I libri in testa
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Sabato 19 marzo 2005, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Prego, accomodatevi...
Stanze e letture



Le letture


In alto: Abdolah sorseggia in giardino, Mozzi dietro il muretto, Joyce sulla tazza nel bagno esterno
Al centro: Yoshimoto e Wallace in cucina, Brodskij nella sua mezza camera, Brontë a nanna
Alla fine del corridoio: Dickinson nello sgabuzzino
In basso: Kerouac nel salotto, Cortázar nella stanza col caminetto, Tomasi di Lampedusa in biblioteca, Vian sguazza, Benjamin si nasconde
Le ombre: due anonimi libri in testa

Walter Benjamin (Alessio), Nascondigli, in Infanzia berlinese, Einaudi, 1973, traduzione di Marisa Bertolini Peruzzi, pagg. 41-42 (il nascondiglio)

Io li conoscevo uno per uno i nascondigli dell'appartamento e vi rientravo come in una casa in cui si è sicuri di trovare tutto come prima. Mi batteva il cuore, trattenevo il fiato. Là io ero tuffato nel mondo della materia. Esso mi diveniva sorprendentemente intelligibile, comunicava con me senza bisogno di parole. Nello stesso modo elementare chi viene impiccato conosce che siano corda e legno. Il bambino che sta nascosto dietro la tenda diviene egli stesso qualcosa di ondeggiante e di bianco, uno spettro. Il tavolo da pranzo sotto il quale si è accoccolato lo trasforma nel ligneo idolo di un tempio, le cui quattro colonne sono le gambe intagliate. E dietro una porta egli è la porta stessa, le aderisce come a una pesante maschera, e come uno stregone colpirà con un incantesimo quelli che entrano ignari. A nessun costo deve essere scoperto. Quando fa delle boccacce, lo si ammonisce che egli resterà così com'è se appena l'orologio batte le ore. Quanto di vero fosse in ciò, io l'appresi nel nascondiglio. Colui che mi scopriva poteva farmi irrigidire come un idolo sotto il tavolo, svanire per sempre confuso con la tenda come uno spettro, imprigionarmi per tutta la vita nella pesante porta. Perciò, quando qualcuno stava per sorprendermi, io cacciavo con un urlo potente il demone che mi voleva possedere - anzi, non aspettavo fino a tanto, e lo prevenivo con un grido di autoliberazione. Per questo la lotta con il demone non mi stancò mai. Grazie a lei l'appartamento era l'arsenale delle maschere. Tuttavia, una volta all'anno, nelle loro orbite cave, nelle loro bocche impietrite, delle sorprese trovavano un segreto nascondiglio, e l'esperire magico lasciava posto alla ricerca scientifica. Come un ingegnere, io esorcizzavo gli incantesimi della mia misteriosa dimora, e mi mettevo alla ricerca delle uova di Pasqua.


Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Giuseppe), da Il Gattopardo, Feltrinelli, 1988, pagg. 202-203 (la biblioteca)

Fino a questo momento l'irritazione accumulata gli aveva dato energia; adesso con la distensione sopravvenne la stanchezza: erano già le due. Cercò un posto dove poter sedere tranquillo, lontano dagli uomini, amati e fratelli, va bene, ma sempre noiosi. Lo trovò presto: la biblioteca, piccola, silenziosa, illuminata e vuota. Sedette poi si rialzò per bere dell'acqua che si trovava su un tavolinetto. "Non c'è che l'acqua a esser davvero buona" pensò da autentico siciliano; e non si asciugò le goccioline rimaste sulle labbra. Sedette di nuovo. La biblioteca gli piaceva, ci si sentì presto a suo agio; essa non si opponeva alla di lui presa di possesso perché era impersonale come lo sono le stanze poco abitate: Ponteleone non era tipo da perdere il suo tempo lì dentro. Si mise a guardare un quadro che gli stava di fronte: era una buona copia della "Morte del Giusto" di Greuze. Il vegliardo stava spirando nel suo letto, fra sbuffi di biancheria pulitissima, circondato dai nipotini afflitti e da nipotine che levavano le braccia verso il soffitto. Le ragazze erano carine, procaci, il disordine delle loro vesti suggeriva più il libertinaggio che il dolore; si capiva subito che erano loro il vero soggetto del quadro. Nondimeno un momento Don Fabrizio si sorprese che Diego tenesse ad aver sempre dinanzi agli occhi questa scena malinconica; poi si rassicurò pensando che egli doveva entrare in questa stanza sì e no una volta all'anno.
Subito dopo chiese a sé stesso se la propria morte sarebbe stata simile a quella: probabilmente sì, a parte che la biancheria sarebbe stata meno impeccabile (lui lo sapeva, le lenzuola degli agonizzanti sono sempre sudice, ci son le bave, le deiezioni, le macchie di medicine...) e che era da sperare che Concetta, Carolina e le altre sarebbero state più decentemente vestite. Ma, in complesso, lo stesso. Come sempre la considerazione della propria morte lo rasserenava tanto quanto lo aveva turbato quella della morte degli altri; forse perché, stringi stringi, la sua morte era in primo luogo quella di tutto il mondo?
Da questo passò a pensare che occorreva far fare delle riparazioni alla tomba di famiglia, ai Cappuccini. Peccato che non fosse più permesso appendere là i cadaveri per il collo nella cripta e vederli poi mummificarsi lentamente: lui ci avrebbe fatto una magnifica figura su quel muro, grande e lungo com'era, a spaventare le ragazze con l'immoto sorriso del volto incartapecorito, con i lunghissimi calzoni di piqué bianco. Ma no, lo avrebbero vestito di gala, forse in questo stesso "frack" che aveva addosso.
La porta si aprì. "Zione, sei una bellezza stasera. La marsina ti sta alla perfezione. Ma cosa stai guardando? Corteggi la morte?"


