I libri in testa
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Sabato 13 gennaio 2007, ore 18,15
Roma, Libreria Croce
Scena senza attori
Si può leggere il teatro?


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Le letture

        1. Kurt Vonnegut, da Buon compleanno Wanda June
        2. Jean-Paul Sartre, da I sequestrati d'Altona
        3. Mariangela Gualtieri, da Chioma
        4. Carlo Goldoni, da La cameriera brillante
        5. Federico García Lorca, da Nozze di sangue
        6. Oscar Wilde, da L'importanza di chiamarsi Ernesto
        7. Samuel Beckett, da Finale di partita
        8. Agota Kristof, da La chiave dell'ascensore
        9. William Shakespeare, da Il mercante di Venezia
        10. Manuel Puig, da Il bacio della donna ragno
        11. Anton Pavlovic Cechov, da Il giardino dei ciliegi
        12. William Shakespeare, da Sogno di una notte di mezza estate

Kurt Vonnegut (Michele), da Buon compleanno Wanda June, Elèuthera, 1995, traduzione di S. Carducci e A. Fambrini

Atto primo, scena prima

Silenzio. Buio pesto. Occhi non umani iniziano a risplendere nelle tenebre. Rumori di una giungla brulicante di animali che combattono. Si sente un cantante intonare le prime battute di "All God's Chillun Got Shoes". HAROLD, LOOSELEAF, PENELOPE e WOOLDLY sono uno di fianco all'altro nell'oscurità, e fronteggiano la platea. Sono immobili. Fuori dalle finestre si materializza l'orizzonte di una città dove si accendono le prime luci della sera.
Le luci illuminano il soggiorno di un appartamento lussuoso, riccamente ornato di trofei di caccia e di guerra. C'è una porta d'ingresso, una porta per la stanza da letto principale, e un corridoio che dà sulle altre stanze da letto, sulla cucina e così via.

PENELOPE Buonasera. Mi chiamo Penelope Ryan. Questa è una commedia dove si parla di gente che ama uccidere e di gente che invece no.

HAROLD Io sono Harold Ryan, suo marito. Ho ucciso più o meno duecento esseri umani in guerre di ogni genere - nella veste di soldato di professione. Ho ucciso anche migliaia di altri animali - per sport.

WOODLY Io sono il dottor Norbert Woodly... un medico, un guaritore di uomini. Trovo orribile e disgustoso che un assassino possa circolare liberamente e venga considerato un membro rispettabile di questa società. La gentilezza deve rimpiazzare la violenza, ovunque essa si manifesti, o saremo tutti condannati.

PENELOPE (a LOOSELEAF) Vuole esprimere il suo parere al riguardo, colonnello?

LOOSELEAF (imbarazzato) Gesù... Io non so. Voi lo sapete. Che diavolo. E chi lo sa?

PENELOPE Il colonnello Harper, adesso a riposo, ha sganciato una bomba atomica su Nagasaki durante la seconda guerra mondiale, uccidendo 74.000 persone in un lampo.

LOOSELEAF Ragazzi, proprio non so.

PENELOPE Lei non sa?

LOOSELEAF Era un bel casino.

PENELOPE Grazie. (a tutti) Ora potete andare. Stiamo per cominciare.

WOODLY (rivolto alla platea, facendo il segno pacifista) Pace!

(Tutti escono, tranne PENELOPE)

PENELOPE Questa è una tragedia. Quando sarà consumata, il mio viso sarà bianco come le nevi del Kilimangiaro.

(Una iena ghigna)

Mio marito, il grande assassino, manca da otto anni. È scomparso a bordo di un piccolo velivolo mentre sorvolava la foresta pluviale amazzonica, in cui sperava di trovare diamanti grossi come meloni. Suo pilota era il colonnello Looseleaf Harper, l'uomo che ha sganciato la bomba su Nagasaki.
(Una iena ghigna)

Dovrei parlarvi dei campanelli d'ingresso di questo appartamento. Il progetto è di Abercrombie & Fitch. Riproducono registrazioni autentiche di diversi animali. Il campanello della porta di servizio è la risata di una iena. Quello che avete appena sentito. Il campanello della porta principale è il ruggito di un leone. (A lato) Vi dispiace farglielo sentire, per favore?
(Un leone ruggisce)
Grazie.
(PAUL, il figlio dodicenne, entra dal corridoio, un ragazzino di buona famiglia minuscolo e sensibile, vestito con ricercatezza)
E questo è mio figlio, Paul. Aveva solo quattro anni quando suo padre è scomparso.

PAUL (raggiante e vivace) Ritornerà, mamma! È l'uomo più coraggioso e meraviglioso che sia mai esistito.

PENELOPE (alla platea) Ve l'avevo detto che era una commedia alla buona.

PAUL Forse ritornerà stasera! È il suo compleanno.

PENELOPE Lo so.

PAUL Resta a casa, stasera!

PENELOPE (Stancamente, avendone già discusso prima) Oh, Paul...

PAUL Sei sposata! Hai già un marito!

PENELOPE È un fantasma!

PAUL È vivo!

PENELOPE Neppure l'assicurazione di Omaha ci crede più.

PAUL Se devi uscire con qualcuno... Potrebbe almeno essere qualcuno come papà? (Con aria depressa) Herb Shuttle e Norbert Woodly... Non trovi niente di meglio di quei due sgorbi?

PENELOPE (Seccata) Grazie per la gentilezza e la signorilità.

PAUL Un piazzista di aspirapolveri e un medico invertito.

PENELOPE Un medico come?

PAUL Un invertito, un finocchio. Lo sanno tutti nel condominio che è un finocchio.

PENELOPE (Con l'aria di saperla lunga) Questa è davvero una novità interessante.

PAUL Tu sei l'unica donna con la quale sia mai uscito.

PENELOPE Non è vero.

