I libri in testa
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Sabato 12 maggio 2007, ore 18,45
Roma, Libreria Croce
Fulmini e saette
un minimo barometrico
avanzava in direzione orientale


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata


Le letture

        1. José Saramago, da Viaggio in Portogallo
        2. Emily Dickinson, Poesia n. 198 dell'edizione Johnson
        3. Italo Calvino, da L'avventura di un poeta
        4. Joe R. Lansdale, da Il tornado
        5. Raymond Carver, da Provi a mettersi nei miei panni (prima parte)

          (collegamento con Kaliningrad: "Servirà l'ombrello?")

        6. Raymond Carver, da Provi a mettersi nei miei panni (seconda parte)
        7. Umberto Saba, da Coi miei occhi (seconda parte)
        8. Agota Kristof, da Trilogia della città di K.
        9. Ovidio, da Tristezze
        10. William Shakespeare, da Giulio Cesare

José Saramago (Federico), da Viaggio in Portogallo, Einaudi, 1999, traduzione di Rita Desti

C'è un caldo da morire, le cicale sono cadute in un'estasi collettiva, solo dei matti vanno in giro a quest'ora per le strade. E anche nelle cittadine, Crato ne è l'esempio, sono poche le persone che osano mettere fuori il naso: le porte e le finestre chiuse sono l'unica barriera che si oppone all'alito rovente che percorre le vie. A un eroico ragazzino che non ha paura del solleone, il viaggiatore domanda dove sia questo e quello. La chiesa madre è aperta per miracolo. Oltre alle statue quattro e cinquecentesche di buona fattura, e alla Pietà proveniente da Rodi, donata dal gran maestro dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, la chiesa possiede begli azulejos con i soliti motivi religiosi, ma, inaspettatamente, propone all'attenzione dei fedeli anche scene profane di caccia e pesca. È una buona morale: preghi per salvare l'anima, ma non si dimentichi che bisogna distrarre e nutrire il corpo. Il viaggiatore vede quello che c'è da vedere, ma desidera soprattutto approfittare del fresco dell'interno, insomma, la necessità può molto, se qualcuno lo nega sia punito.
C'è nella chiesa di Crato, sopra il cornicione, un insieme affascinante di figure umane e fantastiche tutt'altro che comuni nelle nostre terre: urne, coppe e doccioni sono impiegati a supporto e giustificazione della rappresentazione di santi, angeli e strani essere dell'immaginario medievale. La pietra è un granito scurissimo che a quest'ora si staglia in nero contro l'azzurro fondo del cielo. Il viaggiatore, che più volte ha lamentato la fragilità della pietra, adesso può stupirsi per la resistenza di questa: cinquecento estati di un caldo simile, perfino un santo di granito avrebbe il diritto di dire basta e dissolversi in polvere.


Emily Dickinson (Giuseppe), poesia n. 198 dell'edizione Johnson, traduzione di Giuseppe Ierolli, in www.emilydickinson.it

Un'orribile Tempesta squassava l'aria -
Le nubi erano svuotate, e scarse -
Un Nero - come di spettrale mantello
Nascose Cielo e Terra alla vista -

Le creature ghignavano sui Tetti -
E sibilavano nell'aria -
E scuotevano i pugni -
E digrignavano i denti -
E roteavano le convulse chiome -

Il mattino si accese - gli Uccelli si alzarono -
Gli occhi spenti del Mostro
Si volsero lenti alla costa natia -
E la pace - fu Paradiso!