Julio Cortázar (Fiamma), da Il gioco del mondo- Rayuela, Einaudi, 2004, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini (la stanza col caminetto)

Gregorovius lasciò che gli riempissero il bicchiere di vodka e cominciò a bere a sorsi delicati. Due candele ardevano sulla mensola del caminetto su cui Babs teneva le calze sporche e le bottiglie di birra. A traverso il diafano bicchiere Gregorovius ammirò l'ardere indifferente delle due candele, così estranee a tutti loro, anacronistiche come la cornetta di Bix che entrava e usciva da un tempo diverso. Gli davano fastidio le scarpe di Guy Monod che dormiva sul divano o ascoltava ad occhi chiusi. La Maga andò a sedersi per terra con una sigaretta fra le labbra. Negli occhi le brillavano le fiamme delle candele verdi. Gregorovius la osservò estasiato, ricordando una strada di Morlaix all'imbrunire, un altissimo viadotto, nuvole.
- Quella luce è talmente lei, va e viene e si muove continuamente.
- Come l'ombra di Horacio - disse la Maga - Gli cresce e decresce il naso, è straordinario.
- Babs è la pastorella delle ombre, - disse Gregorovius - A forza di lavorare l'argilla, quelle ombre concrete... Qui tutto respira, si ristabilisce un contatto perduto, la musica aiuta, la vodka, l'amicizia... Quelle ombre sulla cornice; la stanza ha polmoni, qualcosa pulsa. Sì, l'elettricità è eleatica, ci ha pietrificato le ombre. Adesso fan parte dei mobili e delle facce. Ma qui invece... Guardi quel fregio, la respirazione della sua ombra, voluta che sale e che scende. L'uomo viveva allora in una notte tenera, permeabile, in un dialogo continuo. I terrori, che lusso per l'immaginazione...
Unì le mani, separando appena i pollici: un cane cominciò ad aprire la bocca sulla parete e a muovere le orecchie. La Maga rideva. Allora Gregorovius le domandò com'era Montevideo, il cane svanì all'improvviso, perché lui non era ben sicuro che lei fosse uruguayana; Lester Young e Kansas City Six. Sstt... (Ronald, un dito sulla bocca).
- L'Uruguay, mi suona strano. Montevideo dev'essere piena di campanili, di campane fuse dopo le battaglie. Non mi dica che a Montevideo non ci sono delle lucertole grandissime, in riva ai fiumi.
- Certo - disse la Maga- Son cose che si visitano prendendo l'autobus per Pocitos.
- E la gente conosce Lautréamont, a Montevideo?
- Lautréamont? - domandò la Maga.
Gregorovius sospirò e bevve dell'altra vodka. Lester Young, sax tenore, Dickie Wells, trombone, Joe Bushkin, piano, Bill Colman, tromba, John Simmons, contrabbasso, Jo Jones, batteria. Four o'clock drag. Sì, lucertole grandissime, tromboni in riva al fiume, blues strascicanti, probabilmente drag voleva dire lucertola di tempo, interminabile strascico delle quattro del mattino. O tutt'altra cosa. - Ah, Lautréamont - diceva la Maga ricordando di colpo - sì, credo che lo conoscano benissimo.
- È uruguayano, anche se non sembra.
- Non sembra - disse la Maga riabilitandosi.
- Veramente Lautréamont... Però Ronald si sta arrabbiando, ha messo uno dei suoi idoli. Dovremmo star zitti, che peccato. Parliamo sottovoce, e lei mi racconta di Montevideo.
- Ah, merde, alors - disse Etienne guardandoli infuriato. Il vibrafono saggiava l'aria, iniziando equivoche scale, lasciando un gradino in bianco ne saltava cinque in una volta e riappariva più in alto, Lionel Hampton cullava Save it pretty mama, si lasciava andare e cadeva rotolando fra vetri, girava sulla punta di un piede, costellazioni istantanee, cinque stelle, tre stelle, dieci stelle, le andava spegnendo con la punta della scarpetta, si dondolava con un ombrellino giapponese roteante vertiginosamente nella sua mano, e tutta l'orchestra fu trascinata nella caduta finale, una tromba rauca, la terra, di nuovo giù, equilibrista a terra, finibus, finita. Gregorovius udiva in un sussurro Montevideo via Maga, e forse stava per sapere finalmente qualcosa più di lei, di un'infanzia, se veramente si chiamava Lucia come Mimì, si trovava a quel punto della vodka in cui la notte comincia a diventare magnanima, tutto gli giurava fedeltà e speranza, Guy Monod aveva piegato le gambe e le sue scarpe dure non si conficcavano più nel coccige di Gregorovius, la Maga si appoggiava un pochino a lui, leggermente sentiva il tepore del suo corpo, ogni movimento che faceva nel parlare o nel seguire la musica. Stretto a quel modo, Gregorovius riusciva anche a distinguere l'angolo dove Ronald e Wong sceglievano e passavano i dischi, Oliveira e Babs per terra, appoggiati a una coperta esquimese appesa a una parete, Horacio con le oscillazioni cadenzate nel tabacco, Babs smarrita di vodka e affitto scaduto e tinte che non sopportavano i trecento gradi, un turchino si risolveva in rombi arancione, veramente insopportabile. Nel fumo, le labbra di Oliveira si muovevano in silenzio, parlava dentro di sé, rivolto in dietro, a un'altra cosa che faceva torcere impercettibilmente le budella di Gregorovius, non sapeva perché, forse perché quella specie di assenza di Horacio era una farsa, gli lasciava la Maga perché giocasse un poco ma lui era sempre là, movendo le labbra in silenzio, in colloquio con la Maga fra il fumo e il jazz, ridendosela di tanto Lautréamont e di tanto Montevideo.


