I libri in testa
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Mercoledì 15 ottobre 2003, ore 19
Roma, Chiostro di Palazzo Medici Clarelli
replica con licenze (*)
La città in versi
... Until We met the Solid Town ...

(incontro promosso dalla libreria ALTROQUANDO)


(*)
Monica non c'era: è rimasta nelle nebbie milanesi.
Fiamma non c'era: è rimasta a casa senza voce.
Giovanna Zoboli non c'era: è tornata a Milano.

C'era invece, inaspettato, Nader Ghazvinizadeh, arrivato da Bologna, che ci ha letto tre sue poesie.


Le poesie e le città

Emily Dickinson (Giuseppe), poesia n. 520 dell'edizione Johnson, in: www.emilydickinson.it, traduzione di Giuseppe Ierolli - (Amherst)

Mi avviai di Buon'ora - Presi il mio Cane -
E feci visita al Mare -
Le Sirene dello Scantinato
Uscirono per guardarmi -

E i Vascelli - del Piano più Alto
Stesero Mani di Canapa -
Presumendo ch'Io fossi un Topo -
Arenato - sulla Sabbia -

Ma Nessuno Mi smosse - finché la Marea
Andò oltre le mie semplici Scarpe -
E oltre il Grembiule - e la Cintura -
E oltre il Corsetto - anche -

E fece come se volesse divorarmi -
Per intero come una Rugiada
Sulla Manica di una Campanula -
E allora - mi avviai - anch'io -

E Lui - Lui seguiva - dappresso -
Sentivo il suo Argenteo Tallone
Sulle Caviglie - Poi le Mie Scarpe
Traboccarono di Perle -

Finché incontrammo la Solida Città -     (Until We met the Solid Town -)
Lui sembrava non conoscere Nessuno -
E inchinandosi - con un Possente sguardo -
A me - Il Mare si ritirò -


Umberto Saba (Giuseppe), Trieste, da Trieste e una donna, in Poeti italiani del Novecento, Mondadori, 2002 - (Trieste)

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.


Mary Barbara Tolusso (Alessio), Trieste, inedita - (Trieste)

in effetti non va poi tanto male.
l'estate rallenta sul porto
senza grazia.
in effetti mi sento bene,
anche tra pareti parallele
in proiezioni regolare delle pene.
l'imbarazzo è solo questo
capire dove la città finisce
dove inizia l'oscenità delle bandiere.
in effetti oggi
di anni 36 e qualche mese
mi sento a posto con le strade
in salita e con le lingue straniere.
in effetti la commedia è finita,
tutto il mondo è paese
la mezze stagioni scompaiono
e non c'è vuoto senza pieno


Mary Barbara Tolusso (Alessio), Sodoma e Gomorra, in L'inverso ritrovato, Lietocollelibri, 2003 - (Trieste)

usciva dalla casa di sambuca
infilandosi guanti e dita
con la bocca avvelenata dall'amore
pagando in contanti
la nuova esibizione.
povero Charlus volavi due piedi da terra
su un violino accordato
e alla malizia concedeva crediti
e più in là, sull'Adriatico
vizi appesi alle ginestre
                   Trieste
scriveva Marcel
mi fa orrore.


Rainer Maria Rilke (Elvio), La Cattedrale, in Poesie 1907-1926, Einaudi, 2002, traduzione di Andreina Lavagetto - (la città)

In quelle piccole città ove in cerchio vecchie case
stanno come baracche d'una fiera accovacciate,
chi di lei con spavento s'accorge, all'improvviso,
chiude le sue botteghe e intento e muto,
tacendo i gridi, fermatisi i tamburi,
tende in alto le orecchie alla sua voce:
mentr'essa, sempre calma dentro il vecchio
panneggio dei suoi contrafforti si erge
e delle case nulla sa:

in quelle piccole città si vede
come le cattedrali eran cresciute alte
sul mondo circostante. Il loro sorgere
tutto sopravanzava, come cose
troppo vicine all'occhio sempre eccedono
l'orizzonte della nostra esistenza,
quasi non accadesse altro e il destino
fosse quello che in loro oltre misura,
pietrificato per durare, cresce;
non ciò che in basso nelle oscure vie
attinge al caso e porta un qualche nome
come il bambino porta il verde e il rosso
del grembiule e altra tinta che si trovi.
Allora in questi bassi c'era nascita,
impeto e forza erano in quell'ascendere
e ovunque amore come pane e vino,
e ai portali le voci del lamento amoroso.
Esitava la vita al suon dell'ore e nelle torri
che colme di rinunzia a un tratto più
non ascendevano, c'era la morte.


