I libri in testa
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Venerdì 16 giugno 2006, ore 21.30
Roma, al "ventotto de vino"
replica con licenze
Ti scrivo
Storie in busta chiusa


(Sul nostro blog trovate la cronaca della serata)


Le letture

        1. Lucio Anneo Seneca, dalla Lettera n. 80, in Lettere a Lucilio
        2. Emily Dickinson, due lettere a T. W. Higginson (n. 260 e n. 265)
        3. Dave Eggers, Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria [prima lettera]
        4. Boris Vian, Il disertore
        5. Ludwig van Beethoven, dal Testamento di Heiligenstadt
        6. Dave Eggers, Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria [seconda lettera]
        7. Niccolò Machiavelli, da una lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513
        8. Nazim Hikmet, da Nazim Hikmet a Joyce Lussu
        9. Dave Eggers, Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria [terza lettera]
        10. Carlo Emilio Gadda, da Lettere a Gianfranco Contini
        11. Dave Eggers, Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria [quarta lettera]
        12. Aleksandar Hemon, da Tradotto da Jozef Pronek (Sarajevo, dicembre 1995)
        13. Dave Eggers, Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria [quinta lettera]
        14. Matilde Manzoni, lettera al padre Alessandro

Lucio Anneo Seneca (Giuseppe), dalla Lettera n. 80, in Lettere a Lucilio, Rizzoli, 1966, traduzione di Giuseppe Monti

Oggi, se posso disporre del mio tempo, il merito non è mio, ma del gioco della palla, che ha fatto accorrere allo stadio la folla degli importuni. Nessuno verrà a disturbarmi in casa, nessuno porrà ostacoli alle mie riflessioni che, per questa certezza di quiete, si fanno più ardite. Nessuno ha bussato alla porta, non si solleverà la tenda d'ingresso alla mia stanza. Potrò procedere solo, condizione indispensabile a chi vuol avanzare con i propri mezzi sulla via che si è tracciata. Dunque, non seguo il percorso degli antichi? Lo seguo, ma mi permetto di trovare qualcosa di nuovo, di modificare, di abbandonare la tradizione su qualche punto. Il mio libero assenso non è schiavitù.
Ma io ho detto troppo, quando mi ripromettevo il silenzio e la solitudine, senza il pericolo di seccatori: ecco, un immenso clamore mi giunge dallo stadio. Non abbandono le mie riflessioni, ma le rivolgo a questo nuovo soggetto. Penso fra me quanto numerosi sono gli uomini che esercitano il corpo e quanto sono pochi quelli che tengono in esercizio lo spirito. Che concorso di popolo a un divertimento frivolo, e che solitudine intorno alla scienza! Che fiacchezza d'animo hanno quelli di cui ammiriamo i muscoli e la bella presenza! Soprattutto mi fermo su questo pensiero: se con l'allenamento il corpo acquista tale capacità di resistenza che può tollerare sia i pugni che i calci di più assalitori; se un uomo, pur perdendo sangue da più parti, può resistere tutto il giorno in pieno sole, sull'arena arroventata, quanto sarebbe più facile per l'animo rafforzare le proprie energie per reggere vittoriosamente ai colpi della fortuna, e gettato a terra e calpestato, risollevarsi sempre! Infatti il corpo, per aver vigore, ha bisogno di molte cose. L'animo cresce da sé, si alimenta, si esercita da sé. Gli atleti hanno bisogno di molto cibo, di bevande, di molto olio per ungersi e, infine, di faticosi allenamenti. Tu potrai possedere la virtù senza vistosi apparati, senza spesa.
Tutto ciò che può renderti virtuoso lo hai già con te. Che ti occorre per acquistare la virtù? La volontà. Che altro di meglio potresti volere se non sottrarti alla schiavitù che opprime tutti e da cui anche gli schiavi più sordidi e miserabili tentano in ogni modo di liberarsi? Essi versano per il riscatto quel peculio che hanno risparmiato a spese del loro ventre; e tu, che credi di essere nato libero, non avrai desiderio di raggiungere a qualunque costo la vera libertà? Perché guardi la tua cassaforte? La libertà non può conseguirsi con il denaro. Non serve scrivere nei contratti la parola "libertà"; è un bene che non è posseduto né da chi compra, né da chi vende. Te lo devi dare tu; a te devi chiederlo.
[...]
Se vuoi comprare un cavallo, gli fai togliere la gualdrappa. Così pure fai spogliare gli schiavi posti in vendita, perché gli eventuali difetti fisici non rimangano nascosti. E giudichi un uomo dalle ricche vesti che lo adornano? I mercanti di schiavi nascondono con qualche artificio tutto ciò che non è gradevole a vedersi; perciò proprio gli ornamenti destano sospetto nel compratore. Se tu vedessi un ginocchio o un braccio fasciato, lo faresti scoprire, per vederlo a nudo. Vedi quel re di Scizia o di Sarmazia col capo adorno di un diadema? Se vuoi giudicarlo e conoscerlo integralmente, sciogli la benda regale: quante miserie essa nasconde! E che dovrei dire degli altri? Se vuoi dare un giudizio esatto sulle tue qualità, lascia il denaro, il palazzo, la tua posizione sociale e osservati bene nel tuo intimo. Invece tu ti affidi al giudizio superficiale degli altri. Addio.


