I libri in testa
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Sabato 18 dicembre 2004, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Faccia a faccia con
LA LUNA E I FALÒ
di Cesare Pavese



Le letture

(Le pagine tratte da La luna e i falò sono quelle dell'edizione Einaudi Tascabili, 2003)

Cesare Pavese (Federico), da Il mestiere di vivere, Einaudi, 2000

9 novembre [1949] finito la Luna e i Falò.
Dal 18 sett. sono meno di due mesi. Quasi sempre un capitolo al giorno. È certo l'exploit più forte sinora.


Dal Cap. I (Michele), incipit, pag. 9-12

C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa ne un pezzo di terra ne delle ossa ch'io possa dire "Ecco cos'ero prima di nascere". Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.
Se sono cresciuto in questo paese, devo dir grazie alla Virgilia, a Padrino, tutta gente che non c'è più, anche se loro mi hanno preso e allevato soltanto perché l'ospedale di Alessandria gli passava la mesata. Su queste colline quarant'anni fa c'erano dei dannati che per vedere uno scudo d'argento si caricavano un bastardo dell'ospedale, oltre ai figli che avevano già. C'era chi prendeva una bambina per averci poi la servetta e comandarla meglio; la Virgilia volle me perché di figlie ne aveva già due, e quando fossi un po' cresciuto speravano di aggiustarsi in una grossa cascina e lavorare tutti quanti e star bene. Padrino aveva allora il casotto di Gaminella - due stanze e una stalla - la capra e quella riva dei noccioli. Io venni su con le ragazze, ci rubavamo la polenta, dormivamo sullo stesso saccone, Angiolina la maggiore aveva un anno più di me; e soltanto a dieci anni, nell'inverno quando mori la Virgilia, seppi per caso che non ero suo fratello. Da quell'inverno Angiolina giudiziosa dovette smettere di girare con noi per la riva e per i boschi; accudiva alla casa, faceva il pane e le robiole, andava lei a ritirare in municipio il mio scudo; io mi vantavo con Giulia di valere cinque lire, le dicevo che lei non fruttava niente e chiedevo a Padrino perché non prendevamo altri bastardi.
Adesso sapevo ch'eravamo dei miserabili, perché soltanto i miserabili allevano i bastardi dell'ospedale. Prima, quando correndo a scuola gli altri mi dicevano bastardo, io credevo che fosse un nome come vigliacco o vagabondo e rispondevo per le rime. Ma ero già un ragazzo fatto e il municipio non ci pagava più lo scudo, che io ancora non avevo ben capito che non essere figlio di Padrino e della Virgilia voleva dire non essere nato in Gaminella, non essere sbucato da sotto i noccioli o dall'orecchio della nostra capra come le ragazze.
L'altr'anno, quando tornai la prima volta in paese, venni quasi di nascosto a rivedere i noccioli. La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendio così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima - e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri - era come scorticata dall'inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi. La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Candii dove la nostra valle finisce. Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati; la macchia dei noccioli sparita, ridotta una stoppia di meliga. Dalla stalla muggì un bue, e nel freddo della sera sentii l'odore del letame. Chi adesso stava nel casotto non era dunque più così pezzente come noi. M'ero sempre aspettato qualcosa di simile, o magari che il casotto fosse crollato; tante volte m'ero immaginato sulla spalletta del ponte a chiedermi com'era stato possibile passare tanti anni in quel buco, su quei pochi sentieri, pascolando la capra e cercando le mele rotolate in fondo alla riva, convinto che il mondo finisse alla svolta dove la strada strapiombava sul Belbo. Ma non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire ch'era tutto finito. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai sull'aia. Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi. Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato padrone, l'avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l'effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti.
[...]
Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l'uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C'è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.


Dal Cap. I (Alessio), pag. 12-13

Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d'occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono con tempo e l'esperienza. Possibile che anche a quarant'anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos'è il mio paese?


