I libri in testa
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Sabato 16 aprile 2005, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Incazzati neri
Rodimenti letterari


Con la partecipazione del "Libro In Testa Per Tre Minuti" Roberto Favaro

(Sul nostro blog trovate la cronaca della serata)


Le letture

Niccolò Ammaniti (Federico), da Ti prendo e ti porto via, Mondadori, 1999

Vedi quella macchina là? Quella macchina viene su strada, senza optional, centosettantanove milioni iva compresa, ma se ci aggiungi il tettuccio apribile, le ruote più larghe, il climatizzatore computerizzato, l'impianto hi-fi con il cambia cd da bagagliaio e il subwoofer attivo, gli interni in pelle, l'air-bag laterale e tutto il resto arriviamo tranquillamente a duecentodieci, duecentoventi milioni. Quella macchina ha un sistema di frenata controllato da un processore a sedici bit identico a quello che usa la McLaren in Formula uno, ha una scatola sigillata con all'interno un cip prodotto dalla Motorola che controlla l'assetto della vettura, regola la pressione dei pneumatici e l'altezza degli ammortizzatori anche se tutte queste, in definitiva, sono stronzate che potresti trovare, non così, un po' peggio, pure su un modello di punta della Bmw o della Saab. La cosa eccezionale di quell'automobile, la cosa per cui patiti si fanno letteralmente le seghe, è il motore. È un motore di seimilatrecentoventicinque centimetri cubici distribuiti in dodici pistoni di una lega speciale di cui solo la Mercedes conosce l'esatte composizione. Lo ha progettato Hans Peter Fenning, l'ingegnere svedese che ha realizzato il sistema di propulsione dello Space shuttle e del sottomarino atomico americano Alabama. Hai mai provato a partire in quinta? Probabilmente no, ma se lo facessi vedresti che la macchina parte anche in quinta. Ha un motore così elastico che puoi cambiare marcia senza usare la frizione. Ha una ripresa che brucia tutte queste merdose coupé che vanno tanto di moda oggi e che se la batte fieramente con macchine tipo Lamborghini o Corvette, non so se mi spiego. E vogliamo parlare della linea? Elegante. Sobria. Niente Cafonate. Niente fari marziani. Niente plasticoni. Raffinata. Il classico tre volumi Mercedes. Questa macchina la usa Gianmaria Davoli, il presentatore di Grand Prix, che potrebbe usare una Ferrari 306 o una Testarossa come io uso un paio di sandali. E sai che ha detto il nostro presidente del consiglio al salone di Torino? Ha detto che questa è una macchina che è un traguardo e che quando in Italia riusciremo a fare un'automobile simile allora ci potremo di un paese democratico. Ma io credo che non ci riusciremo mai, da noi manca la mentalità. Ora, io non so chi sia tuo padre, né come si guadagna i soldi. Sicuramente sarà un mafioso o un tangentista o un pappone, non me ne frega un cazzo. Io tuo padre lo stimo, è una persona degna di rispetto perché possiede una 650 TX. Tuo padre è un uomo che sa apprezzare le cose che valgono, si è comprato questa macchina, ha speso un botto di soldi e ci potrei scommettere la mano destra che non ci va vestito come un pezzente e scommetto la sinistra che non sa che tu, figlio di puttana, gliel'hai rubata per portarci in giro una troietta con i capelli blu e gli orecchini in faccia e per fumarci le canne dentro e buttare a terra tramezzini smozzicati. Vuoi sapere cosa penso? Penso che voi due siete i primi al mondo a farvi le canne in una 650 TX. Forse qualche rockstar del cazzo ci si sarà fatta qualche striscia di coca, ma nessuno e dico nessuno ci si è fumato una canna. Voi due avete compiuto un atto sacrilego, un atto a dir poco blasfemo, quando avete deciso di drogarvi in una 650 TX., avete compiuto un'azione grave come cagare sull'Altare della Patria. Ora ti è chiaro perché mi comporto così?


