I libri in testa
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Sabato 21 ottobre 2006, ore 18
Roma, Libreria Croce
Good Morning - Midnight -
Letture dal tramonto all'alba


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Le letture

        1. Emily Dickinson, Poesia n. 425
        2. Novalis, da Inni alla Notte
        3. Charles Dickens, da Canto di Natale
        4. José Saramago, da L'anno della morte di Riccardo Reis
        5. Francis Scott Fitzgerald, incipit da Tenera è la notte
        6. John Ball, incipit da La calda notte dell'ispettore Tibbs
        7. Gesualdo Bufalino, incipit da Le menzogne della notte
        8. Anonimo, incipit da Le mille e una notte
        9. Fëdor Michailovic Dostoevskij, incipit da Le notti bianche
        10. Kurt Vonnegut, incipit da Madre notte
        11. Jurij Kazakov, da Autunno nei boschi di querce
        12. José Hierro, Due poesie
        13. Roberto Saviano, da Gomorra
        14. Kurt Vonnegut, finale da Madre notte

Emily Dickinson, Poesia n. 425 dell'edizione Johnson, in www.emilydickinson.it, traduzione di Giuseppe Ierolli

Buongiorno - Mezzanotte -
Sto tornando a Casa -
Il Giorno - si è stancato di Me -
Come potrei Io - di Lui?

La luce era un luogo dolce -
Mi piaceva starci -
Ma il Mattino - non mi voleva - ormai -
Così - Buonanotte - Giorno!

Posso guardare - dai -
Quando è Rosso a Oriente?
Le Colline - hanno un aspetto - allora -
Che fa traboccare - il Cuore -

Tu - non sei così bella - Mezzanotte -
Io avevo scelto - il Giorno -
Ma - per favore prendi una Ragazzina -
Che Lui ha cacciato via!


Novalis (Giuseppe), da Inni alla Notte, Mondadori, 1998, traduzione di Roberto Fertonani

In plaghe remote mi volgo alla sacra, ineffabile, arcana notte. Lontano giace il mondo - sepolto nel baratro di una tomba - squallida e solitaria la sua dimora. Nelle corde del petto spira profonda malinconia. In gocce di rugiada voglio inabissarmi e mescolarmi alla cenere. Lontananze della memoria, desideri della giovinezza, sogni dell'infanzia, brevi gioie e vane speranze dell'intera e lunga esistenza vengono in grige vesti, come nebbie vespertine dopo il tramonto del sole. In altri spazi la luce ha piantato le sue tende gioiose. Non tornerà mai dai suoi figli, che l'attendono in ansia con la fede degli innocenti?
Che cosa d'improvviso sgorga così carico di presagi sotto il cuore, e inghiotte l'aura tenue della malinconia? Anche tu trovi piacere in noi, oscura notte? Che cosa tieni sotto il tuo manto, che con forza invisibile mi tocca l'anima? Delizioso balsamo stilla dalla tua mano, dal fascio di papaveri. Le ali grevi dell'animo tu innalzi. Ci sentiamo pervasi da una forza oscura, ineffabile - un volto severo vedo con lieto spavento, che si piega su di me devoto e soave, e sotto i riccioli che senza fine s'intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre. Come misera e puerile mi sembra ora la luce - come grato e benedetto il commiato del giorno - Solo per questo quindi, perché la notte discosta da te i fedeli, tu seminasti per l'immensità dello spazio le sfere splendenti per annunciare la tua onnipotenza - il tuo ritorno - nei tempi della tua assenza.. Più celesti di quelle stelle scintillanti ci sembrano gli occhi infiniti che la notte dischiude in noi.


