I libri in testa
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Sabato 14 aprile 2007, ore 18.15
Roma, Libreria Croce
Faccia a faccia con
DICERIA DELL'UNTORE
di Gesualdo Bufalino


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Le letture

          Kurt Vonnegut, da [titolo] (omaggio a Kurt Vonnegut)

        1. Dal cap I, O quando tutte le notti - per pigrizia, per avarizia - ... (incipit)
        2. Dal cap. II, Mariano Grifeo Cardona di Canicarao: così, senza economizzare una sillaba...
        3. Dal cap. II, Mi chiedo tuttora cosa cercasse nella mia compagnia...
        4. Dal cap. III, Ma chi potrà scordarsi dei compagni di prigionia...
        5. Dal cap. VI, Chiusi gli occhi quando, dopo un tentativo che fallì ancora...
        6. Dal cap. VIII, Il mio paese: chi se ne ricordava più...
        7. Dal cap XI, Quella domenica 18 agosto è, fra i giorni della mia vita...
        8. Dal cap XIV, Lettore, ti è mai capitato, stando in piedi sulla scala mobile di una Rinascente...
        9. Dal cap XVI, Un bunker in abbandono, relitto delle previste difese contro l'invasione...
        10. Dal cap XVI, Ai funerali di Marta non volli assistere...
        11. Dal cap XVII, Fu qualche giorno prima che io partissi...
        12. Dal cap XVII, M'aspettava una vita nuda, uno zero di giorni previsti... (finale)

Kurt Vonnegut (Michele), da [titolo], [editore], [anno], traduzione di [...] (omaggio a Kurt Vonnegut)

[testo]


Dal cap. I (Giuseppe), incipit

O quando tutte le notti - per pigrizia, per avarizia - ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l'estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi... Da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l'impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient'altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell'imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme).
Ai piedi della scarpata, di fronte al viottolo che ne partiva, e pareva col suo rigo chiaro rassicurarmi così del repentaglio che m'ero lasciato alle spalle come dell'orridezza nuova dell'aria, esitavo un momento, in attesa che mi si calmasse nella gola il batticuore dell'avventura, e gli occhi prendessero confidenza come le visioni del sottobosco e la loro bambinesca mobilità. Caduto il vento, la cui mano m'aveva a più riprese, come la mano di un complice, trattenuto o sospinto nella discesa, il silenzio era pieno; i miei passi quelli di un'ombra. Non restava che procedere un poco, ed ecco, al posto di sempre, purgatorialmente seduti a ridosso l'uno dell'altro, uomini vestiti d'impermeabili bianchi, e si scambiavano frantumi di suono, una poltiglia di sillabe balbe rimasticate in eterno da mascelle senili. M'avvicinavo a loro con un turbamento che l'abitudine non rendeva minore. Essi levavano mestamente la fronte, tutt'insieme accennavano un divieto, mi gridavano con spente orbite: vattene via. Non mi riusciva di obbedire, ma in ginocchio, a qualche metro di distanza, torcendomi le dita dietro la schiena, aspettavo che uno si muovesse, il più smunto, il più vecchio, una serpaia di rughe fra due lembi di bavero, e semplicemente curvandosi a raccattare una pietra, rivelasse dietro di sé, sulla soglia di un sottosuolo finora invisibile, botola di suggeritore o fenditura flegrea, la dissepolta e rapida nuca di lei, Euridice, Sesta Arduini, o come diavolo si chiamava.
"Férmati", gridavo "madre mia, ragazza, colomba", mentre sentivo il tozzo polpastrello del sonno che mi suggellava le palpebre bruscamente detumefarsi, dissiparsi in bolla di schiuma, in vischioso collirio di luce. Soltanto in quell'istante, riaprendo gli occhi, capivo d'avere ancora una volta giocato a morire, d'avere ancora una volta dimenticato, o sbagliato apposta, la parola d'ordine che mi serviva.


