I libri in testa
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Martedì 16 dicembre 2008, ore 20.30
Roma, Biblioteca Corviale,
Via Marino Mazzacurati, 76

replica con licenze
cazzzo ridi!?
Leggere per non piangere



Le letture

        1. Paolo Nori, da Bassotuba non c'è
        2. Giuseppe Berto, da Il male oscuro
        3. Woody Allen, da I manoscritti della mano morta
        4. Italo Calvino, da Marcovaldo
        5. Alessandro Canale, da Razza canara
        6. Ermanno Cavazzoni, da Gli scrittori inutili
        7. Sam Savage, da Firmino
        8. Achille Campanile, Vita di Socrate

          (non abbiamo letto Roth e Beckett)


Paolo Nori (Michele), da Bassotuba non c'è, DeriveApprodi, 1999 (poi Einaudi, 2001)

Fin da quando ero piccolo, ci sono delle voci che stanno sulla mia testa e vanno avanti e indietro, e volano su tutta la superficie della mia testa che va dalla fronte alla nuca e girano, girano, ogni tanto picchiano in giù e provano a entrare, cercano un passaggio attraverso la scatola cranica. E dicono, fin da quando ero piccolo, Sei una merda! Sei una merda! Sei una grandissima merda che non vali niente!
Io ci rispondo, fin da quando ero piccolo, ci dico Non è vero, siete voi delle merde. Non è vero, ci dico. Andate via. Ci dico Basta. Non avete nient'altro da fare che stare qui a picchiarmi sulla scatola cranica, andate via, andate da un'altra parte a far confusione. Proprio qui, ci dico, dovete venire a portare scompiglio, che la gente si sta riposando? Non avete cognizione, ci dico, alle voci.
E loro Sei una merda! Sei una merda secca! Sei una merda che non è neanche più buona per concimare! mi dicono. Sei una merda liquida da diarrea fulminante! Sei una merda letale! dicon le voci che stazionano sulla mia testa.
Io ci dico Vi divertite? ci dico. Brave, andate avanti, continuate pure, ci dico. Tanto non me la prendo, ci dico.
Merda, merda, merda, merda, continuano loro, si mettono anche a cantare, e picchiano sempre più forte, cercano di entrare nel mio cervellino.


Giuseppe Berto (Elvio), da Il male oscuro, Rizzoli, 1998

procedo su questa via balneare italiana a neanche quaranta di media sicché ho l'impressione d'essere più lontano dal mio punto d'arrivo ora che non stamattina a Roma, è inutile che mi metta in testa di fare fino a Siusi un'unica tappa dovrò per forza dormire in qualche albergo lungo la strada, Dio mio dormire solo in un albergo bisogna avere almeno la precauzione di scegliere una città munita di un manicomio attrezzato, Ferrara tanto per dire giacché se c'era un manicomio al tempo del Tasso ci sarà bene anche ora, però adesso che ci metto mente non sono mica tanto sicuro che il Tasso sia stato in manicomio a Ferrara, a Roma sicuramente sì sul Gianicolo ma per ciò che riguarda Ferrara a forza di pensarci sono in grado di affermare che vi fu ricoverato nell'ospedale di Sant'Anna, ospedale ricordo bene e non manicomio, viene da supporre che a quei tempi non esistessero in Ferrara manicomi propriamente detti e chissà mai se da allora ad oggi c'è stato qualche progresso in questo campo, sarà opportuno che m'informi dal portiere dell'albergo prima di fissare la camera, però poi quando finalmente alle nove meno dieci faccio il mio ingresso nella hall dell'albergo Touring non ho il coraggio di chiedere simili informazioni poiché mi accorgo di essermi dimenticato in testa il cappello di paglia, gran Dio prima faceva pressione ed ora me ne dimentico addirittura e naturalmente mi affretto a togliermelo ma lo stesso mi manca il coraggio di chiedere le informazioni circa il manicomio perché capisco che non farebbe un bel vedere uno che per prima cosa in un albergo abbastanza su e fornito di aria condizionata chiede del manicomio cercando di nascondere più che può un grande cappello di paglia da contadina romagnola e inoltre guardando con quegli occhi un po' fuori dall'ordinario che mi vengono solitamente dopo le crisi, sicché a conti fatti preferisco chiedere in fretta una camera al primo o secondo piano ma non più in alto col telefono esterno e il bagno per via della defecazione anche se improbabile, e in questa camera mi ritiro immediatamente sempre pensando al Tasso che a poco a poco mi sta diventando simpatico giacché devo riconoscere che lui la sua gloria poca o molta che sia se l'è conquistata a prezzo di gravissimi patimenti se è vero che in questo ospedale di Sant'Anna dov'era ricoverato in qualità di matto lo incatenavano al muro, Dio mio pensare uno incatenato in una cella mentre ha la claustrofobia come ce l'ho io, io morirei di sicuro mentre il Tasso non morì e anzi trovò modo di poetare perfino là dentro e allora è comprensibile che uno arrivi alla gloria, ma io ci rinuncio se deve costarmi tanto,