Emily Brontë (Elvio), da Cime tempestose, Sperling, 2001, traduzione di Margherita Giacobino (la camera da letto)

Cos'era stato a suggerirmi quel tremendo frastuono? Che cosa aveva giocato il ruolo di Jabes in quel fracasso? Semplicemente, un ramo d'abete che toccava la finestra, mentre le raffiche di vento passavano ululando, e scuoteva le sue pigne secche contro i vetri!
Ascoltai dubbioso per un momento; scoprii il disturbatore, poi mi girai e ripresi sonno, sognando di nuovo: un sogno, se possibile, ancora più spiacevole del precedente.
Questa volta ricordavo di trovarmi a letto nell'armadio di quercia, e sentivo distintamente il vento di tempesta, e la bufera di neve; sentivo anche il ramo dell'abete ripetere il suo suono irritante, e ne conoscevo l'esatta causa; ma mi dava un tale fastidio che decisi di farlo cessare, se ci riuscivo: mi parve quindi di alzarmi e cercare di aprire il battente della finestra. Ma il gancio era saldato.
"Eppure devo farlo smettere!" brontolai, spaccando il vetro con le nocche e allungando il braccio per afferrare il ramo importuno. Ma le mie dita si strinsero invece sulle dita di una piccola mano gelida!
L'intenso orrore dell'incubo s'impadronì di me; cercai di ritirare il braccio, e una voce tristissima gemeva: "Lasciami entrare, lasciami entrare!"
"Chi sei?" chiesi, mentre combattevo per liberarmi.
"Catherine Linton", rispose, tremante . "Sono tornata a casa, mi ero persa nella brughiera."
Mentre parlava, distinsi vagamente un viso di bambina che mi guardava attraverso i vetri. Il terrore mi rese crudele, e, scoprendo che era inutile cercare di scuotere via quella creatura, le tirai il polso sul vetro rotto, sfregandolo avanti e indietro, finché il sangue inzuppò le coperte del letto. Ma lei continuava a implorare: "Lasciami entrare!" e manteneva la sua presa tenace, facendomi diventare quasi pazzo dalla paura.
"Come posso?" dissi alla fine. "Lascia andare me, se vuoi che ti lasci entrare!"
Le dita allentarono la presa, io ritirai le mie attraverso il buco, in fretta vi drizzai contro una piramide di libri e mi tappai le orecchie per non sentire quella preghiera straziante.
Mi sembrò di averle tenute tappate per più di un quarto d'ora; eppure, nell'istante in cui tornai ad ascoltare, il lamento doloroso risuonava sempre!
"Vattene!" urlai. "Non ti lascerò mai entrare, neppure se implorassi per vent'anni."
"Sono vent'anni", si lamentò la voce, "vent'anni che vago sola e senza casa."
E a quel punto cominciò un debole raspare dall'esterno, e la pila di libri si mosse come spinta in avanti.
Cercai di balzare via, ma non riuscii a muovermi; e così gridai forte, con un terrore frenetico.
Con mio grande imbarazzo, scoprii che l'urlo non era stato immaginario. Passi frettolosi si avvicinarono alla porta della camera; qualcuno l'aprì con mano vigorosa, e una luce balenò attraverso le aperture sopra il letto. Mi misi a sedere ancora tutto tremante, e mi asciugai il sudore dalla fronte; l'intruso sembrò esitare, e borbottò qualcosa fra sé.
Infine disse, quasi in un sussurro, ed evidentemente senza aspettarsi una risposta, "C'è qualcuno qui?"


Boris Vian (Federico), da La schiuma dei giorni, Marcos Y Marcos, 1992, traduzione di Giani Turchetta (il bagno)

Colin stava finendo di farsi bello. Per uscire dal bagno si era avvolto in un grande asciugamano di tessuto bouclé, da cui emergevano solo le gambe e il torace. Portò via allo scaffale il vaporizzatore e si spruzzò sui capelli chiari l'olio fluido e profumato. Il suo pettine d'ambra divise la massa setosa in lunghi fili arancioni, simili ai solchi che l'allegro contadino traccia nella marmellata d'albicocche servendosi di una forchetta. Colin posò il pettine e, armatosi di un tronchesino, tagliò obliquamente gli angoli delle sue palpebre opache, in modo da rendere misterioso il suo sguardo. Era costretto a farlo spesso, perché ricrescevano in fretta. Accese la luce dello specchio d'ingrandimento e si avvicinò ancora per verificare lo stato della sua epidermide. C'erano un po' di punti neri che sporgevano dalle parti delle pinne del naso. Però guardandosi allo specchio d'ingrandimento si videro così brutti che rientrarono prontamente sotto la pelle e Colin, soddisfatto, spense la lampada. Slegò l'asciugamano che gli cingeva le reni e ne fece passare un angolo fra le dita dei piedi per assorbire le ultime tracce di umidità. Così, riflesso nel cristallo, mostrava finalmente la sua somiglianza con l'attore biondo che fa la parte di Slim in Hollywood Canteen. Aveva la testa rotonda, le orecchie piccole, il naso dritto, la carnagione dorata. Spesso sorrideva come sorride un bambino piccolo, e così gli era venuta, per forza, la fossetta sul mento. Era abbastanza alto, sottile, con le gambe lunghe, e molto gentile. Il nome di Colin gli stava tutto sommato bene. Alle ragazze parlava con dolcezza e ai ragazzi con allegria. Era quasi sempre di buon umore, e nelle ore che restavano dormiva.
Trapanò il fondo della vasca da bagno per svuotarla. Il pavimento, piastrellato con un grès giallino per anfore, era in pendio e convogliava l'acqua verso un orifizio situato esattamente sopra la scrivania dell'inquilino del piano di sotto. Dopo un po' quel bel tipo aveva spostato lo studio senza avvertire Colin. Adesso l'acqua cadeva sulla dispensa.
Colin infilò i piedi in un paio di sandali di cuoio di pipistrello rosso e indossò un elegante vestito da casa, pantaloni di velluto a coste verde acqua molto profonda e giacca di raso di lana color nocciola. Appese l'asciugamano allo stenditoio, posò il tappetino da bagno sul bordo della vasca e lo cosparse di sale grosso in modo da fargli tirar su tutta l'acqua che aveva accumulato. Il tappetino si mise a sbavare e a mandar fuori grappoli di bollicine di sapone.
Colin uscì dalla stanza da bagno e si diresse verso la cucina per sorvegliare gli ultimi preparativi della cena.