Dal cap. II (Fiamma)

Mariano Grifeo Cardona di Canicarao: così, senza economizzare una sillaba, usava firmarsi il dottore, prolungando il primo nel successivo cognome, non tanto forse per diritto di nascita, bensì fedele a quel pregiudizio mediterraneo (o quantomeno suo e mio), secondo cui l'interiezione e la pletora aggiungono alle parole- e ai climi, alle mimiche, ai cibi- non solo opulenza ma credito, come in un abbigliamento magico, dove maschere e piume, più ridondano, meglio si esaltano e si danno forza a vicenda.
Nessuno dei tanti titoli gli era poi utile a nulla, per una furberia delle cose, essendo che, a memoria d'uomo, lo avevano sempre chiamato il Gran Magro, né v'era portantino o suora o malato che, scorgendone le lunghissime gambe sopravvenire per la corsia, non sentisse il bisogno di propagare l'avvenimento con un bisbiglio, il Gran Magro, il Gran Magro, la cui musica sempre uguale doveva certo, in tanti anni, essere arrivata almeno una volta sino alla conca pelosa del suo orecchio. Che poi un'impresa gentilizia - un nido d'api col vocabolo Uberius al centro - pompeggiasse in cima al suo biglietto da visita, nessuno di noi smise mai di considerarlo un abuso, a dispetto delle commendatizie che si affannava a fornirgli la quercia dipinta, dalle radici come murene, appesa in alto dietro il suo scrittoio. Singolare pianta, davvero! Non protetta da vetro, ma da giustapposte lastre d'archivio, preventivamente nettate con acqua tiepida dalle macule e magagne di qualche ignoto defunto; e si levava dal suolo con tale energia e abbondanza di chiome da far temere che presto sarebbe evasa dall'effratta cornice per espandere liberamente i suoi cartigli nell'aria. Uno dei quali, in effetti, se l'avessimo preso per buono, testimoniava l'estremità di una fronda che una goccia almeno di blu, spremuta da marchionali ispanici lombi, era scorsa fino a lui lungo i secoli, per deporgli nelle vene un lampeggio d'antica grandigia, seppure ormai malinconica e torva, come s'addice a un uomo di libri.
Bene, il falso o vero nobiluomo Gran Magro era il solo fra i medici della Rocca, all'infuori di quell'altro a cui toccava il turno di guardia, che restasse a dormire ogni notte con noi (dalla moglie s'era diviso anni prima: una siracusana di spaventosa bellezza, sulla cui foto sputava, dicevano, tutte le mattine prima di lavarsi). Spesso, dopo cena, quando fummo diventati amici, me lo vedevo apparire al capezzale, senza camice, in piedi, chiuse sul pomo del bastone due mani di perfida esiguità. Alzavo gli occhi, ne investigavo da capo a fondo l'immagine, dalle spesse lenti verdacce ai borzacchini di capretto nero che gli coprivano quasi gli stinchi. Un vero e proprio dagherrotipo d'epoca: Herr Virchow tra colleghi e studenti nel giubileo della prima lezione; Monsieur Charcot in posa, sulla soglia della Salpêtrière, con le fedine spettinate dal vento...


Dal cap. II (Michele)

Mi chiedo tuttora cosa cercasse nella mia compagnia, se gli servisse solo un ascoltatore acquiescente per le sue empiaggini d'ogni sera, oppure obbedisse alla professionale curiosità di censire da vicino i progressi del male dentro di me, le crepe neonate, i capisaldi persi, ripresi, ripersi; e tutto questo non su una delle gocciolanti pellicole che detestava, bensì attraverso più sottili spionaggi: una veemenza nella tosse che prima non c'era; una nota che la voce avesse improvvisamente fallito o riacciuffato a fatica sull'orlo; un'unghia spaccata, una roseola sul labbro, un lampo di febbre nell'iride. A meno che non venisse per bere, bere gli piaceva, gli dava la parlantina. E dunque io mi levavo dal letto, cavavo dall'armadio di ferro una bottiglia di porto e la mia caraffa privata (lui, a scanso di contagi, il suo bicchiere da tasca da una tasca della vestaglia, guardandomi di sbieco e scusandosi della precauzione con una sfacciataggine delle labbra). Uscivamo a bere sulla veranda, io anima, lui condottiero e arcidiavolo, fra sedie a sdraio nere di corpi distesi e sussurranti, dinanzi alla pineta che non stormiva, quasi, e nascondeva la lama di mare, laggiù.