Dal Cap.III (Federico), pag. 20-22

Di Nuto musicante avevo avuto notizie fresche addirittura in America - quanti anni fa? - quando ancora non pensavo a tornare, quando avevo mollato la squadra ferrovieri e di stazione in stazione ero arrivato in California e vedendo quelle lunghe colline sotto il sole avevo detto: "Sono a casa". Anche l'America finiva nel mare, e stavolta era inutile imbarcarmi ancora, così m'ero fermato tra i pini e le vigne. "A vedermi la zappa in mano, - dicevo, - quelli di casa riderebbero". Ma non si zappa in California. Sembra di fare i giardinieri, piuttosto. Ci trovai dei piemontesi e mi seccai: non valeva la pena aver traversato tanto mondo, per vedere della gente come me, che per giunta mi guardava di traverso. Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. La sera, traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco. Ci andai, feci un mese di fame e, quando uscii di prigione, ero al punto che invidiavo i cinesi. Adesso mi chiedevo se valeva la pena di traversare il mondo per vedere chiunque. Ritornai sulle colline.
Ci vivevo da un pezzo e m'ero fatto una ragazza che non' mi piaceva più da quando lavorava con me nel locale sulla strada del Cerrito. A forza di venire a prendermi sull'uscio, s'era fatta assumere come cassiera, e adesso tutto il giorno mi guardava attraverso il banco, mentre friggevo il lardo e riempivo bicchieri. La sera uscivo fuori e lei mi raggiungeva correndo sull'asfalto coi tacchetti, mi prendeva a braccio e voleva che fermassimo una macchina per scendere al mare, per andare al cinema. Appena fuori della luce del locale, si era soli sotto le stelle, in un baccano di grilli e di rospi. Io avrei voluto portarmela in quella campagna, tra i meli, i boschetti, o anche soltanto l'erba corta dei ciglioni, rovesciarla su quella terra, dare un senso a tutto il baccano sotto le stelle. Non voleva saperne. Strillava come fanno le donne, chiedeva di entrare in un altro locale. Per lasciarsi toccare - avevamo una stanza in un vicolo di Oakland - voleva essere sbronza.
Fu una di quelle notti che sentii raccontare di Nuto. Da un uomo che veniva da Bubbio. Lo capii dalla statura e dal passo, prima ancora che aprisse bocca. Portava un camion di legname e, mentre fuori gli facevano il pieno della benzina, lui mi chiese una birra.
- Sarebbe meglio una bottiglia, - dissi in dialetto, a labbra strette.
Gli risero gli occhi e mi guardò. Parlammo tutta la sera, fin che da fuori non sfiatarono il clacson. Nora, dalla cassa, tendeva l'orecchio, si agitava, ma Nora non era mai stata nell'Alessandrino e non capiva. Versai perfino al mio amico una tazza di whisky proibito. Mi raccontò che lui a casa aveva fatto il conducente, i paesi dove aveva girato, perché era venuto in America. - Ma se sapevo che si beve questa roba... Mica da dire, riscalda, ma un vino da pasto non c'è...
- Non c'è niente, - gli dissi, - è come la luna.
Nora, irritata, si aggiustava í capelli. Si girò sulla sedia e aprì la radio sui ballabili. Il mio amico strinse le spalle, si chinò e mi disse sul banco facendo cenno all'indietro con la mano: - A te queste donne ti piacciono?
Passai lo straccio sul banco. - Colpa nostra, - dissi. - Questo paese è casa loro.
Lui stette zitto ascoltando la radio. Io sentivo sotto la musica, uguale, la voce dei rospi. Nora, impettita, gli guardava la schiena con disprezzo.
- È come questa musichetta, - disse lui. - C'è confronto? Non sanno mica suonare...
E mi raccontò della gara di Nizza l'anno prima, quando erano venute le bande di tutti i paesi, da Cortemilia, da San Marzano, da Canelli, da Neive, e avevano suonato suonato, la gente non si muoveva più, s'era dovuta rimandare la corsa dei cavalli, anche il parroco ascoltava i ballabili, bevevano soltanto per farcela, a mezzanotte suonavano ancora, e aveva vinto il Tiberio, la banda di Neive. Ma c'era stata discussione, fughe, bottiglie in testa, e secondo lui meritava il premio quel Nuto del Salto...
- Nuto? ma lo conosco.
E allora l'amico disse a me chi era Nuto e che cosa faceva. Raccontò che quella stessa notte, per farla vedere agli ignoranti, Nuto s'era messo sullo stradone e avevano suonato senza smettere fino a Calamandrana. Lui li aveva seguiti in bicicletta, sotto la luna, e suonavano così bene che dalle case le donne saltavano giù dal letto e battevano le mani e allora la banda si fermava e cominciava un altro pezzo. Nuto, in mezzo, portava tutti col clarino.