Alessandro Manzoni (Giuseppe), da I promessi sposi, ediz. 1840, Mondadori, 2002 (cap. VI, 10-16)

"In somma, padre," - disse don Rodrigo, facendo atto d'andarsene, "io non so quel che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci dev'essere qualche fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a chi le piace; e non si prenda la libertà d'infastidir più a lungo un gentiluomo."
Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s'era messo davanti, ma con gran rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per trattenerlo ad un punto, rispose ancora: "la mi preme, è vero, ma non più di lei; son due anime che, l'una e l'altra, mi premon più del mio sangue. Don Rodrigo! io non posso far altro per lei, che pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tener nell'angoscia e nel terrore una povera innocente. Una parola di lei può far tutto."
"Ebbene," disse don Rodrigo, "giacché lei crede ch'io possa far molto per questa persona; giacché questa persona le sta tanto a cuore..."
"Ebbene?" riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l'atto e il contegno di don Rodrigo non permettevano d'abbandonarsi alla speranza che parevano annunziare quelle parole.
"Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d'inquietarla, o ch'io non son cavaliere."
A siffatta proposta, l'indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l'uomo vecchio si trovò d'accordo col nuovo; e, in que' casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. "La vostra protezione!" esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull'anca, alzando la sinistra con l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: "la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.
"Come parli, frate?..."
"Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili."
"Come! in questa casa...!"
"Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch'io vi prometto. Verrà un giorno..."
Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s'aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.
Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell'infausto profeta, gridò: "escimi di tra piedi, villano temerario, poltrone incappucciato."


Raduan Nassar (Fiamma), da Un bicchiere di rabbia, Einaudi, 2002, traduzione di Amina di Munno

Seduto sul terrazzo, vedevo bene che cosa accadeva e percorrevo con gli occhi gli alberi e gli arbusti del terreno, senza tralasciare le benché minime cose del mio giardino e, abbandonato a quella silenziosa occupazione, sentivo i miei polmoni ringraziare le dita ogni volta che la sigaretta saliva verso la bocca e sentivo che lei, lì dov'era, mi guardava e fumava come me, solo che ci metteva un pizzico di ansietà, naturalmente contestandomi con le sue smorfie spigolose, ma io non ci badavo, volevo il silenzio, poiché in quel momento mi piaceva indugiare lo sguardo sui gelsi dalle foglie nuove, che si stagliavano nel paesaggio per l'impertinenza del loro verde, ma i miei occhi all'improvviso furono sviati e queste cose non si sa mai bene per quale diavolo succedono e, malgrado la nebbia, ecco cosa vedono: uno squarcio nella mia siepe viva, povero me, schiaccio e brucio il dito nel portacenere, lei che non capiva mi domandò "cos'è stato?", ma io senza rispondere mi precipitai a capofitto giù per le scale e lei dietro di me quasi urlava "ma cos'è stato?" [...] ma io non vedevo nulla, me la lasciai alle spalle e corsi all'impazzata e quando arrivai vicino non lo sopportai "maledette formiche figlie di puttana", e con più forza ancora ripresi a gridare "figlie di puttana, figlie di puttana", nel vedere un bel tratto di siepe drasticamente sradicata, nel vedere un bel tratto di terra tappezzato di piccole foglie, bisogna avere sangue da contadino per sapere cosa ciò significhi, ero furibondo nel vedere il danno, ero inferocito per quel varco e pensavo solo che il ligustro non doveva essere poi così speciale, una tale sfacchinata perché le formiche in gran trambusto ci infilassero il grugno e in un baleno mi precipitai armato nel terreno a fianco, cercando subito la pista che mi