PAUL Vive ancora con sua madre.

PENELOPE Lo sai che non ha i piedi? Vuoi forse che abbandoni sua madre, che non ha un marito, che non ha un soldo, che non ha i piedi?

PAUL Come li ha persi, i piedi?

PENELOPE In un incidente, sulla ferrovia, molti anni fa.

PAUL Avevo timore a chiederlo.

PENELOPE Norbert era appena agli inizi della carriera. Un vero uomo l'avrebbe venduta a una fabbrica di cibo per gatti. E comunque, se è per questo, anche J. Edgar Hoover vive ancora con sua madre.

PAUL Non lo sapevo.

PENELOPE Sono in molti a non saperlo.

PAUL J. Edgar Hoover è un tipo sportivo.

PENELOPE Non ne so niente.

PAUL Gli unici esercizi del dottor Woodly sono suonare il suo violino e fare quello stupido segno della pace (Fa il segno della pace parlando in modo effeminato) Pace, pace, pace a tutti.

(Il campanello - leone ruggisce)

PENELOPE (Con un brivido) Odio quell'affare.

PAUL È bellissimo. (Va alla porta, fa entrare Woodly che tratta con aperta ostilità)

WOODLY (In abito da passeggio e con un manifesto arrotolato sotto il braccio) Pace a tutti... Paul, Penelope.

PAUL Esce con la mamma, stasera?

WOODLY (A Penelope) Perché, esci?

PENELOPE Herp Shuttle mi porta a vedere un incontro di lotta.

[...]

Atto primo, scena terza

Buio. Il soggiorno s'illumina poco a poco. WOODLY è solo, addormentato sul divano. HAROLD entra con LOSELEAF dalla porta d'ingresso senza far rumore. Ha una barba folta e la pancia. LOSELEAF è più magro, porta baffi a manubrio. Entrambi indossano abiti sportivi nuovi e fumano sigari costosi. HAROLD è calmo, LOSELEAF è nervoso, confuso. Si aggirano furtivamente nella stanza, esaminando questo e quello. HAROLD sveglia WOODLY stuzzicandogli i piedi.

WOODLY (Trasalendo) Oooops!

HAROLD (A LOOSELEAF, molto divertito) Oooops!

WOODLY Posso... uh... esservi d'aiuto, signori?

HAROLD (Avanzando verso la ribalta, del tutto a suo agio) Signori..., questa è carina.

WOODLY (A LOOSELEAF) Mi avete spaventato.

LOOSELEAF Oh. Siamo solo entrati.

WOODLY Ho pensato che foste ladri. Ma non lo siete, mi auguro.

LOOSELEAF No. (Come un idiota incapace di sotterfugi) Ne ho già tanta di roba.

WOODLY (Osservandolo da vicino) Ah sì?

HAROLD La porta era aperta. È sempre aperta?

WOODLY È sempre chiusa.

HAROLD E tu stai all'interno, no?

WOODLY Voi siete... siete vecchi amici di Harold?

HAROLD Abbiamo tentato di esserlo. Abbiamo tentato.

WOODLY È morto, lo sapete.

HAROLD Morto. Che parola definitiva. Morto! (A LOOSELEAF) Hai sentito?


Jean-Paul Sartre (Elvio), da I sequestrati d'Altona, Oscar Mondadori, 1978, traduzione di Giorgio Monicelli

Atto quinto, scena prima: Il padre e Franz

Franz. Ecco ciò che v'inganna: negherò questo paese che mi rinnega.

Padre. Hai tentato di farlo senza troppo successo per tredici anni. Ora sai tutto: come potrai riattaccarti alle tue commedie?

Franz. E come potrei staccarmene? Bisogna che la Germania crepi o che io sia un criminale.

Padre. Esattamente.

Franz. Allora? (Guarda il padre, bruscamente.) Io non voglio morire.

Padre, tranquillamente. Perché no?

Franz. Già, voi potete fare questa domanda. Avete reso illustre il vostro nome.

Padre. Se tu sapessi quanto me ne frego!

Franz. Mentite, babbo: volevate fare delle navi e le avete fatte.

Padre. Le facevo per te.

Franz. Ma senti! Credevo aveste fatto me per loro. Comunque sia, esse ci sono. Morto, voi sarete una flotta. Ma io? che ho da lasciare?

Padre. Niente.

Franz, con smarrimento. Ecco perché vivrò cent'anni. Non ho che la mia vita, io. (Torvo.) Non ho che la mia vita! non me la prenderà nessuno. La detesto, credetemi pure, ma la preferisco al niente assoluto.

Padre. La tua vita, la tua morte, comunque, sono NIENTE. Tu non sei nulla, non fai nulla, non hai fatto nulla, non puoi far nulla. (Una lunga pausa. Il padre si avvicina lentamente alla scala. Si pone davanti alla lampada posta al di sotto di Franz al quale parla alzando la testa.) Ti chiedo scusa.

Franz, irrigidito dalla paura. A me, voi? È un trucco! (Il padre attende. Bruscamente.) Scusa di che?

Padre. Di te. (Pausa. Con un sorriso.) I genitori sono degli idioti: fermano il sole. Credevo che il mondo non sarebbe più cambiato. È cambiato. Ricordi quell'avvenire che ti avevo dato?

Franz. Sì.

Padre. Te ne parlavo senza posa e tu, tu lo vedevi. (Franz fa un cenno di assenso.) Ebbene, non era che il mio passato.

Franz. Sì.

Padre. Lo sapevi?

Franz. L'ho sempre saputo. In principio, la cosa mi piaceva.