Dal Cap. XI (Elvio), pag. 60-61

Allora cominciai a spaventarmi. In tutto il giorno non avevo incrociato che due macchine: andavano alla costa. Nel mio senso, nessuna. Non ero sulla strada statale, avevo voluto attraversare la contea. Mi dissi: "aspetto. Passerà qualcuno". Nessuno passò fino all'indomani. Fortuna che avevo qualche coperta per avvolgermi. "E domani?" dicevo.
Ebbi il tempo di studiare tutti i sassi della massicciata, le traversine, i fiocchi di un cardo secco, i tronchi grassi di due cacti nella conca sotto la strada. I sassi della massicciata avevano quel colore bruciato dal treno, che hanno in tutto il mondo. Un venticello scricchiolava sulla strada, mi portava un odore di sale. Faceva freddo come d'inverno. Il sole era già sotto, la pianura spariva.
Nelle tane di quella pianura sapevo che correvano lucertole velenose e millepiedi; ci regnava il serpente. Cominciarono gli urli dei cani selvatici. Non erano loro il pericolo, ma mi fecero pensare che mi trovavo in fondo all'America, in mezzo a un deserto, lontano tre ore di macchina dalla stazione più vicina. E veniva notte. L'unico segno di civiltà lo davano la ferrata e i fili dei pali. Almeno fosse passato il treno. Già varie volte mi ero addossato a un palo telegrafico e avevo ascoltato il ronzio della corrente come si fa da ragazzi. Quella corrente veniva dal nord e andava alla costa. Mi rimisi a studiare la carta.
I cani continuavano a urlare, in quel mare grigio ch'era la pianura - una voce che rompeva l'aria come il canto del gallo - metteva freddo e disgusto. Fortuna che m'ero portata la bottiglia del whisky. E fumavo, fumavo, per calmarmi. Quando fu buio, proprio buio, accesi il cruscotto. I fari non osavo accenderli. Almeno passasse un treno.
Mi venivano in mente tante cose che si raccontano, storie di gente che s'era messa su queste strade quando ancora le strade non c'erano, e li avevano ritrovati in una conca distesi, ossa e vestiti, nient'altro. I banditi, la sete, l'insolazione, i serpenti. Qui era facile capacitarsi che ci fosse stata un'epoca in cui la gente si ammazzava, in cui nessuno toccava terra se non per restarci. Quel filo sottile della ferrata e della strada era tutto il lavoro che ci avevano messo. Lasciare la strada, inoltrarsi nelle conche e nei cacti, sotto le stelle, era possibile?


Dal Cap. III (Michele - Alessio - Michele), pag. 22-24

[Michele]
Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull'erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c'era luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. Quella notte, se anche Nora si fosse lasciata rovesciare sull'erba, non mi sarebbe bastato. I rospi non avrebbero smesso di urlare, ne le automobili di buttarsi per la discesa accelerando, ne l'America di finire con quella strada, con quelle città illuminate sotto la costa. Capii nel buio, in quell'odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che come Nora e gli avventori mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo?

