I libri in testa
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Mercoledì 22 dicembre 2004, ore 21
La Taberna
replica con licenze
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Le letture

David Foster Wallace (voce registrata di Federico), da Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, 1998, stralci liberamente tratti dal primo capitolo, traduzione di Gabriella D'Angelo e Francesco Piccolo

(mp3 - 2,26 MB)

Spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo.
Un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato.
Il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente.
Tramonti che sembrano disegnati al computer e una luna tropicale che assomiglia a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche.
Frotte di pesciolini con le pinne luccicanti.
La puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida.
Videocamere che praticamente richiedono un carrello.
Valigie fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito.
Una donna in lamè argentato che vomita a getto dentro un ascensore di vetro.
Croupier professioniste così carine che ti fanno venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all'ultimo centesimo a blackjack.
Capire cosa significa aver paura della propria tazza del cesso.
Assaggiare caviale e trovarsi d'accordo con il giudizio del bambino che siede accanto: "fa schifo".
Un sacco di gente seminuda che sarebbe preferibile non vedere seminuda.
Essere oggetto in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali.


Peter Handke (Federico), da Il mio anno nella baia di nessuno, Garzanti, 1996, traduzione di Claudio Groff

E non mancavano neppure gli eroi, un gruppo di amici, uomini e donne, che in un viaggio in comune dovrebbero essere essenzialmente occhio, orecchio e lingua per quelle altre storie universali. Nel contempo accadevano al massimo cose come giocare a carte, ballare, cucire bottoni, oppure che qualcuno facesse il sonnambulo, qualcuna cantasse un Lied di sua invenzione, con reminiscenze diciamo di "Presagio e presenza" di Eichendorff. Avevano tutti nomi tratti dall'antichità, da me scompaginati in modo che sembrassero attuali. I fenomeni naturali li trasferii dalle annuvolate alture della Senna al bacino dell'Orinoco in Sudamerica, che conoscevo soltanto dai lemmari dei vocabolari. La nevicata di Clamart adesso aveva luogo presso le sorgenti nel massiccio della Guyana, sebbene in realtà lì, così vicino all'equatore, certo non avesse mai nevicato. Nel rigagnolo che usciva alla base del menhir nel bosco - e subito si disperdeva - descrissi l'origine del fiume. La gente sul sentiero argilloso vicino alla mia locanda nella radura si trasformò in indios su una pista nella foresta vergine.
E il viaggio a piedi doveva terminare a quella biforcazione dell'Orinoco che mi occupa la mente fin nei sogni, dove a metà del suo corso il fiume, per motivi non ancora chiariti, si divideva e scartava in due opposte direzioni. Andai avanti così per un lungo periodo, seduto al mio tavolo. Anche se non facevo nient'altro che aspettare, questa era l'armonia, con il fiocco di neve polverizzato sul bordo del balcone, con la scia di condensazione dietro. Mi sembrava di essermi così sbarazzato per sempre della mia impazienza e di aver trovato la mia velocità.
E poiché era una cosa talmente unica, lo posso dire: là ero parola per parola nel tempo, come se esso fosse il mio luogo. Spesso si interponeva anche il pensiero che nessuno aveva ancora fatto questa esperienza; che con me iniziava qualcosa di nuovo.
Al posto del corpo dimenticato sentivo una sensualità che mi piaceva, essendo presente senza volersi dirigere da qualche parte. E poi di nuovo il corpo mi diventava stranamente cosciente, nel senso di una totalità, come di solito ti entra nella coscienza solo una parte, un dente, un orecchio, un piede, sotto forma di pesantezza sgradevole, anche di insensibilità, cioè prima che là si scateni un dolore terribile. Con quella libertà io vivevo ogni giorno una paura altrettanto nuova.
L'inquietudine consisteva nella mia impressione che la materia che raccontavo, diversamente da come ero abituato finora, nel redigerla invece di crescere diminuisse sempre più. E inoltre con la mia storia segnavo il passo: la compagnia di viaggiatori che avrebbe dovuto incamminarsi dalle sorgenti dell'Orinoco dopo un solo giorno, si trovava ancora lì, dopo mezza stagione delle piogge e quasi duecento pagine. Le frasi con le quali giravo loro attorno, nell'intento di rendere giustizia a ciascun fenomeno, ai lampi di calore, al frastuono delle rapide, alla soglia mobile nell'acqua, indicata dalle prime ombre di pesci verso valle, divennero più sottili dell'aria di laggiù.
Ma neppure era lecito - ecco la prima delle regole emerse nel corso del lavoro - annullare nessuna delle frasi una volta che stavano lì, al massimo una o l'altra parola. Si andava avanti, se mai, solo con lui, con il filo della frase che di giorno in giorno si logorava più fortemente. Speravo comunque, solo grazie al mio sistemare e ordinare i fenomeni naturali, in una decisione con la quale i miei eroi ed io avremmo finalmente fatto un balzo e potuto cominciare di nuovo da un punto molto lontano. E un'altra regola, però, era che non potevo inventare una simile decisione, mentre di solito solo nell'invenzione sentivo un terreno solido sotto di me. La decisione fu poi che un giorno, a metà di una frase così, la materia mi venne a mancare. E con la materia della scrittura la materia della vita. Mi lambicco continuamente il cervello attorno a quel secondo, e ancora non so perché lì mi crollò addosso la sensazione che avevo perso una volta per tutte e che era finita. Chi me lo spiega? (Nessuno, per favore.)