Jack Kerouac (Elvio e Fiamma), da Sulla strada, Mondadori, 2005, traduzione di Magda Maldini de Cristofaro (il salotto)

Narrante (Elvio): Andammo da Galatea e là tutti loro sedettero in cerchio: Marie, sua figlia, Galatea, Toy Johnson, sua moglie Dorothy. tutti malinconici in mezzo ai mobili stracarichi di ninnoli mentre io me ne stavo in un angolo, neutrale ai problemi di Frisco, e Dean era in piedi, sghignazzante, nel centro della stanza.

Galatea (Fiamma): "Dean, perché ti comporti come uno scemo? Camille ha telefonato e ha detto che l'hai piantata. Non ti rendi conto che hai una figlia?"

Narrante: "Non è lui che l'ha lasciata, è stata lei a buttarlo fuori!" dissi, rompendo la mia neutralità. Mi diedero tutti delle occhiatacce; Dean scoprì i denti in un sorriso. Tutti mi guardarono; specialmente Dorothy Johnson mi lanciò dall'alto uno sguardo malvagio. Non era altro che un circolo femminile di mezze calzette, e il centro di esso era il colpevole, Dean. responsabile, forse, per tutto quello che andava a rovescio.

Galatea: "Io penso che Marylou è stata molto, ma molto saggia a lasciarti, Dean. Sono anni ormai che tu non hai alcun senso di responsabilità per nessuno. Hai fatto tante di quelle cose orribili che io non so proprio che dirti."

Narrante: E infatti quella era la questione, e loro stavano tutti seduti là in giro guardando Dean dall'alto in basso e con gli occhi pieni di odio, e lui stava in piedi sul tappeto in mezzo a loro e ridacchiava. ridacchiava e basta. Mi resi conto all'improvviso che Dean, per virtù della sua enorme serie di peccati, stava diventando l'Idiota, l'Imbecille, il Santo della congrega.

Galatea: "Non hai assolutamente riguardi per nessuno all'infuori di te stesso e delle tue maledette voglie. Tutto quello di cui ti preoccupi è quel coso che ti pende tra le gambe e quanto denaro o divertimento puoi spremere dalla gante e poi li butti da una parte e basta. Non solo questo, ma sei sciocco in tutto e per tutto. Non ti viene mai in mente che la vita è seria e che c'è gente che cerca di tirarne fuori qualcosa di decente invece di far gli scemi di continuo."

Narrante: Galatea Dunkel era l'unica della comitiva che non avesse paura di Dean e se ne stesse lì seduta serenamente, con la faccia sporta in fuori, a dirgliene di cotte e di crude davanti a tutti. C'erano stati giorni, tempo addietro, a Denver, quando Dean faceva sedere tutti al buio insieme con le ragazze e parlava, e parlava, parlava soltanto, con una voce che una volta era ipnotica e strana e si diceva che conquistasse le ragazze per pura forza di persuasione e per il contenuto di ciò che diceva.

Galatea: "Adesso te ne vai all'Est con Sal e con questo cosa credi di concludere? Camille deve stare a casa a guardare la bambina adesso che te ne sei andato. come potrebbe tenere il suo impiego?. e non vuole rivederti mai più e non la condanno per questo."

Narrante: Disse proprio così chiaro e tondo. Era una notte tristissima. Avevo l'impressione di trovarmi con strani fratelli e sorelle in un sogno pietoso. Poi su tutti calò un completo silenzio; mentre un tempo Dean se la sarebbe cavata a furia di chiacchiere, adesso se ne stava zitto zitto, ma in piedi di fronte a loro, stracciato e schiantato e demente, proprio sotto le lampadine, la sua pazza faccia ossuta coperta di sudore e le vene pulsanti, a dire: "Sì, sì, sì", come se terribili rivelazioni colassero adesso dentro di lui di continuo, e sono convinto che così era, e anche gli altri lo sospettavano e ne erano spaventati. Era BRUCIATO: e il rogo è il fondamento della Beatitudine.