portasse al formicaio, seguendo le orme camuffate lungo l'erba alta, io che avrei dovuto in quel momento sorprenderle rintanate, attive come erano state tutta la notte con il taglio e la raccolta e, tremando e con la bava alla bocca, le scopro subito e con un secchio già in mano verso una dose doppia di veleno in ciascuno degli orifizi, con un impeto che solo io so che cos'è perché solo io so quel che sento, infuriato contro quelle formiche così metodiche, infuriato contro la loro esemplare efficienza, infuriato contro quell'organizzazione di merda che lasciava i flagelli da parte e mi distruggeva il ligustro della siepe viva, ecco perché diedi loro la più pesante sbornia, inondando i cunicoli sotterranei di abbondante liquido insetticida, badando a non lasciarvi il benché minimo segno di vita, tappando e sigillando, sotto la pressione del tallone, la bocca di ogni orifizio, ed ero già di ritorno da quel terreno incolto, lanciando ancora vigorose scintille lungo il cammino, quando notai che lei e dona Mariana, a quel punto, parlottavano nel patio che si trova fra la casa e il prato, il suo sederino appoggiato al parafango dell'auto, mentre il chiarore del giorno le ridava rapidamente la disinvoltura di donna emancipata, il vestito di una semplicità ricercata, la borsa appesa alla spalla che le scendeva fino ai fianchi, una sigaretta fra le dita e due chiacchiere scambiate così democraticamente con la gente del popolo, erano di certo fra i suoi orpelli preferiti, proprio lei che non degnava delle sue grazie l'area di servizio della casa, facendosi servire da me anche a letto o dalla custode sul terrazzo, lasciando che solo io mi occupassi del caffè in mancanza di dona Mariana, io so solo che, immusonito e senza guardare verso di loro entrai curvo attraverso la porta dello stanzino dei ferri proprio lì nel sottoscala, lasciai cadere gli attrezzi che avevo trasportato per far fuori le formiche, ma, previdente, sfruttai la scorta sugli scaffali per rifornirmi di altri veleni, oltre a essermi io stesso [...] ubriacato di nascosto con un gallone di acido, preoccupato com'ero di truccarmi all'interno le viscere perché sapevo in anticipo che non sarebbe stato per niente superfluo, so solo che quando uscii di nuovo nel patio le due non parlottavano più [...] erano abilmente separate, lei non solo aveva fatto della custode la sua platea, ma mi aspettava con un'aria così sensazionale che ci sarebbe stato da prenderla subito a schiaffi e come se non bastasse, aggiunse "saresti tu il ragazzino che usa la ragione"e quello, confesso, fu un calcio negli stinchi, quel "ragazzino" fu una steccata, soprattutto per il modo in cui fu detto, c'era, del resto, nel suo comportamento, la stessa composta insofferenza che lei aveva verso tutto, qualcosa, in questo caso, che sfiorava il distacco, come se ciò avesse dovuto necessariamente sostenere la sensatezza dell'osservazione, ma non fece che irritarmi ancora di più, "ecco", dissi fra me e me come se avessi detto "dev'essere ora", io che ero imbarazzato per quel "ragazzino", avrei potuto perfettamente dirle "sono stato più manipolato dal tempo" [...], concedendole pure l'uso, irritante in fondo, dell'ironia perfida, che non coltivassi un gusto rabbioso per il verbo corrucciato, buttandola sul tragico, non era questo e nemmeno il suo contrario, ma a lei, che vedeva in quella pratica un alto esercizio dell'intelligenza, sarebbe stato il caso che io saggiamente ricordassi che non era possibile il connubio fra ironia e autentica levatura, e molte altre cose avrei potuto contrapporre alla sua battuta, perché era facile da vedere, fra il palese e il velato, il rimprovero multiplo che essa recava [...] ma non dissi nulla, non dissi bah, sprangai la parola, lei non ne aveva avuto abbastanza, solo a sufficienza, pensavo, [...] so solo che rimasi a testa bassa, ma andavo avanti rimuginando le cose dentro di me e me la sarei presa con dona Mariana per prima, ma era evidente che non era con dona Mariana e non era nemmeno con lei, non era con nessuno in particolare per essere ancora più chiaro