Dal cap. III (Alessio)

Ma chi potrà scordarsi dei compagni di prigionia, del fuoco che li spingeva, alle prime ore dell'alba, in pigiama com'erano, a scendere in giardino per piangere finalmente da soli, con la guancia premuta contro la spalliera di una panchina; chi potrà levarsi dalla mente le loro facce malrasate, mentre le coglie e disorienta l'indorarsi fulmineo del mondo, al di là del muro di cinta?
Bastava talvolta, tra sonno e veglia, un fischio di treno addolcito dalla distanza, oppure il cigolio dei carri di zolfo in fila per la collina, e si balzava col cuore in tumulto, seduti sul letto, a origliare le invidiate informazioni e leggende di quella stella infedele in cui s'era trasformata la terra. Che cosa racconta un treno, un carro che va, fra bivacchi e lune sull'aia, lungo profumi d'aranci e paesi, in una notte d'estate? Niente, eppure so di occhi sbarrati nel buio, che non avevano altra vacanza se non di sorprendere, al séguito di quelle ruote, qualche guizzo di vita durante la via: un vecchio che prende il fresco, due teste che si parlano sotto il lume della cena...
Si tornava dall'immobile viaggio più lieti, chi può dirlo, e tuttavia non delusi dal nostro bottino di nuvole, l'unico che la sorte non aveva facoltà di vietarci. Allo stesso modo il pellegrino, a cui accade di sostare sotto un davanzale straniero, sospende il passo se mai gli giungano, in una pausa di canto, svogliatezze e amorosi sussurri di donna; e se ne riparte racconsolato, stringendo nel pugno quel bene, quel pane rubato, di cui cibarsi più tardi.
E questo era bello: andarsene così a spasso con passi d'aria per montagne e pianure, clandestini senza biglietto, contrabbandieri di vita. Almeno finché la babilonia della luce non fosse tornata a proclamare sui tetti, per chi se ne stava dimenticando, che un altro giorno ci aspettava dietro l'angolo, con la sua razione infallibile di dileggio e di pena. E sarebbe stato un giorno di meno, uno dei pochi rimasti.


Dal cap. VI (Federico)

Chiusi gli occhi quando, dopo un tentativo che fallì ancora, precipitò e fu come se si fosse buttata da una finestra. Era chiaro a tutti che uno spacco era intervenuto, o il divieto di una legge, al limitare di un regno che lei sola scorgeva. Annaspando riprovò, ma senza fiducia, i preliminari dell'assunzione, non era altro ormai che un corpicino di lucertola, in un sentiero, diviso in due da una ruota. Fu allora che ad aiutarla l'orchestra irruppe con la sua cabala più potente: come su un'annegata archi e ottoni le si curvarono sopra, le sventolarono sulla fronte un lenzuolo di suoni amici, tutto un pandemonio preoccupato di note. Lei levò le braccia, quasi volesse sedarlo, poi per qualche istante non si mosse, si raccolse. Io pregavo fra me e me perché vincesse una volta di più, e con tanta passione che fui certo poi d'essere stato io a salvarla, e nella mente me ne vantai.
Si eresse senza sforzo, ora, dava l'impressione di essere diventata più alta, più forte. Non la vedemmo che in un lampo, mentre balzava in su, col colpo di tallone del marinaio che risale: nitida, inesplicabile: un angelo nunciante che se ne va.

Non ricomparve più né io riuscii a star lì ancora per molto, ma appena i pupi Pulicane e Buovo d'Antona si furono scontrati a morte per gli occhi di una bella Trebisonda, e li ebbi visti cadere entrambi con le corazze a pezzi ai piedi di un sicomoro dipinto, mi alzai per uscire, benché il mio vicino mi guardasse con un malanimo di cui non capii la ragione. Non fu facile aprirsi la strada fra il pubblico dei ritardatari che si accalcava nel corridoio, mentre sulla scena appariva l'infermiere Panzera, truccato da re dei maghi, facendo prillare fra le mani, vertiginosamente, un numero di palline che mi sarebbe piaciuto contare.