Charles Dickens (Federico), da Canto di Natale, Mondadori, 1990, traduzione di Emanuele Grazzi

Scrooge consumò il suo pranzo malinconico nella sua solita malinconica trattoria; e, dopo aver letto tutti i giornali e allietato il resto della serata con un esame del suo conto in banca, se ne andò a casa per coricarsi. L'appartamento nel quale abitava era stato in passato del suo defunto socio. Era una lugubre serie di stanze in un fabbricato alto, che sorgeva in un vicolo dove aveva tanto poco ragione di trovarsi da far quasi immaginare che vi fosse corso dentro quando era una casa giovane, giocando a nascondino con altre case, e avesse dimenticato la strada per uscirne. Ora era abbastanza vecchio e abbastanza sinistro, giacché il suo unico abitante era Scrooge e tutte le altre stanze erano affittate come uffici. Il vicolo era così buio, che perfino Scrooge, che ne conosceva ogni pietra, era costretto a procedere a tastoni. Nel nero e vecchio androne della casa, la nebbia e il gelo incombevano in modo tale che sembrava che il genio del Tempo fosse seduto sulla soglia, immerso in una lugubre meditazione.
Ora è un fatto che nel batacchio della porta non c'era niente di straordinario, tranne la sua straordinaria grossezza; è pure un fatto che Scrooge lo aveva veduto mattina e sera, durante tutto il periodo nel quale aveva abitato la casa, e così pure che Scrooge possedeva ciò che si chiama fantasia in così scarsa misura, quanto è possibile che si verifichi per qualunque uomo della City di Londra, compresi perfino il Consiglio, gli assessori, e gli impiegati, il che è tutto dire. Non bisogna neppure dimenticare che Scrooge non aveva mai rivolto un pensiero a Marley, dopo aver menzionato in quello stesso pomeriggio il suo socio morto da sette anni. E allora, mi spieghi chi può, come accadde che Scrooge, dopo aver introdotto la chiave nella toppa, scorse nel batacchio, senza che questo avesse nel frattempo subito alcun processo di alterazione, non più un batacchio, ma il volto di Marley.
Il volto di Marley. Non era avvolto da un'ombra impenetrabile, come tutti gli altri oggetti nel vicolo, ma era circonfuso da una luce sinistra, come un'aragosta andata a male in una cantina buia. Non era né irritato né feroce, ma guardava Scrooge come Marley era solito guardarlo, con un paio di occhiali spettrali tirati su sulla fronte. I capelli erano curiosamente arruffati, come da un soffio o da una corrente d'aria calda; e gli occhi, per quanto fossero spalancati, erano perfettamente immobili. Questo e il colorito livido lo rendevano orribile; ma l'orrore sembrava esistere a dispetto del volto e senza che questo potesse controllarlo, piuttosto che essere parte della sua espressione.
Allorché Scrooge fissò intensamente il fenomeno, il batacchio tornò a essere un batacchio.
Dire che non fu scosso e che il suo sangue non ebbe coscienza di una sensazione terribile, che gli era ormai estranea fin dal tempo della sua infanzia, sarebbe dire una bugia: nondimeno, pose la mano sulla che aveva lasciato, la girò decisamente, entrò e accese la candela.
Prima di chiudere la porta, si fermò con un momento di indecisione, e si diede prima un'occhiata cauta alle spalle, come se si fosse quasi aspettato di essere terrorizzato dalla vista del codino di Marley, sporgente entro l'ingresso. Ma nella parte posteriore della porta non c'era niente, tranne le viti coi relativi dadi che fissavano il batacchio. Pertanto, disse a se stesso: "Bah...bah!"; e la richiuse con un tonfo.
