, pellegrinaggi, smarrimenti



Le letture

David Foster Wallace (voce registrata di Federico), da Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, 1998, stralci liberamente tratti dal primo capitolo, traduzione di Gabriella D'Angelo e Francesco Piccolo

(mp3 - 2,26 MB)

Spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo.
Un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato.
Il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente.
Tramonti che sembrano disegnati al computer e una luna tropicale che assomiglia a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche.
Frotte di pesciolini con le pinne luccicanti.
La puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida.
Videocamere che praticamente richiedono un carrello.
Valigie fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito.
Una donna in lamè argentato che vomita a getto dentro un ascensore di vetro.
Croupier professioniste così carine che ti fanno venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all'ultimo centesimo a blackjack.
Capire cosa significa aver paura della propria tazza del cesso.
Assaggiare caviale e trovarsi d'accordo con il giudizio del bambino che siede accanto: "fa schifo".
Un sacco di gente seminuda che sarebbe preferibile non vedere seminuda.
Essere oggetto in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali.


Herman Melville (Federico), da Moby Dick, Adelphi, 2002, traduzione di Cesare Pavese

Ora, quando io dico che ho l'abitudine di mettermi in mare tutte le volte che comincio a vedermi una nebbia innanzi agli occhi e a sentire troppo i miei polmoni, non intendo inferire ch'io mi metta in mare come passeggero. Poiché a imbarcarsi come passeggero, bisogna di necessità avere un portafoglio, e un portafoglio è soltanto uno straccio, se non c'è qualcosa dentro. D'altra parte i passeggeri soffrono il mal di mare, diventano litigiosi, non dormono la notte, in generale non si divertono gran che: no, io non mi imbarco mai come passeggero e nemmeno, sebbene io non sia poi un marinaio d'acqua dolce, come commodoro, come capitano, o come cuoco. Abbandono la gloria e la distinzione di tali uffici a quelli che li vogliono. Da parte mia, ho in abominio tutte le onorevoli e rispettabili fatiche, difficoltà e tribolazioni, di qualunque genere esse siano. Prender cura di me stesso, senza curarmi delle navi, dei brigantini a palo, dei brigantini semplici, delle golette o che so io, è tutto quanto so fare. E quanto a impiegarmi da cuoco - sebbene, lo confesso, ci sia in questo una considerevole gloria, il cuoco essendo, a bordo, una specie di ufficiale - pure, arrostire i polli non è mai stato il fatto mio; sebbene una volta che il pollo sia ben arrostito, giudiziosamente imburrato e criticamente salato e pepato, non ci sarà nessuno che ne parlerà con più rispetto, per non dire reverenza, di me. È a motivo delle idolatre infatuazioni degli antichi Egizi a proposito di ibis e di ippopotamo arrosto che si possono vedere le mummie di queste creature in quei loro grandi forni che sono le piramidi.
No, quand'io mi metto in mare lo faccio da semplice marinaio, ben dinnanzi all'albero ben giù nel castello e bene arriva alla testa d'alberetto. È vero, mi dànno un bel po' di ordini e mi fanno saltare sulle manovre, come una cavalletta a maggio in un prato. E, sulle prime, la faccenda è abbastanza spiacevole. Tocca una persona nell'onore, specialmente se accade che questa persona discenda da una vecchia famiglia residente, i Van Rensselaers o i Randolphs o gli Hardicanutes. E più che tutto vi succede questo se, soltanto un poco prima di cacciar le mani nel secchiello del catrame, voi l'avete fatta da padrone in qualità di maestro di scuola in campagna, dove i ragazzi più grandi vi stavano innanzi come al nume. È forte il passaggio, ve l'assicuro, da maestro di scuola a marinaio e richiede una robusta alimentazione a base di Stoici, per mettervi in grado di sorriderci e sopportarlo. Ma anche questo col tempo dà giù.
Che cosa importa se qualche spilorcio di un capitano mi comanda di andare a prendere, la scopa e strofinare i ponti? Che cosa conta più quest'indegnità pesata, poniamo, con le bilance del Nuovo Testamento? Credete che l'Arcangelo Gabriele mi ritenga da meno perché io ubbidisco con prontezza e rispetto in questo particolare accidente a quel vecchio spilorcione? Chi non è schiavo al mondo? Rispondetemi a questo. E dunque, per quanto, il vecchio capitano mi dia ordini su ordini, per quanto io riceva pugni e spunzonate, io ho la soddisfazione di sapere che tutto va bene, che ogni uomo è, in un modo o nell'altro, servito esattamente alla stessa maniera, voglio dire, da un punto di vista fisico o da uno metafisico, e così l'universale spunzonatura va attorno e tutti dovrebbero fregare la schiena l'uno all'altro e restare soddisfatti.