Pier Paolo Pasolini (Federico), Il pianto della scavatrice (seconda parte), in Le ceneri di Gramsci, Garzanti, 2003 - (Roma)

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte...

passavano l'olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l'impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.

Rinnovato dal mondo nuovo,
libero - una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.

Un'anima in me, che non era solo mia
una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall'allegria

di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall'esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo

di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,

venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall'agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo

che pareva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti
Sabini, dall'Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme

di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea

affondati nel loro angolo
tra un'ultima striscia d'erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio...

Era il centro del mondo, com'era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa

maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro - era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale: vita,
e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,

come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l'ultimo
sventolio del rotocalco: osso

dell'esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.


Giovanni Raboni (Michele), Città dall'alto, da Città della Vetra , in Tutte le poesie, Garzanti, 2000 - (Milano o Parigi?)

Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz'alberi, come un fiume che volta.
dei signori e dei cani
Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù, nel fondo
della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi - una spanna: continua a leggere
come in una mappa - imbrocchi in pieno l'asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.


Virgilio (Elvio), dall'Eneide, Einaudi, 1997, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti - (Cartagine)

1, 418-460

Essi affrettan la via dove mostra il sentiero.
E già salivano il colle, che grande sovrasta
la città e domina, in faccia, le torri.
Ammira Enea quelle moli, prima tugurii,
ammira le porte e lo strepito e le vie lastricate.
Ardenti lavorano i Tirii, parte a innalzare le mura,
a fabbricare la rocca, a spingere a braccia macigni:
parte per la sua casa sceglie il suolo e lo cinge col solco.
Leggi e capi si eleggono, e il venerando senato.
Qui altri scavano il porto, là vaste al teatro
le fondazioni altri pongono, e gigantesche colonne
tagliano dalle rupi, alto ornamento alle scene future.
Così, mentre è nuova l'estate, per i campi fioriti
l'ape affatica sotto il sole il lavoro, o che i figli
adulti guidino fuori, o che, luccicante,
stipino il miele e gonfino di nettare dolce le celle,
o i pesi delle tornanti ricevano o, quasi falange,
l'ignava razza dei fuchi dall'arnie respingano.
Fervono l'opere, il miele fragrante di timo profuma.
"O fortunati quelli, di cui le mura già sorgono!"
sospira Enea, e della città guarda stupito i pinnacoli,
ed entra, fasciato di nube (stupore a narrarlo),
e fra la gente si mescola, e da nessuno è veduto.
    Sacro bosco, foltissimo d'ombre, era nel cuore
della città: qui prima, sbattuti dai flutti e dai turbini,
i Puni scavarono il segno, che aveva mostrato Giunone
sovrana, un teschio d'ardente cavallo: e così in guerra
sarebbe grande e opulento pei secoli il popolo.
Qui un tempio a Giunone, grandissimo, Didone Sidonia
alzava, prezioso di doni e della presenza del nume.
Bronzee sopra i gradini sorgevan le soglie, sul bronzo
poggiavano i travi, stridevano bronzee le porte sui cardini.
E in questo bosco apparve cosa impensata e lenì
il timore, qui primamente osò sperare salute
Enea, e aver più fiducia nel momento terribile.
Ché, mentre osserva nel gran tempio ogni cosa,
la regina aspettando, e la ricchezza del popolo,
e mescersi a schiere gli artefici, e la fatica dell'opere
ammira, scorge per ordine le iliache battaglie,
la guerra per fama nota già in tutto il mondo,
gli Atridi e Priamo, e Achille a entrambi funesto.
Ristette, e piangendo: "Che luogo c'è, Acate,
che regione nel mondo, non piena del nostro soffrire?