Nello stanzino adibito a spogliatoio, alle spalle del palcoscenico, lei sedeva con modestia in un canto, a fianco d'uno specchio a muro, ancora con la divisa multicolore di prima. Senza la quale non l'avrei riconosciuta, tanto mi parve puerile e colmo di mai viste fossette il viso che offriva al giallo uovo di luce sospeso al soffitto. Un viso diverso, perfino più bello del cipiglio di matahari che avevo creduto di scorgere dalla mia guardiola di prima fila e al quale sarebbero meglio convenuti i meloeroici furori della mia mozione d'affetti. Quella che m'ero preparata prima d'entrare e che non fui capace di cambiare con un attacco più giornaliero quando mi fermai davanti a lei. "Marta" la chiamai, le posi avvampando la mano sopra la spalla. "Devi uscire con me" le intimai. "Ti resta poco tempo, ci resta poco tempo. E abbiamo vent'anni."
Alzò la fronte, senza meraviglia, per quel che potei capire, né ira. Era come se non mi avesse sentito e le mie parole si fossero mescolate in lei alle altre di una canzonetta che giungeva dalla ribalta lì avanti e parlavano di settembre e di pioggia. No, non mi rispose ma con una camminata pigra i suoi occhi mi schivarono, trascorsero oltre, parvero aggrapparsi a una cosa che nella stanza non c'era, si chiusero infine nell'attimo in cui uno scoppio di tosse, secco come uno sparo, la piegò in due, la sconvolse, inchiodandole sulla faccia una maschera sdrucita di vecchia. Si alzò, fuggì via, con la bocca tappata da un fazzoletto, ma, prima di spingere col gomito l'uscio, si volse un momento verso di me, sorridendomi, domandandomi con lo sguardo non capii se di salvarla o di lasciarla in pace, di non pensarci più.


Dal cap. VIII (Elvio)

Il mio paese: chi se ne ricordava più, o me n'era rimasto uno schiocco di tende strepitose come vele, e asini in amore, e in una figura di quadriglia una ragazza bruna, con una rosa. Fu invece un luogo senza remissione, a cominciare dal plotone d'alberi rigidi sul viale della stazione, simili a fucilieri in attesa di un passeggero bendato, fino agli ossi di case sullo strapiombo marino, dove batteva la tramontana. "Non dovevo tornarci, ho sbagliato" mi resi conto, non appena dal finestrino ne scorsi fra due trafori lo scorporato profilo.
Solo mi ritrovai sul marciapiedi, quando fui sceso dal convoglio in sosta, e solo m'incamminai verso casa, sempre più certo a mano a mano che, se anche arrivavo senza preavviso e dal mio espatrio tanto tempo era trascorso, mille nemici vi erano, scaltri, svegli, feroci, che mi aspettavano al varco. Sicuro, mille e mille ricordi mi facevano la posta, in veste di mendicanti o sicari, né c'era verso di liberarsene. Davanti all'uscio dal noto colore, mentre la mia mano esitava, tenendo a mezz'aria un picchio di ferro imbrunito dal tempo, eccoli, prima l'uno, poi l'altro, poi tutti insieme: strabocchevole ciurma, le cui voci, insultando, supplicando, mi si rincorrevano nelle orecchie, sperando in una risposta che non sapevo trovare.
Poi fra me e mio padre tutto quell'alterco da piangere: io che non voglio abbracciarlo, sfiorarlo con le mie labbra nocive; lui che insiste, mentre il mento gli si infossa e nell'iride balena e si rintana un allarme di preda sorpresa. Ma chi è ora quest'uomo canuto, minuto, con una lisa maglietta appiccata agli uncini delle scapole? Dov'è sepolto, con chi me lo hanno scambiato, il mio fuligginoso ciclope dalle risa di tuono? È un vecchio che trema, costui, e ripete il mio nome, e mi spinge senza forza verso la mia stanza di studente. "Tutto è come prima" mormora. "Non abbiamo toccato nulla."
Certo, certo, tutto era come prima, non avevano toccato nulla: un nido di serpi, un pozzo di raccapriccio. Con ogni serpe al suo posto. C'è il calendario di allora, la chitarra, il letto di ferro. I tre sassi di calcare, scolpiti dall'aria, sulla scrivania che non ha smesso di gemere. In fondo a un cassetto, sempre quello, riempiti sino all'orlo d'un inflessibile inchiostro, senza guardare riconosco al tatto i miei sublimi quaderni di cadetto di Brienne. Quanto a lungo ho creduto in me, e quanto a torto, davanti a questo scrittoio di finta pelle, accanto a questa porta finestra, da cui si vede ancora la stessa piazzetta da niente, un fazzoletto di sole disabitato e fermo.



Istruzioni per l'uso

Federico
Uno scrittore italiano, prima di dedicarsi pienamente alla letteratura, lavorò per un certo tempo come cronista. Il primo articolo che gli assegnò il direttore del suo giornale riguardava la vicenda di una vedova che, tutti i giorni, da anni, portava fiori davanti alla lapide del marito e che un giorno fu trovata morta riversa proprio sulla tomba del suo consorte. Lo scrittore preparò il pezzo e lo intitolò "Tanto va la gatta al lardo". Il direttore del giornale fu dapprima sconcertato dall'impertinenza dell'apprendista, ma poi scorse un guizzo di genio in quel tocco di humor nero e decise di pubblicare l'articolo con quel titolo.