[...]
Scrooge aveva sentito dire spesso che Marley era un uomo senza viscere, ma fino a quel momento non ci aveva mai creduto.
No, e neppure adesso ci credeva. Per quanto continuasse a guardare attraverso il fantasma e se lo vedesse davanti in piedi, per quanto sentisse l'influenza gelida dei suoi occhi freddi come la morte e osservasse perfino il tessuto del fazzoletto piegato e legato intorno alla testa e al mento di lui e che egli non aveva mai veduto prima, era ancora incredulo e lottava contro i suoi stessi sensi.
"Che cos'è questo?" disse Scrooge, caustico e freddo come sempre. "Che cosa vuoi da me?"
"Molto". Era la voce di Marley, non c'era dubbio.
"Chi sei?"
"Chiedimi piuttosto chi ero."
"Chi eri dunque?" disse Scrooge, alzando la voce. "Sei molto minuzioso per essere un'ombra".
"Quando ero vivo, ero il tuo socio, Jacob Marley".
"Puoi... puoi sederti?" chiese Scrooge, con un'occhiata dubbiosa.
"Sì, posso"
"E allora siediti".
Scrooge aveva fatto quella domanda perché non sapeva se uno spettro così trasparente fosse in condizioni di prendere una sedia e aveva la sensazione che, qualora questo fosse stato impossibile, avrebbe potuto rendere necessaria una spiegazione imbarazzante. Ma lo spettro si sedette dall'altro lato del caminetto, come se ci fosse perfettamente abituato.
"Tu non credi in me" disse lo Spettro.
"Io no" rispose Scrooge.
"Quali prove vorresti avere della mia realtà, oltre a quella che ti danno i tuoi sensi?"
"Non so" disse Scrooge.
"Perché dubiti dei tuoi sensi?"
"Perché" disse Scrooge "per influire su questi basta una piccolezza. Un leggero disordine dello stomaco li rende bugiardi. Tu potresti essere un pezzo di carne non digerito, un cucchiaino di mostarda, una briciola di formaggio, un frammento di una patata poco cotta. Chiunque tu sia, credo che venga piuttosto da una salsa che da una tomba".
Scrooge non era solito fare giochi di parole e, in quel momento, in fondo al cuore non si sentiva affatto la voglia di fare lo spiritoso. La verità è che cercava di farlo, come un mezzo per distrarre la propria attenzione e frenare il proprio terrore, giacché la voce dello Spettro gli penetrava fino al midollo delle ossa.
Continuare a star seduto, fissando quegli occhi immobili e vitrei, e rimanendo anche per un solo momento in silenzio, sarebbe stato, Scrooge lo sentiva, un gioco assai pericoloso. Inoltre, c'era qualcosa di molto spaventoso nel fatto che lo Spettro era provveduto di una sua propria atmosfera infernale. Scrooge non poteva sentirla, ma era certamente così; giacché, sebbene il fantasma sedesse perfettamente immobile, i capelli, le vesti e le nappe erano ancora agitati come avrebbe potuto agitarli un vapore caldo proveniente da una stufa.
"Vedi questo stuzzicadenti?" disse Scrooge, tornando rapidamente alla carica per il motivo già detto, desideroso di distogliere dalla sua persona, fosse pure per un secondo, lo sguardo impietrato della visione.
"Lo vedo" rispose lo Spettro.
"Ma se non lo guardi neppure!" disse Scrooge.
"Eppure" disse lo spettro "lo vedo".
"Bene!" replicò Scrooge. "Basta che io lo inghiotta per essere perseguitato per tutto il resto dei miei giorni da una legione di fantasmi, tutti creati da me stesso. Stupidaggini, ti dico, stupidaggini!"