Woody Allen (Alessio), da I manoscritti della Mano Morta, in Citarsi addosso, Bompiani, 2000, traduzione di Cathy Berberian e Doretta Gelmini, pagg. 26-28

E Abramo si sveglio in piena notte e disse al suo unico figlio, Isacco: "Ho avuto un sogno dove la voce del Signore mi diceva che devo sacrificare il mio unico figlio e quindi mettiti i pantaloni". E Isacco tremò e disse: "E tu cosa Gli hai risposto?"
"E che cosa c'era da dirGli?" disse Abramo. "Alle due del mattino mi trovo in mutande con il Creatore dell'Universo. Posso discutere?"
"Beh, t'ha detto almeno perché voleva farmi sacrificare?" chiese Isacco al padre.
Ma Abramo disse: "I fedeli non discutono. Andiamo adesso perché domani ho una giornata pesante."
E Sara che aveva sentito il progetto d'Abramo ne fu contrariata e disse. "Come fai a sapere ch'era il Signore e non, diciamo, quel tuo amico che gli piace fare gli scherzi da prete, sì che il Signore disse che chiunque faccia scherzi da prete sarà consegnato alle mani dei suoi nemici, che possano o no essi pagare alla consegna?"
E Abramo rispose: "Perché sapevo che era il Signore. Era una voce profonda, risonante, ben modulata e nessuno in questo deserto riuscirebbe a contraffare quelle vibrazioni."
E Sara disse: "E tu sei disposto a compiere questo atto insano?"
Ma Abramo le disse: "Francamente sì, perché mettere in questione la parola di Dio è una delle cose peggiori che può fare una persona, specialmente con questa economia in fase di recessione".
E Abramo condusse Isacco in un certo luogo e si preparò a sacrificarlo, ma all'ultimo momento il Signore fermò la mano d'Abramo e disse: "ma come puoi fare una cosa simile"
E Abramo disse, "Ma se l'hai detto Tu!"
"Lascia perdere quel che ho detto", parlò il Signore. "Stai a sentire ogni cretinata che ti viene detta?" E Abramo vergognandosi: "Ma, veramente...no".
"Io dico per ridere di sacrificare Isacco e tu corri subito a farlo".
E Abramo cadde in ginocchio: "Vedi, non so mai quando Tu stai scherzando."
E il Signore tuonò: "Manchi di sense of humor! Incredibile!"
"Ma non è una prova che Ti amo, l'essere disposto a sacrificare il mio unico figlio per un tuo capriccio?"
E il Signore disse: "È soltanto la prova che certi uomini sono pronti a ubbidire a qualsiasi ordine, per cretino che sia, purché venga pronunciato da una voce risonante e ben modulata."


