I libri in testa
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Sabato 14 gennaio 2006, ore 18
Roma, Libreria Croce
Bestie!
Storie di pulci e balene


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Le letture

        1. Vladimir Nabokov, da Il dono
        2. Erich Maria Remarque, da Niente di nuovo sul fronte occidentale
        3. Stefano Benni, da Stranalandia, IL PULCIOLO DELLE CRAVATTE
        4. Ignazio Silone, da Il seme sotto la neve,
        5. Emily Dickinson, poesia n. 173
        6. Trilussa, Core de tigre
        7. Stefano Benni, da Stranalandia, IL VIRGOLO
        8. Umberto Saba, A mia moglie
        9. Fazil' Iskander, da La costellazione del caprotoro
        10. Stefano Benni, da Stranalandia, IL RIGARIO
        11. Ian McEwan, da Cani neri
        12. Lêdo Ivo, due poesie da Illuminazioni
        13. Stefano Benni, da Stranalandia, IL FORMICHIERE TRISTE
        14. Michel Tournier, da Il re degli ontani
        15. Jonathan Coe, da La famiglia Winshaw
        16. Stefano Benni, da Stranalandia, IL GUM GUM
        17. Kurt Vonnegut, da A man without a country
        18. Gustave Flaubert, da Un cuore semplice

Vladimir Nabokov (Elvio), da Il dono, Adelphi, 2005, traduzione di Serena Vitale (farfalle)

Mi raccontava della migrazione: nel cielo una lunga nuvola formata da milioni di candide pieridi si muove indifferente alla direzione del vento, sempre alla stessa altezza dal suolo, alzandosi con fluida morbidezza sopra le colline e sprofondando di nuovo nelle vallate, e se per caso incontra un'altra nube di farfalle, gialle per esempio, la attraversa senza fermarsi e conservando intatto il proprio biancore - e prosegue il suo volo, e prima che venga notte si posa sugli alberi che fino al mattino successivo sembrano cosparsi di neve, e poi si alza di nuovo in volo per continuare il proprio viaggio - verso dove? a che scopo?: la natura ci tace ancora qualcosa, o forse lo ha già dimenticato. "La nostra vanessa dei cardi", raccontava "la painted lady degli inglesi, la belle dame dei francesi, a differenza delle specie affini non sverna in Europa, e nasce nella steppa africana; lì all'alba il viaggiatore fortunato può udire tutta la steppa, scintillante ai primi raggi del sole, crepitare per un'incalcolabile quantità di crisalidi che si schiudono". Di lì, senza indugi, le farfalle iniziano il loro viaggio verso il Nord, e all'inizio della primavera toccano le coste europee animando all'improvviso per un giorno o due i giardini della Crimea e le terrazze della Riviera; senza fermarsi, ma lasciando dappertutto individui isolati per la riproduzione estiva, riprendono il volo verso il Nord e alla fine di maggio, ormai ridotte a pochi esemplari, raggiungono la Scozia, lo Helgoland, il nostro paese, e perfino l'estremo Settentrione della terra: ne hanno catturati alcuni esemplari in Islanda! Con un volo strano, diverso da ogni altro, la povera farfalla scolorita, impazzita, a stento riconoscibile, sceglie una radura asciutta, mulinella tra gli alberi di Lesino, e alla fine dell'estate la sua rosea e incantevole progenie si gode già la vita sui fiori di cardo, sugli astri della Cina. "La cosa più commovente," aggiungeva mio padre "è che ai primi freddi si osserva il fenomeno inverso, il riflusso: la farfalla si affretta verso il Sud per svernare, ma naturalmente muore prima di aver raggiunto i paesi caldi".


Erich Maria Remarque (Giuseppe), da Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori, 1983, traduzione di Arrigo Bongiorno, pagg. 64-66 (cavalli)

L'atmosfera si fa ora silenziosa, ma il gridare non cessa: "Che c'è, Alberto?" domando.
"Laggiù nelle colonne alcuni colpi sono scoppiati in pieno."
L'urlo non vuole cessare: non possono essere uomini, quelli che gridano così orribilmente.
Kat dice: "Cavalli feriti."
Non m'è mai accaduto di udire cavalli gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire. Detering si rizza: "Assassini! Assassini! Ma ammazzateli, perdio!"
Egli è agricoltore, ha confidenza coi cavalli; la cosa lo tocca da vicino. E come a farlo apposta, il fuoco ora quasi tace, sicché l'urlo delle bestie si leva più chiaro. Non si sa donde possa venire, in questo paesaggio argenteo, ora così tranquillo; è invisibile, spettrale, dappertutto, fra la terra e il cielo, si allarga smisurato, enorme. Detering diviene furibondo e urla: "Ma sparate, uccideteli dunque, sacr...!"
"Prima devono portar via i feriti" osserva pacato Kat.
Ci alziamo e andiamo a cercare dove siano queste bestie. A vederle sarà più sopportabile. Meyer ha con sé un cannocchiale. Vediamo un gruppo oscuro di portaferiti con barelle, e poi masse nere, più grosse, che si muovono. Sono quelli i cavalli feriti. Ma non tutti: molti galoppano lontano, si abbattono e poi riprendono a correre. Uno ha la pancia squarciata, le interiora pendono fuori. La povera bestia vi s'impiglia con le gambe, stramazza, si rialza. Detering imbraccia il fucile e mira. Kat lo devia, sicché il colpo va in aria.
"Sei matto?" Detering trema e getta a terra il fucile. Ci accoccoliamo per terra e ci turiamo le orecchie. Ma l'orribile lamento, quel gemere, quel pianto, penetra dovunque, e si ode sempre.
Tutti abbiamo imparato a sopportare qualcosa; ma qui il sudore ci imperla la fronte. Si vorrebbe alzarsi e fuggire, non importa dove, solo per non udire più quei gridi. E dire che non sono uomini, ma soltanto poveri cavalli.
Dal gruppo oscuro si staccano alcune barelle. Poi alcuni colpi. Le masse nere dei cavalli esitano, si afflosciano. Finalmente! Ma non è finita ancora. Gli uomini non riescono ad avvicinarsi ai cavalli feriti che, terrorizzati, scorrazzano qua e là tutto il dolore nelle gole spalancate. Una delle figure nere mette un ginocchio a terra; si ode un colpo: un cavallo si abbatte, ancora uno. L'ultimo punta sulle gambe davanti, e si gira in tondo come una giostra; si gira in cerchio con la groppa a terra; avrà la spina dorsale fracassata. Un soldato accorre e lo abbatte: lento, umile, scivola a terra.
Ci togliamo le mani dalle orecchie. Il gridare è cessato: solo è nell'aria un lungo gemito, che va spegnendosi lentamente. E poi non v'è più nulla, altro che lo squittire dei razzi, la canzone delle granate e le stelle; e ciò sembra persino strano.
Detering se ne va, bestemmiando: "Vorrei un po' sapere che colpa hanno loro". Di lì a poco si riavvicina a noi, e con voce vibrata, quasi solenne, afferma: "Ve lo dico io, l'infamia più grande è che si faccia fare la guerra anche alle bestie".