Padre. Povero bimbo mio! Volevo che tu dirigessi l'Impresa dopo di me. È lei che dirige. Essa sceglie i suoi uomini. Me, mi ha eliminato: possiedo, ma non comando più. E te, piccolo principe, ti ha rifiutato fin dal primo istante: che bisogno ha di un principe? Forma e recluta essa stessa i suoi amministratori. (Franz scende i gradini lentamente, mentre il padre parla.) Ti avevo dato tutti i meriti e il mio aspro gusto del potere, ma non è servito a nulla. Che peccato! Per agire, tu correvi i rischi maggiori e, vedi, essa trasformava in gesti tutte le tue azioni. Il tuo tormento ha finito per spingerti al delitto e perfino nel delitto ti annulla: s'ingrassa della tua sconfitta. Non amo i rimorsi, Franz, non servono a nulla. Se potessi credere che tu sia efficace altrove e altrimenti. ma ti ho fatto monarca; che oggi vuol dire: buono a niente.


Mariangela Gualtieri (Fiamma), da Chioma, ed. Teatro Valdoca, 2000

C'è dolore. Bussa alla mia porta entra
da tutte le mie fessure mi movimenta
dentro la pietà. Mi confonde. Non accetto.
Non mi consegno a questa solfa di morti.
C'è un assedio di corpi
che lo so lo so sono tutti miei.

Se adesso io inchiodo il pensiero a quell'atto
voglio entrare lì dentro a quel pianto
se voglio capire la mano che raschia
e sconvolge la meccanica sacra di
un vivo, lo scassa lo incendia lo
schiaccia lo affoga con slancio convinto
con tecnica esatta fa male fa male così
male, se piango anch'io se vorrei prenderli
in braccio e portarli nel campo dove
c'è una pace di ombra e di pozzo
se non prego nessuno, se io non invoco, se
l'angelo, se le antiche madri, se se se.

Spiegami tu con pazienza, spiega tu se
puoi, se vuoi, se hai un mistico
modo, se ti è concesso, se parli una
sola delle lingue umane,
se hai la risposta
se sai, se stai fuori dal tempo,
se vedi se hai ira o pietà se tremi di pena se
sei lì che fremi per dire, se non vedi
l'ora, se.

Avessi l'arte di scomparire
avessi l'arte di sminuirmi
fino allo stuoino sulla porta d'entrata
avessi quel largo di porta spalancata.

Avessi la formula degli antichi miracoli
avessi le parole, avessi il canto de la guarigione,
avessi le miracolate mani
avessi voce che solo col canto scancella
ogni strappo, ogni spina, ogni ordine
di distruzione. Avessi io o tu, non importa
la parola, una, immensa, di tregua, di
bacio, di pane, di figliolino, di notte di
luna, di dormire vicino.
Io non ho questa voce- e tu?

Fate piano. Fate piano- per ogni
goccia, per ogni delicato dito
per ogni tavola partita da un porto
rudimentale, antico. Fate piano,
ch'è delicato tutto, nel suo esile
canto d'esserci, fate piano, per carità, fate piano.

C'è uno spintone sgarbato sulle
venature d'ogni colore, c'è un
passo pestatore che fa
lo schianto delle primavere.
Dire per nome tutto, fare grande
battesimo allora, benedire
voglio. Che il male che facciamo e
non vogliamo, che il male che facciamo
ci ritorni centuplicato in bene. Centuplicato
in bene. In bene. In bene centuplicato.
A noi tutti torni.



Dove andremo a finire? (prima parte)

Carlo Goldoni (Federico), da La cameriera brillante, Mursia, 1994 (atto primo, scena nona)

FLORINDO In questo io sono d'accordo col signor Pantalone. Mi piace la villa, come villa; e non farò mai città della villa.
CLARICE Ma stare in villa soli, senza praticare nessuno, è un volere inselvatichire.
FLORINDO La solitudine è una bella cosa.
CLARICE Il discorrere qualche volta solleva.
FLORINDO Io non parlerei mai con nessuno.
CLARICE Né meno con me?
FLORINDO Con voi qualche volta.
CLARICE Chi ama davvero, vorrebbe sempre essere vicino alla persona amata.
FLORINDO Basterebbe questo, perché non vi amassi più.
CLARICE Ma in che cosa passate voi il vostro tempo?
FLORINDO Oh, non mancano cose da passar il tempo. La villa ne somministra bastantemente.
CLARICE Vi dilettate di fiori?
FLORINDO Oibò! I fiori non mi piacciono. Sono cose da donne. Gli altri dicono che odoran di buono: a me pare che puzzino. Son belli per un poco e poi passiscono. Oibò.
CLARICE Vi diletterete di caccia?
FLORINDO Né meno. Che cosa mi hanno fatto i poveri uccelli, che abbia io d'ammazzarli per divertimento? Per mangiar non mi piacciono. Il loro canto mi annoia. Io li lascio stare dove sono.
CLARICE V'impiegherete dunque nella coltura delli terreni.
FLORINDO Questo sono cose che le lascio fare ai villani.
CLARICE Ma che cosa fate? Sempre leggere, sempre studiare?
FLORINDO Leggere? Studiare? Non son sì pazzo. Se non tratto coi vivi, molto meno voglio conversare coi morti.
(...)
CLARICE Nel vedervi soltanto, non mi credeva che foste così selvatico.
FLORINDO Ora che lo sapete regolatevi.
CLARICE Perché volete dunque ammogliarvi?
FLORINDO Perché non ho nessuno; ho bisogno d'una moglie che mi assista e mi governi.


A) Clarice è sempre più perplessa da ciò che dice Florindo, ma prosegue il dialogo perché vuole saperne di più del suo spasimante;
B) Clarice inizia a insultare Florindo che sorprendentemente trae godimento dalla reazione della donna;
C) Entra in scena Ottavio, altro spasimante di Clarice, che è stato nascosto fino a quel momento e ora ha l'occasione buona per guadagnare punti rispetto al rivale.