Attilio Brilli (Alessio), da In viaggio con Leopardi, Il Mulino, 2000

Leopardi investe il viaggio di una valenza tipicamente metaforica. Le sue partenze sono di certo dettate dal bisogno di liberarsi dalla "gabbia", dal "carcere", dalla "prigione" recanatese, eppure costituiscono sempre degli autentici traumi, delle sfide del destino, delle provocazioni del fato e in ultima istanza di quel "vecchio comandante" che, per dirla con Baudelaire, è la morte:
"Mi ricordo che montai nel legno con un sentimento di cieca e disperata rassegnazione, come se andassi a morire, o qualche cosa di simile; mettendomi tutto in mano al destino", così scrive al fratello Carlo da Bologna il 14 aprile 1826. In maniera analoga, al luogo natìo consunto in ogni suo anfratto dal percorso delle abitudini, non può che opporre un altrove vago e indistinto, un costante slittamento dell'approdo come negazione di ogni approdo, e una paritetica evocazione dell'angelo della nostalgia:
"Uno dei più forti motivi che mi hanno determinato a lasciar Milano, dove alla fine mi ero quasi accomodato, è stata la troppo lontananza di quel luogo da casa mia".
È il viaggio stesso che, prima della meta, viene coinvolto in questo orizzonte d'indistinta vaghezza, di proiezione immaginaria e si fa tanto più doloroso e lacerante, quanto più mostra il proprio aspetto materiale richiedendo al viaggiatore sacrificio e determinazione. Non manca d'enfasi e d'apparente slancio il bisogno d'evasione del giovane inquieto che così scriveva a Pietro Giordani nel 1817:
"La terra è piena di meraviglie, ed io di diciotto anni potrò dire: In questa caverna vivrò e morirò dove sono nato? Le pare che questi desideri si possono frenare? Che siano ingiusti, soverchi, sterminati? Che sia pazzia il non contentarsi di non veder nulla, il non contentarsi di Recanati?".
[...]
Nel novero dei suoi viaggi Leopardi non conosce approdo effettivo, poiché i luoghi nei quali soggiorna esistono non in sé per sé, con le loro fisionomie e le loro caratteristiche, ma come lacerazione e distacco dal luogo natìo e quindi come manifestazione della sua mancanza. [...] Ma non meno conflittuale è il rapporto con quel borgo di cui, con apparente paradosso, avverte l'assenza, subito dopo averne invocata la separazione: "Ogni ora mi par mill'anni di fuggir via da questa porca città" (1827)
[...] Parlando del carattere meramente ironico e riflessivo sia del viaggio che del rapporto intessuto con i luoghi, Leopardi ci ha insegnato a stemperare il nostro disincanto prestando orecchio alle voci di chi ci ha preceduto nei viaggi, a chi dei luoghi ho fornito ricordanze da appendere dinanzi al vuoto specchio dell'immaginazione. Lui già sapeva, come avrebbe detto un giorno Borges, che i viaggi sono soltanto la brutta copia dei sogni.


Georges Perec (Giuseppe), da La vita istruzioni per l'uso, Rizzoli, 2000, traduzione di Dianella Selvatico Estense, pag. 120-121