[Alessio]
Adesso sapevo perché ogni tanto sulle strade si trovava una ragazza strangolata in un'automobile, o dentro una stanza o in fondo a un vicolo. Che anche loro, questa gente, avesse voglia di buttarsi sull'erba, di andare d'accordo coi rospi, di esser padrona di un pezzo di terra quant'è lunga una donna, e dormirci davvero, senza paura? Eppure il paese era grande, ce n'era per tutti. C'erano donne, c'era terra, c'era denari. Ma nessuno ne aveva abbastanza, nessuno per quanto ne avesse si fermava, e le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni, oppure incolti, terre bruciate, montagne di ferraccio. Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri: "Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere". Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conoscevano; traversando quelle montagne si capiva a ogni svolta che nessuno lì si era mai fermato, nessuno le aveva toccate con le mani. Per questo un ubriaco lo caricavano di botte, lo mettevano dentro, lo lasciavano per morto. E avevano non soltanto la sbornia, ma anche la donna cattiva. Veniva il giorno che uno per toccare qualcosa, per farsi conoscere, strozzava una donna, le sparava nel sonno, le rompeva la testa con una chiave inglese.

[Michele]
Nora mi chiamò dalla strada, per andare in città. Aveva una voce, in distanza, come quella dei grilli. Mi scappò da ridere, all'idea se avesse saputo quel che pensavo. Ma queste cose non si dicono a nessuno, non serve. Un bei mattino non mi avrebbe più visto ecco tutto. Ma dove andare? Ero arrivato m capo al mondo, sull'ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne.


Cesare Pavese (Alessio), un brano in Salinari-Ricci, Storia della letteratura italiana (parte seconda), Laterza, 1976, pag. 1242

Quando Pavese comincia un racconto, una favola, un libro, non gli accade mai di avere in mente un ambiente socialmente determinato, un personaggio o dei personaggi, una tesi. Quello che ha in mente è quasi sempre soltanto un ritmo indistinto, un giuoco di eventi che, più che altro, sono sensazioni e atmosfere. Il suo compito sta nell'afferrare e costruire questi eventi secondo un ritmo intellettuale che li trasformi in simboli di una data realtà... Nasce di qua il fatto, non mai abbastanza notato, che Pavese non si cura di "creare personaggi". I personaggi gli servono semplicemente a costruire delle favole intellettuali il cui tema è il ritmo di ciò che accade: lo stupore come di mosca chiusa sotto un bicchiere, in "Carcere", la trasfigurazione angosciosa della campagna e della vita quotidiana della "Casa in collina", la ricerca paradossale di cosa siano campagna, civiltà cittadina, vita elegante e vizio nel "Diavolo sulla collina", la memoria dell'infanzia e del mondo in "La luna e i falò".


Dal Cap. IX (Alessio), pag. 52-53 e 48-49

Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore. E di nuovo, guardandomi intorno, pensavo a quei ciuffi di piante e di canne, quei boschetti, quelle rive - tutti qui nomi di paesi e di siti là intorno - e fa piacere posarci l'occhio e saperci i nidi. Le donne, pensai, hanno addosso qualcosa di simile.
Io sono scemo, dicevo, da vent'anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Mi ricordai la delusione ch'era stata camminare la prima volta per le strade di Genova - ci camminavo un po' in mezzo e cercavo un po' d'erba. C'era il porto, questo sì, c'erano le facce delle ragazze, c'erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov'erano? Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m'ero accorto, che non sapevo più di saperla.
[...]
- Li hanno fatti quest'anno i falò? - chiesi a Cinto - Noi li facevamo sempre. La notte di San Giovanni tutta la collina era accesa.
- Poca roba - disse lui. - Lo fanno grosso alla Stazione, ma di qui non si vede. Il Piola dice che una volta ci bruciavano delle fascine.
Il Piola era il suo Nuto, un ragazzotto lungo e svelto. Avevo visto Cinto corrergli dietro nel Belbo, zoppicando.
- Chissà perché mai, - dissi - si fanno questi fuochi.
Cinto stava a sentire. - Ai miei tempi, - dissi, - i vecchi dicevano che fa piovere...Tuo padre l'ha fatto il falò? Ci sarebbe bisogno di pioggia quest'anno...Dappertutto accendono i falò.
- Si vede che fa bene alle campagne, - disse Cinto. - Le ingrassa.
Mi sembrò di essere un altro. Parlavo con lui come Nuto aveva fatto con me.
- Ma allora com'è che lo si accende sempre fuori dai coltivi? - dissi. - L'indomani trovi il letto del falò sulle strade, per le rive, nei gèrbidi...
- Non si può mica bruciare la vigna, - disse lui ridendo.