John Keats (Elvio), Ode su un'urna greca, in Poesie, Mondadori, 2002, traduzione di Silvano Sabbadini

1
Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
figlia adottiva del tempo lento e del silenzio,
narratrice silvana, tu che una favola fiorita
racconti, più dolce dei miei versi,
quale intarsiata leggenda di foglie pervade
la tua forma, sono dei o mortali,
o entrambi, insieme, a Tempe o in Arcadia?
E che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose?
Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata?
E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia?

2
Sì, le melodie ascoltate son dolci; ma più dolci
ancora son quelle inascoltate. Su, flauti lievi,
continuate, ma non per l'udito; preziosamente
suonate per lo spirito arie senza suono.
E tu, giovane, bello, non potrai mai finire
il tuo canto sotto quegli alberi che mai saranno spogli;
e tu, amante audace, non potrai mai baciare
lei che ti è così vicino; ma non lamentarti
se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
e tu l'amerai per sempre, per sempre così bella.

3
Ah, rami, rami felici! Non saranno mai sparse
le vostre foglie, e mai diranno addio alla primavera;
e felice anche te, musico mai stanco,
che sempre e sempre nuovi canti avrai;
ma più felice te, amore più felice,
per sempre caldo e ancora da godere,
per sempre ansimante, giovane in eterno.
Superiori siete a ogni vivente passione umana
che il cuore addolorato lascia e sazio,
la fronte in fiamme, secca la lingua.

4
E chi siete voi, che andate al sacrificio?
Verso quale verde altare, sacerdote misterioso,
conduci la giovenca muggente, i fianchi
morbidi coperti da ghirlande?
E quale paese sul mare, o sul fiume,
o inerpicato tra la pace dei monti
ha mai lasciato questa gente in questo sacro mattino?
Silenziose, o paese, le tue strade saranno per sempre,
e mai nessuno tornerà a dire
perché sei stato abbandonato.

5
Oh, forma attica! Posa leggiadra! Con un ricamo
d'uomini e fanciulle nel marmo,
coi rami della foresta e le erbe calpestate -
tu, forma silenziosa, come l'eternità
tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale!
Quando l'età avrà devastato questa generazione,
ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori
non più nostri, amica all'uomo, cui dirai
"Bellezza è verità, verità bellezza," - questo solo
sulla terra sapete, ed è quanto basta.


Aleksandr Sergeevič Puškin (Fiamma), Lettera di Tatiana a Onegin, da Evgenij Onegin, traduzione di Ettore LoGatto

Io vi scrivo. Che più? Che posso dire
ancora? Ben lo so, voi mi potete
con vostro disprezzo ora punire.
Ma se nel vostro cuore troverete
per la mia triste sorte, il mio soffrire,
di compassione almeno un granellino,
non m'abbandonerete al mio destino.
Da principio tacere avrei voluto.
Credetemi; di questa mia rovente
vergogna, non avreste certamente
dalle mie labbra nulla mai saputo,
se la speranza mia non fosse vana,
anche una volta sol la settimana
potervi qui vedere ed ascoltare,
e, scambiata così qualche parola,
pensar poi sempre ad una cosa sola,
e giorno e notte. Ma voi siete, pare,
un misantropo, sempre d'umor nero
e sempre preda ad insanabil noia...
e noi?... Noi non brilliamo per davvero,
sebbene di vedervi s'abbia gioia!