La risposta esatta è la B. Infatti il dialogo prosegue in questo modo:

CLARICE Volete che ve la dice, che avete dell'asino?
FLORINDO Ho per altro una cosa buona.
CLARICE E che cosa?
FLORINDO Che non me ne ho a male di niente; anzi, quando mi sento criticare, ne godo e rido veramente di cuore.
(...)
CLARICE Siete veramente un villanaccio.
FLORINDO Benissimo. E così?
CLARICE Senza rispetto, senza civiltà, senza creanza.
FLORINDO Vedete? Ora mi date gusto.
CLARICE E pretendereste che io fossi vostra moglie? Andate al diavolo.
FLORINDO Se non sarete voi sarà un'altra.
CLARICE Tanghero, somaraccio.
FLORINDO. Sì, tutto quel che volete.


Federico García Lorca (Alessio), da Nozze di sangue, Einaudi, 1961, traduzione di Vittorio Bodini

Riassunto:
Subito dopo il matrimonio la sposa fugge con un suo vecchio spasimante, Leonardo, sposato e con figlio. Ora i due attraversano un bosco inseguiti dal marito di lei, lo Sposo, con un gruppo di amici.

Atto terzo, quadro primo

LEONARDO
Taci!

SPOSA
Di qua me n'andrò sola.
Vattene. Voglio che torni.

LEONARDO
Taci, ho detto!

SPOSA
Con le mani, coi denti, come potrai,
togli dal puro mio collo
il ferro della catena
e lasciami accantonata
nella mia casa fra i campi.
E se non vorrai uccidermi
come una piccola vipera,
da' a queste mani di sposa
la canna del tuo fucile.
Ahi, che lamento, che fuoco
mi montano per la testa!

LEONARDO
Il passo è fatto. Sta' zitta!
C'inseguono da vicino
e devo portarti con me.

SPOSA
Dovrai farlo con la forza.

LEONARDO
Con la forza? Chi fu il primo
a scendere dalle scale?

SPOSA
Io.

LEONARDO
Chi è che ha messo
al cavallo briglie nuove?

SPOSA
Io stessa. È vero.

LEONARDO
E che mani
mi hanno calzato gli sproni?

SPOSA
Queste mani che sono tue,
ma che al vederti vorrebbero
rompere gli azzurri rami
e il mormorio delle tue vene.
Ti amo! Ti amo! Allontanati!
Se io potessi ammazzarti,
ti metterei in un sudario
tutto orlato di violette.
Ahi, che lamento, che fuoco
mi montano per la testa!

LEONARDO
Che vetri nella lingua mi si conficcano!
Perché io volli scordarti
ed alzai un muro di pietre
fra la tua casa e la mia.
È vero. Te ne rammenti?
E da lontano, vedendoti,
mi gettai rena degli occhi.
Ma se montavo a cavallo
veniva il cavallo da te.

(...)

SPOSA
Hai sentito?

LEONARDO
Viene gente.

SPOSA
Fuggi.
È giusto che io muoia qui.


A) Sposa e Leonardo vengono uccisi dagli inseguitori che li hanno appena raggiunti.
B) Viene uccisa sola la Sposa o solo Leonardo.
C) I due contendenti, Leonardo e lo Sposo, si ammazzano a vicenda.

La soluzione corretta è la C) e lo si saprà solo alla fine durante il Quadro ultimo. Quando la figlia va dalla madre dello sposo a implorare il perdono:

MADRE
Con un coltellino
in un giorno di festa, fra le due e le tre,
si uccisero i due uomini dell'amore.
Con un coltello,
con un coltellino
che lo contiene una mano,
ma che penetra sottile
fra le carni stupite,
e si ferma nel punto
dove impigliata trema
l'oscura radice del grido.


Oscar Wilde (Giuseppe), da L'importanza di chiamarsi Ernesto, Rizzoli, 2001, traduzione di Luigi Lunari

Inizio

Un salotto nell'appartamento di Algernon in Half-Moon Street. La stanza è arredata con lusso e con estro. Dalla stanza accanto si ode il suono di un pianoforte.
Lane sta preparando una tavola per il tè delle cinque. La musica termina e Algernon entra.

ALGERNON: Hai sentito quel che stavo suonando, Lane?
LANE: Non mi sembrava educato ascoltare, signore.
ALGERNON: Me ne dispiace per te, Lane. Io non suono con molta precisione - con molta precisione può suonare chiunque - ma con grande sentimento. Per quel che riguarda il piano, il sentimento è il mio forte. L'esattezza scientifica la riservo alla vita.
LANE: Sì, signore.
ALGERNON: E a proposito di scienza della vita: hai preparato le tartine ai cetrioli per Lady Bracknell?
LANE: Sì, signore. (Gliele porge, su un vassoio.)
ALGERNON: (ispeziona le tartine, ne prende due, siede sul divano):Oh!... a proposito, Lane, ho visto sul tuo libro dei conti che giovedì sera, quando sono stati qui a cena Lord Shoreman e Mister Worthing, figurano essere state bevute otto bottiglie di champagne.
LANE: Sì, signore: otto bottiglie e mezza.
ALGERNON: Come si spiega che a casa di uno scapolo la servitù pasteggi immancabilmente a champagne? Lo chiedo per pura curiosità.
LANE: Attribuisco il fatto alla superiore qualità dello champagne, signore. Mi è più volte capitato di osservare che presso le coppie di sposi raramente lo champagne è di prima scelta.
ALGERNON: Dio del cielo! A questo punto può condurre il matrimonio?
LANE: Sono convinto possa trattarsi di una situazione anche gradevole, signore. La mia esperienza in proposito è molto limitata, a tutt'oggi. Sono stato sposato una volta sola, e a causa di un piccolo malinteso tra me e una giovane signora..
ALGERNON: (pigramente): Non credo di essere molto interessato alla tua vita familiare, Lane.
LANE: Certo, signore. È un argomento molto poco interessante. Non ci penso mai neanch'io.
ALGERNON: Più che naturale, ne sono certo. Va bene così, Lane, grazie.
LANE: Grazie, signore.
(Lane esce.)