Dopo parecchi giorni di cammino, Appenzzell aveva finalmente scoperto un villaggio Kubu, una decina di capanne su palafitte disposte a cerchio sul ciglio di una piccola radura. Il villaggio gli era sembrato all'inizio deserto poi aveva scorto, sdraiati su stuoie sotto la gronda dei capanni, parecchi vecchi immobili che lo guardavano. S'era fatto avanti, li aveva salutati secondo l'usanza malese con il gesto di sfiorargli le dita prima di portarsi la mano destra sul cuore, e aveva deposto accanto a ciascuno di loro un sacchetto di tè o di tabacco in segno di offerta. Ma quelli non risposero, non chinarono il capo né toccarono i doni.
Poco dopo, dei cani si misero ad abbaiare e il villaggio si popolò di uomini, donne e bambini. Gli uomini erano armati di lance, ma non lo minacciarono. Nessuno lo guardò, né parve accorgersi della sua presenza.
Appenzzell trascorse vari giorni nel villaggio senza riuscire a mettersi in contatto con i suoi laconici abitanti. Esaurì in pura perdita la piccola scorta di tè e tabacco; nessun Kubu - nemmeno i bambini - prese mai uno di quei sacchetti che a sera i temporali quotidiani avevano già reso inservibili. Tutt'al più poté guardare come vivevano i Kubu e cominciare a mettere su carta quello che vedeva.
[...]
La mattina del quarto giorno, quando Appenzzell si svegliò, il villaggio era stato abbandonato. Le capanne erano vuote. Tutta la popolazione del villaggio, uomini, donne, bambini, cani, e perfino i vecchi che in genere non si muovevano dalle stuoie, se n'era andata, portandosi via le loro scarse provviste...
Appenzzell impiegò più di due mesi a ritrovarli. Questa volta avevano alzato frettolosamente le capanne sulle rive di un'acqua stagnante infestata dalle zanzare. Anche adesso i Kubu non parlarono né risposerò di più; un giorno, vedendo due uomini che cercavano di sollevare n grosso tronco d'albero abbattuto dal fulmine, gli si avvicinò per prestare man forte; ma appena ebbe posato la mano sull'albero, i due uomini lo lasciarono cadere e si allontanarono. L'indomani mattina, il villaggio era nuovamente abbandonato.
Per quasi cinque anni Appenzzell si ostinò a inseguirli. Appena riusciva a ritrovarne le tracce, quelli fuggivano ancora, addentrandosi sempre più a fondo in zone sempre più inabitabili per ricostruirvi villaggi sempre più precari.
[...]
...la verità, l'evidente e crudele verità venne finalmente in luce. Si trova splendidamente riassunta nel finale della lettera che Appenzzell spedì a sua madre da Rangoon circa cinque mesi dopo [essere partito per una nuova spedizione dalla quale non tornerà]:
"... Alla fine di un'esaltante ricerca, eccoli finalmente i miei selvaggi, li avevo e chiedevo solo di essere uno di loro, di condividerne i giorni, gli stenti, i riti! Ma ahimè, loro, non volevano me, né intendevano insegnarmi i loro costumi, le loro credenze, un poco di sé! Non sapevano che farsene dei doni che gli posavo accanto, dell'aiuto che pensavo di potergli dare! Che farsene di me! Era per causa mia che abbandonavano i villaggi e solo per scoraggiare me, sceglievano regioni ogni volta più ostili, imponendosi condizioni di vita sempre più tremende per farmi ben vedere che preferivano affrontare tigri e vulcani, paludi, nebbie soffocanti, elefanti, ragni mortiferi, piuttosto che l'uomo! Credo di conoscere abbastanza il male fisico. Ma la cosa peggiore, è quando ti senti morire l'anima..."


Antonio Tabucchi (Fiamma), da Notturno indiano, Sellerio, 1984

"Che cosa ci facciamo dentro questi corpi", disse il signore che si stava preparando a stendersi nel letto vicino al mio.
La sua voce non aveva un tono interrogativo, forse non era una domanda, era solo una constatazione, a suo modo, comunque, sarebbe stata una domanda alla quale non avrei potuto rispondere. La luce che veniva dalla banchine della stazione era gialla e disegnava sulle pareti scrostate la sua ombra magra che si muoveva nella stanza con leggerezza, con prudenza e discrezione, mi parve, come si muovono gli indiani. Da lontano veniva una voce lenta e monotona, forse una preghiera oppure un lamento solitario e senza speranza, come quei lamenti che esprimono solo se stessi, senza chiedere niente. Per me era impossibile decifrarlo. L'India era anche questo: un universo di suoni piatti, indifferenziati, indistinguibili.
"Forse ci viaggiamo dentro", dissi io.
Doveva essere passato un po' di tempo dalla prima frase, mi ero perduto in considerazioni lontane: qualche minuto di sonno, forse. Ero molto stanco. Lui disse: "Come ha detto?".
"Mi riferivo ai corpi", dissi io, "forse sono come valigie, ci trasportiamo noi stessi".
[...]
"Lei conosce Mantegna?", gli chiesi. Anche la mia era una domanda assurda, ma non meno della sua, certo.
"No", disse, "è un indiano?"
"È un italiano", dissi io.
"Conosco solo inglesi", disse, "gli unici europei che conosco sono inglesi".
Il lamento lontano riprese con maggiore intensità, ora era molto acuto, per un attimo pensai che fosse uno sciacallo.
"È un animale", dissi, "lei cosa ne pensa?"
"Credevo fosse un suo amico", rispose a bassa voce.
"No, no, mi riferivo alla voce che viene da fuori, Mantegna è un pittore, ma io non l'ho conosciuto, è morto da qualche secolo".
[...]
"È un jainista", disse dopo qualche secondo, "piange per la cattiveria del mondo"
Io dissi: "Ah, certo", perché avevo capito che si riferiva al lamento che veniva da lontano.
"A Bombay non ci sono molti jainisti", disse poi con il tono di chi spiega la cosa a un turista, "nel Sud sì, ancora molti. È una religione molto bella e molto stupida". Lo disse senza alcun disprezzo, sempre col suo tono neutrale da deposizione.
"Lei che cosa è?", chiesi, "la prego di scusare la mia indiscrezione".
"Sono jainista", disse.
L'orologio della stazione batté la mezzanotte. Il lamento lontano cessò di colpo, come se aspettasse il tempo dell'orologio. "È cominciato un altro giorno", disse l'uomo, "da questo momento è un altro giorno".
[...]
"Io vado a Varanasi", disse, "lei dov'è diretto?"
"A Madras", dissi io.
"A Madras" ripeté lui "sì, sì"
"Vorrei vedere il luogo in cui si dice che l'apostolo Tommaso subì il martirio, i portoghesi ci costruirono una chiesa nel cinquecento, non so cosa ne sia restato. E poi devo andare a Goa, vado a consultare una vecchia biblioteca, è per questo che sono venuto in India"
"È un pellegrinaggio?", chiese lui.
Dissi di no. O meglio, sì, ma non nel senso religioso del termine. Semmai era un itinerario privato, come dire? cercavo solo delle tracce.
[...]
"Varanasi è Benares", dissi, "è una città santa, anche lei va in pellegrinaggio?"
"Vado a morire", disse, "mi restano pochi giorni di vita". Si sistemò il cuscino sotto la testa. "Ma forse è opportuno dormire", continuò, "non abbiamo molte ore di sonno, il mio treno parte alle cinque"
"Il mio parte poco dopo", dissi.
"Oh, non tema", disse lui, "l'inserviente verrà a svegliarla per tempo. Suppongo che non avremo più occasione di vederci secondo le sembianze sotto le quali ci siamo conosciuti, queste nostre attuali valigie. Le auguro un buon viaggio"
"Buon viaggio anche a lei", risposi."