Perché dunque da noi siete venuto
in quest'angolo fuor del mondo? Io sento
che se mai non v'avessi conosciuto,
oggi non proverei questo tormento;
dell'anima inesperta il turbamento,
chissà, forse col tempo avrei calmato;
un compagno devoto avrei trovato
e sarei diventata anch'io una sposa
fedele e una madre virtuosa.
Un altro?... Un altro no; giammai diritto,
avrei dato ad alcuno di dirmi sua!
Per volere supremo in cielo è scritto
per sempre il mio destino..., io sono tua.
Tutta la vita mia fu certo pegno
del mio incontro con te, della mia sorte;
so che la tua venuta è un divin segno;
tu sarai l'angiol mio fino alla morte...
Oh, quante e quante volte io t'ho sognato;
invisibile ancora io già t'amavo
e al tuo sguardo soave m'incantavo.
Da tanto la tua voce ha risonato
nel mio cuore; non è vaneggiamento;
non appena tu entrasti, palpitare,
riconoscerti e insieme mormorare
a me stessa: "Egli è qui!"- fu un sol momento.
Dì, non è vero che la tua favella
nella mia solitudine ascoltavo,
se davo aiuto a una poverella
o se con la preghiera alla procella
dei pensieri dal ciel pace imploravo?
E non sei forse tu ch'io vedo adesso,
cara visione, farsi a me d'appresso,
e, balenando nella trasparente
oscurità, piegarsi al capezzale?
Non sei tu che alla speme hai dato l'ale,
bisbigliando d'amor teneramente?
Chi sei tu dunque: l'angiol protettore
o un perfido, maligno tentatore?
Sciogli tu il dubbio della mente incerta,
ché forse tutto questo è una chimera,
solo inganno d'un' anima inesperta
e ben diversa è la mia sorte vera.
Ma sia pure così! Il mio destino
nelle tue mani ora e per sempre metto
e, sconvolta dal pianto, a te vicino
solo da te la mia difesa aspetto...

Alla mia vita pensa; io son qui sola
e nessuno m'ascolta e mi capisce,
la mia mente s'oscura e indebolisce,
debbo perire senza una parola.
T'aspetto; con lo sguardo la certezza
dona al cuore dal dubbio travagliato
o questo sogno grave alfine spezza
col tuo biasimo, ahimè, ben meritato.
Finisco; di rileggere ho paura,
vinta dalla vergogna mia rovente,
ma il vostro onor m'è garanzia sicura,
e al vostro onor m'affido arditamente.


Hans Magnus Enzensberger (Alessio), I falsi morti, in Antologia della poesia tedesca, la Biblioteca di Repubblica, Roma, 2004, traduzione di F. Fortini e R. Leiser

I falsi morti aspettano davanti a uffici di grandi industrie;
impotenti; fumando a due polmoni, aspettano
davanti a uffici di controllo, a Camere del Lavoro.
Pallida va la loro incolore letizia
come nel vento un immenso giornale
contro sportelli a griglia innumerabili.

Nuche educate, come annuiscono! E come
sono efficienti, di umore ottimo! E come
filano tra le dita le schede perforate,
i certificati di confessione e gli assegni! Nella cartelle
recano i loro peli rasi
e nelle loro due calze
ha ognuno messo da parte le dieci sue dita.

E nondimeno masticano e tagliano via,
con altre dieci dita false morte, carni
da ossa di bestie morte; e quando è notte
per dare pace a quel che implora e grida
fra le gambe, si moltiplicano, quando
gli sportelli son chiusi,
testimoni falsi morti generando.

E quando è mattina ne fanno denuncia, fumando
dalle bocche impotenti, agli uffici
di stato civile, perché
non vengano inumati.