Stefano Benni (Federico), da Stranalandia, Feltrinelli, 2000

IL PULCIOLO DELLE CRAVATTE (Pigolinus elegans)
Animalino che vive sulle cravatte di Stranalandia. Su ogni cravatta (ma attenzione, solo quelle in tinta unita!) si dispongono circa cento pulcioli colorati, decorandola. Per questo le cravatte di Stranalandia sono considerate le più belle del mondo. Un tipo particolare di pulciolo è il rigolino (Rigolinus regimentalius), di forma allungata, il quale disponendosi sulle cravatte forma bellissimi motivi a righe.
Acerrimo nemico del pulciolo è il timbratto, una grossa cimice che balza sulle cravatte fingendosi una macchia di sugo, rovinando completamente il lavoro dei pulcioli.


Ignazio Silone (Elvio), da Il seme sotto la neve, Mondadori, 1983 (asinelli)

Nella piazzetta rettangolare l'antica chiesa parrocchiale è proprio di fronte alla casa degli Spina; dalla facciata della chiesa due statue di pietra corrose e annerite sorvegliano la piazza; due statue di santi sconosciuti, che nella lunga convivenza e dimestichezza coi cafoni han finito con l'assumere i loro sembianti. Le case che attorniano la piazzetta, serrate l'una contro l'altra, sono strette e alte, umidicce e fangose, come se durante i secoli un fiume vi fosse passato sopra e vi avesse lasciato il suo limo. Fa sola eccezione il nuovo edificio delle scuole e degli uffici pubblici, costruito nello stile eroico-funebre in voga negli ultimi anni. Nella piazzetta s'è intanto ammassata una gran folla, nella quale riesce difficile distinguere, a prima vista, i cafoni dai piccoli proprietari, i trainanti dagli artigiani, essendo questi tutti ammantati, secondo l'uso locale, di lunghi cappotti neri a foggia di pellegrine, più o meno pesanti, più o meno laceri. L'uniformità fosca dell'assembramento, alla quale anche le donne partecipano essendo infagottate per lo più di cenci scuri, è limitata tutt'intorno dal bordo grigio fangoso della pista dove un centinaio di asinelli e di muli, montati dai loro padroni e incitati dalle grida della gente, stanno già sfilando, l'uno dietro l'altro. Il freddo rende visibile e accomuna il fiato degli uomini e quello delle bestie; dall'agglomerazione si leva un sentore di terra umida concimata, di terra invernale a riposo. La benedizione viene impartita alle bestie a ogni loro passaggio davanti alla chiesa, dal vecchio parroco in cotta stola e aspersorio. Per ripararsi alquanto dalla tramontana, la quale sbocca sulla piazza da un vicolo trasversale e fa mulinello contro la scalinata della chiesa, il prete ha dovuto abbandonare il posto a margine della pista e rifugiarsi sotto il portale del tempio. Accanto a lui si tiene il sacrestano in camice rosso col secchio dell'acqua santa, e più in dietro, in maggior riparo dal vento, ma pur visibile alla folla, la statua in carta pesta illuminata dalle fiammelle d'innumerevoli e ineguali ceri votivi. Vecchi e giovani cavalcano, com'è uso, senza sella e senza morso, reggendo una semplice fune di canapa legata intorno alla testa della bestia; ve ne sono tra essi che anche cavalcando portano il mantello, e lo tengono avvolto sulla spalla sinistra, conservando il braccio destro libero per la capezza.
Qualche asinello è particolarmente festeggiato, perché agghindato con nastri colorati sulla testa e sulla coda, e con sonagli attorno al collo, come una volta, in questa occasione, era costume generale. Quei fronzoli a buon mercato, sottratti per un giorno al corredo delle ragazze da marito, non riescono però a mascherare il misero stato delle povere bestie, le scorticature ed escoriazioni sul dorso, le spallacce gonfie, il ventre sfiancato, oppure ingrossato e pendente, le scoppiature dei ginocchi, i crepacci degli stinchi, la coda spelata, gli altri segni della quotidiana esistenza, comune con la povera gente. La più parte degli spettatori, specialmente i giovani e gli artigiani, partecipano alla benedizione come a un divertimento chiassoso che interrompe il letargo invernale e gridano lazzi e sberleffi all'indirizzo delle bestie più malconce e dei soliti due o tre poveracci che in ogni assembramento di folla fanno le spese del riso collettivo.