Durs Grünbein (Alessio), da Il primo anno, Einaudi, 2004, traduzione di Franco Stelzer (pagg. 139-143)

Si parla di bovini contagiati, di cervelli sezionati, di cadaveri di animali ammalati, maciullati da possenti tritacarne e trasformati in farine animali, si parla di epidemie virali e di arrosti domenicali avvelenati. In realtà, il tema vero e proprio, che mai può essere nominato e tuttavia risuona di continuo è il cannibalismo - il segreto più assoluto più diabolico, il più gran tabù immaginabile. Giunto al termine del ciclo nutritivo, in presenza di un'agricoltura completamente industrializzata, al culmine di un ricattatorio saccheggio della natura, il più avido carnivoro della terra, l'essere della popolazione più numerosa, si rende conto della propria disperata situazione. L'umanità ha cominciato a provare disgusto per se stessa. È questo il significato dello scandalo, nient'altro. E, come scandalo, dall'esterno sembra uguale a tutti gli altri giunti prima di esso: una selva di espressioni tecniche e la solita, incomprensibile lingua medica. Si parla di proteine patologicamente modificate, i cosiddetti prioni, che trasformano il cervello in una schiuma, dell'insidiosa sindrome di Creutz-feldt-Jakob, trasmessa da animali domestici, colpiti per così dire da una parola in codice, un virus fatto di tre lettere minacciose, il cui nome ricorda le sigle di certi partiti popolari. Viene messa sotto accusa la barbara produzione di carne, il passaggio, ah! così tragico, dalla buona, vecchia, paziente economia di pascolo di una cultura agraria estensiva ad un tipo di allevamento veloce, di massa, orientato al profitto, caratterizzato da metodi intensivi di allevamento. Si finge di credere che questo sia stato semplicemente un cambio del modo di procedere, il vecchio rischio legato al progresso tecnico, e non il peccato originale di una specie di dominatori insaziabilmente onnivori. L'accusa viene accompagnata, come sempre, da una variazione di vibrata contrizione, che subito si trasforma in un andante di fiducia. Il consumatore giura solennemente di migliorare, il produttore di generi alimentari promette da subito di attenersi rigidamente alle regole. Con alcune settimane di dieta e un paio di nuove disposizioni si crede di poter presto superare lo sgradevole episodio. E il tutto così, come se l'epidemia fosse un semplice incidente sul lavoro, al quale le autorità potrebbero reagire con una quarantena, e non il segno minaccioso con cui una nuova epoca irrompe sulle nostre tavole. Non esiste il ritorno alle fonti pure, ai pascoli innocenti. L'epoca bucolica dell'allevamento è definitivamente superata. Le sostanze nocive - agenti chimici, preparati ormonali, particelle di proteine mutate - si trovano già da tempo nei tessuti e nelle cellule. Hanno attraversato milioni di volte la catena alimentare, nessuna magia scientifica potrà mai lavarle via. Da ora in poi non ci sarà mai più un consumo di carne non offuscato da questa consapevolezza. Le future catastrofi non saranno quelle della fame, bensì quelle della produzione alimentare. Ora, perché parlare di cannibalismo? Perché in realtà il problema è sempre stato solo accorciare i cicli del nutrimento. Pecora mangia pecora (e non più solamente erba e trifoglio), manzo si ingozza di farina animale prodotta da resti di manzo triturati, pesce d'allevamento trangugia bocconi di grigia polvere di pesce, e ciò solamente perché il vero e proprio destinatario di tutto questo, l'uomo, copra più rapidamente che mai il fabbisogno di proteina animale.
[...]
Nell'accelerato riciclaggio di tutte le risorse alimentari utilizzabili, si mostra l'antico impulso al cannibalismo. Attraverso l'incestuoso accorciamento dei cicli del nutrimento, l'uomo è arrivato, senza accorgersene, fino a se stesso. La coscienza a posto, egli si dà alla zoofilia, anche se con aperture corporali diverse da quelle usate a suo tempo dai poveri pastori privi di partner nei solitari prati d'Arcadia.