Emily Dickinson (Giuseppe), due lettere a T. W. Higginson (n. 260 e n. 265), traduzione di Giuseppe Ierolli (anche in Lettere, a cura di Barbara Lanati, Einaudi, 1991 e in lettere, a cura di Margherita Guidacci, Bompiani, 2002)

15 aprile 1862

Sig. Higginson,
È troppo profondamente occupato per dirmi se la mia Poesia è viva?
La Mente è così vicina a se stessa - che non può vedere, distintamente - e non ho nessuno a cui chiedere -
Se dovesse pensare che respira - e trovasse il tempo per dirmelo, proverei una pronta gratitudine -
Se sto sbagliando - il fatto che lei abbia il coraggio di dirmelo - renderebbe ancora più sincero il rispetto - verso di lei -
Accludo il mio nome - chiedendole, per favore - Signore - di dirmi la verità -
Che lei non mi inganni - è superfluo chiedere - poiché l'Onore è pegno di se stesso -

7 giugno 1862

Caro amico.
La sua lettera non mi ha dato ebbrezza, perché avevo gustato il Rum prima - Domingo viene solo una volta - eppure ho avuto pochi piaceri così profondi come la sua opinione, e se provassi a ringraziarla, le lacrime mi bloccherebbero la lingua -
Il mio Tutore morendo mi disse che gli sarebbe piaciuto vivere finché non fossi stata un poeta, ma la Morte era troppo Veemente da dominare per me - allora -E quando dopo molto tempo - un'improvvisa luce nel Frutteto, o una nuova foggia del vento turbavano la mia attenzione - sentivo come una paralisi, qui - che solo i Versi mitigavano -
La sua seconda lettera mi ha sorpreso, e per un momento, ho vacillato - non me l'aspettavo. La sua prima - non mi aveva turbato, perché le Verità - non fanno vergognare - l'ho ringraziata per la sua onestà - ma non potevo lasciar cadere le Campane il cui tintinnio rinfrescava il mio Vagabondare - Forse il balsamo, sembrò migliore, perché avevo sanguinato, prima.
Sorrido quando lei mi suggerisce di aspettare a "pubblicare" - essendo ciò estraneo ai miei pensieri, come il Firmamento a una Pinna -
Se la fama mi appartenesse, non potrei sfuggirla - se non fosse così, il giorno più lungo sarebbe quello del mio inseguimento - e l'approvazione del mio Cane, mi abbandonerebbe - allora - Meglio la mia Condizione Scalza -
Lei giudica la mia andatura "spasmodica" - sono in pericolo - Signore -
Lei mi giudica "incontrollata" - non ho Tribunale.
Vuole trovare il tempo di essere "l'amico" di cui pensa che abbia bisogno? Ho una figura minuscola - non stiperebbe la sua Scrivania - né farebbe più Chiasso di un Topo, che rosicchia le sue Gallerie -
Se potessi portarle quello che faccio - non così spesso da infastidirla - e chiederle se mi sono espressa con chiarezza - sarebbe un controllo, per me -
Il Marinaio non può vedere il Nord - ma sa che l'Ago può -
Nella "mano che mi tende nel Buio", metto la mia, e mi giro indietro - non ho Parole, ora -

Come se chiedessi una comune Elemosina,
E nella mia mano stupita
Uno Sconosciuto comprimesse un Regno,
Ed io, sconcertata, restassi -
Come se chiedessi all'Oriente
Se avesse un Mattino per me -
E lui sollevasse le sue Dighe purpuree,
E mi ubriacasse d'Aurora!
Ma, vuol essere il mio Precettore, Sig. Higginson?
La sua amica
E Dickinson


Dave Eggers (Michele), Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria, in Burned Children of America, Minimumfax, 2001, traduzione di Marco Cassini

[prima lettera]

Il 5 agosto del 2000 Daniel O'Mora, un ingegnere meccanico di Austin, nel Texas, ha inviato venti lettere ad altrettanti amministratori delegati di alcune fra le aziende incluse nella speciale classifica delle 500 Aziende dell'Anno secondo il periodico "Fortune". Qui di seguito ne pubblichiamo cinque.

Hugh L. Thomas, Jr.
Amm. Del.
Bank of America Corp.
100 N. Tyron Street
28255 Charlotte
North Carolina.