Emily Dickinson (Giuseppe), poesia n. 173 dell'edizione Johnson, in www.emilydickinson.it, traduzione di Giuseppe Ierolli (bruco)

Un tipo peloso, senza piedi -
Che pure eccelle nella corsa!
Di velluto, la Fisionomia -
E la Carnagione, grigiastra!

Qualche volta, dimora nell'erba!
Qualche volta, su un ramo,
Da cui si cala felpato
Sul Primo che passa!

Tutto questo in estate -
Ma quando i venti svegliano la Foresta,
Sceglie una Residenza di Damasco -
E si pavoneggia in fili di seta!

Poi, più fine di una Lady,
Emerge in primavera!
Una Piuma su ogni spalla!
Sarebbe arduo riconoscerlo!

Dagli uomini, detto Bruco!
Da me! Ma chi sono io,
Per svelare il grazioso segreto
Della Farfalla!


Trilussa (Giuseppe), Core de tigre, da Favole moderne, in Poesie scelte, Mondadori, 2002, pag. 132 (tigre)

'Na Tigre der serajo de Nummava,
come vidde tra er pubbrico 'na donna
che la guardava tanto, la guardava,
disse ar Leone: - S'io incontrassi quella
in mezzo d'un deserto, e avessi fame,
mica la magnerebbe: è troppo bella!
Io, invece, bona bona,
j'annerebbe vicino
come fa er cagnolino
quanno va a spasseggià co' la padrona. -
La bella donna, intanto,
pensanno che cór manto
ce sarebbe venuto un ber tappeto,
disse ar marito che ciaveva accanto:
- Io me la magno a furia de guardalla:
che pelo! che colori! com'è bella!
Quanto me piacerebbe a scorticalla!


Stefano Benni (Federico), da Stranalandia, Feltrinelli, 2000

IL VIRGOLO (Comma mezzipì)
Lo si trova sempre in mezzo ai branchi degli altri animali, intrufolato tra l'uno e l'altro. Della stessa famiglia del virgolo è il puntolo, che però si mette sempre alla fine della fila. Alcuni puntoli uno dietro l'altro segnalano che il branco non è finito, e che tra poco arriveranno altri animali.


Umberto Saba (Michele), A mia moglie, in Tutte le poesie, Mondadori, 2003 (animali vari)

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
Così se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
Se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi un santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere;
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.
Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.


Fazil' Iskander (Fiamma), da La costellazione del caprotoro, Sellerio, 1988, traduzione di Cristina Di Pietro (caprotoro)

Di profilo, il muso del caprotoro assomigliava al viso di un aristocratico decaduto, con il labbro inferiore che sporgeva in un'espressione di profondo scetticismo. Visto di fronte, invece, con le corna possenti magnificamente attorcigliate, l'animale sembrava esprimere una certa perplessità, quasi non riuscisse nemmeno lui a comprendere chi fosse in definitiva: una capra o un toro e se dovesse trasformarsi in una capra o restare, invece, un toro.
Nella relazione si parlava diffusamente della sua razione giornaliera, del commovente attaccamento all'uomo, ma, soprattutto, veniva dato particolare risalto ai pregi di questo animale paragonati a quelli di una capra comune. Tanto per cominciare, pesava almeno il doppio di una capra normale (e questo risolveva il problema della carne), inoltre si distingueva per una straordinaria forma fisica, cosa che, in futuro, avrebbe reso il pascolo del caprotoro sui pendii montani più scoscesi praticamente sicuro da ogni rischio. a questo proposito, anzi, l'autore sottolineava che, grazie al carattere mite e tranquillo dell'animale, il pascolo non presentava grandi difficoltà e un solo pastore sarebbe riuscito a cavarsela tranquillamente con duemila capi. Sul problema della quantità di lana che il caprotoro era in grado di produrre Platon Samsonovic si espresse in toni decisamente frivoli, scrivendo che il folto vello sale e pepe sarebbe stato un ulteriore contributo alla nostra industria leggera. Sembrava, infatti, che la moglie del selezionatore avesse realizzato personalmente un maglioncino di lana di caprotoro che, secondo il giudizio di Platon Samsonovic, non aveva nulla da invidiare a quelli di importazione.
"Le signore che amano vestire alla moda saranno molto soddisfatte" assicurava.
L'articolo, inoltre, metteva in evidenza che, del suo illustre antenato, il caprotoro aveva conservato non solo una grande agilità nel salto, ma anche la bellezza delle corna che, con un trattamento adeguato, potevano sicuramente diventare un elegante soprammobile o uno splendido souvenir per i turisti e per tutti gli ospiti stranieri interessati alla novità.
[...]
Qualche mese dopo il giornale annunciava su un'intera colonna un lieto evento: tutte le capre fecondate dal caprotoro (tredici in tutto) avevano partorito. Non solo, ma quattro di esse avevano dato alla luce dei gemelli e una addirittura tre capretti. Un'enorme fotografia a tutta pagina riproduceva la numerosa famiglia del caprotoro insieme alla sua giovane prole. Al centro stava il capo della dinastia e stavolta, finalmente, il muso dell'animale non esprimeva il minimo stupore.


Stefano Benni (Federico), da Stranalandia, Feltrinelli, 2000

IL RIGARIO (Rigarius tuttomius)
Animale che passa tutto il tempo a tracciare righe sul terreno con il becco, e a proclamare che quello che c'è tra le righe è roba sua. Arriva in un prato e, invece di sdraiarsi tra i fiori, tira subito una gran riga e urla "chi oltrepassa questa è nel mio terreno". Va sulla spiaggia e invece di fare il bagno disegna un quadrato e urla "guai a chi entra nel mio pezzo di spiaggia!". Ovunque vada la sua ossessione è di recintare e separare, delimitare. Se provate a passare la sua riga, il rigario vi becca col naso puntuto e metallico. Spesso mette vicino alle sue righe cartelli come "proprietà privata", "zona militare", "vietato l'ingresso".
Quando due rigari si incontrano, subito si azzuffano e volano tremendi colpi di becco. Alla fine uno dei due è spesso ferito a morte. Allora, con le ultime forze, disegna un cerchio e grida: "qua dentro ci muoio io e guai se ci viene a morire qualcun altro", poi stramazza. Non è bella la vita dei rigari.