Pier Paolo Pasolini (Elvio), Lettere luterane, Einaudi, 2003

I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la "massa", dal punto di vista umano, si sia depauperata e degradata.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l'unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente).
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai "cultura" è stata più accentratrice che la "cultura" di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso. .
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Ci sono inoltre delle cose . che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.
Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos'è con precisione la "condizione" umana - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno alla povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos'è, che limiti ha, che futuro prevede, la "nuova cultura" - in senso antropologico - in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell'ultima generazione).
Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos'è e come si definisce il "nuovo modo di produzione" (da cui sono nati quel "nuovo potere" e, quindi, quella "nuova cultura"): se per caso tale "nuovo modo di produzione" - introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità - non produca, per la prima volta nella storia, "rapporti sociali immodificabili".
Senza sapere che cosa siano questo "nuovo modo di produzione", questo "nuovo potere" e questa "nuova cultura", non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo.).


Tiziano Sclavi (Roberto Favaro), da Non è successo niente, Mondadori, 1998

Non parliamo della religione. Non dico la religione in sé, lì non c'è neanche da discutere, siamo al livello del cavernicolo che vede un fulmine e pensa che lo mandi uno che sta in cielo, e lo chiama dio. Tutto lì. Il resto ce l'hanno messo sopra nei millenni per rendere "il problema più complesso". Una banale superstizione tipo specchio rotto o gatto nero, e su questo NIENTE quei porci di preti di tutte le stronze religioni hanno costruito una cattedrale infame e ci hanno chiuso dentro il mondo. E ti danno a intendere che Dio esiste, ed esiste Gesù, e che ci AMANO! Ora, non dico quando muore un bambino, ma prendiamo solo quando è morta la Micia: DIO ESISTE E CI AMA? Ma roba da scoppiare a ridere. Che poi invece se uno c'ha il figlio morente e si salva, allora è stato Gesù! Bèh, è offensivo! È offensivo per la dignità dell'uomo. C'è un cazzone lassù che si gratta le palle e ha lasciato crepare sei milioni di ebrei, tanto per dirne una, e poi dopo si annoia, guarda giù e vede un bambino che muore di cancro e lo salva. Mica gli viene in mente di eliminare IL cancro, è troppo stupido. No, salva quello lì, e nello stesso momento ne muoiono due o tre milioni di fame in tutto il mondo. E noi "adoriamo" quello stronzo? Ma dài! Un minimo di serietà, un minimo, ma proprio un minimo, di rispetto per noi stessi! Che poi mi dispiace, perché se invece al cavernicolo, invece di dargli retta, lo mandavano a cagare e gli dicevano che era solo una scarica elettrica tra le nuvole, potevamo imboccare una strada diversa, tante strade diverse che forse erano migliori, anzi senz'altro, peggiori non è possibile. Un po' com'è successo per il VHS: all'alba dei tempi dei video-registratori c'erano tre sistemi, il V2000 della Philips che era il migliore, il Betamax che era un pochino peggio e la fetenzia assoluta che era il VHS. Il VHS ha vinto. Il V2000 e il Betamax nessuno se li ricorda neanche più. Ecco, la tragedia è che fin dall'inizio l'umanità forse ha scelto il VHS. E anche in tutto il resto, in tutti i campi, nel corso della Storia, ho l'impressione che l'impegno a scegliere il VHS sia stato notevole. Comunque per carità, non volevo parlare di dio e quelle balle lì, mi è scappato, il problema è molto più complesso e non posso capire. Oltretutto credo che esista ancora il reato di vilipendio alla religione di Stato, come dire che parlare con la stessa rabbia di Hitler è vilipendio alla memoria di un capo di Stato estero. No, invece se bestemmi contro Hitler tutti sono d'accordo: bè, la Chiesa (e quindi Dio, a sentire lei) ne ha ammazzati e umiliati e lobotomizzati tanti, ma tanti milioni più di lui, con la piccola differenza che continua a farlo. Le Chiese, cioè: purtroppo ho avuto un'educazione cattolica e mando affanculo prima di tutto il mio dio, che lo conosco meglio, ma vale anche per tutti gli altri, a cominciare da Allah, che in nome suo dei pazzi assassini hanno condannato a morti Rushdie (peccato che Rushdie esiste e rischia davvero la vita, mentre Allah non esiste e non rischia niente). Dice, tutti sono uguali senza distinzione di razza, ceto o religione, ma è dalla religione che sono nati il ceto e la razza! È la stronzata più grande della democrazia, il rispetto delle religioni: rispetto un cazzo! Prima si eliminano le religioni, e poi finalmente si elimina sta bufala della democrazia che ci sta prendendo in giro da troooppo tempo, ma basta con la democrazia!


Fëdor Dostoevskij (Federico), da Memorie dal sottosuolo, Garzanti, 1994, traduzione di Emanuela Guercetti

Sono un uomo malato... Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se rispetto la medicina e i dottori. Oltretutto sono anche estremamente superstizioso; be', almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto per non essere superstizioso, ma lo sono). Nossignori, non voglio curarmi per cattiveria. Ecco, probabilmente voi questo non lo capirete. Be', io invece lo capisco. Io, s'intende, non saprei spiegarvi a chi esattamente faccia dispetto in questo caso con la mia cattiveria; so perfettamente che neppure ai medici potrò "farla" non curandomi da loro; so meglio di chiunque altro che con tutto ciò nuocerò unicamente a me stesso e a nessun altro. E tuttavia, se non mi curo, è per cattiveria. Il fegato mi fa male, e allora avanti, che faccia ancora più male!
È già da molto tempo che vivo così: una ventina d'anni. Ora ne ho quaranta. Prima lavoravo, ma adesso non lavoro. Ero un impiegato cattivo. Ero villano e ne ricavavo piacere. Infatti non prendevo bustarelle, dunque dovevo pur gratificarmi in qualche modo. (Pessima battuta; ma non la cancellerò. L'ho scritta pensando che sarebbe risultata molto arguta; ma ora che mi son reso conto che volevo soltanto pavoneggiarmi in modo disgustoso, apposta non la cancellerò!). Quando alla scrivania a cui lavoravo si avvicinavano dei postulanti per chiedere informazioni, io digrignavo i denti contro di loro e provavo un indicibile godimento, quando mi riusciva di dare un dispiacere a qualcuno. Mi riusciva quasi sempre. Per la maggior parte era gente timida; si sa: postulanti. Ma fra i bellimbusti non potevo sopportare soprattutto un ufficiale. Lui non voleva in nessun modo sottomettersi e faceva un abominevole baccano con la sciabola. Per un anno e mezzo fra me e lui ci fu una guerra per quella sciabola. Finalmente la spuntai. Egli smise di far baccano. Del resto, questo accadeva ancora nella mia giovinezza. Ma lo sapete, signori, in che consisteva il punto fondamentale della mia cattiveria? Proprio lì stava tutto il nocciolo, proprio lì era racchiusa l'infamia peggiore: che in ogni momento, perfino nel momento della rabbia più accesa, vergognosamente riconoscevo dentro di me che non solo non ero un uomo cattivo, ma neppure ero inasprito, che spaventavo soltanto inutilmente i passeri e così mi consolavo. Ho la schiuma alla bocca ma portatemi un bambolotto, datemi una tazza di tè con un po' di zucchero, e magari mi calmerò. Anzi, il mio animo s'intenerirà, anche se poi, probabilmente, digrignerò i denti contro me stesso e per la vergogna soffrirò d'insonnia per diversi mesi. Ormai ci ho fatto l'abitudine. Poco fa ho mentito sul mio conto, dicendo che ero un impiegato cattivo. Ho mentito per cattiveria.