Iosif Brodskij (Fiamma), da Fuga da Bisanzio, Adelphi, 1987, traduzione di Gilberto Forti (lo studio)

La mia mezza stanza era collegata alla loro da due ampi archi che arrivavano quasi fino al soffitto. Io cercavo continuamente di ostruirli ricorrendo a varie combinazioni di scaffali e valigie, perché volevo separarmi dai miei genitori, assicurarmi un certo grado di intimità. Si può parlare solo di gradi, dal momento che l'altezza e la larghezza di quei due archi, più la foggia moresca della loro parte superiore, escludevano ogni idea di successo totale. Salvo, naturalmente, che si potesse chiuderli con mattoni o coprirli con assi. Ma questo era contro la legge, perché così avremmo avuto due stanze invece dell'una mezzo a cui ci dava diritto l'ordinanza dell'ufficio circoscrizionale. Le ispezioni del capofabbricato erano abbastanza frequenti, e in ogni caso i nostri vicini, per buoni che fossero i rapporti tra noi e loro, non avrebbero esitato un attimo a denunciarci alle autorità competenti.
Bisognava escogitare un palliativo, e fu questo il problema che mi tenne occupato dai quindici anni in poi. Passai in rassegna soluzioni d'ogni genere, anche le più astruse, e per qualche tempo addirittura meditai di costruire un acquario alto tre metri e mezzo, con una porta al centro che avrebbe dovuto collegare la mia mezza stanza con quella intera. Inutile dirlo, una simile impresa architettonica andava ben oltre le mie capacità. La soluzione, dunque, era una sola: moltiplicare gli scaffali dalla mia parte, moltiplicare i tendaggi dalla parte dei miei genitori, mettendone tanti strati uno sopra all'altro. Inutile dirlo, ai miei genitori non piaceva né la soluzione né la natura del problema in sé.
Gli scaffali dovevano servire per i libri, e i libri aumentavano rapidamente di numero, più di quanto aumentassero le ragazze e gli amici; e poi, i libri restavano. Avevamo due armadi, con lunghi specchi nascosti dietro le ante, ma erano piuttosto alti e risolvevano il problema al cinquanta per cento. Tutt'intorno e sopra di essi montai gli scaffali, lasciando un piccolo varco dal quale i miei genitori potevano infilarsi nella mia mezza stanza e viceversa. Mio padre trovò da ridire, soprattutto perché in fondo alla mia mezza stanza si era costruito una camera oscura dove sbrigava il lavoro di sviluppo e stampa, cioè il lavoro da cui proveniva buona parte dei nostri mezzi di sussistenza.
In quel punto c'era una porta, e quando mio padre non lavorava nella sua camera oscura, io la usavo per entrare e uscire. "Così non vi disturbo" dicevo ai miei genitori, ma in realtà quella porta mi serviva per sottrarmi alle loro indagini e alla necessità di presentare i miei ospiti. Per mascherare la natura di quelle visite tenevo acceso un grammofono elettrico, e a poco a poco i miei genitori finirono con l' odiare J. S. Bach.
In seguito, quando il numero dei libri e il bisogno di intimità ebbero una drammatica impennata, provvidi a isolare ulteriormente la mia mezza stanza dando una nuova collocazione ai due armadi, in modo che separassero il mio letto e il mio tavolino dalla camera oscura. Tra i due armadi ne infilai un terzo, che stava a poltrire nel corridoio. Ne strappai via la parete posteriore, lasciando intatto lo sportello. Grazie a questo espediente, l'ospite poteva accedere al mio Lebensraum solo superando due porte e una tenda. La prima porta era quella che dava sul corridoio: l'ospite entrava, si trovava nella camera oscura di mio padre, doveva spostare una tenda e infine apriva la porta dell'ex armadio. In cima agli armadi accatastai tutte le valigie che possedevamo. Erano molte, ma non tante da arrivare al soffitto. Il tutto, alla fine, dava l'impressione di una barricata; ma dietro di essa Gavroche si sentiva al sicuro e Marianne poteva denudare qualcosa più del seno.


James Joyce (Federico), da Ulisse, Mondadori, 1960, traduzione di Giulio De Angelis (il bagno esterno)