Egregio dottor Thomas,
Immagino che lei sia una persona impegnata quindi vengo subito al sodo. Recentemente ho scritto alcuni brani dal punto di vista di un cane di nome Steven, e vorrei che ne leggesse un esempio. Eccolo:

Mi chiamo Steven e sono nato in una scatola di vetro, su dei fogli di quotidiano tagliati a strisce. Ora sono qui, cinque anni dopo, e le mie zampe, che un tempo erano bianche come la carta, ora sono bianche come l'avorio. Ho camminato per tante strade! E per tanti campi! Ho visto un sacco di cose! Quante mani di bambino ho morso! Hanno un aspetto dilettevole, e un gusto così saporito!
Devo muovermi. Devo muovermi. Posso fare un salto di un chilometro.
Sono un cane fatto così - posso saltare un cavolo di chilometro ! Sono un gran bel cane. Vedo i colori allo stesso modo in cui voi sentite il sibilo di un jet.
Voglio trovare un buco. Voglio trovare un buco piccolo piccolo piccolo e attraversarlo come quel cazzo di Gandhi.

Per ora è tutto.

Daniel O'Mara
5811 MesaDrive, # 216
78731 Austin, Texas


Boris Vian (Federico), Il disertore, nel disco "Lindbergh - lettere da sopra la pioggia" di Ivano Fossati, Sony Italy, 1992, traduzione di Giorgio Calabrese

In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest'altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l'ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand'ero in prigionia
qualcuno m'ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.


Ludwig van Beethoven (il fortunato estrattore), dal Testamento di Heiligenstadt, in Epistolario, vol. I - 1783-1807, a cura di Sieghard Brandenburg, Skira, 1999, traduzione di Luigi Della Croce (pagg. 220-222)

per i miei fratelli Carl e [Johann] Beethowen

O voi uomini che mi credete ostile, scontroso, misantropo o che mi fate passare per tale, come siete ingiusti con me, non sapete la causa segreta di ciò che è soltanto un'apparenza, il mio cuore e la mia mente erano sin dall'infanzia inclini al tenero sentimento della benevolenza, e avrei sempre voluto compiere grandi azioni, ma pensate solo che da sei anni sono colpito da un male inguaribile, reso più grave da medici insensati che mi hanno ingannato anno dopo anno facendomi sperare in un miglioramento illusorio, con la prospettiva finale di una menomazione permanente (la cui guarigione durerà magari anni se non è addirittura impossibile). Nato con un temperamento ardente e vivace, persino aperto alle distrazioni della vita sociale, ho dovuto presto isolarmi, vivere in solitudine, ogni tanto ho ben cercato di superare tutto ciò, ma l'esperienza doppiamente mortificante del mio cattivo udito mi ha duramente richiamato alla realtà, come avrei infatti potuto dire agli uomini: parlate più forte, gridate, perché sono sordo, come poter confessare la debolezza di un senso, che dovrei possedere molto più degli altri, un senso che un tempo possedevo in realtà al più alto grado di perfezione, come pochi altri del mio mestiere possiedono o hanno mai posseduto - no, non lo posso fare, perdonatemi quindi se mi vedrete stare in disparte là dove invece mi mescolerei così volentieri con voi, la mia disgrazia mi fa doppiamente male perché vengo inoltre malgiudicato, per me il piacere di stare in mezzo alla gente, di partecipare a conversazioni intelligenti, a proficui scambi di vedute, non esiste, e quando è veramente indispensabile avere a che fare con la società, devo restare quasi completamente solo, vivere come un esiliato, se mi avvicino a qualcuno, sono subito terrorizzato al pensiero che possa in qualche modo accorgersi della mia condizione - così è stato negli ultimi sei mesi che ho trascorso in campagna seguendo il consiglio del mio bravo medico di affaticare i miei orecchi il meno possibile, egli veniva così incontro alle mie attuali inclinazioni, anche se di tanto in tanto mi sono lasciato sviare dal mio istinto socievole, ma che umiliazione quando qualcuno accanto a me udiva di lontano il suono di un flauto e io nulla o qualcuno udiva un pastore cantare e io sempre nulla, questi fatti mi portavano al limite della disperazione e poco ci mancò che non mi togliessi la vita - solo l'arte mi ha trattenuto dal farlo; mi è parso impossibile lasciare questo mondo prima di avere pienamente realizzato ciò di cui mi sentivo capace, così ho prolungato questa vita miserabile -
[...]
...non appena sarò morto e se il Professor schmid sarà ancora in vita, pregatelo a mio nome di descrivere la mia malattia, e aggiungete a questa storia della mia malattia il presente scritto, in modo che almeno il mondo possa quanto più riconciliarsi con me -
[...]
Ludwig van Beethowen
Heiglnstadt, 6 ottobre 1802