Ian McEwan (Alessio), da Cani neri, Einaudi, 1993, traduzione di Susanna Basso (cani)

I cani procedevano nella loro avanzata. June camminava all'indietro; non osava mettersi a correre. Gridò il nome di Bernard una, due, tre volte. La sua voce risuonò acuta nell'aria piena di sole. E fece affrettare il passo dei cani, che ruppe quasi in un trotto. Non doveva far vedere che aveva paura. Ma quelli tanto l'avrebbero fiutata, la sua paura. Perciò, non doveva proprio provarla. Ma le mani le tremavano mentre frugavano a terra in cerca di sassi. Ne trovò tre. Ne preparò uno nella mano destra e tenne gli altri due nascosti nella sinistra. Si ritirava procedendo di lato adesso, con la spalla sinistra rivolta alle bestie. Nel punto in cui il sentiero improvvisamente scendeva, June inciampò e cadde: era tale l'ansia di rimettersi subito in piedi che le parve di essere rimbalzata sul terreno. Le pietre non erano cadute. Si era tagliata un braccio. Chissà, forse l'odore del sangue poteva eccitarli. Avrebbe voluto succhiarlo via, ma per farlo sarebbe stata costretta a mollare le pietre. Mancavano ancora più di cento metri alla curva successiva. I intanto i cani erano a meno di venti, e continuavano ad avanzare. Quando finalmente June si fermò e decise di affrontarli, lo fece separandosi dal suo stesso corpo. Poi, la parte di sé staccata dall'altra si preparò a osservare la scena della giovane donna sbranata dai cani con indifferenza, anzi peggio, con rassegnazione. Notò con disprezzo il piagnucolio che accompagnava ogni sua emissione di fiato, e lo spasmo muscolare che le scuoteva la gamba sinistra al punto di non consentirle più di reggere il peso del corpo. Si appoggiò all'indietro contro un arbusto di quercia che costeggiava il sentiero. Sentì l'ingombro dello zaino frapporsi fra la sua schiena e il tronco dell'albero. Senza lasciar cadere i sassi, se lo sfilò dalle spalle e se lo tenne davanti al petto. A una decina di metri i cani si fermarono. June si rese conto di essere rimasta fino a quel momento ancora aggrappata alla speranza che la sua fosse soltanto una paura idiota. Ma in quel momento il filo della speranza fu reciso una volta per tutte dal borbottio sommesso del cane più grosso che stava ringhiando. Il più piccolo invece era acquattato a terra, le zampe anteriori tese, pronto all'attacco. Il compagno lo aggirò lentamente sulla sinistra, mantenendo una certa distanza cosicché, per conservarli entrambi all'interno del suo campo visivo, a June non rimase che compiere continui e rapidi spostamenti dello sguardo. In questo modo i due animali le apparvero come un accumularsi vibrante di dettagli sconnessi: mostruose gengive nere, flaccide labbra scure segnate da un contorno di saliva rappresa, un filo di bava, i solchi sulla lingua cha andavano a morire sulle estremità sottili e ricurve dei lati, un occhio giallo e rossastro e un grumo di materia giallognola intrappolata tra i peli, qualche piaga aperta su una zampa anteriore e, in fondo alla V delle fauci, gli angoli delle ganasce, un piccolo fiocco di schiuma al quale il suo sguardo ostinatamente tornava. I cani si erano portati appresso un intero sciame di mosche, alcune delle quali adesso disertarono per andarsi a posare su June. (...) Quelle pause silenziose tra un ringhio e l'altro le sapevano di calcolo. Le bestie dovevano avere un piano. Dalla mandibola del più grosso una goccia di bava cadde sul sentiero, ricoprendosi subito di avide mosche. June sussurrò: - Vi prego, andatevene. Per favore. Oh Dio!


Lêdo Ivo (Alessio), due poesie da Illuminazioni, Multimedia Edizioni, 2001, traduzione di Vera Lúcia de Oliveira (chiocciole e asino)

L'ASINO

Sopra l'arso pendio
pascola l'asino. I suoi grandi denti gialli
triturano l'erba secca rimasta
da tanta primavera.
La terra è scura . Nel cielo interamente azzurro
il sole lancia fulgori che riscaldano
pomodori, carciofi e melanzane.
L'asino contempla il giorno tremulo
dal tanto chiarore
ed emette un nitrito, il suo tributo
alla bellezza dell'universo.

LE CHIOCCIOLE

Solo a Dio si aprono le chiocciole
che troviamo immobili sull'erba.
Ci inchiniamo dinanzi a esse e supplichiamo:
Parlate! Confidateci ora il grande segreto.
Spiegateci il mistero di questa camminata
e di questo silenzio che tanto ci disturba!

Solo le chiocciole conoscono la prima causa
e sanno l'origine di tutto, dalla grande esplosione
che creò l'universo e ancora ci stordisce.
Per quanto chiediamo, loro nulla ci dicono.
Passano tutto il giorno immobili sull'erba
e non ci guardano neppure.


Stefano Benni (Federico), da Stranalandia, Feltrinelli, 2000

IL FORMICHIERE TRISTE (Nigrilleiro depressus)
Un vero prodigio della natura. La sua lingua, vischiosa e sottile, è perfetta per infilarsi nei formicai e tirar fuori le formiche. Il pelo folto e ruvido lo protegge dai morsi delle formiche. Con la lunga coda può spazzare il terreno e raccogliere mucchi di formiche. Le zampe sono munite di unghioni con cui può scavare e rivoltare agevolmente i nidi di formiche.
E allora perché il formichiere è triste? Perché le formiche non gli piacciono.