Dal Cap. XIV (Elvio), pag. 74-75

Pareva un destino. Certe volte mi chiedevo perché, di tanta gente viva, non restassimo adesso che io e Nuto, proprio noi. La voglia che un tempo avevo avuto in corpo (un mattino, in un bar di San Diego, c'ero quasi ammattito) di sbucare per quello stradone, girare il cancello tra il pino e la volta dei tigli, ascoltare le voci, le risate, le galline, e dire "Eccomi qui, sono tornato" davanti alle facce sbalordite di tutti - dei servitori, delle donne, del cane, del vecchio - e gli occhi biondi e gli occhi neri delle figlie mi avrebbero riconosciuto dal terrazzo - questa voglia non me la sarei cavata più. Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna - dormivo all'Angelo e discorrevo col Cavaliere -, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c'erano più. Da un pezzo non c'erano più. Quel che restava era come una piazza l'indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato. Nuto, l'unico che restava, era cambiato, era un uomo come me. Per dire tutto in una volta, ero un uomo anch'io, ero un altro - se anche avessi ritrovato la Mora come l'avevo conosciuta il primo inverno, e poi l'estate, e poi di nuovo estate e inverno, giorno e notte, per tutti quegli anni, magari non avrei saputo che farmene. Venivo da troppo lontano - non ero più di quella casa, non ero più come Cinto, il mondo mi aveva cambiato.
Le sere d'estate quando stavamo seduti sotto il pino o sul trave nel cortile, a vegliare - passanti si soffermavano al cancello, donne ridevano, qualcuno usciva dalla stalla -, il discorso finiva sempre che i vecchi, massaro Lanzone, Serafina, e qualche volta, se scendeva, il sor Matteo, dicevano "Sì sì giovanotti, sì sì ragazze. pensate a crescere. così dicevano i nostri nonni. si vedrà quando toccherà a voi". A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili - come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell'uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com'era adesso.