José Saramago (Elvio), da L'anno della morte di Riccardo Reis, La biblioteca di Repubblica, 2004, traduzione di Rita Desti

Oggi è l'ultimo giorno dell'anno. In tutto il mondo retto da questo calendario le persone si intrattengono a dibattere con se stesse le buone azioni che intendono mettere in atto nell'anno che incomincia, giurando che saranno rette, giuste ed equanimi, che dalla loro bocca emendata non uscirà mai più una parola cattiva, una bugia, un inganno, anche se il nemico lo meritasse, è chiaro che è degli uomini comuni che stiamo parlando, gli altri, quelli d'eccezione, fuori dell'ordinario, si regolano in base a ragioni proprie per essere e fare il contrario, sempre che ne ricavino gusto e interesse, sono coloro che non si lasciano illudere, arrivano a ridere di noi e delle buone intenzioni che mostriamo, ma, alla fin fine, lo impariamo con l'esperienza, già nei primi giorni di gennaio abbiamo dimenticato metà dei nostri propositi e, avendo tanto dimenticato davvero non c'è motivo di tener fede al resto, è come un castello di carte, se già sono caduti i piani alti, è meglio che rovini giù tutto e si mescolino i semi. Perciò c'è qualche dubbio che Cristo si sia congedato dalla vita con le parole della scrittura, quelle di Matteo e Marco, Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato, o quelle di Luca, Padre, nelle tue mani depongo il mio spirito, o quelle di Giovanni, Tutto è compiuto, quello che Cristo disse è stato, parola d'onore, qualunque popolano lo sa, Addio, mondo. Ma gli dèi di Ricardo Reis sono altri, silenziose entità che ci guardano indifferenti, per i quali il male e il bene sono meno che parole, perché non le pronunciano mai, e come potrebbero pronunciarle, se anche tra il bene e il male non sanno far distinzioni, loro procedono nel fiume delle cose, come noi, da loro distinti solo perché li chiamiamo dèi e a volte ci crediamo.
Il selciato era bagnato e scivoloso, le rotaie brillavano su per Rua do Alecrim, a perdita d'occhio chissà che stella o aquilone reggeranno in quel punto dove la scuola dice che si riuniscono le parallele, all'infinito, dev'essere molto grande l'infinito perché tante cose, tutte, e di tutte le misure, vi entrino le linee rette parallele e quelle semplici, e anche quelle curve e quelle incrociate, i tram che salgono lungo questi solchi, e i passeggeri che ci vanno, la luce degli occhi di ciascuno, l'eco delle parole, l'impercettibile scivolio dei pensieri, questo fischio come un segnale a una finestra, Allora scendi o non scendi, È ancora presto, dice una voce lassù, se sia di uomo o di donna non importa, di nuovo la ritroveremo nell'infinito. Ricardo Reis è sceso giù per lo Chiado e Rua do Carmo, come lui scendeva molta altra gente, gruppi, famiglie, che preferiscono l'aria aperta per assistere al passaggio dell'anno, magari passerà davvero, sulle loro teste e sulle nostre volerà una riga di luce, una frontiera, in tal caso diremmo che il tempo è tutt'uno con lo spazio, e c'erano anche donne che per un'ora avevano interrotto la loro misera caccia, fanno questo intervallo nella vita, vogliono essere presenti a un eventuale annuncio di vita nuova, sapere quale parte ne spetti loro, se nuova davvero, se la stessa. Il Rossio è pieno di gente. È venuto giù un rapido acquazzone, si sono aperti gli ombrelli, come lucidi gusci d'insetti, o come se la folla fosse un esercito che avanza sotto la protezione degli scudi, alzati sulla testa, all'assalto di una fortezza indifferente. Ricardo Reis si è unito alla gente, in fondo meno compatta di quanto era sembrato da lontano, si è fatto strada. Stanno tutti col naso all'aria, con gli occhi fissi sul quadrante giallo dell'orologio, mancano quattro minuti alla mezzanotte, ahimè la volubilità degli uomini, così gelosi del poco tempo che hanno da vivere, sempre a lamentarsi che siano corte le vite, ed eccoli qui impazienti perché passino questi minuti, tanto grande è il potere della speranza. C'è già chi grida per puro nervosismo e l'agitazione aumenta quando dalla parte del fiume si comincia a sentire la voce profonda delle navi ormeggiate, dinosauri che urlano con quel mugghio preistorico che fa vibrare lo stomaco, sirene che emettono gridi lancinanti come animali sul punto di essere sgozzati, e i clacson delle automobili lì vicino strepitano impazziti, e i campanelli dei tram tintinnano a più non posso, finalmente la lancetta dei minuti copre la lancetta delle ore, è mezzanotte, l'allegria di una liberazione, per un breve istante il tempo ha abbandonato gli uomini, li ha lasciati vivere liberi, soltanto assiste, ironico, benevolo, eccoli lì, si abbracciano gli uni con gli altri, conoscenti e sconosciuti, si baciano uomini e donne a caso, sono questi i baci migliori, quelli che non hanno futuro. Ma non è ancora passato un minuto che il rumore sta già scemando, qualche ultimo strascico, le imbarcazioni sul fiume è come se si stessero allontanando in mezzo alla nebbia verso il largo. C'è ancora qualche gruppo nel Rossio, ma l'animazione si estingue sempre più. Le persone hanno lasciato libero i marciapiedi, sanno quello che sta per succedere, dai vari piani si comincia a buttare roba giù per la strada, è l'usanza, si salvi chi può che è notte di festa.