Dave Eggers (Michele), Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria, in Burned Children of America, Minimumfax, 2001, traduzione di Marco Cassini

[seconda lettera]

Robert G. Miller
Amministratore Delegato Rite Aid
30 Hunter Lane
17011 Camp Hill,
Pennsylvania

Gentile signor Miller,
Lei non mi conosce e quanto sto per scriverle non la riguarda personalmente, ma nondimeno necessito della sua piena attenzione. Ho preso, ormai da qualche settimana, a scrivere lettere a persone come lei però dal punto di vista di un cane di nome Steven. Ecco una lettera di questa fatta, per lei:

Mi chiamo Steven e sono nato subito dopo che i bambini sono tornati da scuola. Ho passato giorni ad abbaiare pur non sapendo perché stessi abbaiando. In quei giorni abbaiavo, abbaiavo, fino a diventare rauco e stanco, sapendo di non sapere perché abbaiassi, e tuttavia pensando per tutto il tempo che in un secondo momento sarei riuscito a capirlo.
Ieri correvo sotto cento altissimi olmi, piantati in fila. Correvo verso una spianata dove l'erba sotto il sole era verdolina e soffice e mentre correvo con gli occhi vitrei per l'aria fredda ho pensato a mia sorella, che mi fu portata via tutti quegli anni fa, prima che le si aprissero gli occhi. Il mio pelo sembra carta vetrata, ma a toccarlo è magnifico.
Ancora non so perché abbaio. In questo momento, dopo che è stato nuvoloso più o meno per una settimana, mi sento bene, mi sento riposato, come se non volessi abbaiare mai più. Ma so che ben presto mi ritroverò ad abbaiare, abbaiare finché non mi viene la voce roca, incapace di smettere di abbaiare oh mio Dio la gente mi fissa come se dovessi morire da un momento all'altro, per quanto sto abbaiando.

Be', ora penso che sia tempo che lei torni al suo lavoro, signor Miller.

Daniel O'Mara
5811 MesaDrive, # 216
78731 Austin, Texas


Niccolò Machiavelli (Alessio), da una lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, in Lettere a Francesco Vettori e Francesco Guicciardini, a cura di Giorgio Inglese, Rizzoli, Milano, 1996

Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, et di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio et simili: leggo quelle loro amorose passioni et quelli loro amori, ricordomi de' mia, godomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in su la strada nell'hosteria, parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro, intendo varie cose, et noto varii gusti et diverse fantasie d'huomini. Vienne in questo mentre l'hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa et paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugniaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dì giuocando a criccha, a trichetach, et poi dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte un quattrino et siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. Cosa rinvolto entra questi pidocchi traggo el cervello di muffa, et sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi transferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversatione ho fatto capitale, et composto uno opusculo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitationi di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale spetie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono. Et se vi piacque mai alcuno mio ghiribizo, questo non vi doverrebbe dispiacere; et a un principe, et maxime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto; però io lo indrizzo alla Magnificenza di Giuliano. Philippo Casavecchia l'ha visto; vi potrà ragguagliare in parte et della cosa in sé, et de' ragionamenti ho hauto seco, anchor che tuttavolta io l'ingrasso et ripulisco. [...]
Io ho ragionato con Filippo di questo mio opusculo, se gli era ben darlo o non lo dare; et, sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. El non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e' non fussi, non ch'altro, letto, et che questo Ardinghelli si facessi honore di questa ultima mia faticha. El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, et lungo tempo non posso star così che io non diventi per povertà contennendo, appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; et per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gl'ho né dormiti né giuocati; et doverrebbe ciascheduno haver caro servirsi d'uno che alle spese d'altri fussi pieno di experienzia. Et della fede mia non si doverrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; et chi è stato fedele et buono 43 anni, che io ho, non debbe potere mutare natura; et della fede et della bontà mia ne è testimonio la povertà mia.


Nazim Hikmet (Federico), da Nazim Hikmet a Joyce Lussu, pubblicata come introduzione all'edizione Mondadori 1999 delle Poesie d'amore di Nazim Hikmet, traduzione di Joyce Lussu