Elsa Morante (Elvio), da Aracoeli, Einaudi, 1992

Da un pezzo mi sono fatto sedentario. E inoltre la parola ferie o vacanze a me evocava sempre una squallida tribù festaiola, ebbra di sacchetti di plastica, di cocacola e di radioline frenetiche. Non sono mai stato, prima, all'estero. E su di me la decisione di questa partenza dirompeva in un sentimento estremo di rischio e di follia; ma anche di un ignoto entusiasmo (enthusiasmòs = invasione divina). All'inizio, tuttavia, rimanevo dubbioso sull'itinerario: dove potrebbe andare, infatti, un tipo come me, forastico e misantropo, e senza nessuna curiosità del mondo - di nessun luogo al mondo?! finché l'enthusiasmòs m'ha insegnato l'unico itinerario a me possibile: comandato, anzi.

            Anda niño anda
            que Dios te lo manda.

E così, adesso (l'ora è circa le undici di mattina) mi sono messo sulla strada, in partenza da Milano, per andare alla ricerca di mia madre Aracoeli nella doppia direzione del passato e dello spazio. Sulla sua preistoria in Andalusia m'ero conservato sempre ignorante, più o meno come al tempo della mia fanciullezza. E ancora adesso, per me, cercarla non significava documentarmi, o raccogliere testimonianze; ma andarmene via di qui, dietro le tracce del suo antico passaggio, come un animale sbandato va dietro agli odori della propria tana.
Fra le poche notizie che possedevo di lei, c'erano i suoi dati anagrafici principali: ossia, oltre al suo doppio cognome di ragazza, il suo luogo di nascita, che sapevo situato nel territorio di Almeria, e si chiamava El Almendral...
El Almendral io non lo trovai su nessuna carta. Ma intanto quel minimo punto periferico, ignorato dalla geografia, da ultimo era diventato l'unica stazione terrestre che indicasse una direzione al mio corpo disorientato. Il suo era un richiamo senza nessuna promessa, né speranza. Sapevo, al di là di ogni dubbio, che esso non mi proveniva dalla ragione, ma da una nostalgia dei sensi, tale che nemmeno la certezza della sua esistenza non mi era una condizione necessaria. Il mio stato era proprio quello di un animale bastardo, che appena cucciolo portarono via dal suo covo, dentro un sacco, scaricandolo, per disfarsene, sul margine di una carraia. Chissà come lui sopravvisse; però, qua d'intorno, ha trovato solo delle tribù ostili, che lo trattano da intruso e da rabbioso. E allora, portato dai suoi sensi acuti, lui rifà tutto il cammino all'indietro, verso il punto del principio...