Chi è lo scrittore italiano protagonista di questo aneddoto?
Achille Campanile


Elvio
Scrive Charles Baudelaire nel 1856 riferendosi a fatti accaduti nel 1849:

"Il 6 sera fece portare i bagagli all'imbarcadero (di Baltimora), da dove doveva partire per Filadelfia, ed entrò in una taverna per bere un eccitante. Là dentro purtroppo incontrò delle vecchie conoscenze e vi si fermò a lungo. L'indomani mattina, nella pallida luce dell'aurora, venne trovato un cadavere sul selciato, - è così che bisogna dire? - no, un corpo ancora in vita, ma che la morte aveva già segnato col suo sigillo. Su quel corpo, di cui s'ignorava il nome, non furono trovati né documenti né denaro."

Di chi parlava?
Edgar Allan Poe


Alessio
Chi è lo scrittore che si fece fotografare morto nel suo letto, con tanto di candelabri intorno e il rosario intrecciato alle mani, e dopo i necrologi sui giornali e le condoglianze alla famiglia si recò in piazza, a passeggiare tranquillamente, tra lo stupore e lo spavento dei passanti?

Luigi Capuana


(Riprendono le letture)

Dal cap. XI (Alessio)

Quella domenica 18 agosto è, fra i giorni della mia vita, uno dei tre o quattro che mi recito da cima a fondo, quando voglio cercare di raggiungere l'estasi di rivivermi. Mi spiego: io col passato ho rapporti di tipo vizioso, e lo imbalsamo in me, lo accarezzo senza posa, come taluno fa coi cadaveri amati. Le strategie per possederlo sono le solite, e le adopero tutt'e due. Dapprincipio mi visito da forestiero turista, con agio, sostando davanti a ogni cocciopesto, a ogni anticaglia regale; bracconiere di ricordi, non voglio spaventare la selvaggina. Poi metto da parte le lusinghe, l'educazione, lancio a ritroso dentro me stesso occhi crudeli di Parto, lesti a cogliere e a fuggire. Dagli attimi che dissotterro - quanti ne ho vissuti apposta per potermeli ricordare! - non so cavare pensieri, io non ho una testa forte, e il pensiero o mi spaventa o mi stanca. Ma bagliori, invece... bagliori di luce e ombra, e quell'odore di accaduto, rimasto nascosto con milioni d'altri per anni e anni in un castone invisibile, quassopra, dietro la fronte... Sento a volte che basterebbe un niente, un filo di forza in più o un demone suggeritore... e sforzerei il muro, otterrei, io che il Non Essere indigna e l'Essere intimidisce, il miracolo del Bis, il bellissimo Riessere...
Riessere, "this is the question". Poiché non c'è gesto o scongiuro che non deluda, e quel tanto che riesce a ripetersi sotto le palpebre, nell'atto stesso che illumina, acceca. Alla fine mi lascia solo parole. E tanto peggio se sono le stesse, grasse umide calde, di cui mi farcisco ora e mi farcivo allora la bocca, incerto fra nausea e ingordigia, come chi recita la prima volta. Appoggiandomi con i due gomiti sull'inferriata del mio sequestro, spenzolandomi a guardare giù in basso il brulichio, l'argento vivo, la ringhiosa e innamorante canea della vita. Allegrie, fasti, gonfaloni, lacrime, infamie, e le impunità insperate, le pene spropositate, tutte le guerre e i processi di dolore contro dolore... Metafore, forse, ma non sapevo di che, e casuali, se nessuna divinità le aveva preparate o previste (...) Non mi resta che bandire l'asta, offrirmi a chiunque in vendita, da ciarlatano eloquente e magnanimo: madamina, il catalogo è questo... (Con tutto ciò, capace ancora di concupire, smaniare, agire. Pronto sempre a divincolarmi pur con un piede o due nella fossa perseverando nel movimento a rischio di stringermi al collo di un altro punto il capestro che mi avevano imposto...)