Michel Tournier (Federico), da Il re degli ontani, Garzanti, 1987, traduzione di Oreste Del Buono (alce)

Una notte venne svegliato da uno strusciare contro le pareti della casa. Qualcuno pareva camminare, appoggiandosi alle travi e persino alla porta. Più spaventato di quanto volesse confessarselo, si girò dall'altra parte e si riaddormentò. I giorni seguenti, rifletté su quella visita notturna. Era fatale che la sua presenza in Canada fosse scoperta prima o poi. Il fumo che saliva dal camino segnalava la sua presenza all'intero vicinato. Ma come rinunciare ad accendere il fuoco? Si rimproverò per la vigliaccheria dimostrata. Se doveva ricevere un'altra visita, sarebbe stato meglio farvi fronte, e tentar di trattare con l'intruso piuttosto che rischiare una denuncia.
Passarono molte settimana senza allarmi.
L'autunno si prolungava, e il tempo pareva esitare a precipitare nell'inverno. Tuttavia una notte i passi pesanti e gli struscii intorno alla casa canadese svegliarono di nuovo Tiffauges. Si alzò e andò a piazzarsi dietro la porta. Fuori era tornato silenzio. Fu rotto d'improvviso da una specie di rantolo che gelò Tiffauges sin nel midollo. Poi qualcuno raschiò alla porta. Tiffauges l'aprì bruscamente, e indietreggiò, barcollando, davanti al mostro che vi s'inquadrò. L'animale aveva qualcosa del cavallo, del bufalo e del cervo. Compì un passo, ma fu subito fermato dagli enormi palchi di corna terminanti in palette dentellate che urtavano gli stipiti della porta. Alzando il capo, puntò allora verso Tiffauges il grosso muso tondo sotto il quale l'apertura triangolare del labbro superiore si agitava delicatamente, come l'estremità d'una proboscide d'elefante. Tiffauges aveva sentito parlare di branchi di alci che frequentano ancora il nord della Prussia orientale, ma era sbalordito dall'enorme massa di pelo, di muscoli e di corna che minacciava d'invadere la casupola. La sollecitazione di quel labbro che si tendeva verso di lui era talmente eloquente che andò a cercare un pezzo di pane sul tavolo, e l'offrì all'alce. L'animale l'annuso fragorosamente e l'inghiottì. Poi la mascella inferiore parve slogarsi di lato, e una lenta e coscienziosa masticazione ebbe inizio. L'alce doveva esser soddisfatto di quell'offerta, poiché rinculò e scomparve nella notte, sagoma goffa e pesante la cui bruttezza e il cui isolamento stringevano il cuore.
Così la fauna della Prussia orientale aveva appena delegato presso Tiffauges il primo rappresentante, e si trattava di una bestia semifavolosa, che pareva uscire dalle grandi foreste erciniche della preistoria. Restò sveglio fino all'alba, quella visita lo aveva ricondotto alla strana convinzione sempre nutrita di possedere origini immemorabili, una qualche radice che sprofondava nella notte dei tempi.
Ormai, ogni volta che imboccava il tunnel d'erbe per raggiungere il Canada, portava con sé qualche pezzo di ravizzone per l'alce. Un giorno che l'animale si era presentato alla capanna più tardi, ebbe occasione di osservarlo alla luce dell'alba. Era insieme imponente e pietoso, con il garrese bozzuto alto due metri che dominava la breve incollatura, la testa enorme dagli orecchi asinini e i palchi pesanti e grossolani, e il dorso ossuto sorretto da lunghi trampoli magri e difettosi. Tentò di brucare dei cespugli di mirtilli, e per raggiungere il suolo dovette divaricare ridicolmente le zampe anteriori a causa dell'incollatura troppo corta. Poi, la bocca storta dalla masticazione, rialzò l'enorme capo. Tiffauges notò allora che due albugini bianche ricoprivano quei piccoli occhi. L'alce del Canada era cieco. Da allora Tiffauges capì meglio quel comportamento mendico, quell'andatura malaccorta, quella lentezza sonnambolica, e, a causa della sua forte miopia, si sentì più che mai vicino al gigante tenebroso.


Jonathan Coe (il fortunato estrattore), da La famiglia Winshaw, Feltrinelli, 1997, traduzione di Alberto Rollo, pagg. 238-39 (polli)

Dorothy credeva fermamente nella ricerca e nello sviluppo, e nel corso degli anni il Brunwin Group s'era fatto un nome nel settore dell'innovazione tecnologica, in particolare quella applicata all'allevamento dei polli. Questi furono alcuni dei problemi che Dorothy si impegnò a risolvere:

1. AGGRESSIVITÀ: Ai polli di Dorothy, prima di finire in mattatoio alla settima settimana (appena un cinquantesimo del percorso del loro arco naturale di vita), veniva assegnato uno spazio di quindici centimetri quadrati per volatile. Lo spiumaggio a colpi di becco e il cannibalismo erano all'ordine del giorno fra i pennuti tenuti in siffatta condizione di cattività.
SOLUZIONE: Dopo aver sperimentato speciali occhialetti tinti di rosso applicati al becco (cosicché, neutralizzando il colore, il volatile si asteneva dal beccare le creste rosse dei suoi compagni), Dorothy li sostituì con dei paraocchi che impedivano di vedere dall'una e dall'altra parte. Quando anche questo di dimostrò un espediente troppo complesso, si studiò di scoprire il metodo più efficace di de-becchizzazione. Dapprima fu utilizzata una torcia a fiamma, poi un saldatore. Infine i suoi tecnici realizzarono una piccola ghigliottina fornita di lame roventi. Era piuttosto efficace ma se le lame erano troppo infuocate causavano vesciche in bocca; inoltre, dato che bisognava tagliare quindici becchi al minuto, era difficile agire con estrema accuratezza e c'erano parecchi casi di narici ustionate e mutilazioni facciali. I nervi danneggiati del becco mozzato tendevano a svilupparsi verso l'interno, avvoltolandosi su se stessi e dando origine a cronici dolorosi neuromi. Come ultima risorsa, Dorothy fece in modo di trasmettere musica lenitiva dentro le gabbie e nei pollai. Manuel e la sua orchestra delle Verdi Valli riscosse un particolare successo.