A) Algernon ci ripensa, si incuriosisce e si ripromette di approfondire la questione del matrimonio fallito di Lane.
B) Algernon riflette sulle parole di Lane e si avventura in considerazioni moralistiche.
C) Algernon ha già dimenticato la poco interessante conversazione e rivolge i suoi pensieri agli ospiti in arrivo.

Soluzione (B):

ALGERNON: Lane ha una concezione piuttosto superficiale del matrimonio. Ma insomma: se gli strati inferiori della società non ci danno neanche il buon esempio, si può sapere a che cosa servono? Pare proprio che, perlomeno come classe, non abbiano la minima coscienza delle loro responsabilità morali.


(Riprendono le letture)

Samuel Beckett (Federico), da Finale di partita, Einaudi, 1990, traduzione di Carlo Fruttero (atto unico)

(CLOV: Federico, HAMM: voce registrata di Adolfo Celi)

CLOV - Ti lascio (pausa)
HAMM - Prima di partire, di' qualcosa
CLOV - Non c'è niente da dire
HAMM - Qualche parola... che io possa rievocare... nel mio cuore
CLOV - Il tuo cuore!
HAMM - Sì (pausa. Con forza) Sì! (pausa). Insieme a tutto il resto, alla fine, insieme alle ombre, ai mormorii, a tutto il male, per concludere. (Pausa). Clov... (Pausa). Non mi ha mai parlato. Poi, alla fine, prima di partire, senza che io gli chiedessi niente, mi ha parlato. Mi ha detto...
CLOV - (accasciato) Ah...!
HAMM - Qualcosa... che venga dal tuo cuore.
CLOV - Dal mio cuore!
HAMM - Qualche parola... del tuo cuore.
CLOV (canta) - vago augellin, vola da lei / nasconditi tra i suoi seni / dille che l'amo più degli occhi miei / e che ne ho i coglioni pieni (pausa) Basta così?
HAMM - (amaramente) Uno sputo! (pausa)
CLOV - (sguardo fisso, voce bianca) M'hanno detto: Ma è questo l'amore, ma sì, ma sì, devi credermi, vedi bene che...
HAMM - Articola!
CLOV - (come sopra) ...che è facile. M'hanno detto: Ma è questa l'amicizia, ma sì, ma sì, te l'assicuro, che vai ancora cercando. M'hanno detto: Ecco, fermati, alza la testa e guarda questo splendore. Quest'ordine! M'hanno detto: Andiamo, non sei mica una bestia, pensa a queste cose e vedrai, come tutto diventa chiaro. È semplice! M'hanno detto: Tutti quei feriti a morte, con quanta scienza li curano.
HAMM - Basta!
CLOV - (come sopra) Io mi dico... qualche volta, Clov, bisogna che tu riesca a soffrire meglio di così, se vuoi che si stanchino di punirti... un giorno. Mi dico... qualche volta, Clov, bisogna che tu sia presente meglio di così, se vuoi che ti lascino partire... un giorno. Ma mi sento troppo vecchio, e troppo lontano, per poter formare nuove abitudini. Bene, e allora non finirà proprio mai, non partirò proprio mai. (Pausa). Poi, un giorno, all'improvviso, ecco che finisce, che cambia, io non capisco, ecco che muore, o forse sono io, non capisco neanche questo. Io lo domando alle parole che restano... sonno, risveglio, sera, mattina. Ma loro non sanno dirmi niente. (Pausa). Apro la porta del capannone e me ne vado. Sono talmente curvo che vedo solo i miei piedi, se apro gli occhi, e tra le gambe un po' di polvere nerastra. Mi dico che la terra si è spenta, benché io non l'abbia mai vista accesa. (Pausa). Viene benissimo. (Pausa) Quando cadrò piangerò di gioia. (Pausa. Si avvia alla porta).
HAMM - Clov! (Clov si ferma senza voltarsi. Pausa). Niente. (Clov riparte). Clov!
CLOV - (Si ferma senza voltarsi) È quel che si dice "uscire di scena".


Agota Kristof (Alessio), da La chiave dell'ascensore, Einaudi, 1999, traduzione di Elisabetta Rasy

Una donna è seduta alla finestra, in una sedia a rotelle, la schiena rivolta agli spettatori. I suoi lunghi capelli biondi sono sparsi sul dorso della sedia. Con una voce dolce e un po' cantante, racconta:

DONNA   (...) Sono felice. Tutte le sere lui torna. Il mio principe! Non è un principe. È architetto. (Pausa). Del resto, è per questo che va via ogni mattina. Per lavorare. Se non lavorasse, non si potrebbero pagare le rate del nostro castello. Che lui ha costruito per noi. Per me. Un nido d'amore (Sognante). Appollaiato sulla cima di un'alta rocca. Come nelle favole. (Secca) Lontano dall'inquinamento della città. Dalla pianura. Qui nient'altro che abeti. L'aria pura. Per me. Lui, poveretto, deve scendere ogni mattino nella pianura. Per il suo ufficio, per il suo lavoro. Poveretto. Poveretto? Sì, poveretto. Prima, deve prendere l'ascensore. Dopo, deve prendere la macchina. Deve fare trenta chilometri per arrivare in ufficio. Poveretto! Il telefono che squilla. La gente che lo disturba. Mai un minuto di pace. E io, invece. Ben protetta dai muri... (Vivace) Nessuno può arrivare fin quassù. Non c'è una strada che porta qui. Il solo modo di arrivarci è un ascensore. Ma ci vuole una chiave. Nessuno ha la chiave dell'ascensore. Tranne mio marito (Pausa). Neppure io ce l'ho, la chiave dell'ascensore (Pausa). D'altra parte, non ho alcuna ragione di prendere l'ascensore. L'aria pura della foresta mi arriva senza che io debba andarla a cercare. Non ho che da aprire la finestra. (Apre la finestra. Forte respiro. Stormire degli alberi, canti d'uccelli). Meraviglioso! (Pausa).
All'inizio, ce l'avevo la chiave dell'ascensore. Potevo andare a passeggiare nella foresta. Mi piaceva andare a passeggiare nella foresta. Ero tutta felice di sentire e di vedere gli uccelli, gli scoiattoli, e anche solo le foglie degli alberi che si muovevano nel vento, che brillavano al sole. (Pausa). Era di primavera... Passeggiavo, stupefatta da tutte queste belle cose della natura quando, orrore! un uomo apparve davanti a me, sotto una quercia, con un fucile in spalla. Non era che un guardiacaccia, certo, ma mi fece paura. Tanto più che aveva i capelli biondi, la barba e gli occhi blu, mentre mio marito ha gli occhi e i capelli neri e il viso rasato. L'uomo mi ha porto un mazzetto di fiori.
GUARDIACACCIA   (voce lontana che la donna sente nella sua immaginazione) Tenga! Sono i primi fiori della nostra foresta.
DONNA   "La nostra foresta" sembrava un po' forte, perché ci associava in un modo... diciamo, intimo, come se avessimo qualcosa in comune lui, io e la foresta... Dal momento che non mi muovevo, mi si è avvicinato e mi ha guardato negli occhi sorridendo. Allora, ho sentito qualcosa di terribile. Era certamente la paura, l'angoscia, in ogni caso il mio cuore batteva violentemente e avevo voglia di gridare ma non gridavo. Accettai i fiori, dissi semplicemente grazie, e scappai verso l'ascensore dove mi gettai con un sentimento di sollievo che mi faceva male. Arrivata nella mia stanza, lanciai il mazzo di fiori dalla finestra. (Chiude la finestra) La sera ho raccontato tutto a mio marito. Lui ha sorriso.
MARITO   (voce lontana) Meglio che tu non esca senza di me.
DONNA   Gentilmente, m'ha preso la chiave dell'ascensore.
MARITO   (come prima) È per il tuo bene. Ti potrebbe capitare qualcosa di grave. Ti potrebbero aggredire. Una donna sola, in una foresta così grande...
DONNA   Mi ha abbracciata (Pausa). Non avevo più la chiave. Non potevo più uscire dalla mia stanza. Guardavo dalla finestra, aspettavo la sera, aspettavo il suo ritorno. Ma presto ho cominciato ad avere delle noie alle gambe. Niente di grave. Avevo un po' di formicolio alle gambe. Dal momento che stavo seduta tutta la giornata, era normale. Ma mi disturbava. Mi era terribilmente penoso. Ne ho parlato a mio marito. Lui mi ha abbracciata.
MARITO   (come prima) Non hai che da camminare nella stanza. Girare intorno al tavolo.
DONNA   Lui sapeva sempre quello che conveniva fare. (Pausa) Allora mi sono messa a camminare attorno al tavolo. Così (gira con la sedia a rotelle attorno al tavolo) E ho chiuso la finestra per non far entrare la primavera. Tanto grande era la mia voglia di camminare nella foresta. Allora camminavo intorno al tavolo. (Lo fa) Poi, mi sedevo davanti alla finestra, prendevo il lavoro. Ricamavo, aspettando la sera (Pausa). Ma avevo sempre più fastidio alle gambe. Non avevo più voglia d'alzarmi. Avevo formicolii alle gambe. Me ne lamentavo tanto, che mio marito decise di consultare un medico: Claude. Era un suo compagno di scuola. Un uomo di tutta fiducia. Mio marito l'ha invitato una sera. Ne abbiamo parlato insieme, tutti e tre, sinceramente.
MEDICO   (voce lontana, come prima) Non è grave. Un piccolo intervento sistemerà tutto.
DONNA   Mio marito mi ha sorriso. Claude mi ha fatto un'iniezione. (Pausa). Quando mi sono svegliata, mi sentivo meravigliosamente bene. I formicolii erano scomparsi. Ma non potevo più muovere le gambe. Non le potevo più spostare. (Come un grave segreto) Non potevo più camminare (Pausa). Ha dovuto uccidere i nervi. Mio marito mi ha fatto dono di una sedia a rotelle. Posso ancora girare intorno al tavolo. (Lo fa) Posso ancora ricamare... Una castellana che ricama aspettando il suo principe... (Improvvisamente, getta il suo ricamo, e con voce pazza) Ma non posso più, mai più, passeggiare nella foresta, e aver paura - ma era paura? - d'un guardiacaccia dagli occhi blu, e... d'un mazzo di fiori... della nostra foresta. (Singhiozzi, poi, calmatasi, apre la finestra. Rumori d'alberi, del vento, d'uccelli. Si leva un canto lontano, un canto d'amore che, a tratti, si muta in fischio). Ho una natura cattiva. Non sono mai contenta. Appena scomparsi i fastidi alle gambe, ho cominciato a soffrire di altri disturbi. Alle orecchie. Avevo dei ronzii alle orecchie. Povero marito mio! La sera, dopo una giornata di lavoro massacrante, invece di trovare una donna consolatrice e allegra, non trovava che lamenti: Le mie orecchie ronzano... Non sopporto il silenzio... Non sopporto i rumori lontani della città (Pausa). Claude è tornato. Il suo viso franco ispirava fiducia.
MEDICO   (voce come prima) Non è niente. Un piccolo intervento...


