I libri in testa
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Giovedì 16 marzo 2017, ore 19.15
Roma, Libreria Altroquando
COSCE O ALI
Letture su polli, uccellini,
gambe famose e affini







Le letture (poi ci saranno - forse)




Angela Carter (Flavia), Notti al circo (1)




Vladimir Nabokov (Elvio), Il dono




Jonathan Coe (Giuseppe), La famiglia Winshaw, Feltrinelli, 1997, traduzione di Alberto Rollo, pagg. 238-39

Dorothy credeva fermamente nella ricerca e nello sviluppo, e nel corso degli anni il Brunwin Group s'era fatto un nome nel settore dell'innovazione tecnologica, in particolare quella applicata all'allevamento dei polli. Questi furono alcuni dei problemi che Dorothy si impegnò a risolvere:

1. AGGRESSIVITÀ: Ai polli di Dorothy, prima di finire in mattatoio alla settima settimana (appena un cinquantesimo del percorso del loro arco naturale di vita), veniva assegnato uno spazio di quindici centimetri quadrati per volatile. Lo spiumaggio a colpi di becco e il cannibalismo erano all'ordine del giorno fra i pennuti tenuti in siffatta condizione di cattività.
SOLUZIONE: Dopo aver sperimentato speciali occhialetti tinti di rosso applicati al becco (cosicché, neutralizzando il colore, il volatile si asteneva dal beccare le creste rosse dei suoi compagni), Dorothy li sostituì con dei paraocchi che impedivano di vedere dall'una e dall'altra parte. Quando anche questo di dimostrò un espediente troppo complesso, si studiò di scoprire il metodo più efficace di de-becchizzazione. Dapprima fu utilizzata una torcia a fiamma, poi un saldatore. Infine i suoi tecnici realizzarono una piccola ghigliottina fornita di lame roventi. Era piuttosto efficace ma se le lame erano troppo infuocate causavano vesciche in bocca; inoltre, dato che bisognava tagliare quindici becchi al minuto, era difficile agire con estrema accuratezza e c'erano parecchi casi di narici ustionate e mutilazioni facciali. I nervi danneggiati del becco mozzato tendevano a svilupparsi verso l'interno, avvoltolandosi su se stessi e dando origine a cronici dolorosi neuromi. Come ultima risorsa, Dorothy fece in modo di trasmettere musica lenitiva dentro le gabbie e nei pollai. Manuel e la sua orchestra delle Verdi Valli riscosse un particolare successo.

2. SECONDO CICLO DI PRODUZIONE UOVA: Per molti anni, le batterie di galline furono inviate al macello alla fine del ciclo di produzione di uova, dopo circa quindici mesi: Dorothy, però, era convinta che ci doveva essere un modo per sollecitare un secondo ciclo di produzione.
SOLUZIONE: Forzare la muta. Dorothy scoprì che si potevano abbreviare i tempi del periodo di muta, durante il quale le galline non facevano uova, con la tecnica dello shock, sottoponendo i pennuti a improvvisi cambiamenti del sistema d'illuminazione o attraverso un severo programma di deprivazione d'acqua o cibo.

3. I PULCINI MASCHI: I maschi nati nelle batterie di galline produttrici di uova non sono geneticamente predisposti a ingrassare per il consumo umano e dunque non hanno alcun valore commerciale. Va da sé che devono essere distrutti - appena nati, se possibile - ma come?
SOLUZIONE: Per un po' Dorothy sperimentò una macina capace di ridurre a carne trita 1000 pulcini ogni due minuti. La poltiglia così ottenuta si poteva utilizzare sia come mangime che come concime. Le macine però erano costose da installare. Come possibile alternativa fu presa in considerazione l'embolia per privazione d'ossigeno, e così pure l'asfissia con cloroformio e diossido di carbonio. Ma nulla era veramente più economico - così infine fu deciso - del sano vecchio soffocamento. Il metodo più semplice era quello di stipare migliaia di pulcini l'uno sull'altro e chiuderli tutti insieme in sacchi. I volatili o soffocavano lentamente o morivano schiacciati.




Andrea De Carlo (Michele), Tecniche di seduzione (1)




Yukio Mishima (Nadia), Ali




Ma Jian (Andrea), Pechino è in coma




Henry Miller (Elvio), Primavera nera




Angela Carter (Flavia), Notti al circo (2)




Jules Verne (Giuseppe), I figli del capitano Grant, Newton Compton, 2013, traduzione di Federico Cenciotti, Parte prima - XIV