Concorso a premi: "indovina l'incipit"

Francis Scott Fitzgerald (Elvio), incipit da Tenera è la notte, traduzione di Fernanda Pivano (premio: lampadina per abatjour)

Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante. Recentemente è diventato un ritrovo estivo di gente importante e alla moda; dieci anni fa, quando in aprile la clientela inglese andava verso il Nord, era quasi deserto. Ora molte villette vi si raggruppano intorno; ma quando questa storia incomincia, soltanto i tetti di una dozzina di vecchie ville marcivano come ninfee in mezzo ai pini ammassati tra l'Hôtel des Étrangers di Gausse e Cannes, otto chilometri più in là.

John Ball (Giuseppe), incipit da La calda notte dell'ispettore Tibbs, traduzione di Antonio Ghirardelli (premio: candele)

Alle tre meno dieci del mattino, la città di Wells appariva deserta, nel caldo opprimente. La maggior parte dei suoi undicimila abitanti si agitava senza posa nei letti, e quelli che non potevano dormire imprecavano contro l'afa soffocante della notte, che nemmeno la brezza più lieve veniva a mitigare. L'afa del mese d'agosto, caratteristica delle due Caroline, pesava greve nell'aria.
La luna era tramontata. Poche lampade non schermate, nella strada principale, dov'erano i negozi e la zona degli affari, gettavano ombre nere sulle facciate delle botteghe chiuse, su quella dell'unico cinema superstite e sul silenzioso distributore di benzina.

Gesualdo Bufalino (Federico), incipit da Le menzogne della notte (premio: tappi per le orecchie)

Mangiarono pochissimo o niente. Le portate, sebbene più ricche dell`ordinario, per come s`era ingegnato di condirle un secondino volenteroso, avevano un sapore nemico, né v`era boccone che in gola non diventasse una cenere. L`inappetenza, si sa, è d`obbligo nelle serate d`addio. Per cui, essendo l`esecuzione fissata ai barlumi dell`indomani, il barone non finiva di accalorarsi per questa ipocrisia di concedere ai condannati inutili ghiottonerie, mentre non s`aveva scrupolo di attossicargliele col pensiero della scadenza imminente.
"A pancia vuota non sarà un bel morire", si lamentò. "Così di buon mattino, poi! Quando la luce ci appassiona di più..."
Salimbeni gli diede ragione nei suoi soliti poetici modi: "In effetti il tramonto sarebbe un'ora più acconcia. Col mezzo lutto, le nuvole basse, le ombre cremisi e viola che persuadono umanamente alla quiete. Così, viceversa, ci parrà di subire un insopportabile sfratto."

Anonimo (Alessio), incipit da Le mille e una notte, ediz. a cura di René R. Khawam, traduzione dal francese di Gioia Angiolillo Zannino (premio: tisana)

[Storia del re Shahriyâr e della bella Shahrazâd] Si racconta - ma Dio ne sa più di noi dal momento che si tratta di dire il vero sugli avvenimenti del passato e sulle cronache dei diversi popoli - si racconta dunque che vivevano un tempo, nell'impero dei Sasanidi, due re fratelli che regnavano sulle isole dell'India e della Cina interna. Avevano nome Shahriyâr il maggiore e Shâhzamân il minore. Shahriyâr era un valoroso cavaliere, un conquistatore invincibile che il fuoco non poteva consumare, che il fatto di covare una vendetta clamorosa non bastava a placare, pronto a reagire ogni volta che venivano messi in discussione i suoi diritti. Aveva esteso il suo potere fino agli estremi limiti del suo regno e gli abitanti delle più sperdute province riconoscevano la sua autorità.

Fëdor Michailovič Dostoevskij (Fiamma), incipit da Le notti bianche, traduzione di Giovanni Faccioli (premio: accendino notturno)

Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? Anche questa è una domanda da giovani, amabile lettore, molto da giovani, ma voglia il Signore mandarvela il più sovente possibile nell'anima! ... Parlando d'ogni sorta di signori capricciosi e collerici, non ho potuto fare a meno di rammentare anche la mia saggia condotta in tutta quella giornata.