Ma chi porge a costoro baci e pomi?
Chi mai li desta, chi offre a costoro
i semprevivi, chi gli sradica dal petto
quelle montagne di fumo denso, che li srotola
dai giornali, chi sacra di coraggio
quelle bocche o dai capi gli pettina la cenere,
chi gli lava l'angoscia dalle pupille incolori,
chi dona, scioglie, incanta, unge e ridesta
dai morti i falsi morti
e chi li assolve?

Aspettano davanti agli sportelli
delle banche, sotto le nevicate
di giornali o di schede elettorali, aspettano
sotto il cielo che come in un cine di periferia
ora schiarisce ora si oscura
come tra il fuori programma ed il film,
tra campo della gloria ed obitorio.
Davanti agli uffici decessi aspettano, aspettano
i falsi morti i loro certificati di morte,
fumando a due polmoni efficienti incolori,
sguazzano nella torba loro allegria
ed aspettano estinti il loro estinguersi.


Giuseppe Giacosa e Luigi Illica (Giuseppe), E lucevan le stelle, da Tosca, Ricordi, 14 gennaio 1900

E lucevan le stelle... e olezzava
la terra... stridea l'uscio
dell'orto... e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.
Oh! dolci baci, o languide carezze,
mentr'io fremente
le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d'amore...
L'ora è fuggita
e muoio disperato!...
E non ho amato mai tanto la vita!


Emily Dickinson (Giuseppe), Poesie n. 1383 e n. 1035 dell'edizione Johnson, traduzione di Giuseppe Ierolli, in www.emilydickinson.it

Lunghi Anni lontano - non possono creare
Una breccia che un istante non possa colmare -
L'assenza del Mago non
Invalida l'incantesimo -

Le braci di Mille Anni
Schiuse dalla Mano
Che le carezzava quand'erano Fuoco
Si risveglieranno e capiranno

*****

Ape! Ti sto aspettando!
Stavo dicendo Ieri
A Qualcuno che conosci
Che eri in arrivo -

Le Rane sono a Casa da una Settimana -
Sistemate, e al lavoro -
Gli Uccelli in gran parte tornati -
Il Trifoglio caldo e folto -

Riceverai questa mia entro
Il Diciassette; Rispondi
O meglio, sii da me -
Tua, Mosca.


Raymond Carver (Michele), da Un discorso serio, in Da dove sto chiamando, Minimumfax, 1999, traduzione di Riccardo Duranti

Lui bevve la tazza di vodka e succo di mirtilli. Si accese una sigaretta e buttò il fiammifero nel grande posacenere che stava sempre al centro del tavolo da cucina. Si mise a esaminare le cicche. Alcune erano della marca che fumava Vera, altre no. Alcune erano addirittura color lavanda. Si alzò e andò a buttare tutto sotto il lavello.
Il posacenere in realtà non era un posacenere. Era un grosso piatto di ceramica pesante che avevano comprato da un vasaio con la barba, al centro commerciale di Santa Clara. Lo sciacquò per bene e lo asciugò. Poi lo rimise sul tavolo. Solo allora ci schiacciò dentro la sua cicca.
L'acqua sul fornello cominciò a bollire proprio appena il telefono si mise a squillare.
La sentì aprire la porta del bagno e gridargli dal corridoio: "Rispondi tu! Io sto per entrare sotto la doccia".
L'apparecchio della cucina era sul ripiano della credenza, nell'angolo dietro la teglia dell'arrosto. Spostò la teglia e prese il ricevitore.
"C'è Charlie?", disse la voce all'altro capo del filo.
"No", rispose Burt.
"Va bene", disse la voce.
Mentre era occupato a fare il caffè, il telefono squillò di nuovo.
"Charlie?"
"Non c'è", disse Burt.
Stavolta lasciò la cornetta staccata.
Vera tornò in cucina in jeans e maglioncino, spazzolandosi i capelli.
Con il cucchiaino lui mise il caffè solubile nelle tazze d'acqua calda e poi corresse il proprio con uno schizzo di vodka. Portò le tazze a tavola.
Lei prese la cornetta e se la portò all'orecchio. Disse: "Come mai è staccato? Chi era al telefono?"
"Nessuno", rispose lui. "Chi è che fuma sigarette colorate?"
"Io, perché?"
"Non lo sapevo".
"Be', ora lo sai".
Gli si sedette davanti e cominciò a sorseggiare il caffè. Fumavano entrambi, scuotendo la cenere nel posacenere.
Burt aveva una gran voglia di dire un sacco di cose, lamentarsi, consolare, cose così.
"Ne fumo tre pacchetti al giorno", disse Vera. "Voglio dire, se davvero vuoi sapere che cosa succede qui".
"Dio santo!", esclamò Burt.
Vera annuì.
"Non sono mica venuto a sentirmi dire queste cose, sai?", disse lui.
"Che cosa sei venuto a sentire, allora? Che la casa era andata in fumo?"
"Vera, [...] è Natale. Ecco perché sono venuto".
"Natale era ieri", rispose lei. "Natale è venuto e ora è passato", aggiunse. "E non ho nessuna voglia di vederne un altro".
"E io, allora?", disse Burt. "Credi che non veda l'ora che arrivino le feste?"
Il telefono squillò di nuovo. Rispose Burt.