Nader Ghazvinizadeh legge tre sue poesie

Ma gli autobus, da Alcantara, in Dieci poeti italiani, Pendragon, 2002 - (Bologna)

(mp3 - 443 kb)

Ma gli autobus nella notte
sanno
di plastica bruciata
di uomini al capolinea
di vite di valigie disperate
giallo sporco e scialbo
per le luci patinate del centro
un film girevole
sui neon
della stazione
un motore in agonia

Maghreb, cicatrici, Balcani
borse strette, sospiri, tachicardia

non parlate al conducente
porte che si aprono
per il buio
per il freddo
per nessuno

timbrare il biglietto è un'esecuzione
ferro freddo, tubi che tremano
pubblicità e paltot anacronistici
una fermata prenotata
da una lampadina spenta

autobus vuoto:
una casa svaligiata dagli zingari
fimmene truccate da periferia
vanno in città a sputtanarsi


Città d'estate

(mp3 - 604 kb)

Nei parchi, le notti, d'estate
uomini del Meridione
fumano e raccontano dell'orzata alla cannella
e delle donne dal labbro leporino
ma non partono mai
spose d'altro tempo
lavorano l'uncinetto
e conversano delle cognate e delle pietanze
mentre i figli sulle giostre con i canditi
fanno le ore piccole
all'ippodromo ci si incontra sempre dopo cena
come per caso, con il cane e fumando
uomini in prepensionamento
discutono a voce alta del football del loro tempo
e quelli vecchi davvero, che giocano a carte nel cortile del bar
li guardano come guardano ai loro nipoti
è caldo, la sera, d'estate
vicino c'è un uomo che fa il gelato
non conosce la villeggiatura,
ma sa cos'è la città vuota e calda
la strada antica ormai è vuota
che sembra una quinta di teatro
ma sembra che succeda qualcosa
nella via nascosta a mezzogiorno
per la strada ci sono i muratori
solo Azio ha la voglia di tenere la serranda metà alzata
mangia e dorme nel suo bar


Rivista oltrefrontiera

(mp3 - 409 kb)

Scenderò le scale al buio
farò rumore sulla strada
come qualcuno che è già passato
coi colleghi cenavamo in quella bolgia d'altoforno che era Genova
dondolo triste nel vagone del treno, e tremo
nei bar italiani, e io sono poco socievole
oltre la nera frontiera, nera di catrame, nera di bitume
la città del carbone
del buio e della liquerizia
oltre gli italiani con la pipa e i capelli rossi
che bevono da sempre nei tavoli dei porti
bevo i caffè nei bar degli altri
da Arma di Taggia a Cairo Montenotte
e dormo nelle camere degli altri
nelle porte d'acquaforte
che aveva Genova


Luciano Folgore (Michele), Caffè notturni, in Ponti sull'oceano, Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano, 1914 - (Milano)

Porta a vetri; dentro lumi,
fumi,
ala di profumi.
Porta di legno;
contorcimenti di voci
traverso le fessure.
Caffè notturni
insenature di luce nell'ombra,
macchie di suono
nella opacità della quiete.
Maniglia
tintinno di bottiglia.
Un uomo nero
che penetra
nel denso mistero,
una donna ebra
che scivola
nella fresca corrente di tenebra,
Urto;
parole, insulti;
fragore di porta,
passi leggeri, striscia di sciarpa rosa,

Caffè notturni:
campane d'un vetro di voluttà
trasparente,
facce pesanti, mani untuose
acconciature livide.
Perdizione
del sonno, del denaro, della vita
(triangolo infame)
La morte di catrame
in un angolo:
gocciolamento dell'olio essenziale
dal vaso del cuore,
entro un abisso senza fondo.

Divani di seta:
vellichio di piume,
vestiti lisci;
barlumi di pelli diafane,
tepore di trine,
sentore di anelli,
capelli d'aroma, cappelli di vento.
Rotondità carezzevoli
che premono,
carne di velluto,
schiene grasse, gambe basse,
ventri flosci;
banchieri, cortigiane:
aristocrazia delle dame:
flusso e riflusso di molle ciarpame.
Profili d'abbandoni
sulla seta, a la spalliera;
aria indefinita della sera.

Tavolini di marmo
(Bottiglie sfaccettate,
caraffe di terso cristallo,
chiazze di piattini,
ballo di tazze).
Quanto peso, quanto calore!
Due gomiti,
una testa:
immensità di pensieri;
una goccia di pianto
tra due bicchieri.
piedi, piedi sulle gambe di ferro.
- Maledetta insonnia degli uomini!