Tirò un calcio alla porta ballerina del cesso. Meglio stare attenti a non sporcare questi pantaloni per il funerale. Entrò, chinando la testa sotto il basso architrave. Lasciando la porta socchiusa, in mezzo al tanfo di calce muffita e di ragnatele stantie si sbottonò le bretelle. Prima di sedersi sbriciò da una fessura una finestra dei vicini. Il re era al suo banco. Nessuno.
Accosciato sulla seggetta spiegò il giornale voltando le pagine una dopo l'altra sulle ginocchia denudate. Qualcosa di nuovo e agevole. Non c'è nessuna fretta. Tratteniamola un po'. Il nostro racconto a premio. Il colpo da maestro di Matcham. Di Mr. Philip Beaufoy, club degli spettatori, Londra. L'autore è stato pagato in ragione di una ghinea a colonna. Tre e mezzo. Tre sterline e tre scellini. Tre sterline tredici scellini e sei pence.
Lesse tranquillamente, trattenendosi, la prima colonna e, cedendo ma resistendo, attaccò la seconda. A mezza strada, la sua ultima resistenza cedendo, permise ai suoi intestini di liberarsi comodamente emntre leggeva ancora pazientemente, quella leggera stitichezza di ieri sparita del tutto. Spero non sia troppo grosso fa rispuntar le emorroidi. No, giusto giusto. Così, ah! Stitico, una pillola di cascara sagrada. La vita potrebbe essere così. Non lo aveva commosso o toccato ma era una cosa svelta e pulita. Ora stampano qualsiasi cosa. Stagione morta. Continuava a leggere, seduto calmo sul suo odore ascendente. Pulita certamente. Matcham, pensa spesso al colpo da maestro con il quale conquistò la piccola strega ridente che ora. Comincia e finisce moralmente. La mano nella mano. In gamba. Ripercorse con lo sguardo quel che aveva letto e, mentre sentiva la sua acqua scorrere tranquillamente, invidiava senza cattiveria quel bravo Mr. Beaufoy che l'aveva scritta e aveva avuto in pagamento tre sterline tredici scellini e sei pence.
Potrei mettere insieme un bozzetto. Autori Mr. e Mrs. M. L. Bloom. Inventare una storia su un qualche proverbio quale? Una volta avevo l'abitudine di scrivermi sul polsino quel che lei diceva vestendosi. Non mi piace vestirci insieme. Mi son graffiato nel farmi la barba. Si mordeva il labbro inferiore nell'agganciarsi la sottana. Cronometravo. 9,15. Non ti ha pagato ancora Roberts? 9,20. Com'era vestita Gretta Conroy? 9,23. Che mi è saltato in testa di comprare questo pettine? 9,24. Quel cavolo m'ha riempito d'aria. Un granello di polvere sulla sua scarpa di vernice.
Si strofinava vivacemente una dopo l'altra la punta delle scarpe contro il collo delle calze. Mattina dopo il ballo di beneficenza quando l'orchestrina di May suonò la danza delle ore di Ponchielli. Spiegare che erano le ore della mattina, mezzogiorno, e poi arrivava la sera, poi le ore della notte. Si lavava i denti. Quella fu la prima sera. La testa di lei che danzava. Le stecche del ventaglio che crepitavano. Quel Boylan è benestante? Ha dei quattrini. Perché? Mi sono accorta ballando che il fiato gli sa di buono. Inutile canticchiare allora. Alludere a questo. Musica strana quell'ultima sera. Lo specchio era in ombra. Strofinava vivacemente lo specchietto sulla maglia di lana contro la mammella piena ondeggiante. Ci scrutava dentro. Rughe agli occhi. Non riusciva, pare.
Ore della sera, fanciulle in veli grigi. Ore della notte poi nere con pugnali e mascherine. Idea poetica rosa, poi dorate, poi grige, poi nere. E poi fedele anche alla realtà. Il giorno, e dopo la notte.
Strappò bruscamente metà del racconto a premio e ci si nettò. Poi succinse i pantaloni, si allacciò le bretelle e si abbottonò. Tirò a sé la porta sconnessa e traballante del cesso e uscì dalla penombra all'aria aperta.


Giulio Mozzi (Michele), da Vetri, in Questo è il giardino, Mondadori, 1998 (il giardino)

Mi piace molto guardare il muro che chiude il cortile, a destra, per dividerlo dal cortile della casa vicina.
È un muro che non serve ad altro che a fare questa divisione, e per questo probabilmente, quando la casa è stata costruita, subito dopo la guerra, è stato tirato su senza una cura particolare.
Doveva essere stato dipinto, come la casa, di un arancione marroncino che però è stato dato direttamente sulle malte, così che adesso ha delle macchie grigiastre, con delle sfumature addirittura di azzurro.
Siccome non è mai battuto dal sole, è umido e ci sono delle chiazze leggere, quasi delle ombreggiature, e delle striature, di muschi verdi scuri e argentei. In qualche punto ci sono dei rigonfiamenti, delle specie di bolle, qualcuna scoppiata. In qualche altro punto la malta è venuta giù, in piccole scaglie, o sbriciolandosi. Sotto c'è uno strato giallastro, polveroso.
Anni fa, il muro era stato ricoperto da una vite americana, una specie di edera, che veniva dal cortile del vicino. Poi, non so perché, il vicino aveva deciso che la vite non gli andava più e l'aveva tagliata alla base ed estirpata. La vite si era seccata e a un certo punto noi, dalla nostra parte, l'avevamo strappata. Una parte dei peduncoli erano venuti via, portandosi dietro dei piccolissimi pezzi di malta, altri invece erano rimasti attaccati al muro che così, ancora adesso, è tutto segnato da migliaia di minuscole zampette, come la scrittura di una malattia.
Su questo muro sono attaccati da un capo i fili per stendere la roba ad asciugare. Le viti ad espansione sono ormai vecchie, arrugginite, e sotto ogni vite c'è una traccia di ruggine che arriva quasi fino a terra.
A me piace guardare questo muro perché è una superficie minuziosamente lavorata intenzionalmente, anche se non penso che sia stata lavorata intenzionalmente da una persona: è il lavorio delle cose, del caso, io penso.
Naturalmente non posso fare a meno di pensare che, come questo muro, anch'io sono una cosa lavorata, decorata con questa variabilità che sembra quasi infinita.
C'è una cosa che, per quanto io ci provi, mi sembra addirittura che la stessa grammatica non mi permetta di dire, non ammetta: che tutto questo lavoro evidentemente non lo fa una persona, eppure senza dubbio c'è un'intenzione, e che c'è un'intenzione io l'ho deciso perché osservare tutto questo mi fa molto piacere, e mi piace pensare che ci sia stata un'intenzione di farmi piacere.


Emily Dickinson (Giuseppe), Poesia n. 613 dell'edizione Johnson, traduzione di Giuseppe Ierolli, in: www.emilydickinson.it (lo sgabuzzino)

Mi rinchiudono nella Prosa -
Come quando da Ragazzina
Mi mettevano nello Sgabuzzino -
Perché mi volevano "tranquilla" -

Tranquilla! Avessero potuto spiare -
E vedere il mio Cervello - andarsene in giro -
Era come se avessero confinato un Uccello
A Tradimento - in un Recinto -

A lui basta volerlo
E con la disinvoltura di una Stella
Dà un'occhiata alla Prigione -
E ride - Lo stesso faccio io -


Banana Yoshimoto (Giuseppe), da Kitchen, Feltrinelli, 1995, traduzione di Giorgio Amitrano, incipit (la cucina)

Non c'è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com'è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po' arrugginiti fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po' meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.
Nei momenti in cui sono molto stanca, mi succede spesso di fantasticare. Penso che quando verrà il momento di morire, vorrei che fosse in cucina. Che io mi trovi da sola in un posto freddo, o al caldo insieme a qualcuno, mi piacerebbe poterlo affrontare senza paura. Magari fosse in cucina!