Stoccolma, 20 dicembre 1961

Cara Joyce,
Mi domandi perché scrivo delle poesie?
Sarebbe più giusto porre la domanda in altro modo. Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.
Cerco di ricordare.
Avevo tredici anni. Abitavamo a Istanbul. Mio nonno era poeta, ma ancora oggi non capisco le sue poesie. Il suo linguaggio: scriveva in un turco che si chiamava ottomano, ossia formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane; anche le regole grammaticali erano arabe e persiane. Le poesie di mio nonno erano dogmatiche, didattiche, religiose. Non le capivo ma ero il nipote di un nonno poeta. [...]
Scoppiò un incendio di fronte alla nostra casa. Era la prima volta che vedevo un incendio. Ne fui stupito ed ebbi paura. Mio nonno, affinché l'incendio non arrivasse a casa nostra, si mise in piedi davanti alla finestra, brandendo il Corano aperto. L'incendio si spense, ma non per la forza del Corano, e nemmeno per quella dei pompieri; si spense da solo, dopo aver incenerito la casa che bruciava di fronte a noi. E io, due ore dopo, scrissi la mia prima poesia: "L'incendio".
[...]
Ecco i primi versi:
"Brucia brucia con terribile fracasso
quel nemico dell'umanità
che stringe fra le sue braccia
le case le madri e gli orfani..."
E' tutto quello che ricordo: sembra quasi che abbia presentito la guerra atomica.
[...]
La mia seconda poesia la scrissi, mi pare, a quattordici anni. C'era la prima guerra mondiale. Mio zio era caduto ai Dardanelli. Ero molto patriota e scrissi un poema sulla guerra.
[...]
A sedici anni, credo, scrissi la mia terza poesia. In quell'epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura. Aveva inventato una lingua poetica tutta nuova e si chiamava Yaya Kemal. [...] La poesia aveva per argomento il gatto di mia sorella. [...] Feci vedere la poesia a Yaya Kemal, e lui volle vedere il gatto. Era un gattino rognoso, di colore incerto. Il grande poeta mi disse: "Se puoi fare una poesia su quella sudicia bestiola puoi diventare un grande poeta".
[...]
Poi mi sono innamorato follemente di varie ragazze e ho scritto per loro dei versi; poi le questioni che riguardano la coscienza, l'onore, l'eternità mi hanno interessato e ho scritto su queste cose. Poi gli Alleati occuparono Istanbul, e io scrissi delle poesie contro l'Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia.
A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Lottava con i suoi cavalli magri, con le sue armi preistoriche, in mezzo alla sua fame e alle sue cimici, contro l'esercito greco sostenuto dagli inglesi e dai francesi. Ero tutto stupito, ebbi paura, lo amai, lo adorai, compresi che bisognava scrivere tutto ciò in un altro modo. Ma non ne fui capace. Per trovare il modo giusto era necessario, a quanto pare, che passassi nell'Unione sovietica.
Era la fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e sentii un amore e un'ammirazione cento volte più forti, perché avevo scoperto, in quel 1921-1922, una carestia cento volte più terribile, e delle cimici cento volte più feroci, e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e una immensa speranza, un'immensa gioia di vivere e di creare.
Ho scoperto tutta un'altra umanità.
E cominciai a scrivere in un altro modo.
E da allora, non posso non scrivere delle poesie.

Nazim Hikmet


Dave Eggers (Michele), Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria, in Burned Children of America, Minimumfax, 2001, traduzione di Marco Cassini

[terza lettera]

Peter I. Bijur
Amministratore Delegato Texaco
2000 Westchester Avenue
10650 White Plains, New York

Egregio dottor Bijur,

Salve. Sono un cittadino di Austin, nel Texas, che le scrive sotto le mentite spoglie di un cane di nome Steven. Steven è un setter irlandese. Ecco Steven:

Prima che ci venissimo noi, questa casa era abitata da una famiglia di quattro persone. Si chiamavano Clutter, e ovviamente il libro di Truman li aveva disturbati un bel po'. Una volta gli chiesi se c'era una qualche parentela ma loro mi ignorarono. Io l'ho letto il libro del signor Capote, e mi è piaciuto un sacco.
Qualche volta abbaio. Qualche volta parlo agli altri del mio abbaiare: lo sento come un problema. O meglio, penso che gli altri lo sentano come un problema, il che diventa, per me, un problema. Quando vedo dei fari dal finestrino di dietro, io mi sento minacciato. Mio fratello si chiama Jonathan e abbaia più di me. Ma non abbaiamo mai nello stesso momento perché che bisogno c'è di abbaiare nello stesso momento? Gli ho dato un morso così forte che ho sentito il sapore alcalino del suo sangue. Huuuu !
Una volta mi sono mangiato una pizza. Non dovrei mangiare la pizza, perché sono un cane, ma non so chi le fa queste regole, chi può mangiare cosa. Io ho mangiato la pizza ed è andato tutto bene. Ho guardato l'eclissi di sole ed è andato tutto bene. Una volta sono saltato giù dal tetto e non mi sono fatto quasi niente. Forse io non morirò mai. Sono un cane veloce!
Almeno una volta al mese abbaio tutta la notte. In macchina me ne sto tranquillo. Corro a zig zag fra gli alberi come un bastoncino nella corrente intorno alle rocce levigate. Huuu! Huuuu! Eh, sì, adesso mi avete capito: ah sì. Cavolo, come vorrei che poteste vedere tutto questo.

Dottor Bijur, lei è gentilissimo. In gamba con il lavoro.