Italo Calvino (Emilia), da Marcovaldo, Oscar Mondadori

Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d'agrifoglio. La barba d'ovatta bianca gli faceva un po' di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall'aria.
La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. «Dapprincipio, - pensava, - non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo!»
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. - Ciao papà.
Marcovaldo ci rimase male. - Mah... Non vedete come sono vestito?
E come vuoi essere vestito? - disse Pietruccio. - Da Babbo Natale, no?
- E m'avete riconosciuto subito?
- Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te!
- E il cognato della portinaia!
- E il padre dei gemelli che stanno di fronte!
- E lo zio di Ernestina quella con le trecce!
- Tutti vestiti da Babbo Natale? - chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale.
- Certo, tal quale come te, uffa, - risposero i bambini, - da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, - e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi.
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po' ci avevano fatto l'abitudine e non ci badavano più.
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S'erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio. - Si può sapere cosa state complottando? - chiese Marcovaldo.
- Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali.
- Regali per chi?
- Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali.
- Ma chi ve l'ha detto?
- C'è nel libro di lettura.
Marcovaldo stava per dire: «Siete voi i bambini poveri!», ma durante quella settimana s'era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: - Bambini poveri non ne esistono più!
S'alzò Michelino e chiese: - È per questo, papà che non ci porti regali?
Marcovaldo si sentì stringere il cuore. - Ora devo guadagnare degli straordinari, - disse in fretta, - e poi ve li porto.
- Li guadagni come? - chiese Filippetto.
- Portando dei regali, - fece Marcovaldo.
- A noi?
- No, ad altri.
- Perché non a noi? Faresti prima...
Marcovaldo cercò di spiegare: - Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito?
- No.
- Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d'esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne. - Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, - disse, inforcando la sella del motofurgoncino.
- Andiamo, forse troverò un bambino povero, disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre.
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all'automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un'aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell'enorme macchinario delle Feste.
E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all'altro segnato sull'elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase: - La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo, - e prendeva la mancia.
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante. - Uh, ancora un altro pacco, da chi viene?
- La Sbav augura...
- Be', portate qua, - e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d'occhi, andava dietro al padre.
La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell'abete s'impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un gran tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c'era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un'aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era lì intorno non lo riguardasse.
- Gianfranco, su, Gianfranco, - disse la governante, - hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo?
- Trecentododici, - sospirò il bambino, senz'alzare gli occhi dal libro. - Metta lì.
- È il trecentododicesimo regalo che arriva, - disse la governante. - Gianfranco è' così bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare.
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa.
- Papà, quel bambino è un bambino povero? chiese Michelino.
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s'affrettò a protestare: - Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell'Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator...
S'interruppe, perché non vedeva Michelino. - Michelino, Michelino! Dove sei? - Era sparito.
"Sta' a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l'ha scambiato per me e gli è andato dietro..." Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po' in pensiero e non vedeva l'ora di tornare a casa.
A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono.
- Di' un po', tu: dove t'eri cacciato?
- A casa, a prendere i regali... Sì, i regali per quel bambino povero...
- Eh! Chi?
- Quello che se ne stava così triste... quello della villa con l'albero di Natale...
- A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui?
- Oh, li avevamo preparati bene... tre regali, involti in carta argentata.
Intervennero i fratellini. - Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento!
- Figuriamoci! - disse Marcovaldo. - Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento!
- Sì, sì, dei nostri... È corso subito a strappare la carta per vedere cos'erano...
- E cos'erano?
- Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno...
- E lui?
- Saltava dalla gioia! L'ha afferrato e ha cominciato a usarlo!
- Come?
- Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo...
- Cos'era? '"
- Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza... Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell'albero di Natale. Poi è passato ai lampadari...
- Basta, basta, non voglio più sentire! E... il terzo regalo?
- Non avevamo più niente da regalare, così abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l'ha fatto più felice. Diceva: "I fiammiferi non me li lasciano mai toccare!" Ha cominciato ad accenderli, e...
- E...
- ...ha dato fuoco a tutto!
- Marcovaldo aveva le mani nei capelli. - Sono rovinato!
L'indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivestì da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche quello della Pubblicità e quello dell'Ufficio Commerciale.
- Alt! - gli dissero, - scaricare tutto, subito!
"Ci siamo!" si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato.
- Presto! Bisogna sostituire i pacchi! - dissero i capiufficio. - L'Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!
- Così tutt'a un tratto ... - commentò uno di loro. - Avrebbero potuto pensarci prima...
- E stata una scoperta improvvisa del presidente, - spiegò un altro. - Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi.
- Quel che più conta, - aggiunse il terzo, - è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d'ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato...