2. SECONDO CICLO DI PRODUZIONE UOVA: Per molti anni, le batterie di galline furono inviate al macello alla fine del ciclo di produzione di uova, dopo circa quindici mesi: Dorothy, però, era convinta che ci doveva essere un modo per sollecitare un secondo ciclo di produzione.
SOLUZIONE: Forzare la muta. Dorothy scoprì che si potevano abbreviare i tempi del periodo di muta, durante il quale le galline non facevano uova, con la tecnica dello shock, sottoponendo i pennuti a improvvisi cambiamenti del sistema d'illuminazione o attraverso un severo programma di deprivazione d'acqua o cibo.

3. I PULCINI MASCHI: I maschi nati nelle batterie di galline produttrici di uova non sono geneticamente predisposti a ingrassare per il consumo umano e dunque non hanno alcun valore commerciale. Va da sé che devono essere distrutti - appena nati, se possibile - ma come?
SOLUZIONE: Per un po' Dorothy sperimentò una macina capace di ridurre a carne trita 1000 pulcini ogni due minuti. La poltiglia così ottenuta si poteva utilizzare sia come mangime che come concime. Le macine però erano costose da installare. Come possibile alternativa fu presa in considerazione l'embolia per privazione d'ossigeno, e così pure l'asfissia con cloroformio e diossido di carbonio. Ma nulla era veramente più economico - così infine fu deciso - del sano vecchio soffocamento. Il metodo più semplice era quello di stipare migliaia di pulcini l'uno sull'altro e chiuderli tutti insieme in sacchi. I volatili o soffocavano lentamente o morivano schiacciati.


Stefano Benni (Federico), da Stranalandia, Feltrinelli, 2000

IL GUM GUM (Scancellarius equus)
Il gum-gum è un bipede gommoso che per nutrirsi cancella gli alberi sbagliaroni, che sono alberi le cui foglie sono piene di errori. Però nella fretta spesso si sbaglia e cancella alberi con le foglie giuste. È un animale utile, ma a volte esagera. E poi nessun albero è perfetto.


Kurt Vonnegut (Michele), da A man without a country, Seven Stories Press, 2005, traduzione inedita di Michele Governatori, cap. 6, pagg.55-62 (bluebird/sialia)