"Qualcuno cerca un certo Charlie", le disse.
"Come?"
"Charlie", disse Burt.
Vera prese il ricevitore. Gli volse la schiena e si mise a parlare al telefono. Poi si girò di nuovo verso di lui e disse: "Vado a rispondere in camera da letto. Per favore, riattacca appena alzo di là. Guarda che me ne accorgo se non riattacchi quando te lo dico io".
Lui prese la cornetta. Lei uscì dalla cucina. Lui si portò il ricevitore all'orecchio e si mise in ascolto. Non si sentiva niente. Poi sentì un uomo che si schiariva la gola. Quindi la voce di Vera che aveva preso la linea di là. La sentì gridare: "Burt? Va bene. L'ho presa io. Burt!"
Lui mise giù la cornetta e rimase a guardarla. Aprì il cassetto delle posate e cominciò a rovistarci dentro. Quindi ne aprì un altro. Cercò nel lavello. Andò in sala da pranzo e prese il coltello dell'arrosto. Lo tenne sotto il rubinetto dell'acqua calda finché la patina di grasso si sciolse e scorse via dalla lama. Se l'asciugò sulla manica. Spostò il telefono, piegò il filo e lo tagliò di netto, con la massima calma. Esaminò i due capi recisi del filo. Poi spinse di nuovo il telefono nel suo angolo dietro la teglia.
Vera entrò in cucina. [...] "È caduta la linea. Non è che hai fatto qualcosa al telefono?" Guardò l'apparecchio, poi lo sollevò dalla credenza.
"Brutto figlio di puttana! [...] Vattene, vattene fuori, solo lì stai bene !" Gli agitava contro l'apparecchio. "Ora basta! Chiederò un mandato d'interdizione, ecco cosa farò!"
Quando Vera lo sbatté sul ripiano, l'apparecchio emise un ding.
"Se non te ne vai subito, vado dai vicini e chiamo la polizia!"
Lui prese il posacenere. Lo teneva per il bordo. Si mise nella posizione di un lanciatore del disco.
"No, ti prego", lei disse. "Quello è il nostro posacenere!"
Burt se ne andò dalla porta che dava sul patio. Non ne era sicuro, ma gli sembrava di aver dimostrato qualcosa. Sperava di aver chiarito almeno una cosa. Il fatto era che presto avrebbero dovuto fare un discorso serio. C'erano un sacco di cose che andavano affrontate, cose importanti che andavano discusse. Ne avrebbero parlato ancora. Magari dopo le feste, quando le cose sarebbero rientrate nella normalità. Le avrebbe spiegato che quel cazzo di posacenere era in realtà un cazzo di piatto, per esempio.

[...] salì in macchina. Accese il motore e innestò la retromarcia. Gli fu difficile farlo, finché non mise giù il posacenere.