Dal Cap. XXVI (Federico), pag. 137-139

Sotto la luna e le colline nere Nuto una sera mi domandò com'era stato imbarcarmi per andare in America, se ripresentandosi l'occasione e i vent'anni l'avrei fatto ancora. Gli dissi che non tanto era stata l'America quanto la rabbia di non essere nessuno, la smania, più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame. In paese non sarei stato mai altro che un servitore, che un vecchio Cirino (anche lui era morto da un pezzo, s'era rotta la schiena cadendo da un fienile e aveva ancora stentato più di un anno) e allora tanto valeva provare, levarmi la voglia, dopo che avevo passata la Bormida, di passare anche il mare.
- Ma non è facile imbarcarsi, - disse Nuto. - Hai avuto del coraggio.
Non era stato coraggio, gli dissi, ero scappato. Tanto valeva raccontargliela.
- Ti ricordi i discorsi che facevamo con tuo padre nella bottega? Lui diceva già allora che gli ignoranti saranno sempre ignoranti, perché la forza è nelle mani di chi ha interesse che la gente non capisca, nelle mani del governo, dei neri, dei capitalisti... Qui alla Mora era niente, ma quand'ho fatto il soldato e girato i carrugi e i cantieri a Genova ho capito cosa sono i padroni, i capitalisti, i militari... Allora c'erano i fascisti e queste cose non si potevano dire... Ma c'erano anche gli altri...
Non gliel'avevo mai raccontata per non tirarlo su quel discorso che tanto era inutile e adesso dopo vent'anni e tante cose successe non sapevo nemmeno più io che cosa credere, ma a Genova quell'inverno ci avevo creduto e quante notti avevamo passato nella serra della villa a discutere con Guido, con Remo, con Cerreti e tutti gli altri. Poi Teresa s'era spaventata, non aveva più voluto lasciarci entrare e allora le avevo detto che lei continuasse pure a far la serva, la sfruttata, se lo meritava, noi volevamo tener duro e resistere. Così avevamo continuato a lavorare in caserma, nelle bettole e, una volta congedati, nei cantieri dove trovavamo lavoro e nelle scuole tecniche serali. Teresa adesso mi ascoltava paziente e mi diceva che facevo bene a studiare, a volermi portare avanti, e mi dava da mangiare in cucina. Su quel discorso non tornava più. Ma una notte venne Cerreti a avvertirmi che Guido e Remo erano stati arrestati, e cercavano gli altri. Allora Teresa, senza farmi un rimprovero, parlò lei con qualcuno - cognato, passato padrone, non so - e in due giorni mi aveva trovato un posto di fatica su un bastimento che andava in America. Così era stato, dissi a Nuto.
- Vedi com'è, - disse lui. - Alle volte basta una parola sentita quando si è ragazzi, anche da un vecchio, da un povero meschino come mio padre, per aprirti gli occhi... Sono contento che non pensavi soltanto a far soldi... E quei compagni, di che morte sono morti?
Andavamo così, sullo stradone fuori del paese, e parlavamo del nostro destino. Io tendevo l'orecchio alla luna e sentivo scricchiolare lontano la martinicca di un carro - un rumore che sulle strade d'America non si sente più da un pezzo. E pensavo a Genova, agli uffici, a che cosa sarebbe stata la mia vita se quel mattino nel cantiere di Remo avessero trovato anche me.