Mi hanno definito un luddista, e non mi dispiace affatto.
Sapete chi è un luddista? Qualcuno che odia le diavolerie moderne. Ned Ludd era un operaio tessile inglese che più o meno all'inizio del diciannovesimo secolo ha distrutto un sacco di nuovi telai meccanizzati per la confezione automatica dei vestiti, perché quei telai stavano per fargli perdere il lavoro e rendergli impossibile sfamare vestire e dare una casa alla sua famiglia.
Nel 1813 il governo inglese ha fatto impiccare diciassette uomini suoi seguaci per il crimine capitale di distruzione delle macchine.
Oggi abbiamo diavolerie come sottomarini nucleari armati di missili Poseidon che portano bombe H nelle loro testate. E diavolerie come i computer che c'impediscono di crescere. Bill Gates dice "Aspettate e vedrete cosa il vostro computer è in grado di diventare". Ma siamo noi che dovremmo diventare qualcosa, non il computer: quello che possiamo diventare noi è il miracolo per cui siamo nati, e che raggiungiamo col nostro lavoro.
Il progresso per me è stato una dannazione, perché mi ha portato via quello che il telaio a mano doveva essere stato per Ned Ludd due secoli fa, cioè la macchina da scrivere.
Di macchine da scrivere oramai non se ne trovano più da nessuna parte (tra parentesi: Huckleberry Finn è stato il primo romanzo della storia scritto direttamente a macchina), eppure ai vecchi tempi, non poi così lontani, scrivevo anch'io a macchina, e quando avevo accumulato più o meno venti pagine le correggevo a matita, dopodiché chiamavo Carol Atkins, che era una dattilografa professionista.
Abitava a Woodstock, nello stato di NY, il posto che ha dato il nome al famoso evento di sesso e droga degli anni '60 che in realtà ebbe luogo dalle parti di Bethel (per cui tutti quelli che dicono di essere stati allora a Woodstock in realtà non c'erano). Comunque, chiamavo Carol e le dicevo: "Ciao Carol, come ti vanno le cose? La schiena migliora? Hai preso per caso qualche sialia?" e così via a chiacchierare del più e del meno. Adoro parlare con la gente.
Lei e suo marito cercavano di attirare le sialie, e chiunque ci abbia provato sa che per riuscirci bisogna fare una casetta a non più di un metro da terra, magari sul recinto del giardino. Come facciano ad esserci ancora sialie sopravvissute, non lo so. Non hanno avuto molta fortuna, così come non ne ho avuta io nel posto dove mi sono trovato. E comunque, con Carol chiacchieriamo un po', finché alla fine le dico: "Sai, ho messo insieme un po' di pagine. Non è che per caso tu dattiloscrivi ancora?" cosa a cui naturalmente lei risponde di sì. E io so già che il suo lavoro sarà così preciso che sembrerà fatto da un computer. Così dico: "Spero che le mie bozze non si perdano con la posta", al che lei risponde che niente viene mai perso con la posta. E questa in effetti è anche la mia esperienza: non ho mai perso nulla. Però lei adesso è una Ned Ludd: il suo lavoro non vale più niente.
Sicché, prendo le mie pagine e le unisco con uno di quegli affari metallici chiamati paper clip, e naturalmente sto attento a numerarle bene. A questo punto scendo di sotto per uscire e passo davanti a mia moglie, la fotografa e giornalista Jill Krementz che è sempre stata molto high tech e che col tempo lo è diventata anche di più. Vedendomi mi chiede "Dove stai andando?" Non per niente la sua lettura preferita da ragazza erano i gialli della detective Nancy Drew. Le rispondo che esco a prendere una busta, al che lei mi dice "Non sei mica così povero: di buste potresti comprarne un'intera confezione da mille, fartela portare e sistemarla in un armadio".
"Zitta", le dico. E scendo i gradini dell'uscita, sulla Quarantottesima strada a New York tra la Seconda e la Terza avenue, e me ne vado al negozio di là dalla strada che vende riviste, biglietti del lotto e roba di cartoleria. Conosco molto bene l'assortimento, e così mi prendo a colpo sicuro una busta del tipo manila, che dev'essere stata inventata da qualcuno che conosce esattamente le misure della carta che uso io. Mi metto in fila perché ci sono persone che comprano biglietti della lotteria, caramelle e altre cose, e comincio a chiacchierare con loro. Dico: "Lei per caso conosce qualcuno che abbia vinto qualcosa alla lotteria?" oppure: "Cos'è successo al suo piede?".
A un certo punto sono il primo della fila. Il negozio è gestito da indiani e la donna dietro il banco ha un gioiello in mezzo agli occhi. E allora: non valeva la pena di venire? Le chiedo se ci sono state grosse vincite alla lotteria negli ultimi tempi, e pago la busta. Poi prendo il mio manoscritto e ce lo infilo dentro. La busta ha due linguette metalliche da mettere in un foro del risvolto. Per quelli di voi che non ne hanno mai vista una, ci sono due modi di chiudere una busta manila, e io li uso tutti e due: prima lecco la banda appiccicosa del risvolto (cosa in cui ho sempre trovato qualcosa di eccitante), poi faccio passare le linguette metalliche nel buco (tra parentesi, queste linguette non ho mai saputo come si chiamano) e infine piego il risvolto e lo appiccico.
Dopo, vado all'ufficio postale all'isolato all'angolo tra la Quarantasettesima e la Seconda avenue. È molto vicino agli uffici dell'ONU, per cui c'è sempre un sacco di gente dall'aspetto strano che viene da ogni parte del mondo. Entro, e devo mettermi di nuovo in fila.
Devo confessarvi che sono innamorato della donna al banco.
Lei non lo sa. Mia moglie invece sì. Ma non posso farci niente, è così carina. Anche se tutto ciò che conosco di lei va dalla cintola in su perché la vedo sempre dietro al bancone. Ma so che ogni giorno continuerà a fare qualcosa per rallegrare noi clienti con la parte di lei che possiamo vedere. Magari si arriccerà i capelli, oppure se li stirerà. Una volta aveva un rossetto nero. È così generoso ed eccitante da parte sua: lo fa solo per farci piacere, a noi gente di tutto il mondo.
Sto in fila e dico a qualcuno: "Scusi, che lingua è quella che stava parlando?, l'urdu?" dico cose carine. A volte no, a volte dico anche: "Se non le piace qui, perché non se ne torna nella piccola dittatura da strapazzo da dove è venuto?". Una volta mi hanno borseggiato e sono andato a cercare un poliziotto per sporgere denuncia.
Comunque, alla fine sono il primo della fila. Alla ragazza non dico che l'amo. Mi mantengo imperscrutabile. La mia faccia è più inespressiva di un melone, ma in realtà ho il cuore che mi batte. Le do la busta e lei la pesa, perché voglio metterci il giusto numero di francobolli e avere la sua approvazione. Se mi dice che il numero di francobolli va bene e li timbra, è fatta: non possono rimandarmi indietro il plico. Allora prendo i francobolli giusti, e metto sulla busta l'indirizzo di Carol a Woodstock.
Dopodiché esco, e c'è una buca delle lettere che sembra un rospo blu gigante.
Gli do in pasto le pagine, e lui fa "Grop!". E me ne vado a casa. E sono stato proprio bene.
Ora voglio dirvi una cosa: le comunità elettroniche non costruiscono niente. Si finisce con un pugno di mosche in mano. Noi siamo animali danzanti. È così bello alzarsi e uscire a fare qualcosa.
La verità è che siamo sulla Terra per andarcene a zonzo. E nessuno dovrebbe mai convincerci del contrario.


Gustave Flaubert (Fiamma), da Un cuore semplice, in Tre racconti, BUR, 1996, traduzione di Alvise Zorzi (pappagallo)