John Cheever (Alessio), da Boy in Rome, in Il rumore della pioggia a Roma, Fandango, 2004, traduzione di Leonardo Giovanni Luccone

Mio padre era premuroso con me; da piccolo mi portava sempre allo zoo, mi faceva andare a cavallo e mi comprava pasticcini e aranciate al bar; mentre io bevevo l'aranciata lui di solito prendeva un vermouth con la doppia correzione di gin e successivamente, quando gli americani a Roma cominciarono a diventare tanti, passò al martini... ma non intendo scrivere una storia di un ragazzo che assiste alle bevute furtive del padre. Andavo con lui a Villa Borghese a dar da mangiare le noccioline al corvo e quelle erano le uniche occasioni in cui parlavo l'italiano: quando il corvo ci vedeva diceva "buongiorno" e io gli rispondevo "buongiorno", quando gli davo le noccioline diceva "grazie" e quando ce ne andavamo via ci salutava con un "ciao".
Mio padre è morto tre anni fa ed è stato seppellito nel cimitero protestante di Roma. Furono in parecchi a partecipare e dopo le esequie mia madre stringendomi a sé mi disse "Non lo lasceremo mai da solo qui, vero Pietro? Non lo lasceremo mai da solo qui, mai, non è vero tesoro?" Insomma per farla breve, di tutti gli americani che vivono a Roma alcuni lo fanno per sottrarsi all'imposta sul reddito, altri perché sono divorziati o sono maniaci sessuali o poeti in cerca d'ispirazione o perché, per altre ragioni, hanno la sensazione che si sentirebbero oppressi in patria, altri ancora vivono a Roma per lavoro. Noi invece viviamo a Roma perché le ossa di mio padre riposano nel cimitero protestante.
[...]
Da subito cominciai a sentirne la mancanza. Non ho mai creduto in questo genere di cose, e neppure mi interessano, ma spesso immaginavo che mio padre avrebbe fatto ritorno dal regno dei morti e mi avrebbe dato una mano. Ho la forza e l'intelligenza per fare un lavoro serio ma qualche volta mi sento immaturo e ancora più avvilito e deluso quando a fine giornata scendo dal treno e arrivo in una città dove non mi sento a casa, una città come Firenze con la tramontana che imperversa e nessuno nel piazzale di fronte alla stazione per colpa di quel vento implacabile, nessuno che non debba essere lì. in quei momenti mi sembra di non riconoscermi, di non essere più me stesso né il risultato di ciò che ho imparato. Mi sento scippato dei miei risparmi emotivi dalla tramontana, dall'orario, dall'estraneità del luogo e non so quale direzione prendere se non quella, ovviamente che mi conduca lontano dal vento. Mi sentii così quando mi ritrovai sul treno per Firenze da solo, la tramontana soffiava e la piazza era deserta. Ecco la solitudine! poi qualcuno mi toccò sulla spalla; ebbi la sensazione che fosse mio padre ritornato dal regno dei morti e pensai che saremmo stati di nuovo felici insieme e che ci saremmo dati sostegno reciproco. A toccarmi, però, era stato un vecchio straccione che cercava di vendermi dei portachiavi ricordo; quando notai che aveva il volto segnato da piaghe mi sentii ancora peggio, mi sembrò come se la mia vita fosse precipitata in un abisso senza fondo e che non avrei mai ricevuto tutto l'amore di cui avevo bisogno. Capitò la stessa cosa a Roma, in autunno, la volta in cui uscii tardi da scuola, erano le sette passate, i negozi e gli uffici stavano chiudendo e tutti si affrettavano verso casa; io stavo rientrando con il tram quando a un certo punto qualcuno mi toccò sulla spalla. in un primo momento pensai che fosse mio padre tornato di nuovo dal regno dei morti ma questa volta non mi voltai perché poteva essere stato chiunque, un prete, una sgualdrina o un vecchio che aveva perso l'equilibrio. Provai ancora la sensazione che saremmo stati di nuovo felici insieme subito seguita da quella che mai avrei ricevuto tutto l'amore di cui avevo bisogno. Mai.


Mario Luzi (Michele), A Nottola, da "la Repubblica" del 15 ottobre 2004

Perfido giorno
che non vuoi salire,
i minuti sono ore
le ore secoli
per l'uomo che ti aspetta
da una rigorosa prigionia
di silenzio e di immobilità
coatta.
Pensieri nuovi, pensieri
già pensati o casuali
sminuzzano l'insonnia.
Dovrebbe la sequela
Interminabile
non posarsi su nessuna cosa
né perdersi e sfaldarsi
nell'intrico
delle casualità... Ribattono
invece quei pensieri
o ricordi o pensieri ricordati
i casi, i fasti e le vertiginose
nullità del mondo
e vi rimbalzano
dolorosamente.
Anche il tempo è prigioniero
di sé, intendo.

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