David Foster Wallace (Michele), Incarnazioni di bambini bruciati, in Oblio, Einaudi, 2004, traduzione di Giovanna Granato (la veranda e la cucina)

Il papà era sul lato della casa a reggere una porta per l'affittuario quando udì la voce della mamma levarsi acuta fra le urla del bambino. Gli fu facile accorrere, la veranda nel retro dava direttamente sulla cucina, e prima che la doppia porta si richiudesse di scatto alle sue spalle il papà aveva abbracciato l'intera scena con lo sguardo, la pentola rovesciata sulle mattonelle davanti alla stufa e il getto azzurro del fornello a gas e la pozza d'acqua ancora fumante che si diramava in ogni direzione sul pavimento, il frugoletto infagottato nel pannolino in piedi rigido col vapore che esalava dai capelli e dal petto e dalle spalle porpora e gli occhi strabuzzati e la bocca spalancata che sembrava come separata dai suoni che emetteva, la mamma un ginocchio in terra che lo tamponava inutilmente con lo strofinaccio, coprendo con le sue le urla del bambino, isterica al punto da essere quasi impietrita. Il suo ginocchio e il piccolo tenero piede scalzo erano ancora immersi nella pozza fumante, e per prima cosa il papà prese il piccino per le ascelle, lo sollevò da terra e lo portò al lavello, dove buttati fuori i piatti aprì il rubinetto per far scorrere l'acqua fredda del pozzo sui piedi del bambino mentre ne raccoglieva altra nel cavo della mano e la versava o la gettava sulla testa sulle spalle e sul petto, non volendo innanzitutto più vedere il vapore esalare dal corpo, la mamma che da sopra la sua spalla invocava il Signore finché lui non la mandò a prendere degli asciugamani e a vedere se avevano della garza, il papà che si muoveva con efficienza, la sua mente maschile concentrata unicamente sullo scopo da raggiungere, ancora inconsapevole che lui si muoveva con disinvoltura o che aveva smesso di sentire le urla altissime perché sentirle lo avrebbe pietrificato rendendo impossibile fare quel che andava fatto per soccorrere la sua creatura, le cui urla avevano assunto la regolarità del respiro e si protraevano da tanto di quel tempo da essere diventate una presenza nella cucina, un'altra cosa da rimuovere al più presto.
La porta laterale dell'affittuario pendeva all'esterno dal cardine superiore e oscillava appena appena al vento, e un uccello sulla quercia dall'altro lato del vialetto d'accesso sembrava osservare la porta con la testa inclinata mentre dall'interno continuavano a venire le urla. Le ustioni peggiori comparivano sul braccio e sulla spalla destri, sul petto e sulla pancia il rosso sfumava in rosa sotto l'acqua fredda e la tenera pianta dei piedi non era coperta di vesciche per quanto poteva vedere il papà, ma il frugoletto continuava a stringere i pugni e a urlare anche se forse ormai solo come reazione alla paura, in seguito il papà aveva capito di averla considerata una possibilità, il faccino gonfio e le venuzze sporgenti dalle tempie e il papà che continuava a ripetere che era lì era lì, l'adrenalina in calo mentre la rabbia contro la mamma per aver permesso che succedesse quella cosa iniziava a raccogliersi a ciuffetti nell'angolo più remoto della mente, lontani ancora ore dal giungere a espressione.
Quando la mamma tornò lui si chiese se non fosse il caso di avvolgere il bambino in un asciugamano ma inzuppò l'asciugamano e l'avvolse, lo fasciò stretto stretto e tirò fuori il suo piccino dal lavello e lo depose sul bordo del tavolo della cucina per calmarlo mentre la mamma cercava di controllare la pianta dei piedi gesticolando con la mano all'altezza della bocca e pronunciando parole senza senso mentre il papà si piegava trovandosi faccia a faccia col bambino sul bordo a quadretti del tavolo a ribadire che lui era lì nel tentativo di placare le urla del frugoletto ma il bambino continuava a spolmonarsi, un suono acuto puro limpido capace di arrestarne il cuore e le minuscole labbra e le gengive ora coperte del bluastro di una fiamma bassa pensò il papà, urlando come se fosse ancora sotto la pentola rovesciata in preda al dolore.
Un minuto, due così che sembravano molto più lunghi, con la mamma che a fianco del papà parlava con voce cantilenante vicino al viso del bambino e l'allodola sul ramo con la testa da un lato e il cardine che mostrava una nervatura bianca sotto il peso della porta inclinata finché il primo fil di fumo non spuntò indolente da sotto il lembo ripiegato dell'asciugamano e gli occhi dei genitori s'incontrarono sbarrati - il pannolino, che quando aprirono l'asciugamano e stesero il figlioletto sulla tovaglia a quadri e slacciarono le linguette mezzo squagliate e cercarono di toglierlo con rinnovate urla fece una certa resistenza e scottava, il pannolino del figlio bruciava sotto le mani e videro dove l'acqua era davvero caduta e si era raccolta seguitando a bruciare il loro piccino per tutto quel tempo mentre lui urlava perché lo aiutassero, cosa che non avevano fatto, non ci avevano pensato e quando lo tolsero e videro com'era ridotto la mamma disse il nome di battesimo del loro dio e si afferrò al tavolo per non cadere mentre il padre si girava scagliando un pugno nel vuoto e maledicendo se stesso e il mondo intero non per l'ultima volta mentre suo figlio ora poteva sembrare addormentato, non fosse stato per il ritmo del respiro e i piccoli inetti movimenti con le mani nel vuoto, mani grandi come il pollice di un adulto che avevano afferrato il pollice del papà nella culla mentre guardava la bocca del papà che si muoveva nel cantare, e la testa inclinata sembrava guardare al di là di lui a qualcosa con occhi che indirettamente immalinconivano il papà. Se non avete mai pianto e volete piangere, fate un figlio. Spezza il cuore e poi come continua un figlio è la canzone stridula che il papà torna a sentire come se la donna alla radio fosse lì con lui a guardare quello che hanno fatto, anche se qualche ora dopo quello che il papà non riuscirà a perdonarsi è quanto desiderasse una sigaretta proprio mentre facevano al bimbo un pannolino di garza e l'avvolgevano in due asciugamani intrecciati e il papà lo sollevava come un neonato con il cranio nel palmo e lo portava fuori di corsa nel camioncino infocato bruciando le ruote lungo il tragitto fino alla città e al pronto soccorso dell'ospedale con la porta dell'inquilino penzolante tutto il giorno finché il cardine non cedette ma ormai era troppo tardi, di fronte all'inevitabile e alla loro impotenza il bambino aveva imparato ad abbandonare se stesso e a guardare tutto il resto svolgersi da un punto sovrastante, e quanto era andato perso da quel momento non contava più [...].