Si chiamava Lulù. Era verde, la punta delle ali era rosa, la fronte azzurra, e la gola dorata. Ma aveva la fastidiosa mania di mordere la gruccia, si strappava le piume, sparpagliava all'intorno la sporcizia, spargeva l'acqua della bagnarola. Infastidiva la signora Aubain, che lo regalò per sempre a Felicita. Felicita intraprese l'istruzione dell'animale; e ben presto Lulù seppe ripetere: "Bel giovanotto! Servitor suo, signore! Dio ti salvi, Maria!". Era appeso presso la porta, e molti si stupivano che non rispondesse al nome di Loreto, perché tutti i pappagalli si chiamano Loreto. Lo paragonavano a un tacchino, a un ciocco; ed erano altrettante pugnalate per Felicita. Singolare ostinazione, quella di Lulù, che non voleva più saperne di parlare appena qualcuno lo guardava!
Tuttavia, il pappagallo ricercava la compagnia; e la domenica, mentre "queste" signorine Rochefeuille, il signor de Houppeville e qualche nuovo assiduo, Onfroy, il farmacista, il signor Varin e il capitano Mathieu, facevano la loro partita a carte, sbatteva contro i vetri con le ali e si dimenava così furiosamente che diventava difficile riuscire a intendersi. La faccia di Bourais, evidentemente, gli sembrava molto buffa: appena lo vedeva, incominciava a ridere, a ridere con tutte le sue forze. I suoi scoppi di voce riecheggiavano nel cortile, l'eco li moltiplicava, i vicini si affacciavano alle finestre e ridevano anche loro; e, per non essere veduto dal pappagallo, il signor Bourais scivolava lungo il muro, nascondendosi la faccia col cappello, raggiungeva il fiume ed entrava per la porta del giardino; e le occhiate che lanciava all'uccello mancavano del tutto di tenerezza. Lulù si era preso una sberla dal garzone del macellaio, perché si era permesso di affondare il becco nella sua cesta; e, da allora, tentava sempre di pizzicare il ragazzo attraverso la camicia. Fabù minacciava di torcergli il collo, benché non fosse cattivo, nonostante i tatuaggi che aveva sulle braccia e i grandi favoriti. Al contrario, aveva piuttosto un debole per il pappagallo, al punto di volergli insegnare, nel suo umore giovanile, qualche bestemmia. Felicita, spaventata da simili maniere, mise il pappagallo in cucina; la catenella gli fu tolta e l'uccello passeggiava per la casa.
Quando scendeva le scale, appoggiava sugli scalini la curva del becco, alzava la zampa destra e poi la sinistra: Felicita temeva che quella ginnastica gli facesse venire il capogiro. Poi Lulù si ammalò, e non poteva più parlare né mangiare: c'era sotto la sua lingua un ingrossamento, come viene talvolta ai polli; Felicita lo guarì, strappandogli l'escrescenza con le unghie. Il signor Paolo ebbe un giorno l'imprudenza di soffiargli nelle narici il fumo di un sigaro; un'altra volta, che la signora Lormeau lo stuzzicava con la punta dell'ombrello, il pappagallo ne ingoiò il puntale; infine si smarrì.
Felicita l'aveva posato sull'erba perché si rinfrescasse un poco e si assentò per un attimo: quando tornò, il pappagallo non c'era più! Dapprima lo cercò sui cespugli, lungo il fiume e sui tetti, senza ascoltare la padrona, che le gridava: "Fai attenzione! Sei pazza!"
Poi ispezionò tutti i giardini di Pont-l'-Eveque; e fermava i passanti per via: "Non avreste veduto per caso il mio pappagallo?"
A chi non conosceva il pappagallo, Felicita ne faceva la descrizione. A un tratto credette di scorgere dietro i mulini, sotto la collina, qualcosa di verde che volteggiava. Ma in cima alla collina, nulla! Un merciaio ambulante le disse che aveva incontrato poco prima l'uccello a Saint-Melaine, nella bottega di mamma Simon. Felicita vi si precipitò. Non capivano che cosa volesse. Finalmente tornò a casa, le ciabatte a brandelli, la morte nel cuore; e, seduta sulla panca, vicino alla signora, le raccontava i suoi vani tentativi, quando un peso lieve le cadde sulla spalla: Lulù! Che cosa diavolo aveva fatto? Era andato probabilmente a passeggio nei dintorni.
Felicita si riebbe con difficoltà; o, piuttosto, non si riebbe mai del tutto. Per un colpo d'aria le venne un'angina; poco dopo un mal d'orecchi. Tre anni dopo era diventata sorda, e parlava molto forte anche in chiesa. I suoi peccati avrebbero potuto essere manifestati in tutta la diocesi senza disonore per lei né scandalo per il prossimo; tuttavia, il signor parroco giudicò opportuno non ascoltare più la sua confessione altrove che in sacrestia. Ronzii illusori finivano di turbarla. Spesso, la padrona le diceva: "Dio mio, come sei stupida!" E Felicita replicava: "Sì, signora" e cercava qualcosa intorno a sé. La cerchia breve delle sue idee si restrinse ancora di più e il suono delle campane, il muggito dei buoi cessarono di esistere per lei. Tutti gli esseri le si muovevano intorno nel silenzio dei fantasmi. Un solo rumore le giungeva ora alle orecchie, la voce del pappagallo. Come se volesse distrarla, l'uccello imitava il tictac del girarrosto, il richiamo acuto del pescivendolo, la sega del falegname che abitava di fronte; e, quando sentiva suonare il campanello, imitava la voce della signora Aubain: "Felicita! La porta! La porta!"
Conversavano fra di loro: il pappagallo ripeteva a sazietà le tre frasi del suo repertorio e Felicita rispondeva con parole che non significavano molto di più, ma le si arrampicava sulle dita, le mordicchiava le labbra, che raccoglievano l'effusione del suo cuore. Nel suo isolamento, Lulù era per lei quasi un figlio, un innamorato. Le si appendeva al suo fazzoletto da collo; e, quando ella chinava la fronte, tentennando il capo a mo' delle balie, le grandi ali della cuffia e le ali dell'uccello fremevano insieme.
[...]
Una mattina del terribile inverno del 1837, dopo che lo aveva messo davanti al focolare perché non sentisse tanto freddo, Felicita lo trovò stecchito, nel mezzo della gabbia, la testa in giù, le unghie impigliate nei fili di ferro. Senza dubbio una congestione lo aveva ucciso. Felicita credette che fosse stato avvelenato con il prezzemolo; e, nonostante l'assenza di qualsiasi prova, i suoi sospetti si posarono su Fabù.
Pianse tanto che la padrona le disse:
"Ebbene, fallo impagliare"

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