Primo Levi (Michele), da Se questo è un uomo, Einaudi

Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l'appello. Alla fine, "Wieviel Stück?" domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i "pezzi" erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell'anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?
I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo quarantacinque soltanto, ma era un vagone piccolo. Ecco dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall'esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all'ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro siamo noi.
Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell'altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.
Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: ché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità.
Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra.
Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia, vedemmo sfilare le alte rupi pallide della val d'Adige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse parola. Mi stava nel cuore il pensiero del ritorno, e crudelmente mi rappresentavo quale avrebbe potuto essere la inumana gioia di quell'altro passaggio, a portiere aperte, ché nessuno avrebbe desiderato fuggire, e i primi nomi italiani... e mi guardai intorno, e pensai quanti, fra quella povera polvere umana, sarebbero stati toccati dal destino.
Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato.
Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri, coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l'insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine.
Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti. Pochi sanno tacere, e rispettare il silenzio altrui. Il nostro sonno inquieto era interrotto sovente da liti rumorose e futili, da imprecazioni, da calci e pugni vibrati alla cieca come difesa contro qualche contatto molesto e inevitabile. Allora qualcuno accendeva la lugubre fiammella di una candela, e rivelava, prono sul pavimento, un brulichio fosco, una materia umana confusa e continua, torpida e dolorosa, sollevata qua e là da convulsioni improvvise subito spente dalla stanchezza.
Dalla feritoia, nomi noti e ignoti di città austriache, Salisburgo, Vienna; poi cèche, infine polacche. Alla sera del quarto giorno, il freddo si fece intenso: il treno percorreva interminabili pinete nere, salendo in modo percettibile. La neve era alta. Doveva essere una linea secondaria, le stazioni erano piccole e quasi deserte. Nessuno tentava più, durante le soste, di comunicare col mondo esterno: ci sentivamo ormai "dall'altra parte". Vi fu una lunga sosta in aperta campagna, poi la marcia riprese con estrema lentezza, e il convoglio si arrestò definitivamente, a notte alta, in mezzo a una pianura buia e silenziosa.


Horacio Verbitsky (Alessio e Giuseppe), da Il volo, Feltrinelli, 2000

G: - Il volo?

A: - Sì, lo chiamavamo "il volo". Era normale, anche se ora sembra qualcosa di aberrante.

G: - Mi può descrivere il passo successivo?

A - Sono andato in cantina, dove c'erano quelli che avrebbero volato. Giù non restava nessuno. Fu loro detto che sarebbero stati trasferiti al sud e che per questa ragione sarebbero stati vaccinati. Furono così vaccinati... cioè, fu loro somministrata una dose per intontirli, un sedativo. E così li si addormentava.

G: - Dose di che?

A: - Non lo so. Un'iniezione.

G: - Chi la faceva?

A: - Uno dei medici di servizio

G: - Un medico della Marina?

A: - Sì. Dopo sono stati messi su un camion della Marina, un camion verde con un telone. Siamo andati all'aeroporto militare, siamo entrati nella parte posteriore, e lì ho saputo che l'aereo sul quale avremmo fatto il volo non sarebbe stato un Electra della Marina ma un Skyvan della Prefettura. Siccome non c'entravamo tutti, il gruppo che doveva volare è stato diviso in due.
[...]
G: - Qual era la reazione dei detenuti quando veniva detto loro della vaccinazione e del trasferimento?

A: - Erano contenti!

G: - Non sospettavano di cosa si trattasse?

A: - Per niente.

G: - Quanto tempo ci voleva perché cominciassero gli effetti stordenti della droga?

A: - Poco tempo.

G: - Durante il viaggio?

A: - No, prima di partire... sembravano degli zombie...


Antonio Pigafetta (Alessio), da Relazione del primo viaggio intorno al mondo, in Nuovo mondo - Gli Italiani (1492-1565), Einaudi, 1991

Ano li capeli tagliati con la quierega a modo de li frati, ma più longui, con uno corde de bambaso intorno al capo, nelle qualle ficano le freze qando vano a la caza. Ligano el suo membro dentro del corpo per lo grandissimo fredo. Quando more uno de questi, ge aperano x o dodice demoni balando molto alegri intorno del morto tutti depinti. Ne vedono uno sovra li altri asai più grande, gridando e facendo più gran festa. Così come el demonio li apare dipinto, da quella sorte se depingeno. Quiamano el demonio "Setebas", a li altri "Cheleulle". Ancora costui ne disse con segni avere visto li demoni, con due corni in testa e peli lonqui che coprivano li piedi, getare foco per la boca e per il culo. Il capitano generale nominò questi populi "Patagoni".
[...]
Stessemo in questo porto, el quale chiamassemo porto de Sancto Iulianno, cirqua de cinque mesi, dove acadetenno molte cose. Aciò che vostra illustrissima signoria ne sapia algune
[...].
Una nave per andare a descovrire la costa se perse. Tutti li omini se salvarono per miracolo non bagniandosse. Per il que el capitano generale ge mandò alcuni omini con sacqui pienni de biscoto. El viagio de andata era longuo 24 legue, che sono cento millia, la via asprissima e pienna de spini. Stavano 4 giorni in viagio, le notti dormivano in machioni, non trovavano acqua da bevere, se non giacio, il que ne era grandissima fatiga. In questo porto era asaissimo cape longue, che le chiamavano "missiglioni", avevano perle nel mezo, ma picole che non le potevano mangiare. Anco se trovava insenso, struzi, volpe, passare e conigli, più piccoli assai de li nostri. Quyi, in cima del più alto monte, drizassemo una croce in segno de questa terra, che erra del re de Spagnia, e chiamassemo questo monte, Monte de Cristo.