Henry de Montherlant (Fiamma), da Le ragazze da marito, Adelphi, 2000, traduzione di Cesare Colletta

Un giorno ho mostrato un vostro biglietto, senza dire di chi era, a una mia amica grafologa. Mi ha detto: "Diffidate di quest'uomo. È della razza dei serpenti". Ebbene sì, è proprio così: siete il serpente maschio, in tutta la sua laidezza. Un'altra mia amica, bevendo a una fontana, aveva ingoiato un uovo di serpente. L'uovo si sviluppò nel suo apparato digerente e solo molto più tardi, quando lei fece una radiografia, si scoprì che aveva un serpente all'interno del corpo. Anch'io, un giorno, vi ho fatto entrare nel mio cuore, in tutta innocenza. E ora ci vedo il rettile.
Assassino perfido e tenace! Oh, niente da ridire, un lavoro perfetto! Nessuno spargimento di sangue, nulla di compromettente. E un alibi meraviglioso: "Come, io! Io che ho fatto tanto per lei! Io che sono ancora oggi in totale simpatia con lei, io che capisco a fondo la sua sofferenza, che le prodigo incoraggiamenti, solidarietà nel dolore, conforto!". La vostra solidarietà mi fa venire voglia di prendervi a schiaffi, e così pure i vostri consigli caritatevoli, il vostro arrogante distacco, e quel disinteresse che denota solo impotenza o sadismo. "Mai!" dite. E perché? Perché ho trent'anni. [...] Ma parliamo un po' della vostra bontà! La bontà di un amico che vede l'amica affogare senza neppure tenderle la mano! Ma non è neanche questione di bontà, bensì di giustizia. La giustizia consiste nel rispondere all'amore che ci viene offerto con un amore uguale.
"Posso amare soltanto ragazze di età inferiore ai ventidue anni". Andate a raccontarlo a qualcun altro!
[...]
E la mia "insistenza"! Io insisterei, vorrei invadere la vostra vita, quando invece passo la mia a cercare di liberarvi di me e liberarmi di voi, e sono ridotta ad augurarmi che mi offendiate ancor più di quanto facciate, perché l'orgoglio ferito soffochi in me il dolore di perdervi! Quando, in cambio di una cosa duratura, la nostra amicizia, vi offro l'opportunità di sbarazzarvi di me per sempre! "L'atto che sognate sarebbe per voi un'immensa delusione". E perché? È proprio un'idea da uomo. La donna eccelle nel rendere grande, nel santificare tutto con l'immaginazione e con il cuore, mentre l'uomo sminuisce tutto con il suo spirito critico, o con la sua innata meschinità. La donna ama più che mai dopo essere stata posseduta, soprattutto se posseduta dall'uomo che l'ha iniziata all'amore. Non succede mai il contrario, me lo confermano le mie amiche. E quand'anche rimanessi delusa, non sarebbe mille volte preferibile a questo avvelenamento da incompiutezza, che non consente di svincolarsi dall'altro? E quand'anche ne rimanessi disgustata? Che sollievo, averla fatta finita una volta per tutte! Niente pià Costals! Ben venga la delusione! Ben venga il disgusto! Sicuramente però questa soluzione non piace al vostro orgoglio. Voi non tenete a me, visto che accettate a cuor leggero di vedermi uscire dalla vostra vita, ma volete perdere con l'onore delle armi. Non sia mai che una donna smetta di vedere in voi un eroe. Avete paura di essere spoetizzato, povero angioletto! Ma il vero eroe, ve l'assicuro io, è quello che dà felicità.
[...]
La vostra miserabile confessione fa vacillare, per la prima volta, l'ammirazione che ho per voi. Sì, provo solo pietà e disprezzo per il vostro ridicolo affetto troppo blando per accogliere la carne, per non doverne temere i fermenti. Sarebbe dunque questo il dio fecondatore! Vi invidiano tutti, eppure la vostra è una vita abominevole, lo sapete? Oh, questi uomini "superiori"! Degli impostori! Dei parassiti! Meriterebbero che gli uomini qualunque e i bravi ragazzi dalle mani callose tagliassero loro la testa- e anche qualcos'altro, visto che non sanno servirsene per rendere felici quelle che hanno più bisogno della felicità che della vita.