Kurt Vonnegut (Michele), incipit da Madre notte, traduzione di Luigi Ballerini (premio: pantofole usa e getta)

Mi chiamo Howard W. Campbell, jr.
Ho fama di nazista, sono americano di nascita e apolide per inclinazione naturale.
L'anno in cui scrivo è il 1961.
Voglio dedicare questo mio libro al signor Tuvia Friedmann, direttore dell'Istituto per la documentazione dei crimini di guerra di Haifa, e a chiunque altro possa interessare.
Perché al signor Friedmann dovrebbe importargli qualcosa di questo libro?
Perché sull'uomo che lo sta scrivendo grava il sospetto che sia stato un criminale di guerra.



Jurij Kazakov (Fiamma), da Autunno nei boschi di querce, Il Melangolo, 1991, traduzione di Caterina Fiannaca

Presi il secchio, per attingere acqua alla fonte. Ero felice, quella notte, perché con il battello della notte sarebbe arrivata lei. Ma la conoscevo, la felicità, ne sapevo l'incostanza, e perciò avevo preso il secchio, come se non sperassi affatto nel suo arrivo, ma andassi semplicemente a prendere l'acqua. Continuava ad andarmi tutto troppo bene, quell'autunno.
Quella notte di tardo autunno era nera come l'inchiostro e non era piacevole uscire di casa, tuttavia uscii. Impiegai molto tempo per infilare la candela nella lanterna e, quando infine ve l'ebbi sistemata e accesa, i vetri si appannarono per un minuto e la debole macchia del lume vacillo finché la candela, finalmente, non si accese del tutto, i vetri si asciugarono e si fecero trasparenti.
Avevo lasciato apposta la luce accesa in casa, e potevo vedere chiaramente la finestra illuminata mentre scendevo per il viale di larici verso l'Oka.
[...]
Fa venire i brividi andare così, di notte, da solo, con la lanterna. Tu solo fai rumore con gli stivali, tu solo sei illuminato e visibile, tutto il resto, in agguato, ti osserva in silenzio.
[...]
Il sentiero si fece più ripido e tortuoso, cominciarono fitte betulle, i loro tronchi bianchi balzavano a ogni momento dall'oscurità. Poi anche le betulle finirono, sul sentiero comparvero delle pietre, si sentì un alito fresco e, sebbene non si potesse vedere niente, capii che una vasta distesa era comparsa davanti a me: ero uscito sul fiume.
Distinsi un segnale luminoso lontano, a destra. La sua fiammella rossa si rifletteva, doppia, sull'acqua. Poi un segnale comparve dalla mia parte, vicinissimo, ed ammiccò leggermente anche, e il fiume si delineò.
Discesi lungo il fiume nell'erba fradicia, in mezzo alla vegetazione del saliceto, fino al punto dove di solito attraccava il battello, se qualcuno doveva scendere nel nostro angolo remoto. La sorgente borbottava e gorgogliava monotona, nell'oscurità.
[...]
Il battello era già vicino allo scalo, si vedevano appena le sue luci rosse e verdi a bordo. Mi sedetti e accesi una sigaretta. Le mani mi tremavano ed erano fredde. Improvvisamente pensai che cosa sarebbe accaduto se, sul battello, lei non ci fosse stata e se, a bordo, avessero visto la mia lanterna: avrebbero pensato che volessi partire e si sarebbero avvicinati alla riva. Spensi la lanterna.
Subito si fece buio e soltanto i segnali luminosi sull'acqua, come trapunti da un ago, ardevano lungo il fiume. Si sentiva il silenzio; a quell'ora tarda, probabilmente, per molti chilometri lungo la riva, c'ero soltanto io. In alto, oltre il bosco di querce, posava il villaggio, piccolo, scuro: dormivano tutti da tempo e soltanto la mia casa, sul limite, era illuminata. M'immaginai d'improvviso tutto il suo lungo percorso per venire da me, il viaggio da Archangel'sk: la vidi dormire sul treno, o rimanersene seduta accanto al finestrino, a parlare con qualcuno. Anche lei, come me, doveva aver pensato tutti quei giorni al nostro incontro. E adesso stava navigando lungo l'Oka e vedeva le rive delle quali le avevo scritto, quando l'avevo invitata a venire da me. Sarebbe uscita sul ponte e il vento le avrebbe soffiato sul viso l'odore degli umidi boschi di querce. Pensai quali conversazioni, di sotto, durante il viaggio, al caldo dietro ai vetri appannati: le spiegavano dove scendere e dove passare la notte se nessuno fosse stato ad aspettarla.
Poi mi ricordai del nord, dei miei vagabondaggi lassù, e come avevo vissuto alla pescaia e noi due cacciavamo i dentici nelle notti bianche. I pescatori dormivano pesantemente, russando e lamentandosi nel sonno e noi aspettavamo la bassa marea e uscivamo sul mare con il barcone.
[...]
E ricordai anche tutto quell'anno, com'era stato felice per me, quanti racconti ero riuscito a scrivere e quanti ancora, probabilmente, ne avrei scritto nei giorni quieti, silenziosi che ancora rimanevano, su questo fiume, in mezzo a questa natura, già spenta e presaga dell'inverno.
La notte era intorno e la sigaretta, quando aspirai, m'illuminò vivamente le mani, il volto, gli stivali, ma non m'impedì di vedere le stelle, e ce n'erano una tal vivida moltitudine, quell'autunno, si scorgeva la loro luce cinerea, il fiume illuminato dalle stelle e gli alberi, le pietre candide sulla riva, i riquadri scuri dei campi sulle colline, e i dirupi, ancora più scuri e odorosi dei campi.
E allora pensai che la cosa più importante nella vita non è quanto a lungo si vive, trenta, cinquanta oppure ottant'anni, perché è comunque poco e morire sarà spaventoso lo stesso: la cosa più importante è quante notti così capitano nella vita a ciascuno.