Dario Voltolini (Federico e Michele), da Forme d'onda, Feltrinelli, 1996

F: Abbiamo visto questa fotografia che ritrae una donna con un cappello, uno strano cappello fatto come da un nastro che si piega in due coni, come un largo nastro che produce due coni come corna, ma si vedeva anche in fotografia tutta l'eleganza del costume tradizionale, un costume di Sumatra, del popolo Minang.

M: E ti ricordi la storia del bufalo?

F: Sì, un poco. C'era un conflitto tra il popolo Minang e il popolo vicino. Per evitare una guerra violenta e sanguinosa i capi dei due popoli decisero di giocarsela con una sfida tra campioni. Al momento della sfida, i vicini portarono un bufalo di dimensioni enormi, una bestia mai vista prima. I Minang, allora, scelsero un giovane bufalo, con le corna appuntite e affilate.
A1 primo assalto fra i due animali, il bufalo giovane si precipita tra le gambe del bufalo gigante, cercando d'allattarsi, avendo preso quella bestia per sua madre. In questo modo, senza averne l'intenzione, con le corna lo sventra.

M: Quindi quel copricapo ricorda la sfida tra i bufali.

F: Così si dice. E abbiamo letto dei miti della creazione.

M: C'è quello di Tangaroa, ricordi?

F: Sì. Un mito polinesiano. Tangaroa è il padre di tutti gli dei.

M: Di ogni cosa.

F: Di tutto ciò che esiste. Tangaroa è il creatore. Tangaroa visse un tempo lunghissimo nella sua conchiglia

M: questo è già magnifico, visse nella conchiglia

F: nella sua conchiglia, un tempo lunghissimo, prima di uscirne

M: cioè, prima di creare il creato.

F: E quando esce, vede che non c'è niente. Le cose si muovono nel vuoto, ma non chiedermi quali cose, o magari sono io che non ricordo bene.

M: Piuttosto ricordo che chiama a sé le pietre, non è così?

F: Sì, mi pare, ma non arrivano

M: perché non ci sono

F: qualcosa del genere. Insomma, poiché i suoi ordini non vengono obbediti, Tangaroa s'arrabbia. Credo poi che giri la conchiglia, c'è un passaggio cruciale, qualcosa che origina il cielo con le stelle.

M: Ricordo che Tangaroa crea tutto ciò che esiste da parti del suo corpo, le catene montuose dalla sua spina dorsale

F: le montagne, ma anche tutti gli altri dei

M: tutti gli altri dei e anche l'uomo. È bellissimo come si chiude il racconto, si chiude con la proclamazione che ogni cosa ha una conchiglia - persino Tangaroa ha una conchiglia - e il cielo è una conchiglia

F: cioè, spazio infinito

M: una conchiglia, spazio infinito dove gli dei misero il sole

F: e la luna

M: e le costellazioni e le stelle.

F: E la terra è una conchiglia per le pietre

M: per le pietre, essere una conchiglia per

F: e per l'acqua e per le piante che ne sorgono.

M: La conchiglia di un uomo è la donna, perché dalla donna viene l'uomo. E la conchiglia della donna è la donna

F: poiché dalla donna viene la donna. E se ti ricordi inoltre nessuno può nominare le conchiglie di tutte le cose che ci sono nel mondo.

M: Nessuno.

F: E abbiamo visto, questa volta in un servizio televisivo, la donna di cento e venti anni. È sempre vissuta nel suo paese,

M: un paese dell'interno del Brasile;

F: e adesso ha cento e venti anni: ha sempre desiderato una cosa

M: (se ci pensi è forse il desiderio più a lungo coltivato che ci sia mai stato)

F: ha sempre desiderato vedere il mare. Così, per festeggiare il suo centoventesimo compleanno, le autorità - mi pare il sindaco del suo paese - hanno pensato di soddisfare questo desiderio.

M: E l'hanno accompagnata in riva al mare, sulla spiaggia. Lei è una donnina minuscola

F: sia piccola, sia rimpiccolita dal tempo, però ben viva

M: questo lo si vedeva chiaramente

F: si vedeva bene che è completamente vecchia e completamente viva, una cosa che si può dire così: è antica.

M: Abbiamo visto quelle immagini di lei sulla riva dell'oceano, piccola, accompagnata dal sindaco che se ne stava in disparte

F: e lei guardava il mare.

M: Ma la cosa sorprendente di quell'incontro fra esseri antichi è stato quando

F: è stato quando lei ha alzato la mano verso il mare e lo ha salutato.