Rafael Courtoisie (Alessio), da Sfregi, Avagliano Editore, 2004, traduzione di Lucio Sessa (pagg. 15-20)

1
Mi piacciono i coltelli.
- Quanto viene questo?
- Cento.
- Lo prendo.

2
Esco dal negozio.
Entro in un supermercato.
Squarcio delle confezioni di zucchero. Mi allontano. Arriva un commesso. Non si capacita del disastro. Mi comporto come se niente fosse. Sembro innocuo.
Il contenuto fa pressione sulle labbra dello squarcio. Salta fuori zucchero solido, un'emorragia bianca sul pavimento.
Continuo l'opera, immacolato. Sembro un dottore. Ho, il coltello.
Un'altra stoccata.
Vado avanti.
Aziono di nuovo il coltello.
Non ho alcuna fretta.
I pomodori sanguinano.
Ho infilzato un grappolo d'uva, castrato un'anguria, pugnalato patate, perforato uova. Per un istante, le fiamme gialle dei tuorli mi hanno turbato. Mi sono allontanato da ogni scrupolo.
Ho preso una scatola di piselli e una bottiglia di vino.
I piselli erano puri. Perle verdi.
Senza conservanti né coloranti. Il vino era giovane, fresco e gentile, un vino equilibrato, non molto forte. "Appena perlato e secco", diceva l'etichetta. Un vino pieno di luci. Mi sono avviato lentamente alla cassa.
Nel supermercato tutto sanguinava. Avevo bucato le bottiglie di plastica delle bibite. Dalla coca-cola sgorgavano fiotti scuri. Avevo sfregiato le grosse pance delle bottiglie di plastica, fatto un cesareo in quei contenitori incauti. Le bibite morivano di sete. Non c'era nessuna bellezza.
[...]
Il supermercato era immenso, praticamente infinito. La mia rabbia non bastava.
Non ce l'ho fatto col vino, ma sono riuscito a strappare la coscia di un vitello e a lanciare un prosciutto così lontano che non l'ho visto atterrare. Ho depositato la coscia del vitello morto nel banco del tonno, tra il ghiaccio tritato.
Ho sparso l'origano, lacerato il cellophan del cioccolato in polvere, sputato sui cadaveri dei polli solidi, congelati.
Le anatre senza testa sembravano innocenti, ma delle galline non sapevo cosa farne. Ho spruzzato insetticida sui cereali.
Il pane l'ho lasciato stare. Il pane onesto. Non gli ho fatto niente. Non me la sentivo.
Forse il coltello era stanco. Forse la mia mente si è imbattuta nel silenzio del pane ed è ammutolita. Il pane ha un senso.
Nel candore del pane deve esserci qualche verità.
Ho piantato il coltello nel corpo di una mela e sono uscito.

3
Ero fuori. Disarmato. Avevo freddo. Il supermercato era un caos. Da lontano, sirene isteriche. Le sirene si avvicinavano con la velocità di un pensiero.
Arrivava la polizia. Arrivava il Gruppo Speciale Operativo. Imbruniva sul supermercato.
Arrivano gli eroi.
Ho pensato alle lattine di pesche sciroppate. Alle pere sotto spirito. Arrivano gli eroi.
Ho pensato ai tubetti di colla. Ai vasetti di aringhe.
Ho pensato alla carta igienica.
Arrivano gli eroi.
Ho pensato al filo interdentale attorcigliato e asettico. Mi sono ricordato del dentifricio. Della barba dura dei pettini.
Arrivano gli eroi.
Ho immaginato il vello pubico degli spazzolini.
Ho pensato alle lattine di birra, alle bibite analcoliche. Alle patatine in offerta speciale, prendi tre paghi uno, alle noccioline americane, ai bastoncini di formaggio, alle olive ripiene. All'accaduto.
Arrivano gli eroi.
Ho pensato ai secchi. Al detersivo biodegradabile.
[...]
Mi sono voltato e ho visto la folla che cresceva.
Arrivano gli eroi. La polizia è agile. Sa cosa fare in questi casi: per prima cosa allontanare la gente, fare largo.
I curiosi sembrano mosche.
Bisognava scacciare le mosche.
La polizia ha organizzato un cordone protettivo. Tenuto a freno i bambini che volevano entrare.
Dei ragazzi rubavano bottiglie di whisky da una vetrina infranta. Li hanno pestati. Hanno pestato le bottiglie. Le bottiglie sono cadute. I poliziotti hanno pesato i ragazzi e i ragazzi hanno lasciato cadere le bottiglie rubate. Il vetro dei recipienti si è rotto.
Whisky sparso sull'asfalto.
[...]