Dal cap. XIV (Giuseppe)

Lettore, ti è mai capitato, stando in piedi sulla scala mobile di una Rinascente, di vedere i gradini che ti separano dalla piattaforma d'arrivo inesorabilmente assottigliarsi, e uno dopo l'altro nel loro guscio sparire? Così i giorni di quell'estate. Trista stagione, a dir poco. Con quel sole senza tramonto: un orbe di plenario fulgore, la cui brocca cercava le mie pupille alla stessa stregua che un taglio di selce un calcagno nudo.
E tuttavia fuggivano i giorni. Ma il loro fuggire, seppure sembrava avere smesso di trascinarmi verso il traguardo peggiore, non cessava di spaventarmi. Quasi che un nerofumo di corvi con svolacchi di malaventura ad ora ad ora oscurasse la spera vuota del cielo. Vero è che di fronte all'impensato regalo di sopravvivenza che il mio corpo pareva promettermi - beni parafernali non previsti dal contratto - io non riuscivo a sottrarmi a un sentimento di scontento e di colpa. Pensando ai compagni, ai quali un'identica immunità non sarebbe stata irrogata; e a me stesso, al compito che m'incombeva, sancito dalle parole del Magro, di rifare da cima a fondo i miei conti e riinnamorarmi di me. Tregua o condono che fosse in arrivo, sapevo che avrei durato fatica a rivisitare la vita, e le sue insolenze, il parapiglia preoccupante dei suoi commerci. A somiglianza di un Po, il cui alveo sia stato sconvolto dal malinverno, e che deve cercarsi nuove strade nel limo, io sentivo ogni mia forza di sangue, prima protesa incorsa verso la foce sognata, svenarsi ora in mille diverticoli, sfrangiature e canali, fragili come intrecci di arteriole in un occhio. Il domani, perciò, tornava, sia pure in modo diverso, ad apparirmi irto di punte. Con quali membra, del resto, e disposizioni dell'animo, ne avrei accolto l'assalto, se tutto in me pativa ancora la doppia offesa, così della guerra come del morbo nemico? Dove ritrovare il me stesso ragazzo, come sanarlo di quell'infezione: l'ingresso dell'idea di morte nell'intimità di un cuore innocente? Un peculio incalcolabile d'anni, se il medico non mentiva, si sarebbe aggiunto ai magri centesimi che finora stringevo nel pugno. Ma non sapevo come spenderlo, ai nuovi ricchi succede.


Dal cap. XVI (Elvio)

Un bunker in abbandono, relitto delle previste difese contro l'invasione, su un piccolo dorso di promontorio, ci offerse fra i suoi calcestruzzi un po' di riparo e riposo, quando già appariva l'alberghetto sul mare, spopolato ormai d'avventori, in cui secondo le indicazioni del ragazzo, avremmo potuto far sosta, prima di rientrare l'indomani alla Rocca. Da esso rare figure e voci, che attraverso gli strombi del fortilizio pervenivano fino a noi, c'incoraggiarono a proseguire. Ma veramente Marta non poteva più muovere un passo. E piuttosto portandola in braccio che sorreggendola, riuscii a farle superare le interminabili decine di metri - baratri fra astri lontani - che la dividevano da un letto.
Vi si lasciò cadere vestita com'era, con la superstite grazia d'una figura di danza, ma del pasto freddo, che per sua volontà ordinai di portare, non toccò nulla salvo un pezzetto di pesca. Con lo scialle di cascemìr buttato sopra le spalle, mi guardava dal letto mentre mangiavo. A un colpo più forte di tosse, come alzai gli occhi dal piatto per interrogarla, m'impose di voltarmi. Ma feci in tempo a scorgere sul fazzoletto, che riponeva in fretta dentro la guaina del cuscino, il colore portentoso del sangue.
Vi fu allora silenzio nella stanza come in un luogo dove non c'è nessuno. O piuttosto era il silenzio che accompagna le imboscate di mezzogiorno. Quando l'esecutore avverte nella vittima un sollievo e una pace che le cose, intorno, non posseggono più: chissà perché si agita nel sonno la capra; che malore gonfia la vigna come una fronte lebbrosa; perché impazzisce il cielo negli occhi dei volatili, li vedi d'un tratto radere l'erba, precipitare.
Mi levai, accorsi accanto a lei, non sapevo che fare. Era chiaro dai suoi occhi atterriti, dalla plumbea tinta del viso, che qualcosa era imminente, stava bussando dietro un muro. Una paratia sottile, oh quanto sottile, resisteva ancora, lo vedevo, dentro di lei a una pressura di nascosta alluvione. Ma non c'era speranza che non cedesse da un momento all'altro. Intanto l'affanno cresceva, gli sputi sanguinosi si facevano più ricchi e frequenti. Finché mi trovai a reggerle il capo, come nelle sfide di carnevale alle matricole ubbriache di triple-sec, mentre lei si sentiva salire alle labbra, un irrefrenabile zampillo di rossa schiuma e di morte. Un sangue immenso, seminato di bollicine rotonde, le irruppe dal petto e allagò le lenzuola, enfatico, esclamativo.
"Marta, aiutami!" gridai senza senso, mentre mi riempivo le mani inutilmente di catini, di asciugamani.
Non durò molto, quando tornai a guardarla era morta.