William Shakespeare (Giuseppe), da Il mercante di Venezia, in Teatro completo: Le commedie romantiche, Mondadori, 2005, traduzione di Sergio Perosa

Atto III, scena I

SALERIO
Ma son sicuro che se non potrà farvi fronte, tu non ti prenderai la sua carne... a che servirebbe?
SHYLOCK
A farne esca pei pesci. Se non nutre nient'altro, nutrirà la mia vendetta. Mi ha svillaneggiato, defraudato di mezzo milione, ha riso delle mie perdite, deriso i miei guadagni, spregiato il mio popolo, ostacolato i miei affari, raffreddato i miei amici, infiammato i miei nemici... e perché? Perché sono un ebreo. Un ebreo non ha occhi? non ha mani, un ebreo, membra, corpo, sensi, sentimenti, passioni? non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, soggetto alle stesse malattie, guarito dalle stesse medicine, scaldato e gelato dalla stessa estate e inverno di un cristiano?... Se ci pungete, non sanguiniamo? se ci fate il solletico, non ridiamo? se ci avvelenate non moriamo? e se ci fate torto, non ci vendicheremo? - Se siamo come voi in tutto il resto, vi somiglieremo anche in questo. Se un ebreo fa torto a un cristiano che fa il mite cristiano? Vendetta! E se un cristiano fa torto a un ebreo, che farà, secondo l'esempio cristiano, l'ebreo paziente? Vendetta! Metterò in pratica la malvagità che mi insegnate, e sarà difficile che non superi i maestri.

[...]

atto III scena II

BASSANIO
Così l'aspetto esteriore inganna.
Il mondo si fa sempre infinocchiare
dalle apparenze. Nei tribunali, quale
perorazione, falsa o corrotta che sia,
se pronunciata con voce leggiadra
non riesce a mascherare il male? In religione,
c'è dannata eresia che un volto pensieroso
non benedica e confermi con un versetto biblico
celandone l'enormità con i bei fronzoli?
Non c'è vizio così lampante che esteriormente
non assuma un qualche segno di virtù:
quanti codardi dal cuore malfermo
come banchi di sabbia, portano sul mento
la barba d'Ercole e di Marte aggrondato,
ma se si guarda dentro, hanno il fegato
bianco come il latte? Per farsi temere
sfoggiano solo le escrescenze del valore.
Guarda la bellezza, e vedrai
che si compera a peso, e lì si compie
un miracolo di natura: quelle che ne sono più cariche
sono anche le più leggere. Così i riccioli
d'oro, che intrecciano sinuosamente
balletti capricciosi con il vento
su una bellezza artificiale, risultano spesso
proprietà di un'altra testa, il teschio
su cui crebbero, già nel sepolcro.
Così l'ornamento è solo spiaggia infida
d'un mare periglioso, il bel velo
che copre una bellezza da selvaggi; ossia
la verità speciosa che i tempi truffaldini
sfoggiano per ingannare anche i più saggi.
Perciò, oro vistoso, ostico cibo di Mida,
non ti vorrò; né vorrò te, pallido argento
che passi correntemente di mano in mano:
ma il tuo pallore, povero piombo,
che minaccia più di quanto non prometta,
mi muove più dell'eloquenza, e qui
faccio la mia scelta: gioia ne consegua!



Dove andremo a finire? (seconda parte)

Manuel Puig (Fiamma), da Il bacio della donna ragno, Einaudi, 1988, traduzione di Angelo Morino

Atto primo, quadro primo

MOLINA
Lei si vede che ha qualcosa di strano, che non è una donna come tutte le altre. Molto giovane, il taglio della faccia è... più rotondo che ovale, finisce a punta, come un gatto...

VALENTIN
E gli occhi?

MOLINA
Quasi di sicuro verdi. Guarda il modello, la pantera nera dello zoo, che se ne stava pacifica nella gabbia, distesa. Ma quando la ragazza ha fatto rumore col foglio da disegno, la pantera l'ha vista.

VALENTIN
Perché non l'ha fiutata prima?

MOLINA (non risponde di proposito)
Ma chi c'è dietro di lei? Qualcuno cerca di accendersi una sigaretta, il vento spegne il cerino.

VALENTIN
Chi è?

MOLINA
Aspetta. Lei sobbalza. Lui non è uno di quegli attori bellissimi, ma simpatico di faccia, un cappello a tesa bassa. Si tocca la tesa del cappello come per salutare, le dice che il disegno è fantastico. Lei si aggiusta con la mano la frangetta arricciata.

VALENTIN
Continua

MOLINA
Dall'accento si accorge che è straniera. La ragazza gli racconta che, allo scoppio della guerra, si è imbarcata per New York. Lui le domanda se ha nostalgia della sua città. Lei è come se le passasse un'ombra davanti agli occhi e risponde che non è di una città, che viene dalle montagne, dalle parti della Transilvania.

VALENTIN
Dal paese di Dracula

MOLINA
Lui, che è un architetto, il giorno dopo è nel suo ufficio con i colleghi e una ragazza anche lei sua collega, e quando suonano le tre pianta tutto per andare allo zoo che è quasi di fronte. La collega gli domanda perché è così allegro, si capisce che in fondo lei è innamorata di lui, anche se lo nasconde.

VALENTIN
È racchia?

MOLINA
No, capelli castani, niente di straordinario, ma carina. Però quella dello zoo, che si chiama Irene, no Irena, è sparita. Passano i giorni e il ragazzo non riesce a dimenticarla, finché...


A) finalmente non la rivede davanti alla gabbia della pantera
B) non la incontra casualmente, in modo strano
C) non si rende conto che sarà impossibile trovarla e chiede alla collega di uscire

(la soluzione è la B)

passeggiando per un viale di lusso non vede qualcosa nella vetrina di una galleria d'arte. Sono esposte le opere di qualcuno che disegna... solo pantere. Il ragazzo entra e lì c'è Irena che riceve le congratulazioni di altri visitatori.