4
Avevo scagliato bottiglie di ketchup sulle automobili parcheggiate, sui cartelli stradali, schiantato bottiglie di sugo di pomodoro sui muri, sparso ketchup nella gola dei gabinetti, sui pavimenti delle toilette, macchiato specchi e tappeti.
Avevo anche spiaccicato un carico di zucche. Sembravano teste tagliate, senza padrone, reduci da una massacro. La realtà era insanguinata. La salsa di pomodoro sembra umana.
Sembra sangue.
Brilla come sangue umano.
Non è colpa mia.


Carlo Emilio Gadda (Elvio), da La cognizione del dolore, Garzanti, 200 (pagg. 82-83)

... la Marietta le porta i fichi.... che lei non li mangia nemmeno.... Ma li regala al nipotino color caffè.... perché si degni di leggicchiare quel po' di gufi e di càvoli con la x.... d'imparucchiare quattro parole sbagliate.... Con quella bella pronunzia che ha, il nipotino.... Mi vien male solo a sentirlo:
Maître corbeau sur un arbre perché.... Oh! nolite margaritas. Del La Fontaine a uno scemo simile. E mia madre, mia madre! E gli regala i fichi, le pesche, le caramelle.... allo scemo. E lo accarezza. Più è scemo e più lo accarezza.... E i cioccolatini. E gli sorride.... come fosse lei la sua mamma.... E i biscotti, le parole di lode, e anche il bacio finale, infine.... perché è stato scemo, superbamente scemo.... e, non ha capito nulla di nulla.... e tutt'a un tratto ha chiesto di andare a fare il pipì.... e lei lo ha atteso, che ritornasse giù dal pipì, pazientemente.... e allora hanno ripreso a tentar di leggere.... cioè di farlo leggere lui.... e la scie è diventata subito della chie.... e la mamma s'è messa a ridere. Ed era felice; felice! con quel pupazzo idiota, sbucato fuori chissà di che buco, dopo che tetra meccanica....
Non ha capito nulla, si è grattato i ginocchi, si è rovistato il naso, si è messo la penna dentro gli orecchi.... E, invece della frusta, che gli va data, ecco le caramelle, i fichi, i biscotti, le lodi.... Fino a quando si ammalerà dal mal di pancia, l'adorato nipotino; e bisognerà pagare anche il mal di pancia del nipotino del colonnello medico, povero tesoro! Anche i funerali del nipotino, la tomba, con un angioletto che vi lascia cader sopra un rosa, la Messa funebre.... di otto preti.... con l'asilo dietro, al completo....
Crepasse almeno davvero! Dal momento che dovrò pagare.... pagare.... dopo le campane, dopo l'ipoteca, dopo la sottoscrizione per le onoranze pubbliche al Caçoncellos.... per la liquidazione giubilare alla serva del Caçoncellos.... Avrà contribuito anche lei, m'immagino, a rasserenare la vecchiaia della fedel Giuseppina.... Perché questo Lukones è villeggianti. E villeggianti è pagare: e Pirobutirro è pagare, è offrire, è dare, è dar via.... Via, via, via! Tutto quello che si può dar via, dare agli altri.... ai cari altri.... E se il nipotino crepa, dopo una indigestione di fichi e di cioccolatini, sono io ad averne la colpa. E dovrò pagare, come sempre. Pagargli il posto in Purgatorio, allo scemo. Perché la colpa ce l'avremo noi; noi Pirobutirro. E dunque dovremo pagare. Dacché siamo colpevoli d'ogni cosa. Abbiamo noi la colpa di tutto.... qualunque cosa succeda.... anche a Tokio.... a Singapore.... la colpa è nostra. Dei Pirobutirro marchesi di Lukones.... E dovremo pagare. Pagare tutto a tutti....


Andrea Leone Tottola (Giuseppe), Tormenti! affanni! smanie!, da Mosè in Egitto, musica di Gioachino Rossini, Napoli, 1818

ELCÌA
Tormenti! affanni! smanie!
Voi fate a brani il core!
Tutto di Averno, o Furie
Versate in me il furore...
Straziate voi quest'anima,
Che regge al duolo ancor!


Francesco Maria Piave (Giuseppe), Sì, vendetta, tremenda vendetta, da Rigoletto, musica di Giuseppe Verdi, Venezia, 1851

RIGOLETTO
Sì, vendetta, tremenda vendetta
di quest'anima è solo desio...
di punirti già l'ora saffretta,
che fatale per te tuonerà.
Come fulmin scagliato da Dio,
te colpire il buffone saprà.

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