Dal cap. XVI (Fiamma)

Ai funerali di Marta non volli assistere. Bensì al bruciamento delle cose di lei nel forno crematorio della Rocca. Il Magro era al mio fianco, e insieme seguimmo con lo sguardo le vestaglie, le babbucce, i tutù della sua cassapanca d'attrice, spinti dall'attizzatoio dell'infermiere a pigiarsi nella cavità del congegno, ardere, crepitare, incenerirsi. Anche un mazzetto di foto, che avrei preteso di risparmiare, seguì la medesima sorte, e fra le molte una- dove lei era sulle ginocchia di un oberleutnant in uniforme, con una dedica dietro "a Garance", firmata Von Tizio o Von Caio- m'inferse una punta di baionetta nel ventre, mentre s'attorcigliava tra le fiamme e il Magro la commentava (essendo che in lui ogni cosa, apoteosi o rovina, era sempre dannata a travestirsi in parole di libri) con una citazione di cui solo dopo mi parve di poter cogliere il senso:

così s'osserva in lor lo contrappasso.

Di ritorno nella mia stanza mi buttai sul letto a pensare e m'addormentai a tradimento, con un braccio serrato sugli occhi. La stanza era scura quando mi svegliai. Scura e umida. Guardai fuori e vidi un cielo tanto nero, non capivo cos'era. Quand'ecco un odore che avevo già sentito prima, senza decifrarlo, entrare nel mio sonno, s'illuminò d'improvviso, e fu odore di piccola pioggia sull'erba, odore di nebbia, fioca aria di temporale lontano. Allora uscii sulla veranda e m'affacciai a guardare il giardino. [...] È piovuto, ecco dunque l'autunno. Bisogna che parta, mi dissi, troppo tempo ho perduto fra i morti, simulandomi morto, scordandomi dell'ironia. E ripensai a un vecchio del mio paese, un Ecce Homo da Venerdì Santo, che pagavano per mimare ogni anno sul sagrato una posticcia Mort'e Passione. Amava, dopo la recita, pavoneggiarsi un poco tra la folla della divisa divina, prima di restituirsi alla sua bottiglia di peccatore feriale. Chissà se è morto, mi chiesi, chissà se la parte è vacante...
Intanto quieta quieta veniva giù di nuovo la pioggia. Io restavo col capo sporto fuori a metà, sotto l'acqua che gocciava dai coppi del tetto, e mi sentivo stranamente lieto. O pago, piuttosto, mentre guardavo nel giardino il prato imbeversi ancora e l'acqua battere il suo mite alfabeto sulle sedie di ferro rovesce, sul fogliame e gli aghi degli alberi.
E mi dicevo che l'estate era finita e la mia gloria insieme. E che di tante febbri, e frasi, e fazzoletti zuppi di lacrime e sangue perfino il ricordo presto si sarebbe consumato, una vacanza era stata, una debolezza del cuore che voleva educarsi a morire. Come tutte le grandi pesti, anche questa infima mia finiva con una pioggia. In compagnia dell'acqua che mi colava nei capelli e mi rigava le gote, il male si scorporava da me, se ne andava. Ma con esso, ogni resto d'orgoglio; con esso, forse, la gioventù. Mi attendevano altre strade, domani. Facili, rumorose, comuni. Le mezze fedi, le false bandiere. Mi ci sarei rassegnato, che altro potevo fare? Poiché la seduzione del nulla era inutile, riluttando il cuore per tanti segni a farsene persuadere. E l'infelicità, col suo miele amaro, neppure essa mi serviva più.