José Hierro (Alessio), Due poesie, traduzione di Alessio Brandolini

PASSATO

Ora che torna di nuovo la sera
grigia e d'argento, ora che ho
davanti agli occhi, sulla lingua,
il colore e il sapore del tempo,
adesso, finalmente, che dolore,
quanto chiaro e preciso lo vedo!
Sembra che cammini sulla terra
assistendo al mio funerale,
che sia appeso al presente
simile a un occhio immenso,
contemplando tutta la mia vita,
che faccia il nido nel mio stesso corpo.
Io, stando fuori della carne,
distaccato lo osservo.

Va il mio corpo verso la riva.
Si ferma (no: mi fermo).
Gioca o si distende tra le rocce
e mentre lo veglio s'addormenta,
senza poterlo destare
dalle sue menzogne e dal suo sogno.

(da Tierra sin nosotros, 1947)

VORREI NON ODIARE QUESTA SERA

Vorrei non odiare questa sera,
non portare sulla fronte la nube oscura.
Questa sera vorrei avere occhi più chiari
per posarli sereni nella lontananza.
Deve'essere bellissimo poter dire:
"Credo nelle cose che esistono e in altre che probabilmente non esistono,
in tutte le cose che possono salvarmi, anche ignorando il loro nome;
conosco la frutta dorata che dona l'allegria.
Vorrei non odiare questa sera,
sentirmi leggero, essere fiume che canta, vento che muove la spiga.
Guardo a ponente. S'abbuiano i lunghi percorsi che vanno nella notte,
che donano la loro stanchezza alla notte, che entrano nella notte
a sognare nella sua grande menzogna.