Dal Cap. XXVII (Giuseppe), pag. 142-144

... sedemmo Cinto nel prato e raccontò a bocconi la storia.
Lui non sapeva, era sceso a Belbo. Poi aveva sentito che il cane abbaiava, che suo padre attaccava il manzo. Era venuta la madama della Villa con suo figlio, a dividere i fagioli e le patate. La madama aveva detto che due solchi di patate eran già stati cavati, che bisognava risarcirla, e la Rosina aveva gridato, il Valino bestemmiava, la madama era entrata in casa per far parlare anche la nonna, mentre il figlio sorvegliava i cesti. Poi avevano pesato le patate e i fagioli, s'erano messi d'accordo guardandosi di brutto. Avevano caricato sul carretto e il Valino era andato in paese.
Ma poi la sera quand'era tornato era nero. S'era messo a gridare con Rosina, con la nonna, perché non avevano raccolto prima i fagioli verdi. Diceva che adesso la madama mangiava i fagioli che sarebbero toccati a loro. La vecchia piangeva sul saccone.
Lui Cinto stava sulla porta, pronto a scappare. Allora il Valino s'era tolta la cinghia e aveva cominciato a frustare Rosina. Sembrava che battesse il grano. Rosina s'era buttata contro la tavola e urlava, si teneva le mani sul collo. Poi aveva fatto un grido più forte, era caduta la bottiglia, e Rosina tirandosi i capelli s'era buttata sulla nonna e l'abbracciava. Allora il Valino le aveva dato dei calci - si sentivano i colpi - dei calci sulle costole, la pestava con le scarpe, Rosina era caduta per terra, e il Valino le aveva ancora dato dei calci nella faccia e nello stomaco.
Rosina era morta, disse Cinto, era morta e perdeva sangue dalla bocca. - Tirati su, - diceva il padre, - matta -. Ma Rosina era morta, e anche la vecchia adesso stava zitta.
Allora il Valino aveva cercato lui - e lui via. Dalla vigna non si sentiva più nessuno, se non il cane che tirava il filo e correva su e giù.
Dopo un poco il Valino s'era messo a chiamare Cinto. Cinto dice che si capiva dalla voce che non era per batterlo, che lo chiamava soltanto. Allora aveva aperto il coltello e si era fatto nel cortile. Il padre sulla porta aspettava, tutto nero. Quando l'aveva visto col coltello, aveva detto "Carogna" e cercato di acchiapparlo. Cinto era di nuovo scappato.
Poi aveva sentito che il padre dava calci dappertutto, che bestemmiava e ce l'aveva col prete. Poi aveva visto la fiamma.
Il padre era uscito fuori con la lampada in mano, senza vetro. Era corso tutt'intorno alla casa. Aveva dato fuoco anche al fienile, alla paglia, aveva sbattuto la lampada contro la finestra. La stanza dove s'erano picchiati era già piena di fuoco. Le donne non uscivano, gli pareva di sentir piangere e chiamare.
Adesso tutto il casotto bruciava e Cinto non poteva scendere sul prato perché il padre l'avrebbe visto come di giorno. Il cane diventava matto, abbaiava, e strappava il filo. I conigli scappavano. Il manzo bruciava anche lui nella stalla.
Il Valino era corso nella vigna, cercando lui, con una corda in mano. Cinto, sempre stringendo il coltello, era scappato nella riva. Lì c'era stato, nascosto, e vedeva in alto contro le foglie, il riflesso del fuoco.
Anche di lì si sentiva il rumore della fiamma come un forno. Il cane ululava sempre. Anche nella riva era chiaro come di giorno. Quando Cinto non aveva più sentito né il cane né altro, gli pareva di essersi svegliato in quel momento, non si ricordava che cosa facesse sulla riva. Allora piano piano era salito verso il noce, stringendo il coltello aperto, attento ai rumori e ai riflessi del fuoco. E sotto la volta del noce aveva visto nel riverbero pendere i piedi di suo padre, e la scaletta per terra.


Dal Cap. XXXI (Alessio), pag. 163

Così Cinto trovò una casa da viverci, e io dovevo ripartire l'indomani per Genova. Passai la mattinata al Salto, e Nuto mi stava dietro e mi diceva: - Allora te ne vai. Non ritorni per la vendemmia?
- Magari m'imbarco, - gli dissi, - ritorno per la festa un altr'anno.
Nuto allungava il labbro, come fa lui. - Sei stato poco, - mi diceva, - non abbiamo neanche parlato.
Io ridevo. - Ti ho perfino trovato un altro figlio...
Levati da tavola, Nuto si decise. Pigliò al volo la giacca e guardò in su. - Andiamo attraverso, - borbottò, - questi sono i tuoi paesi.
Traversammo l'alberata, la passerella di Belbo, e riuscimmo sulla strada di Gaminella in mezzo alle gaggìe.
- Non guardiamo la casa? - dissi. - Anche il Valino era un cristiano.
Salimmo il sentiero. Era uno scheletro di muri neri, vuoti, e adesso sopra i filari si vedeva il noce, enorme.
- Sono rimaste soltanto le piante, - dissi - valeva la pena che il Valino roncasse...La riva ha vinto.
Nuto stava zitto e guardava il cortile tutto pieno di pietre e di cenere. Io girai tra quelle pietre, e neanche il buco della cantina si trovava - la maceria l'aveva turato. Nella riva, degli uccelli facevano baccano e qualcuno svolava in libertà sulle viti. - Un fico me lo mangio, - dissi. - non fa più danno a nessuno -. Presi il fico, e riconobbi quel sapore.
- La madama della Villa, - dissi - sarebbe capace di farcelo sputare.
Nuto stava zitto e guardava la collina.
- Anche questi sono morti, - dissi. - Quanti ne sono morti da quando sei partito dalla Mora.
Allora mi sedetti sul trave, ch'era ancora lo stesso, e gli dissi che di tutti i morti non potevo levarmi di mente le figlie del sor Matteo- . Passi Silvia, è morta in casa. Ma Irene con quel vagabondo...Stentando come ha stentato...E Santina, chi sa com'è morta Santina...