Kader Abdolah (Alessio), da Il viaggio delle bottiglie vuote, Iperborea, 2001, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 40-44 (il giardino)

"Bolfasl! Vieni a bere qualcosa da me?" Era René che mi chiamava.
"Sì, vengo."
Misi il cappotto pesante e il berretto.
"Ci mettiamo in giardino?" Portò due sedie in giardino. Poi delle bottiglie.
Ne stappò una e versò il liquido scuro nei bicchieri. Non c'era tavolo, René posò la bottiglia sull'erba. L'erba fredda.
La notte sopra di noi era serena, ma in lontananza le nuvole annunciavano già la pioggia. Qua e là tra le nubi brillava qualche stella.
"Anche voi ogni tanto avete una notte serena?" mi domandò René.
"Da noi tutte le notti sono serene."
"E si vedono le stelle?"
"Tante, tantissime stelle."
"Salute!" René levò il bicchiere.
"Alla tua!" dissi.
"Anche da voi ogni tanto si vedono le stelle cadenti?" chiese René.
"Certo. Siccome le notti sono serene e in cielo ci sono miliardi di stelle, capita che ne cadano più d'una insieme. In effetti da noi le stelle cadono come da voi gli aerei."
"Ma cosa dici?"
"Ah, niente. Mi ero perso un attimo nei mie pensieri". (...)
"Anche voi ogni tanto bevevate un bicchiere di vino?" mi chiese René.
"No, niente vino. A casa bevevamo il tè. C'era sempre una teiera pronta, con cinque, sei, sette bicchieri su un vassoio d'ottone." (...)
"Anche voi stavate qualche volta in giardino a bere con il vostro vicino" domandò René.
"Con gli uomini di casa nostra sì, non con il vicino."
"Mai?"
"No, non mai, qualche volta, ma non in giardino o sul tetto, nella stanza all'interno dei muri."
"Dei muri?"
"Sì, dei muri. Non c'era steccato tra noi e i vicini, ma dei muri altri e spessi."
"E le donne?" chiese René.
"Le donne sì, stavano in giardino con le vicine."
"Come, in giardino?"
"Come noi adesso. Quando calava la sera." (...)
Fuori faceva freddo, ma dentro mi sentivo caldo per il vino che bevevo con René. Le nuvole che all'inizio della serata erano ancora lontane erano ora sospese sopra di noi. Qualche goccia di pioggia cadde nel bicchiere.
Avevo anch'io da parte mia molte cose da chiedere a René. Visto che frequentava gli uomini ero particolarmente curioso di sapere quali fossero i suoi rapporti con le donne.
"C'erano anche donne di cui ti innamoravi?"
"Com'era quand'eri ragazzo?"
"Come hai incontrato per la prima volta la tua ex moglie?"
Ma un profugo è sempre prudente nel fare domande.
Spesso avrei voluto chiedergli: "Dimmi, com'è andata la sera che sei andato per la prima volta a trovare la tua ex moglie con Moka Mocka?"
Ma non glielo chiesi. Non ce n'era bisogno. Potevo immaginarmelo da solo che effetto potesse fare andare a trovare la propria ex moglie con un uomo.
Un uomo che divide il letto con te al posto suo.
René si arrotolò un'altra grossa sigaretta e l'accese. Aspirò profondamente e, mentre il fumo gli usciva dalla bocca, bevve un grande sorso di vino.
Le gocce di pioggia picchiettavano ora distintamente sulle bottiglie vuote. Le bottiglie erano sull'erba ai miei piedi, ma io sentivo un ticchettio, un ticchettio di gocce alle mie spalle. Mi girai. Vidi un mucchio di bottiglie vuote, allineate una accanto all'altra nel buio. Sul punto di partire. Per cominciare il loro viaggio. Il viaggio delle bottiglie vuote.


A sinistra, Elvio stanco dopo le dure letture, a destra Rossella Mallardi, vincitrice dell'asta e proprietaria
dell'artistico manufatto, in alto a destra, braccio dell'autore (Federico)

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