«Lì! Lì!», disse. «Guardate! Guardate!».
Tutti gli sguardi si volsero al cielo, nella direzione così imperiosamente indicata. In quel momento, il punto nero si accrebbe visibilmente. Era un uccello che planava a un’altezza incommensurabile.
«Un condor», disse Paganel.
«Sì, un condor», ripeté Glenarvan. «Chissà? Si avvicina! Discende! Aspettiamo!».
Cosa sperava Glenarvan? La sua ragione stava vacillando?
“Chissà?”, aveva detto.
Paganel non si era sbagliato: il condor diventava più riconoscibile di momento in momento. Quel magnifico uccello, un tempo riverito dagli Inca, è il re delle Ande meridionali e in quelle regioni raggiunge uno sviluppo straordinario.
La sua forza è prodigiosa, e spesso fa precipitare dei buoi sul fondo di profondi burroni; attacca le pecore, i cavalli, i giovani vitelli erranti tra le pianure e con i suoi artigli li solleva a grandi altezze. Non è affatto raro che voli a ventimila piedi d’altezza, cioè a un limite che l’uomo non può oltrepassare. Da lassù, questo re dei cieli dirige uno sguardo penetrante sul terreno e distingue gli oggetti più piccoli con una vista così acuta da far stupire i naturalisti.
Cosa aveva visto, dunque, quel condor? Un cadavere: quello di Robert Grant! «Chissà?», ripeteva Glenarvan senza perderlo di vista. L’enorme uccello si avvicinava, ora planando, ora in picchiata, con la velocità di un corpo inerte abbandonato nello spazio. Presto iniziò a volteggiare, descrivendo cerchi di ampio raggio a meno di cento tese da terra. Lo si distingueva perfettamente. Aveva un’apertura alare di più di quindici piedi. Le sue ali potenti lo sostenevano sul fluido aereo quasi senza battere, poiché è una dote propria dei grandi uccelli volare con calma maestosa, mentre agli insetti, per sostenersi in volo, occorrono mille battiti d’ala al secondo.
Il maggiore e Wilson avevano imbracciato la carabina; Glenarvan li fermò con un gesto. Il condor abbracciava nelle spire del suo volo una specie di terrazza inaccessibile posta a un quarto di miglio sui fianchi della Cordigliera. Ruotava a una velocità vertiginosa, aprendo e richiudendo i pericolosi artigli e scuotendo la cresta cartilaginosa.
«È lì! Lì!», gridò Glenarvan.
Poi, un pensiero improvviso attraversò il suo spirito.
«Se Robert è ancora vivo...», esclamò con un grido terribile, «quell’uccello... Fuoco! Amici miei! Fuoco!».
Ma era troppo tardi: il condor aveva deviato dietro degli alti speroni rocciosi. Passò un secondo: un secondo che la lancetta impiegò un secolo a battere! Poi l’enorme uccello riapparve pesantemente carico, portandosi in alto con un volo più lento.
Si udì un grido di orrore. Tra gli artigli del condor sembrava di scorgere un corpo inanimato, sospeso e ciondolante: quello di Robert Grant. L’uccello lo teneva per i vestiti e si librava nel cielo a meno di cinquanta piedi sopra l’accampamento; aveva visto i viaggiatori e, tentando di fuggire con la sua pesante preda, colpiva violentemente gli strati d’aria con le ali.
«Ah!», esclamò Glenarvan. «Che il cadavere di Robert si frantumi su quelle rocce, piuttosto che servire...».
Non terminò la frase e, imbracciata la carabina di Wilson, tentò di mirare al condor.
Ma il suo braccio tremava. Non riusciva a tener ferma l’arma. La sua vista si confondeva.
«Lasciate fare a me», disse il maggiore.
Quindi con l’occhio sereno, la mano sicura e il corpo immobile, puntò l’uccello, che si trovava già a trecento piedi di distanza.
Ma non aveva ancora premuto il grilletto della sua carabina che uno sparo risuonò sul fondo della vallata; uno sbuffo di fumo bianco apparve tra due masse di basalto e il condor, colpito alla testa, cadde poco a poco volteggiando, sorretto dalle grandi ali spiegate che formavano come un paracadute. Non aveva lasciato la sua preda, e fu con una certa lentezza che discese al suolo, a soli dieci passi dalle rive del ruscello.
«A noi! A noi!», gridò Glenarvan, e senza indagare da dove venisse il provvidenziale colpo di fucile si precipitò verso il condor. I suoi compagni lo seguirono correndo.
Quando arrivarono, l’uccello era morto e il corpo di Robert spariva sotto le sue larghe ali. Glenarvan si gettò sul cadavere del ragazzo, lo strappò via dagli artigli dell’uccello, lo stese sull’erba e premette l’orecchio sul petto di quel corpo inanimato.
Mai grido di gioia più terribile fu emesso da voce umana di quello di Glenarvan nel momento in cui si rialzò in piedi ripetendo:
«È vivo! È ancora vivo!».
In un attimo, Robert fu svestito degli abiti e il suo volto bagnato con acqua fresca. Fece un movimento; aprì gli occhi; guardò; pronunciò qualche parola, e fu per dire:
«Ah! Voi, milord... Padre mio!...».
Glenarvan non poté rispondere: l’emozione lo soffocava, e inginocchiandosi pianse presso quel ragazzo così miracolosamente salvato.




Louis-Ferdinand Céline (Andrea), Lettere alle amiche




François Truffaut (Nadia), L’uomo che amava le donne




Andrea De Carlo (Michele), Tecniche di seduzione (2)





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