Alessandro Canale (Giuseppe), da Luano, in Razza canara, Fernandel, 2000, incipit

Ùn zolo grido ùn zolo idioma
merda la Roma merda la Roma
ùn zolo inno ùn zolo andazzo
Totti cor cazzo che vincerà
La-zzio La-zzio La-zzio...

nun tàa 'spettavi eh? Ta credevi ch'arivàva "nìnnanànnaninnahò" de Jovanotti e 'nvece ta se' ritrovata 'sta sorpresina. Luano tuo che canta l'inno nazzionale. Er fatto è che nun sapevo come comincia'. E ccosì ho penzato da caricamme come famo prima de ogni battàja che sa rispetta. De' resto 'na mossa a sorpresa màa dovevi da permette visto 'r modo co' ccùi m'ha' trattato da quanno che se semo mollati. So' ddu' mesi che 'n giro 'n ta fai ppiù vede. Ar telefono ta fai nega'. Quer cazzo de Nokia cellài sempre spento. Ahò, nun zarà ppe' ccaso che ma stai a sfida'? Ma che penzi che uno come me sa fa' 'mpressiona' da tu' sorella... che come ma vede ggira? O da tu' padre che ar citofono ma fa' 'a voce che ja rode 'r culo? Ma che nun ma conosci? Ma pari matta. Comunque come sa dice... si Maometto nun và àa montagna... sa' àa montagna quanto je ne freca. E ccosì... nun ma vòi vede? Padrona. 'Sta tranquilla che nun ma gàsso. 'N ett'e mezzo de cojoni ancora mìi ritrovo. Mica penzerai davéro che uno che 'n cariéra cià ottantanove trasferte... che 'n tutt'Italia ha fatto piagne i padroni de ventidue bandiere e ssedici sciarpe che ciò nnàa 'rmadio... mò sa caca sotto pe' una che ja dice "ta saluto"? E ta saluto pure io! Solo che pe' scrive 'a parola "fine" sur fìrme nostro ho penzato che ta meritavi u' regalo. Perché tòo se' meritato. Quarcosa de mitico com'è stata 'sta storia. Che nòo pòi nega'... si cchiédi 'n giro, tutti ta dicono che è stata 'a mejo che s'era mai vista a Tor Bella.


Ermanno Cavazzoni (Michele), da Gli scrittori inutili, Feltrinelli, 2002, inizio della parte II: "Lezione di gola"