Cesare Pavese (Giuseppe), due frammenti in Vita attraverso le lettere, a cura di Lorenzo Mondo, Einaudi, 2004

da una lettera a Mario Sturani del 23 novembre 1925:

M'atterrisce il pensiero che io pure
dovrò un giorno lasciare questa terra
dove i colori stessi mi son cari
poiché tento di renderli nell'arte.
E più tremo pensando all'agonia,
alla lunga terribile agonia
che forse andrà dinanzi alla mia morte.

Da una lettera allo stesso destinatario del 9 gennaio 1927:

Sono andato una sera di dicembre
per una stradicciuola di campagna
tutta deserta, col tumulto in cuore.
Avevo dietro me una rivoltella.
[...]
...Così, andando,
tra gli alberi spogliati, immaginavo
il sussulto tremendo che darà
nella notte che l'ultima illusione
e i timori mi avranno abbandonato
e me l'appoggerò contro una tempia
per spaccarmi il cervello.


Dal Cap. XXXII (Giuseppe), pag. 172-173 (finale)

Baracca gli disse che Santa la faceva buone lei a chi voleva. Anche questo era successo. Fiutando il pericolo, aveva fatto l'ultimo colpo e portato con sé due ragazzi dei migliori. Adesso si trattava di pigliarla a Canelli. C'era già l'ordine scritto.
- Baracca mi tenne tre giorni quassù, un po' per sfogarsi a parlarmi di Santa, un po' per esser certo che non mi mettevo in mezzo. Una mattina Santa tornò, accompagnata. Non aveva più la giacca a vento e i pantaloni che aveva portato tutti quei mesi. Per uscire da Canelli s'era rimesso un vestito da donna, un vestito chiaro da estate, e quando i partigiani l'avevano fermata su per Gaminella era cascata dalle nuvole... Portava delle notizie di circolari repubblichine. Non servì a niente. Baracca in presenza nostra le fece il conto di quanti avevano disertato per istigazione sua, quanti depositi avevamo perduto, quanti ragazzi aveva fatto morire. Santa stava a sentire, disarmata, seduta su una sedia. Mi fissava con gli occhi offesi, cercando di cogliere i miei... Allora Baracca le lesse la sentenza e disse a due di condurla fuori. Erano più stupiti i ragazzi che lei. L'avevano sempre veduta con la giacchetta e la cintura, e non si capacitavano adesso di averla in mano vestita di bianco. La condussero fuori. Lei sulla porta si voltò, mi guardò e fece una smorfia come i bambini... Ma fuori cercò di scappare. Sentimmo un urlo, sentimmo correre, e una scarica di mitra che non finiva più. Uscimmo anche noi, era distesa in quell'erba davanti alle gaggìe.
Io più che Nuto vedevo Baracca, quest'altro morto impiccato. Guardai il muro rotto, nero, della cascina, guardai in giro, e gli chiesi se Santa era sepolta lì.
- Non c'è caso che un giorno la trovino? Hanno trovato quei due...
Nuto s'era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. - No, Santa no, - disse, - non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L'altr'anno c'era ancora il segno, come il letto di un falò.


Cesare Pavese (Federico), da Il mestiere di vivere, Einaudi, 2000

18 ag. [1950]
Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

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