Daniel O'Mara
5811 MesaDrive, # 216
78731 Austin, Texas


Carlo Emilio Gadda (Elvio), da Lettere a Gianfranco Contini, a cura del destinatario, Garzanti, 1988

Carissimo Gianfranco,

da anni non mi muovo: ad Antignano mi ha portato Bassani in macchina, prelevandomi da casa. A Firenze non sono stato dal 1954: (un giorno solo, e alle prese con l'ospitalità della Casa Editrice): a Milano non sono stato dopo il 1951. Nella tua profonda pietas e nella tua profondissima intelligenza, sono certo che vorrai registrare a mio favore, cioè non imputare a scostumatezza verso tante gentili persone, verso te in specie, questa graduale senescenza, questa fatiscenza che a poco (sic) mi avvicina al silenzio.
In questi anni ho conosciuto Pietro Citati, il quale mi ha moralmente assistito al lavoro, con una generosità che direi incredibile. Altrettanto buoni con me sono Attilio Bertolucci, Bassani, e nei limiti del tempo concessogli dal surmenage sceneggiatorio e registico, Pier Paolo Pasolini, che non vedo da mesi. Et de me satis.
Il lungo strazio degli Anni è la sola attenuante ch'io possa invocare di fronte a chi si facesse troppo acerbo giudice della mia leggerezza. Codesti "giochi" sono la mia novocaina, mon opium, mon alcool à moi.
Il loro significato biologico e germinale è l'inconscio tentativo di distornarmi dal dolore e dal male, anche per quanto riguarda l'infanzia, la prima guerra, la morte di mio fratello; e, soprattutto, gli orrori della seconda catastrofe, che per me ha rotto la vita in due tronconi senza valore, e ci ha fatto disperare di un futuro comune. Questi "divertissements", queste fughe dalla realtà, sono, visti e giudicati sulla pagina, un atroce rimorso.
Temo ora, protraendosi un dissidio fra Editori a mio riguardo, che tu abbia a venir officiato per una presentazione dell'"Adalgisa" Einaudi: collana di classici Einaudi, nella quale figura un Leopardi e figureranno (sic) un Petrarca oltre che Cesare Pavese. A parte il mio dissenso e il mio rossore al vedermi collocato in così eccelso ripiano di scaffalatura collanesca, e di classici, e di sì nobile Editore, pavento il disagio e il fastidio (fastidium, forse) che, senza mia colpa questa volta, potesse venirti recato.
Oggi, qui, l'angosciata preghiera di non sentirti in alcun modo vincolato ad eventuali domande del genere della suddescritta: di abbandonare me al pandemonio con la mia sfortuna e mala suerte, cioè brutta fortuna, di dilettante vexé par l'imprévu, tracassé par l'horreur della vita mia propria e degli anni che ci è toccato attraversare: e di voler credere che quanto più desidero, nella mia disperazione, è di allontanarmi e scampare alla huée senza trascinare il nome di altri, e men che meno il tuo nitissimo (sic), nell'esiziale (per me) bailamme.

Con gratitudine, rimorsi, e profonda ammirazione, ti prego credermi l'aff.mo

Gadda


Dave Eggers (Michele), Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria, in Burned Children of America, Minimumfax, 2001, traduzione di Marco Cassini

[quarta lettera]

Christopher M. Connor
Amministratore Delegato Sherwin Williams
101 Prospect Avenue NW
44155Cleveland,Ohio

Egregio dottor Connor,

Lei ha molte cose importanti da fare perciò vengo al dunque. Ultimamente sto scrivendo lettere ai capitani d'industria, dal punto di vista di un setter irlandese di nome Steven. Ogni lettera è diversa dalle altre. Ecco la sua:

Ci fu una notte che correvo come se stessi nuotando in acque profonde e stagnanti: ma era più silenzioso ancora. Quando superavo gli altri cani, cani che conoscevo, solo ombre ormai, o neri cespugli con le zampe, sembravano vuoti. Gli occhi di Sansone, blu ghiaccio di giorno, erano adesso bianchi e riflettenti. Andavo avanti come portato dalla corrente, e non sentivo i piedi far presa sull'erba bagnatissima.
Perché correvo?, perché volevo sentire l'aria rinfrescarmi la pelle dove ho il pelo più rado. Il cielo era di quel grigioazzurro di un cielo nuvoloso dopo che ha fatto buio. Le case si piegavano verso di me e io curvavo intorno agli alberi. Sono un cane supervelocissimo!
Cazzo se mi stanco a sentire la gente parlare. Sento tutto quello che dicono, tutto insieme. Cioè, ogni volta che uno di loro apre la bocca, li sento parlare tutti, e sento tutto quello che dicono da sempre, ed è più o meno sempre la stessa cosa, un'unica lunga, rabbiosa, incurante lamentela. Ma io gli dico: Huuuu! Huuuuuuuu!
Avete presente i ghepardi quando corrono, che non riesci mai a vedergli i piedi toccare terra? Ecco come sono fatto, gente: solo quando corro il cervello mi circonda tutto il corpo allo stesso momento - un hulahoop che mi volteggia tutt'attomo alla testa mentre corro come un cazzo di missile! Ah, quanto mi piace tutto questo!