Siediti. Mangia. Sono polpette. Lo scrivere, dopo. Sono troppe? Sono solo abbondanti. Sì, polpette fritte. Cosa dici? che ti restano poi sullo stomaco per tutto il giorno? Beh, certo, ci vuole il tempo necessario anche per digerire. Siamo esseri umani. Intanto assaggiale. È vero? cosa ti avevo detto? le polpette sono il culmino della cucina: se sono però fritte dentro lo strutto. Sì, lo strutto, sono più saporite. Vedi come sono dorate? appena un po' croccantine? Uovo, carne e pangrattato, è un cibo semplice. Ne puoi mangiare quante ne vuoi. Prendine ancora. Ma no! cosa dici? non è una porzione per quattro, è una porzione scarsa per uno. Una mezza porzione sì e no. Le polpette le danno anche ai malati. Fanno bene all'ulcera. Cosa e entra se sono fritte? Il fritto fatto come si deve è più leggero del riso; dell'insalata, che va tanto. L insalata lasciamola ai ruminanti, ai filosofi. E assaggiane ancora due. Adesso ti metti a contarle? Si dice due per dire poche. Va beh! e se anche non sono poche, togliti però almeno la voglia. Una porzione per cinque? Ma cosa dici? tu le polpette non le hai mai mangiate, dimmi la verità. Tu avrai mangiato quei polpettini secchi secchi da ristorante, da tavola calda, che non li voglio neanch'io, no, proprio no, non li voglio. Mangia intanto, mangia che ti spiego. Al ristorante ti portano due polpettini mignon e tu dici: ma cos'è? E l'ordinazione, ti dicono. Volevo delle polpette, ho ordinato delle polpette. Sono queste, ti dicono. Hai capito? sarebbero delle polpette secondo loro... mangia intanto... Come? Hai mangiato abbastanza? Altre due, da qua, dammi il piatto. Dammi il piatto, ti dico. Non hai ancora sentito il sapore e non ne vuoi più. Ti ho detto che non e c'è altro. Fra un'ora ti viene fame. Sì! addirittura! per dieci! ne hai mangiate per dieci! Ma va là! Una polpetta non è niente, va giù, non la senti, l'hai già digerita in bocca. E non dirmi basta, che voglio che quando ti alzi tu abbia mangiato. Altre due. Sì, queste sono fritte meglio, perché lo strutto è più caldo, e allora basta un attimo e sono pronte. E restano leggere. Te le faccio sentire. Queste le devi sentire. Ma no che non sono troppe. E poi c'è la patata. Un po' di patata e un po' di cavolfiore, le alleggerisce. Senti che morbide? La base è la stessa: carne, uovo e pangrattato; semplicissimo. Poi ci si può aggiungere ritagli di pollo. Restano sempre leggere. Sentile! C'è anche la mortadella, a dadini, piccolissimi, solo per il sapore, ma è come se non ci fosse; mortadella e lardelli, è un'aggiunta mia. È vero che ti piace? Ma no che non sono molte! è un assaggio! Una sola non dice niente, non fai in tempo a sentirla. Ma non starle a contare! Le polpette si mangiano, non sono aritmetica. Mangia che non siamo al ristorante, che lì casomai è meglio stare leggeri... mangia intanto... Al ristorante mai prender polpette! le fanno con la segatura. Non fa male, ma non ha sostanza. In tempo di guerra le facevamo anche noi di segatura, ne mangi ma non ti saziano mai. Segavamo la legna per il fuoco, e con la segatura facevamo le polpette. Tu però intanto finisci quelle nel piatto, che sarebbe un peccato. E poi comunque vuoi che te lo dica? Le polpette non sono mai abbastanza. Tu le friggi, le friggi, e il piatto è già vuoto. Mangia intanto, non preoccuparti dell'ora, sarà l'una e mezzo. Le tre no, è impossibile. Quand'è che mi sono messo a friggere? non era l'una. [...] E quante padelle avrò fatto? Resta seduto, vado a vedere io l'ora, solo un attimo che finiscono queste di friggere. Sì, queste sono speciali, appena appena più grosse; carne, carciofi, spinaci e formaggio, eccole qui. Enormi? ma va' là! Non si fanno mai enormi le polpette, non friggono bene. E il diametro apparente che cambia. Assaggiale, che ti rendi conto. Mmmh!... ma non le vorrai lasciar lì? Fa' posto, fa' posto che ne arrivano ancora. Queste vedrai, si fondono in bocca; tu le polpette non le conosci. Cinquanta? Ne hai mangiate cinquanta? Beh? e se anche fosse? Le polpette fan solo bene, aiutano a scrivere. C'è la carne, la verdura, l'uovo, che è di gallina; pangrattato, che è come dire niente. Quando uno ne ha mangiate abbastanza, allora smette; non prima. Se no resta lo stomaco con un languorino, e vai via insoddisfatto. Cosa devi fare dopo? battere a macchina? Allora mangia con comodo che la macchina, lei, è là e non ha fretta. Poi vai a battere che almeno sei in forza; e scrivi tutto quello che vuoi. Anche di fantasia. Se sei a stomaco vuoto, ti siedi alla macchina e pensi alle polpette. Ne avessi mangiate! Altro che scrivere! Le avessi qui!... Aaah, adesso sì; vedi come ti piacciono? Lo sai che le polpette le facevano già nella preistoria? ...mangia intanto... Perché il loro concetto è elementare: un po' d'uovo, che c'era già, di pangrattato, che l'avevano già inventato. Ti puoi immaginare se non l'avevano inventato? la grattugia non ci vuoi tanto a inventarla, e il pane secco basta tenerlo lì che è secco in un giorno... Oooh, sì, vedi come mangi di gusto adesso? perché le polpette non saziano. Non so perché. Per quanto se ne mangino non saziano. Queste sembran più grosse ma sono più leggere, perché l'uovo è un po' montato, e poi non c'è manzo ma vitello: testina, interiora, fegato, lo senti? e mammella. Aspetta aspetta che ne friggo un altro po'. Queste sono con lo zampetto e la polpa di coda. Bevi, bevi, che vanno giù. No! non sono le cinque, c'è ancora luce, non vedi? A scrivere sei sempre in tempo. Aspetta che aggiungo altro strutto. Si frigge bene se c'è molto strutto; dev'essere caldo, ma non deve fumare. Stai pure comodo, che poi dopo pranzo ti metti alla macchina da scrivere più sereno; adesso però mangiale finché sono calde. Ce la fai, vedrai. Ma no che non sono molte! Tanto non abbiamo fretta. E intanto io ne metto su delle altre che non hai ancora assaggiato: c'è peperone, cipolla, melanzana, olive; le faceva mia mamma, poveretta; lei ci metteva anche zucca dolce, le piaceva la zucca, poveretta; me le ricordo, delle polpette che, ci sedevamo a tavola, "ancora! mamma, son già finite!", e lei friggeva, era contenta di friggere, poveretta; quante che ne mangiavo, tutti i giorni; alla domenica le faceva col sugo, fritte e passate nel sugo. Poi mio padre è morto; è morta anche mia madre e io, cosa vuoi? se posso fare due polpette... non è un onere, figurati! Dopo si pensa meglio... Eh, sì, è vero, è già buio; ma non è tardi. Le polpette mi sono alzato questa mattina alle otto per prepararle. Sì, è vero, il tempo passa. Saranno le sei? Non so. Te ne friggo altre due? Sì? ...Aaah, adesso sì che sono contento, perché prima mi sembrava tu fossi un po' astenico. Sì, sai gli astenici? io non li sopporto. Quelli che stanno a digiuno, perché dicono: noi astenici, noi sì, che siamo liberi. Mangia invece se vuoi aver fantasia! Gli astenici, loro, sono vuoti interiormente, sono dei deboli. Vuoi bagnare un po' di pane nello strutto? Tienlo un po' dentro che frigge. Mentre aspetti le polpette vedrai che te lo godi il pane fritto; e non stai a stomaco vuoto. Buono, eh? Anche lo strutto è strutto buono. Bevici dietro qualcosa, che ormai le polpette sono pronte. Sì sì, sono le sette e mezzo, ho visto; dammi il piatto, è ora di cena! Adesso mi siedo anch'io che ceniamo [...]. Poi ti faccio un pacchetto, con le polpette, per domani, così puoi battere a macchina, scrivere di fantasia, e non ti senti quel vuoto interiore, che è negativo. Tienle vicino. Credi nelle polpette, che io le conosco e queste cose le insegno.