Giuseppe Berto (Elvio), da Il male oscuro, Rizzoli, 1998

procedo su questa via balneare italiana a neanche quaranta di media sicché ho l'impressione d'essere più lontano dal mio punto d'arrivo ora che non stamattina a Roma, è inutile che mi metta in testa di fare fino a Siusi un'unica tappa dovrò per forza dormire in qualche albergo lungo la strada, Dio mio dormire solo in un albergo bisogna avere almeno la precauzione di scegliere una città munita di un manicomio attrezzato, Ferrara tanto per dire giacché se c'era un manicomio al tempo del Tasso ci sarà bene anche ora, però adesso che ci metto mente non sono mica tanto sicuro che il Tasso sia stato in manicomio a Ferrara, a Roma sicuramente sì sul Gianicolo ma per ciò che riguarda Ferrara a forza di pensarci sono in grado di affermare che vi fu ricoverato nell'ospedale di Sant'Anna, ospedale ricordo bene e non manicomio, viene da supporre che a quei tempi non esistessero in Ferrara manicomi propriamente detti e chissà mai se da allora ad oggi c'è stato qualche progresso in questo campo, sarà opportuno che m'informi dal portiere dell'albergo prima di fissare la camera, però poi quando finalmente alle nove meno dieci faccio il mio ingresso nella hall dell'albergo Touring non ho il coraggio di chiedere simili informazioni poiché mi accorgo di essermi dimenticato in testa il cappello di paglia, gran Dio prima faceva pressione ed ora me ne dimentico addirittura e naturalmente mi affretto a togliermelo ma lo stesso mi manca il coraggio di chiedere le informazioni circa il manicomio perché capisco che non farebbe un bel vedere uno che per prima cosa in un albergo abbastanza su e fornito di aria condizionata chiede del manicomio cercando di nascondere più che può un grande cappello di paglia da contadina romagnola e inoltre guardando con quegli occhi un po' fuori dall'ordinario che mi vengono solitamente dopo le crisi, sicché a conti fatti preferisco chiedere in fretta una camera al primo o secondo piano ma non più in alto col telefono esterno e il bagno per via della defecazione anche se improbabile, e in questa camera mi ritiro immediatamente sempre pensando al Tasso che a poco a poco mi sta diventando simpatico giacché devo riconoscere che lui la sua gloria poca o molta che sia se l'è conquistata a prezzo di gravissimi patimenti se è vero che in questo ospedale di Sant'Anna dov'era ricoverato in qualità di matto lo incatenavano al muro, Dio mio pensare uno incatenato in una cella mentre ha la claustrofobia come ce l'ho io, io morirei di sicuro mentre il Tasso non morì e anzi trovò modo di poetare perfino là dentro e allora è comprensibile che uno arrivi alla gloria, ma io ci rinuncio se deve costarmi tanto,


Marcel Proust (Giuseppe), da Alla ricerca del tempo perduto, vol. I: La strada di Swann, Einaudi, 1981, traduzione di Natalia Ginzburg, pag. 6-7

A volte, come nacque Eva da una costola di Adamo, nel sonno da una mala postura della mia coscia nasceva una donna. Fatta del piacere che stavo per assaporare, m'immaginavo fosse lei stessa ad offrirmelo. Il mio corpo che sentiva nel suo il mio proprio calore si voleva unire a lei: mi svegliavo. Gli altri esseri umani mi apparivano come assai lontani dinanzi a quella donna che avevo lasciata da pochi attimi appena, la mia gota era calda ancora del suo bacio, il mio corpo spossato dal peso della sua persona. Se, come talvolta avveniva, ella aveva l'aspetto di una donna che avevo conosciuta nella vita, mi volevo dare con tutto me stesso a questo fine: ritrovarla; come quelli che si mettono in viaggio per vedere coi loro occhi una città desiderata e immaginano si possa godere in una realtà le delizie della fantasia. A poco a poco il ricordo di lei svaniva, avevo dimenticato la creatura del mio sogno.
Un uomo che dorme tiene intorno a sé in cerchio il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi. Li consulta istintivamente svegliandosi e ci legge in un attimo il punto della terra ch'egli occupa, il tempo trascorso fino al suo risveglio; ma i loro giri possono confondersi, spezzarsi. Se, verso il mattino, dopo un po' d'insonnia, lo coglie il sonno mentre sta leggendo, in una posizione troppo diversa da quella in cui dorme abitualmente, basta un suo braccio levato per fermare e fare indietreggiare il sole, e, nel primo attimo del risveglio non saprà più l'ora, penserà d'essersi appena coricato. Quando s'assopisca in una posa ancora più strana e divergente, per esempio dopo pranzo seduto in una poltrona, allora lo sconvolgimento sarà totale nei mondi tratti dalle loro orbite; la poltrona magica lo farà viaggiare a gran velocità nel tempo e nello spazio, e, nell'aprire le palpebre, egli crederà d'essersi coricato alcuni mesi innanzi in un altro paese.