Italo Calvino (Elvio), da L'avventura di un poeta, in Gli amori difficili, Mondadori, 2007

Di fatto, ogni silenzio consiste della rete di rumori minuti che l'avvolge: il silenzio dell'isola si staccava da quello del calmo mare circostante perché era percorso da fruscii vegetali, da versi d'uccelli o da un improvviso frullo d'ali.
Giù sotto le rocce l'acqua, in quelle giornate senza un'onda, era d'un azzurro acuto, limpida, attraversata fino in fondo dai raggi del sole. Nella scogliera s'aprivano delle bocche di caverne, e i due in canotto appunto andavano pigramente a esplorarle.
Era una costa del Meridione, ancora poco toccata dal turismo, e quei due erano bagnanti che venivano di fuori. Lui era un certo Usnelli, poeta abbastanza conosciuto; lei, Delia H., donna molto bella.
Delia era un'ammiratrice del Sud, appassionata, addirittura fanatica, e sdraiata sul canotto parlava con continuo trasporto di tutto quello che vedeva, e anche forse con un poco di polemica verso Usnelli che, nuovo di quei luoghi, le pareva partecipasse meno del dovuto al suo entusiasmo.
- Aspetta, - diceva Usnelli. - Aspetta.
- Aspetta cosa? - faceva lei. - Cosa vuoi più bello di questo?
Lui, diffidente (per natura e per educazione letteraria) verso le emozioni e le parole già fatte proprie da altri, abituato più a scoprire le bellezze nascoste e spurie che quelle palesi e indiscutibili, stava nondimeno a nervi tesi. La felicità era per Usnelli uno stato sospeso, da vivere trattenendo il fiato. Da quando amava Delia egli vedeva in pericolo il suo cauto, avaro rapporto con il mondo, ma non voleva rinunciare a nulla né di sé né della felicità che gli si apriva. Adesso stava all'erta, come se ogni grado di perfezione che la natura intorno a loro raggiungeva - un decantarsi dell'azzurro dell'acqua, uno smorire del verde della costa in cinerino, il guizzo d'una pinna di pesce proprio al punto dove la distesa del mare era più liscia -, non facesse che precedere un altro grado più alto, e così via, fino al punto in cui l'invisibile linea dell'orizzonte si sarebbe aperta come un'ostrica svelando tutt'a un tratto un pianeta diverso o una nuova parola.


Joe R. Lansdale (Alessio), da Il tornado, in In un tempo freddo e oscuro, Einaudi 2006, traduzione di Luca Conti e Luisa Piussi

Me ne stavo lì, dicevo, a gettare fieno e a pensare che la bella vita sarebbe durata per sempre, e all'improvviso ebbi la sensazione che qualcosa stava per accadere. Mi fermai, voltandomi a guardare la porta della stalla. Avevo l'impressione di contemplare un quadro, da come tutto era diventato immobile. Il cielo si era fatto giallo. Gli uccelli del crepuscolo avevano smesso di cantare e anche i muli e la mucca avevano girato la testa nel tentativo di sbirciare fuori.
In lontananza udii un suono come di locomotiva che supera un pendio, bruciando legna a tutto spiano. Fuori, il cielo passò da giallo a nero, da immoto a ventoso. Ramoscelli di pino, polvere e cose d'ogni genere cominciarono a volar via con forza. Mi resi conto che stava per scatenarsi un tornado. Mollai il forcone e saltai dentro un vecchio carretto senza ruote. Feci appena in tempo a gettarmi faccia a terra e mettermi le mani sulla testa, che il tornado colpì.
Dopodiché, le cose iniziarono a precipitare, tanto che non sono ancora sicuro di quel che vidi. Roba che volava da ogni parte, e io che riuscivo a malapena a respirare. Il carretto doveva essere schizzato a quasi dieci metri d'altezza, perché quando venne giù - con me dentro - fu una brutta botta. Non fosse stato per il ghiaccio, forse mi sarei piantato al suolo come un turacciolo in una bottiglia. Invece colpì il lastrone e prese a scivolare, lanciando da ogni parte toste e lerce manciate di neve. Fui raggiunto da autentici proiettili di ghiaccio, mentre il carretto andava a schiantarsi contro qualcosa di solido, forse un ceppo d'albero, e mi spediva per aria. (...) Presi a strisciare sul ghiaccio, trascinandomi dietro il piede ormai inservibile. Mi ero spellato anche i palmi delle mani, e fui quindi costretto ad avanzare facendo leva sulle maniche del cappotto. Non dovetti fare molta strada per trovare mio padre. Era in veranda, sulla sedia a dondolo, e in mano teneva ancora la pipa fumante. La veranda era completamente andata, ma papà dondolava ancora ai pochi refoli di vento. E il forcone che avevo gettato via a suo tempo gli spuntava dal petto come un'escrescenza. Non c'era una sola goccia di sangue. Aveva gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto, e sembrava guardarmi e annuire ogni volta che il dondolo si muoveva in avanti.
Alle spalle di mio padre, dove prima sorgeva casa nostra, non c'era più niente. Come se non vi fosse mai stato nulla. (...) Iniziarono a venir giù minuscoli proiettili di ghiaccio, che mi provocarono un dolore così intenso da concedermi la forza di strisciare verso una balla di fieno trascinata lì dal vento. Quando la raggiunsi e mi guardai indietro, papà non dondolava più. La sedia si era incollata al terreno, e i capelli di mio padre erano diventai bianchi dal ghiaccio.