Sam Savage (Elvio), da Firmino, Einaudi, 2008, traduzione di Evelina Santangelo

Be', ecco quel che fece.
Si diresse verso lo scaffale più vicino alla piccola tana, dietro quella cosa metallica che emanava calore, fece cadere il libro più grande che riuscì a raggiungere con le zampe, lo estrasse dallo scaffale e lo aprì. Quindi, tenendo ferma una pagina sotto i piedini, l'aggredì con i denti riducendola in mille coriandoli. Fece lo stesso con una seconda pagina, e una terza. Ma, a questo punto, sento affiorare un dubbio. Sento che vi chiedete: come faccio a sapere che scelse il libro più grande? Be', come ama dire Jeeves, è tutta una questione di psicologia dell'individuo, che in questo caso è Flo, quella che di lì a poco sarebbe stata mia madre. Definirla "rotonda" è stato, temo, troppo generoso. Era sovrappeso, disgustosa; e la defatigante necessità di alimentare ogni giorno tutto quel grasso l'aveva resa intrattabile. Intrattabile e insaziabile. Pressata dalla voracità di milioni di cellule affamate, non c'era volta che non arraffasse la fetta più grande, anche se, già satolla, riusciva soltanto a rosicchiarne un po' il bordo. Rendendola immangiabile per chiunque altro, ovviamente. Quindi, non ci sono dubbi: quello su cui puntò, era il volume più grande a disposizione.
Talvolta mi piace pensare che i primi istanti in cui ho lottato per venire al mondo fossero accompagnati, a mo' di marcia trionfale, dalla distruzione di Moby Dick. Il che spiegherebbe la mia straordinaria propensione all'avventura. Altre volte, quando ho l'impressione di essere più reietto e bizzarro del solito, mi convinco che la colpa sia di Don Chisciotte. Ascoltate: "Insomma, tanto s'impigliò nella cara sua lettura che passava le notti, dalle ultime alle prime luci, e i giorni, dall'albeggiare alla sera, a leggere. Cosicché per il poco dormire e per il molto leggere gli si prosciugò il cervello, in modo che venne a perdere il giudizio. Col senno orma bell'e spacciato, gli venne in mente pertanto il pensiero più bislacco che mai venisse a pazzo nel mondo; e fu che gli parve opportuno e necessario sia per maggiore onore suo come per utilità da rendere alla sua patria, farsi cavaliere". Guardatelo, il Cavaliere dalla Trista Figura: fatuo, cocciuto, clownesco, ingenuo sino alla cecità, idealista sino al grottesco - e chi è costui, se non la sintesi di me stesso? La verità è che non sono mai stato a posto con la testa. Solo, non combatto contro i mulini a vento. Faccio di peggio: sogno di combattere contro i mulini a vento, muoio dalla voglia di combattere contro i mulini a vento, e talvolta, persino, immagino di aver combattuto contro i mulini a vento. Mulini a vento o mulini della cultura, o piuttosto, diciamo, le più accattivanti tra le cose invincibili, quei macinatori di erotismo, piccoli mulini lascivi di lussuria, fabbriche carnali di gioie perverse, regni favolosi di fornicatori frustrati: i corpi delle mie Bellezze. E cosa cambia in fin dei conti?