Pareti: accecamento dei lumi,
riflessi incrociati
con esili braccia nervose di luce,
urto di voci cognite,
straniere,
comandi che strisciano,
conversazioni che rampano,
bestemmie che avvampano.
Polvere, molta polvere:
consumo infinito
del vecchio piancito.
- Sono le tre. Si chiude! -

Lampada in mezzo
(occhio multiplo)
luminoso limìo della tenebra.
Facce intorno:
circolo di maschere livide.
Donna con occhi di nero,
bocca di sangue artificiale;
linea di naso: pugnale di tenacia;
merletti di nebbia su seni
in sfacelo,
un velo, una sciarpa,
qualche scarpina lucida,
una calza sottile, sottile.
Teste calve, mani glabre
occhi d'assenzio,
scivolamenti di desiderio
dolore noia,
materiati nei gesti nelle dita
che cercano, sfiorano, tentano.

E il giuoco: lampeggiamento
di carte,
cadere di scudi, marenghi,
onore;
sudore d'attesa,
orrore della perdita,
viscida gioia della vincita.
Là, il doppio padrone:
spia verso l'uscio,
avidità lungo i tavoli verdi.
E camerieri muti:
automi di fresco, di caldo,
di fuoco, d'eccitamento.
.... Dieci.... venti.... cento....
- Sono le quattro, si chiude! -

Fuori ronda di guardie,
ostacoli di porte,
i malviventi lontani, in sonno,
e la giustizia
che rade inerte
la caduta intermittente
d'anime, di cervelli, d'affetti,
i getti costanti nel buio
degli uomini cenci.

Caffè notturni più smorti,
fosforescenze,
barlumi....
L'alba vicina
alle immense finestre ignude;
palpitamento
di vele di fresco,
brulichio di rumori....
- Si chiude! Si chiude! Si chiude! -


Vladimir Majakovskij (Federico), Il ponte di Brooklyn, da A piena voce, Mondadori, 2002, traduzione di Angelo Maria Ripellino - (New York)

Emetti, Coolidge,
un grido di gioia!
Per una bella cosa nemmeno io risparmio le parole.
Diventa rosso dalle mie lodi come la stoffa della nostra bandiera,
anche se voi siete i dis-united States of America.
Come un credente invasato va in chiesa
o si ritira, austero e semplice, in un èremo, -
così io nel grigiastro balenìo della sera
entro, dimesso, sul ponte di Brooklyn.
Come un vincitore irrompe in una città demolita
sui cannoni dalla bocca lunga come una giraffa,
così, ubriaco di gloria, affamato di vita,
io penetro, superbo, sul ponte di Brooklyn.
Come uno sciocco pittore nella Madonna d'un museo
configge il suo occhio, amoroso ed acuto,
così io, cosparso di stelle, dal sottocielo
guardo New York attraverso il ponte di Brooklyn.
New York, sino alla sera plumbea e afosa,
ha obliato le sue pene e la sua altezza,
e soltanto le anime delle case
si levano nella diafana fosforescenza delle finestre.
Qui pizzica appena il prurito degli elevators.
E solo da questo leggero prurito
comprendi che i treni strisciano tintinnando,
come se qualcuno riponesse stoviglie in una credenza.
Quando poi sembra che dalla sorgente del fiume
un droghiere trasporti zucchero da una fabbrica,
passano sotto il ponte alberi di nave,
piccoli di misura come spilli.
Io sono orgoglioso di questo miglio metallico,
vive in esso s'innalzano le mie visioni:
invece di stili lotta per le costruzioni,
calcolo rigoroso di bulloni e d'acciaio.
Se verrà la fine del mondo
e il nostro pianeta dal caos sarà disgregato,
e se d'ogni cosa resterà solo questo
ponte impennato sopra la polvere dello sfacelo,
allora, come da ossetti più esili di aghi
crescono i pangolini nei musei,
così con questo ponte il geologo dei secoli
saprà ricostruire i giorni del presente.
Egli dirà: "Questa zampa d'acciaio
collegava mari e praterie,
di qui l'Europa si slanciava verso l'Ovest,
gettando al vento le piume degli indiani.
Ricorda una macchina codesta costola.
Pensate, le braccia non vi basterebbero
se, piantando un piede d'acciaio su Manhattan,
verso di voi per il labbro voleste tirare Brooklyn.
Dal viluppo di fili elettrici
riconosco l'epoca seguente al vapore.
Qui la gente già urlava alla radio,
qui la gente già volava in aereo.
Qui la vita era per gli uni spensierata,
per gli altri un lungo gemito di fame.
Di qui i disoccupati si buttavano a capofitto nello Hudson.
E più lontano senza impedimenti il mio quadro s'allarga
per corde-funi sino ai piedi delle stelle.
Io vedo: qui si fermò Majakovskij,
si fermò e, sillabando, componeva versi".
Sgrano gli occhi come un Eschimese innanzi al treno,
m'attacco come s'attacca all'orecchio una zecca.
Il ponte di Brooklyn:
questa sì... È una gran cosa!