(da Alégria, 1947)


Roberto Saviano (Michele), da Gomorra, Mondadori, 2006 (Prima parte, cap. IV: "La guerra di Secondigliano")

Quando Cosimo sente il calpestio degli anfibi dei carabinieri che lo stanno per arrestare, quando sente rumoreggiare i fucili, non tenta di scappare, non si arma nemmeno. Si mette davanti allo specchio. Bagna il pettine, tira indietro i capelli dalla fronte e poi li lega in un codino all'altezza della nuca, lasciando la zazzera riccia cascare sul collo. Indossa un dolcevita scuro e un impermeabile nero. Cosimo Di Lauro si abbiglia da pagliaccio del crimine, da guerriero della notte, scende per le scale impettito. [...] Fissa le telecamere e gli obiettivi dei fotografi [...].
Non si è fatto trovare come Brusca con un jeans liso e una camicia sporca di salsa, non è impaurito come Riina portato di corsa sopra un elicottero, né sorpreso con il volto pieno di sonno come capitò a Misso, boss della Sanità.
È un uomo formato nella società dello spettacolo e sa di andare in scena. Si presenta come un guerriero che si è imbattuto nella sua prima sosta. Sembra che stia pagando per il troppo coraggio, l'eccessivo zelo nella guerra che ha condotto. Questo racconta il suo volto. Non sembra che sia tratto in arresto, ma che muti semplicemente il luogo del suo comando. Innescando la guerra sapeva di andare incontro all'arresto. Ma non aveva scelta. O guerra o morte. E l'arresto vuole rappresentarlo come la dimostrazione della sua vittoria, il simbolo del suo coraggio capace di sprezzare ogni sorta di tutela di sé, pur di salvare il sistema della famiglia.
La gente del quartiere al solo guardarlo si sente bruciare lo stomaco. Inizia la rivolta, rovesciano auto, riempiono bottiglie di benzina e le lanciano. La crisi isterica non serve a evitare l'arresto come potrebbe sembrare, ma a scongiurare vendette. Ad annullare ogni possibilità di sospetto. A segnalare a Cosimo che nessuno lo ha tradito. Che nessuno ha decifrato grazie ai suoi vicini di casa. È un enorme rito quasi di scusa, una metafisica cappella di espiazione che le persone del quartiere vogliono costruire con le volanti dei carabinieri bruciate, i cassonetti posti a barricate, il fumo nero dei copertoni. Se Cosimo sospetta, non avranno neanche il tempo di fare le valigie, la mannaia militare si abbatterà su di loro come l'ennesima spietata condanna.
Pochi giorni dopo l'arresto del rampollo del clan, il volto arrogante che fissa le telecamere capeggia sugli screen saver dei telefonini di decine di ragazzini e ragazzine delle scuole di Torre Annunziata, Quarto, Marano. [...]
Cosimo [lo] sapeva. Così bisogna agire per essere riconosciuti come capi, per raggiungere il cuore degli individui. Bisogna saper usare anche lo schermo, l'inchiostro dei giornali, bisogna saper annodare il proprio codino.
[...]
La notte del 21 gennaio, la stessa notte dell'arresto di Cosimo Di Lauro, venne ritrovato il corpo di Giulio Ruggiero. Trovarono un'auto bruciata, un corpo al posto guida. Un corpo decollato. La testa era sui sedili posteriori. Gliel'avevano tagliata. Non con il colpo [...] netto dell'accetta, ma col flex: la sega circolare dentellata usta dai fabbri per limare le saldature. Lo strumento peggiore in assoluto, ma proprio per questo il più plateale. Prima tagliare la carne e poi scheggiare l'osso del collo. Dovevano aver fatto il servizio proprio lì, visto che per terra c'erano intorno scaglie di carne come fosse trippa. Le indagini non erano state ancora avviate che tutti in zona sembravano sicuri che fosse un messaggio. Un simbolo. Cosimo Di Lauro non poteva essere stato arrestato senza una soffiata. Quel corpo mozzato era nell'immaginario di tutti i traditore. Solo che si è venduto un capo può essere dilaniato in quel modo.



Finale del concorso a premi: "indovina l'incipit"

Kurt Vonnegut (Federico), finale da Madre notte, traduzione di Luigi Ballerini (premio: candele ornamentali)

...sono sicuro che sarà questa notte.
Si dice che gli impiccati sentano delle musiche fantastiche. Peccato che io, come mio padre, diversamente da mia madre, non abbia orecchio musicale. Non fa niente, purché non debba riascoltare un'altra volta Bianco Natale cantato da Bing Crosby.
Addio mondo credele.
Auf Wiedersehen?

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