Dal cap. XVII (Federico)

Fu qualche giorno prima che io partissi, e me ne stavo nella camera a torso nudo davanti allo specchio, guardandomi e catalogando i segni di lapis blu, le chiose di Vasquez non ancora sbiadite dopo l'ultima visita. Guardavo ed ero dubbioso se conservare ancora per un po' quello stemma di Mano Nera o cancellarlo a forza di sapone, come l'assassino strofino con una pelle di camoscio l'impugnatura della pistola. Ed ecco che sentii dietro la porta la voce di Suor Crocifissa che mi chiamava. Il Gran Magro ne aveva per poco e mi voleva vedere. Mi augurai, mentre mi rivestivo, di arrivare troppo tardi, e tuttavia, contraddittoriamente, feci in fretta più che potei e quasi di corsa raggiunsi l'uscio semichiuso, sormontato da una targhetta d'ottone che i suoi nomi e i suoi titoli riempivano fino all'orlo.
Ritrovai, entrando, lo stesso squallore dell'ultima volta. In più, nell'aria, nonostante che sulle piastrelle del pavimento una lingua di sole pigramente si torcesse, un fiato caldo e carnoso di stufa. Mi avvicinai al letto, donde lui offriva allo sguardo, con una sottomissione, finalmente, la povertà risoluta della barba lunga, della faccia color terra, che s'andava corrompendo a vista, di minuto in minuto. Come lavorava presto, con che abili dita, la malabestia dentro di lui, come aveva fretta di finire.
Accostai una sedia al letto, mi sedetti, ero pratico di agonie. Il vecchio non diceva parola, solo ogni momento chiedeva con un cenno, e beveva, grandi bicchieri d'acqua, asciugandosi poi le labbra con un batuffolo di bambagia che teneva dentro la manica della camicia, come il fazzoletto le donne. Parve infine accorgersi di me, ma solo per additarmi con gli occhi sul marmo del comodino un involto. Mi accorsi allora che a portata della mia mano l'ereditò promessa m'aspettava: il fascicolo di Marta, e con esso una pila di calepini, i segreti diari di lui. Uno ne sfogliai, il cui titolo in inchiostro rosso (Soliloquia, Turpiloquia, Somniloquia) mi attrasse. Ma smisi subito quando vidi ch'era colmo di bestemmie e pezzetti di ricordi incollati a cedole e foto oscene, con a commento processioni di endecasillabi, il cui meccanico passo dell'oca smentiva le inquietudini promesse dal frontespizio.
"Che devo farne?" domandai, curvandomi sugli occhi chiusi del malato, senza riceverne risposta, a meno che non fosse risposta il moto impaziente della sua mano che, chiusa a pugno, debolmente mi picchiò contro la gamba. Poi di colpo udii la sua voce, e non me l'aspettavo più, che in un rantolo: "Mandali a mia moglie, coglione" mi disse.
Ma eravamo ormai veramente alla fine. Lui mi guardava ora con un'espressione bizzarra, divisa fra indignazione e stupore. Poi per l'ultima volta stentatamente citò: "Già sente Orlando che la vista ha perduto" e provò con labbra incapaci un sorriso, che s'interruppe a metà, mentre una minuscola goccia d'umore dall'angolo della bocca gli sfuggiva sul collo con rivoltante lentezza, e il supremo gong della morte gli risonava nel petto.
Rimase così, con una sorta di ghigno, non perverso ma lieto, dipinto sul viso, un ghignetto che gli conoscevo, così vivido che mi ci volle tempo per capire ch'era finita, e che ogni minuto, a partire da quello, sarebbe stato uguale per lui: una catena uguale di neri minuti, un fiume senza sponde di identici, eterni, inaccaduti minuti.


Dal cap. XVII (Giuseppe), finale

M'aspettava una vita nuda, uno zero di giorni previsti, senza una brace né un grido. Uscire mi toccava dalla cruna dell'individuo per essere uno dei tanti della strada, che amministrano umanamente la loro piccina saviezza d'alito e d'anni. Ma, allo stesso modo dell'istrione in ritiro che ripone nel guardaroba i corredi sanguinosi di un Riccardo o di un Cesare, io avrei serbato i miei coturni, e le tirate al proscenio dell'eroe che avevo presunto di essere, in un angolo della memoria. Per questo forse m'era stato concesso l'esonero; per questo io solo m'ero salvato, e nessun altro, dalla falcidia: per rendere testimonianza, de non delazione, d'una retorica e d'una pietà. Benché sapessi già allora che avrei preferito starmene zitto e portarmi lungo gli anni la mia diceria al sicuro sotto la lingua, come un obolo di riserva, con cui pagare il barcaiolo il giorno in cui mi fossi sentito, in séguito ad altra e meno remissibile scelta o chiamata, sulle soglie della notte.


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