Raymond Carver (Michele), da Provi a mettersi nei miei panni, in , minimumfax, 1999, traduzione di R. Duranti (prima parte)

Il telefono si mise a squillare mentre passava l'aspirapolvere. Aveva già pulito gran parte dell'appartamento e stava finendo il soggiorno, usando il pezzo a becco stretto per togliere bene i peli del gatto tra i cuscini del divano. Si fermò ad ascoltare e spense l'aspirapolvere. Andò a rispondere al telefono.
"Pronto?", disse.
"Myers", disse una voce di donna. "Come stai? Cosa fai?"
"Niente", rispose lui. "Ciao, Paula".
"C'è una festa qui in ufficio, oggi pomeriggio", disse lei. "Sei invitato. Ti ha invitato Dick".
"Non credo di poter venire", disse Myers.
"Proprio adesso Dick mi ha detto telefona un po' a quel rudere di tuo marito. Cerca di farlo venire qui a bere un bicchiere. Tiralo fuori dalla sua torre d'avorio e riportalo per un po' nel mondo reale. Dick diventa spiritoso quando beve. Myers, ci sei?"
"Ho sentito", disse Myers.
Myers aveva lavorato per Dick. Dick diceva sempre che sarebbe andato a Parigi a scrivere un romanzo, e quando Myers si era licenziato per mettersi a scriverlo lui, il romanzo, Dick aveva detto che un giorno o l'altro si aspettava di vedere il nome di Myers nella classifica dei libri più venduti."In questo momento non posso venire", disse Myers.
"Stamattina ci è arrivata una notizia terribile", proseguì Paula, come se non lo avesse sentito. "Ti ricordi Larry Gudinas? Lavorava ancora qui quando sei stato assunto. Per un po' ha dato una mano sui testi scientifici, poi l'hanno mandato sul campo e infine l'hanno licenziato, hai presente? Be', stamattina abbiamo saputo che si è suicidato. Si è sparato un colpo in bocca. Te l'immagini? Myers?"
"Ho sentito", disse Myers. Cercò di ricordare Larry Gudinas e gli tornò in mente un uomo alto e un po' curvo, con gli occhiali di metallo, cravatte vistose, stempiato. Immaginò l'impatto, la testa che sussultava violentemente all'indietro. "Gesù!", esclamò Myers. "Be', mi dispiace tanto".
"Fai un salto qui in ufficio, tesoro, d'accordo?", disse Paula. "Siamo tutti qui a chiacchierare, a bere qualcosa e ad ascoltare musica natalizia. Dai, vieni anche tu", disse.
Myers sentiva tutto all'altro capo del filo. "Non mi va di venire", disse. "Paula?" Vide qualche fiocco di neve svolazzare fuori dalla finestra. Passò le dita sul vetro e poi cominciò a scriverci sopra il proprio nome, in attesa della risposta.
"Che c'è? Ti ascolto", disse lei. Poi: "E va bene", aggiunse, "allora, perché non ci vediamo un attimo da Voyles e beviamo una cosa insieme? Myers?"
"D'accordo", disse lui. "Da Voyles. Va bene".
"Ci rimarranno tutti male qui se non vieni", disse lei. "Specialmente Dick. Lo sai quanto ti ammira, Dick. Sul serio. Me l'ha detto lui. Ammira il tuo coraggio. Dice che se ce l'avesse lui, il tuo coraggio, si sarebbe licenziato da un pezzo. Secondo Dick, ci vuole coraggio per fare quello che hai fatto tu. Myers?"