Mario Santagostini (Alessio), da L'idea del bene, Guanda, 2001 - (Milano)

A Milano i temporali
del mattino vengono
tutti da ovest, dall'acqua
del Ticino, più in là dei Grigioni,
da prati infontanati, rimasti in sole oltre metà
dell'anno, e prima del tuono c'è un ronzìo
che senti una volta su dieci,
e un vetro avverte
come la sua fine: piove,
anche la materia fa pietà,
il gas soffre come il soffocato...


Mario Santagostini (Alessio), da L'idea del bene, Guanda, 2001 - (Milano)

Maggio 1989 - maggio 1999. Pochissime
le cose cambiate. Hanno
ripavimentato il cortile, incalcinato spuntoni
ai davanzali
per ferire colombi.
Una pietra, una parete imbiancata possono
(a volte a fatica, o spontaneamente)
avere il colore del tuo sorriso
quando andavi trent'anni fa in taxi verso Cinisello, Sesto
a guardare i platani
o in nuovi cantieri,
salutavi gli operai alle betoniere
fissavi ore la camionabile
scrivevi su un muro
- qui abita una gran troia...


Durs Grünbein (Alessio), Berlino, in Nuovi poeti tedeschi, Einaudi, 1994, traduzione di Paola Albarella - (Berlino)

Berlino. Un morto seduto per tredici settimane
Ritto davanti al televisore acceso, lo sguardo
Sbarrato. In televisione un tele-cuoco dava
Consigli per una buona cucina.
       Putrefazione e tanfo nella stanza,
Dietro le tende un azzurro tremolio, poi
Le ossa spoglie.
                                 Niente
Hanno detto i vicini, scrutando con timore, giacché
Tutti stavano pensando la stessa cosa: "Si sentiva
Quell'odore".
       Un morto seduto per tredici settimane...
Indubbiamente una bella fine.
       Al confine tra due secoli.


Giuseppe Gioachino Belli (Giuseppe), da Sonetti, Mondadori, 1998 - (Roma)

L'upertura der Concrave

Senti, senti Castello come spara!
Senti Montescitorio come sona!
È sseggno ch'è ffinita sta caggnara,
E 'r Papa novo ggià sbenedizziona.

Bbe'? cche Ppapa averemo? È cosa chiara:
O ppiù o mmeno, la solita canzona.
Chi vvòi che ssia? Quarc'antra faccia amara,
Compare mio, Dio sce la manni bbona.

Comincerà ccor fà aridà li peggni,
Cor rivotà le carcere de ladri,
Cor manovrà li soliti congeggni.

Eppoi, doppo tre o cquattro sittimane,
Sur fa' de tutti l'antri Santi-Padri,
Diventerà, Ddio me perdoni, un cane.


Er decoro

Possibbile che ttu cche ssei romana
Nun abbi da capì sta gran sentenza,
Che ppe vvive in ner monno a la cristiana
Bisoggna lasscià ssarva l'apparenza!

Co cche ccore, peddio! co cche ccuscenza
Vòi portà scritto in fronte: Io sò pputtana?
Nun ze pò ffà lle cose co pprudenza?
Abbi un po' de ggiudizzio, sciarafana.

Guarda fra Ddiego, guarda don Margutto:
C'è bbarba d'omo che nne po' ddì ggnente?
Be', e la viggijia maggneno er presciutto.

Duncue sta verità tiettela a mmente
Che cquaggiù, Checca mia, se po' ffà ttutto,
Bbasta de nun dà scànnolo a la ggente.


Trilussa (Giuseppe), Er sorcio de città e er sorcio de campagna, da Favole rimordenate, in Poesie scelte, Mondadori, 2002 - (Roma)

Un sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna,
- Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna...
- je disse er Sorcio ricco - Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! -
L'istessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravvide 'na trappola anniscosta;
- Collega, - disse - cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi...?
- Macché, nun c'è paura:
- j'arispose l'amico - qui da noi
ce l'hanno messe pe' cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t'acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so' fatte pe' li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!

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