VALENTIN
Fa' uno sforzo

MOLINA
Aspetta un momento... Bè, allora anche il ragazzo si congratula con lei. E lei pianta in asso tutti i critici e se ne va via con lui. Allora il ragazzo le racconta che è passato per caso, lui stava cercando un altro negozio, dove comprare un regalo.


Anton Pavlovic Cechov (Elvio), da Il giardino dei ciliegi, Einaudi, 2004, traduzione di Gerardo Guerrieri

Atto secondo

In campagna

Una vecchia cappella tutta incurvata, da parecchio tempo abbandonata, accanto alla quale è un pozzo e grandi pietre che una volta erano evidentemente state lastre tombali. Si vede la strada che porta alla fattoria di Gaiev. Da una parte, slanciati, nereggiano i pioppi: oltre, comincia il giardino dei ciliegi. Lontano una fila di pali telegrafici, e più lontano ancora, all'orizzonte, si disegna vagamente il profilo della grande città, che diviene visibile solo quando il tempo è sereno e chiaro. Fra poco calerà il sole. Charlotta (governante), Iascia (giovane cameriere) e Duniascia (cameriera), siedono sulla panchina. Iepichodov (contabile), in piedi lì vicino, suona la chitarra, tutti siedono immersi nei propri pensieri. Charlotta ha un vecchio berretto con visiera: toltasi il fucile di spalla, sta aggiustando la fibbia della cinghia.

Iepichodov - Io sono un uomo istruito, leggo continuamente libri importanti, ma ciononostante, non ho ancora capito che indirizzo prendere. Non so se, insomma, voglio vivere o, spararmi.. e per ogni eventualità, mi porto sempre addosso una pistola a tamburo. Eccola qua.. (la mostra).

Charlotta - Ho finito. (si mette il fucile a tracolla) Iepichodov, tu sei troppo intelligente, e sei un uomo terribile. Le donne devono impazzire per te. (si avvia) Questi intelligentoni sono talmente stupidi, non si sa con chi parlare, qui. sempre sola, sola, non ho nessuno. E chi sono, e cosa faccio al mondo. Non lo so.

Iepichodov - Obiettivamente e a prescindere, io debbo constatare con amarezza nei mie confronti che il destino mi sballotta, come il temporale una barchetta, senza nessuna pietà! Mi sbaglio? Ma allora perché stamattina mi sveglio - per fare un esempio - guardo e mi vedo sul petto un ragno enorme, così? (fa vedere con tutte e due le mani) Vado a bere, guardo e che vedo, nel liquido, con rispetto parlando? Uno scarafaggio! (pausa). Avete letto Buckle? (pausa). Potrei disturbarvi, Avdotia Eiodorovna per un breve colloquio?

Duniascia - Mi dica.

Iepichodov - Per colloquio, intendo dire, intimo.

Duniascia - (un po' confusa) Ah, bene.. be', prima però vada a prendermi la mantellina.. sta vicina all'armadio, qui è un po' umido.

Iepichodov - Va bene. Ve la porto. Ma adesso so che farò della mia pistola a tamburo (se ne va).


A) la usa per spararsi.
B) la getta nel fiume.
C) non ne parlerà più.

La soluzione corretta è la C) e per prova bisognerà leggere il dramma fino alla fine (salvo fidarsi sulla parola).


William Shakespeare (Michele), da Sogno di una notte di mezza estate, Oscar Classici Mondadori, 1988, traduzione di Calenda e Melchiori

Atto I, scena I

ERMIA
Supplico Vostra Grazia di perdonarmi. Non so quale forza mi renda così ardita, né come possa accordarsi al mio pudore che io difenda i miei pensieri qui, in pubblica udienza. Ma io supplico Vostra Grazia di farmi conoscere il castigo peggiore che mi attende nel caso io rifiuti di sposare Demetrio.

TESEO
La morte. O l'allontanamento per sempre dal consorzio umano. Perciò, graziosa Ermia, interroga i tuoi desideri, considera la tua giovinezza, tieni conto degli impulsi del sangue. E chiediti, qualora tu non ceda alla scelta di tuo padre, se sei in grado di sopportare il velo monacale, restare per sempre rinchiusa in un tetro chiostro, vivere tutta la vita sterile suora, cantando inni sommessi alla frigida luna infeconda. Tre volte beate coloro che, controllando il sangue, compiono in castità questo pellegrinaggio; ma è più felice in terra la rosa da cui si stilla il profumo di quella che appassisce e cresce, vive e muore in beatitudine solitaria.

ERMIA
Così voglio crescere, vivere e morire, mio signore, piuttosto che cedere il privilegio della mia verginità al potere di qualcuno al cui giogo sgradito la mia anima non vuole essere suddita.

TESEO
Prendi tempo per riflettere, e alla prossima luna nuova [...] sii pronta o a morire, se disubbidirai al volere di tuo padre, o a sposare Demetrio secondo i suoi desideri, o ancora a votarti sull'altare di Diana per sempre a vita austera e solitaria.

DEMETRIO
Cedi, dolce Ermia, e tu, Lisandro, abbandona la tua pretesa, assurda, di fronte al mio diritto.

LISANDRO
Demetrio, tu hai l'amore di suo padre; lasciami quello di Ermia e sposa lui.


EGEO (il padre di Ermia):
A) Conquistato dalla arditezza della battuta di Lisandro, gli consente il matrimonio diversamente dai suoi piani.
B) Si lamenta dell'insolenza di Lisandro e non cambia avviso.
C) Chiede a Teseo che l'affronto di Lisandro sia punito entro lo scoccare della luna nuova.

La soluzione corretta è la B)

EGEO
Insolente! È vero, Demetrio ha il mio amore; e il mio amore gli darà tutto ciò che è mio; e poiché Ermia è mia, io cedo a Demetrio ogni mio diritto su di lei.


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