Achille Campanile (Alessio), da Vita di Socrate, in Vite degli uomini illustri, Rizzoli, 1979, pagg. 15-17

Un giorno scoppia la bomba: Socrate ha aperto una scuola per conto proprio.
Lo scandalo fu grande: "Quale impudenza!" dicevano alcuni.
E altri: "All'anima dello sfacciato. Dichiara egli stesso di non sapere niente e pretende persino di tener cattedra".
Qualcuno scoteva il capo.
"Dove siamo arrivati. Oggigiorno montano in cattedra persino quelli che confessano di nulla sapere".
"Ma io vorrei sapere che cosa insegna, se non sa niente" osserva qualche altro.
Più d'uno cercò d'informarsi e tornò strabiliato.
"Pare" disse "che insegni l'unica cosa che sa: di nulla sapere."
"Ma questo lo so insegnare anch'io" dicevano gli altri. "E non c'è bisogno di andare a scuola per impararlo."
"Anzi, è una cosa che si impara meglio non andando a scuola, che andandoci."
"E poi cosa interessa agli altri questa nozione? Sono affari suoi. Quando uno ha imparato che Socrate non sa nulla, s'è fatta una bella cultura. Alla larga. Io, i miei ragazzi non li manderei mai a studiare da Socrate."
Non vi dico poi quel che avvenne quando si seppe che Socrate era stato incluso in una terna per le nuove nomine all'Accademia di Atene e che aveva buone probabilità di esser eletto.
"Be', sentite, dicevano tutti "finora accoglievano delle nullità, ma adesso addirittura gli ignoranti. Addirittura quelli che confessano d'essere ignoranti, che, anzi, lo proclamano e se ne fanno un vanto".
Incoraggiati, i genitori, cominciarono a dire:
"È inutile mandare i ragazzi a scuola. Guarda Socrate che carriera ha fatto, senza sapere niente. Che restino somari. Così un giorno li nomineremo professori. E accademici."
Si dettero perfino casi strani. Un ragazzo disse in famiglia: "Io ho studiato, so molte cose".
E i genitori: "Non ti far sentire. Vuoi essere bocciato?".
E a un ospite che si trovava presente alla scena e che, non avendo capito, domandava: "Che cosa ha detto?" risposero per minimizzare: "Niente, niente, ha scherzato".
Perché ormai Socrate s'era fatta una posizione. Era diventato un'autorità in materia d'insegnamento. Tutti andavano alla sua scuola. E non i primi venuti.
Nomi grossi come case: Platone, uno dei più grandi pensatori dell'antichità, Senofonte. Persino il nobile Alcibiade.
"È una scuola comoda," dicevano tutti "si ha un titolo di studio con poca fatica. Bisogna sapere che non si sa niente."
Questo, tutti lo imparavano presto. E poi c'era quella storia che Socrate faceva lezione passeggiando. Il che allettava molti.
"Non c'è nemmeno la noia di stare in classe," dicevano "si va a spasso e si deve imparare che non sappiamo niente."
Era la scuola ideale.

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