Dottor Connor, la ringrazio per avermi dedicato il suo tempo.

Daniel O'Mara
5811 MesaDrive, # 216
78731 Austin, Texas


Aleksandar Hemon (Alessio), da Tradotto da Jozef Pronek (Sarajevo, dicembre 1995), in Nowhere Man, Einaudi, 2004, traduzione di Angela Tranfo

Caro Jozef!
Eccomi a scrivere. Forse hai pensato che sono morto invece no. La vita è difficile qui ma siamo contenti che guerra è finita. Tu come stai? Come va in America? Quando pensi di tornare?
Io sono un poco triste. Ieri ho ricordato quando ho visto cavallo vicino Kosevo e ci penso di continuo. Non so, devo dirti delle cose. Questo cavallo camminava per strada, libero, e cinque minuti fa sono arrivate granate poi polvere e pezzi di vetro dappertutto. Io ero di guardia l'ospedale e cavallo stava di fronte a grande vetrata che non si è rotta e lui si guardava, come uno specchio. Girava una parte, girava altra parte e pensava Guarda come sono bello. Si girava e si piaceva. Poi ha tremato bomba e esplosione ha rotto vetrata e cavallo scappato. Era bello, occhi grandi, faccia carina, era alto e bianco con coda nera. E' scappato via come quei cavalli di film americani.
In questa guerra non ho mai toccato fucile. Lavoravo ospedale, aiutavo gente a morire. Ogni tanto andavo in trincea a mi davano fucile ma io non ho mai usato. Aspettavo al buio, e guardi nel buio e sai che ci sono cetnici e forse ti stanno guardando. Una volta ero con mio amico Jasmin (non conosci), noi parliamo e io vedo punto rosso su sua fronte e un secundo dopo la testa esplode come melagrana. Quel secundo quando vedo ma non riesco a dire niente perché morte è velocissima, quel secundo è il più brutto di mia vita. [...] Una volta ho parlato con uno dei nostri che era cecchino a sua posizione era su Hotel Bristol. Tutti i giorni vedeva questo soldato che incontrava una donna. Lei veniva da casa, lui veniva da sua posizione, si baciavano e tenevano per mano. Poi lei va a casa e lui torna a unità. Questo cecchino ha detto che secondo lui era carino, sai, quell'amore, così li guarda tutti i giorni. Può ucciderli, ma è carino, l'amore. Donna era bella. Un giorno però lei arriva ma sta un po' lontana e lui vede soldato al posto normale e lei gli dice con mano di venire qui, e lui dice no e poi le lo chiama allora lui va da lei. E il cecchino lo uccide. Lui mi ha detto, se la donna gli può dire cosa deve fare non può vivere, così ha ucciso. E sai cosa peggiore, io ho pensato che era divertente e abbiamo riso da matti. Eravamo un poco matti allora. I cetnici uccidevano di continuo. Non si vedeva niente poi una granata piombava su fila per acqua. Gente deve aspettare perché quella è unica acqua che arriva e sanno che cetnici guardavano poi arriva granata e si vedono cervello, stomaco, vertebre, bambini, donne, tutti morti, piccoli pezzi di carne.
Ma io parlo troppo. E' che non so di che cosa parlare. Guerra per me è tutto. Voglio parlare di altro ma non ho visto nessun film, niente musica niente libri.
[...]
A Sarajevo noi non abbiamo nessuno per parlare, solo tra noi; nessuno vuole ascoltare queste storie. Io non posso parlare più. Adesso parla tu. Vorrei una tua lettera. Devi scrivere. Mandami libro. Leggo un po' di inglese, magari un giallo, magari un libro su bambini. Vedi che sono un poco pazzo.
Scrivi.
Tuo

Mirza


Dave Eggers (Michele), Lettere di Steven, un cane, ad alcuni capitani d'industria, in Burned Children of America, Minimumfax, 2001, traduzione di Marco Cassini

[quinta lettera]

David I. Fuentes
Amministratore Delegato Office Depot
2200 Old Germantown Road
33445 Delray Beach, Florida

Gentile dottor Fuentes,

Negli ultimi tempi sto scrivendo delle lettere agli amministratori delegati di altre grandi aziende, tutte dal punto di vista di un setter irlandese di nome Steven. Per lei, però, scriverò come se fossi un uccellino, magari un colibrì, di nome Buck. Ecco come fa:

Quando ero giovane e sempre affamato, mia madre lasciava me e i miei fratelli soli mentre se ne andava saltellando in giro per il campo in cerca di cibo e di ramoscelli per il nostro nido. Quando lei non c'era aprivamo tutti la bocca in attesa del cibo e i nostri occhi non erano altro che pisellini verdeazzurri coperti da un sottilissimo strato di pelle rosa.
Mentre lei era via ci insegnavamo canzoni a vicenda. Non mi ricordo nessuna di quelle canzoni, né perché le cantavamo. Mesi dopo prendemmo tutti il volo e da allora non ho più rivisto nessuno di loro, né i miei fratelli né mia madre. Noi uccellini non siamo sentimentali, perché possiamo volare!
Ma indovinate un po'? Io non sono veramente un uccellino. Sono un cane e mi chiamo Steven. Non vi avrei mai potuto fregare - sono un cane supervelocissimo e sfreccio fra gli alberi come un missile antimissile.
Huuu! Huuuuu! Non me ne importa niente a me degli uccelli, degli uccellini in cerca di cibo! Niente da fare, gente! Io non faccio altro che correre sull'erba calda e asciutta, e mi sento come se non volessi abbaiare mai più, finché posso semplicemente continuare a correre. Se posso continuare a correre, zigzagando come uno sciatore, tenendomi basso, non voglio più starmene lì ad abbaiare, abbaiare e abbaiare - oh Gesù mio fa' che io possa continuare a correre! È solo che ho questa cazzo di paura di stancarmi, capisci, amico mio?

Dottor Fuentes, apprezzo molto la sua attenzione.

Daniel O'Mara
5811 MesaDrive, # 216
78731 Austin, Texas


Matilde Manzoni (Elvio), lettera al padre Alessandro, in Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Einaudi, 1994

La speranza di ricevere da un giorno all'altro una risposta di Pietro o una lettera tua, mi ha fatto ritardare fino a oggi a scriverti, ma purtroppo ho aspettato assai e sento troppo il bisogno d'aver le tue nuove e quelle de' i miei fratelli per poter ritardare di più a domandartele in carità. Io ho scritto a Pietro il 25 dello scorso mese; ed aspettavamo ansiosamente una risposta, tanto più che Pietro ci parlava di alcuni casi fulminanti avvenuti a Brusuglio, che ci hanno messo come è naturale un poco in allarme. . In questi tempi nei quali non si può fare a meno di stare un po' sottosopra, il non aver mai nuove dei carissimi parenti lontani, il non avere mai tue lettere dopo aver creduto per dei mesi di poterti rivedere è proprio una cosa che fa pena! Scusa caro Papà, temo di far male a lamentarmi così, temo di seccarti, ma non di parerti esigente. . sai che sono dei mesi che non mi scrivi, e non t'immagini che cos'è per me una tua riga? Tutte le mattine aspetto l'ora della posta proprio con smania; e mi dico sempre, oggi certamente avrò una lettera, e invece tutti i giorni non c'è nulla!
Caro Papà mio, ti scrivo di notte perché ho la febbre abbastanza forte che non mi lascia dormire e mi dà una forza di cui manco completamente il giorno, è la 95esima! Ora grazie a Dio l'acuto della malattia par vinto ma l'eccessivo sfinimento e i patimenti proprio tremendi dei miei poveri ossi non mi lasciano un momento di pace e soffro giorno e notte proprio in un modo che mi vedo delle volte il letto contornato di pianto. Caro Papà credevo di conoscere il male e la malattia! . Sono quattro mesi che sono in questo letto Dio cosa ho sofferto e cosa soffro! . Piango delle volte come una disperata ma Iddio mi ha dato tanto conforto con una confessione generale che ho fatto e la S. S. Comunione il che mi portò il cuore in pace.
Caro Papà le spese aumentano qui in un modo doloroso e la mia cassa è vuota a momenti! Ho bisogno di tale assistenza due donne mi stanno in camera la notte e si può dire tutto il giorno perché non posso fare da me il minimo movimento per piccolo che sia, e poi non si può immaginarsi la costosità d'una malattia come la mia. Caro Papà e tu sei ristretto quest'anno! Credi che ho pianto più d'una volta! L'idea d'una necessità così imperiosa di somme vero e d'una ristrettezza così paurosa! . che disgrazia Papà mio, avere una figliola disgraziata tribolata come sono io! . Per carità mandami quello che puoi per parare alle prime spese, quando starò meglio, Dio faccia che non sia tanto tardi, ti dirò quello che ci vuole, e come farai? Oh! Per carità abbia pazienza!
La testa se ne va assolutamente, la tosse non mi lascia più e bisogna che smetta. Papà mio tanto venerato e caro! Ti prego mandami la tua benedizione tutte le sere che mi conforti e mi aiuti a soffrire e a guarire, addio!

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