Sergej Dovlatov (Fiamma), da La valigia, Sellerio, 1999, traduzione di Laura Salmon

All'Ufficio per l'espatrio quella stronza viene a dirmi:- Ogni emigrante ha diritto a tre valigie. Questa è la norma. In merito abbiamo disposizioni precise del ministero.
Protestare non aveva alcun senso. Ma naturalmente protestai:
- Solo tre valigie?! Ma come si fa con tutta la roba?-
- Per esempio?-
- Per esempio la mia collezione di automobiline da corsa...
- Se la venda - rispose l'impiegata senza pensarci.
E poi aggiunse inarcando leggermente le sopracciglia:
- Se non le sta bene qualcosa, scriva un reclamo.
- Mi sta bene- dissi.
Dopo il carcere tutto mi andava bene.
- Beh, allora si dia una calmata...
Dopo una settimana stavo già raccogliendo le mie cose e potei constatare che una sola valigia bastava e avanzava.
Dalla pena che mi facevo, poco ci mancava che mi mettessi a piangere. In fondo avevo trentasei anni. Diciotto dei quali avevo lavorato. Qualcosa avevo guadagnato, avevo comprato. In fondo, ero convinto di possedere delle cose. E invece, in tutto una sola valigia. E per di più piuttosto piccola. Ma allora ero un poveraccio? E come avevo fatto a ridurmi così?!
E i libri? Fatto sta che quasi tutti i libri che avevo erano proibiti, di quelli che alla dogana non passano. Mi toccò regalarli agli amici assieme al mio cosiddetto archivio.
E i manoscritti? Quelli già da tempo li avevo segretamente spediti in occidente. E i mobili? La scrivania la portai a un negozio di mobili usati. Le sedie se le prese il pittore Cegin (che fino a quel momento aveva usato delle casse). Il resto lo buttai.
Così che me andai con una sola valigia. Era di compensato, rivestita di tela con rinforzi metallici agli angoli. La serratura non funzionava, mi toccò utilizzare della corda da bucato.
In passato, con quella valigia ero andato al campeggio dei pionieri. Sulla parte superiore stava scritto con l'inchiostro:
"Gruppo dei piccoli. Sereza Dovlatov". Accanto, qualcuno aveva gentilmente aggiunto un intarsio: "cagone". La tela qua e là si era strappata.
Sempre sulla parte superiore, all'interno, erano incollate delle fotografie. Rocky Marciano, Armstrong, Iosif Brodskij, la Lollobrigida con un vestito trasparente. Il doganiere tentò di strappare la Lollo con le unghie, ma riuscì appena a graffiarla.
Brodskij invece non lo toccò neppure. Mi chiese soltanto: chi è questo? Risposi che era un mio lontano parente.


Kurt Vonnegut (Michele), da Mattatoio n. 5, Feltrinelli, 2003, traduzione di Luigi Brioschi

Ascoltate:
Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo.
Billy è andato a dormire che era un vedovo rimbambito e si è svegliato il giorno delle sue nozze. Ha varcato una soglia nel 1955 ed è uscito da un'altra nel 1941. È tornato indietro da quella porta e si è trovato nel 1963. Ha visto molte volte la propria nascita e la propria morte, dice, e vive di tanto in tanto tutti i fatti accaduti nel frattempo.
Così dice.
Billy è spastico del tempo, non controlla i movimenti, non sa dove andrà dopo, e le sue gite non sono necessariamente divertenti. È costantemente in uno stato di terrore da palcoscenico, dice, perché non sa mai quale parte della sua vita dovrà recitare la prossima volta.
[...]
Tra le cose che Billy Pilgrim non [può] cambiare, [ci sono] il passato, il presente e il futuro.


Luciano Bianciardi (Michele), da La vita agra, Bompiani, 2001 [1° ediz. 1962], pag. 191

E poi viaggiare secondo me non serve a nulla, ai giorni nostri, non ci impari proprio niente. Anche uno che abbia ambizione di scrivere, non è che viaggiando apprenda qualcosa di nuovo, o trovi argomenti da raccontare. Al massimo potrà scrivere qualche articolo di giornale, ma se è una persona seria, tornando si guarda bene dal mettere sulla carta quello che ha visto o creduto di vedere. Io per esempio ho un amico scrittore [di Cecina], che una volta andò in aereo sino a Pechino, nel Catai, come dicevano gli antichi. Eppure, siccome è uno scrittore serio, tornando non si è mica messo a parlare dei cinesi! Al contrario, ha continuato a parlare dei cecinesi, e fa bene, perché quelli li conosce davvero.

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