"Sono qui, sono qui", disse Myers. "Spero di far partire la macchina. Se non ci riesco, ti richiamo".
"Va bene", disse lei. "Ci vediamo da Voyles, allora. Se non ti risento, tra cinque minuti esco di qui".
"Salutami Dick", disse Myers.
"Presenterò", rispose Paula. "Sta parlando proprio di tè".
Myers mise a posto l'aspirapolvere. Scese le due rampe di scale e andò alla macchina, parcheggiata in fondo e ricoperta di neve. Salì e si mise a schiacciare più volte il pedale del gas, poi provò a girare la chiave d'avviamento. Il motore si accese. Tenne il piede premuto sull'acceleratore.
Guidava guardando la gente che s'affrettava sui marciapiedi, carica di buste della spesa. Lanciò un'occhiata verso il cielo grigio, pieno di fiocchi, e agli edifici alti con la neve che si accumulava nelle fessure e sui davanzali delle finestre. Cercava di assorbire tutto, di metterlo da parte per dopo. Aveva appena finito di scrivere un racconto e ne doveva cominciare un altro. Si sentiva insignificante. Arrivò da Voyles, un piccolo locale d'angolo, accanto a un negozio di abbigliamento maschile. Parcheggiò sul retro ed entrò. Rimase seduto al bancone per un po', poi si portò il bicchiere a un tavolinetto vicino alla porta.
Appena arrivò, Paula gli disse: "Buon Natale!", e lui si alzò e la baciò su una guancia. La fece accomodare, scostandole la sedia.
"Scotch?", le chiese.
"Scotch", disse lei. "Scotch con ghiaccio", precisò alla ragazza che venne a prendere le ordinazioni.
Paula gli prese il bicchiere e se lo scolò.
"Ne porti un altro anche a me", Myers disse alla ragazza.
"Non mi piace questo posto", disse lui dopo che la cameriera si era allontanata.
"Che c'è che non va, adesso?", chiese Paula. "Ci veniamo sempre".
"Non mi piace e basta", disse lui. "Beviamoci una cosa e poi andiamo da qualche altra parte".
"Come vuoi", disse lei.
La ragazza tornò con i bicchieri pieni. Myers la pagò e brindò con Paula.
Myers la fissò.
"Ti saluta Dick", disse lei.
Myers annuì.
Paula sorseggiò il suo whisky. "Come te la sei passata oggi?"
Myers si strinse nelle spalle.
"Che hai combinato?", chiese lei.
"Niente", rispose lui. "Ho passato l'aspirapolvere".
Lei gli sfiorò la mano. "Ti mandano tutti i saluti".
Finirono di bere.
"M'è venuta un'idea", disse lei. "Perché non facciamo un salto a salutare i Morgan? Non li abbiamo mai conosciuti. Dio santo, eppure sono tornati da mesi. Facciamogli un'improvvisata: salve, siamo i Myers. Oltretutto ci hanno pure mandato una cartolina. Ce l'avevano detto loro di passare durante le feste. Ci hanno invitato. Non mi va di tornare a casa", disse infine e si mise a rovistare nella borsa in cerca delle sigarette.
Myers si ricordò che prima di uscire aveva regolato la caldaia e aveva spento tutte le luci. Poi gli tornarono in mente i fiocchi di neve che volteggiavano davanti alla finestra.
"E quella lettera d'insulti che ci hanno mandato dicendo che avevano sentito dire che tenevamo un gatto in casa?", disse lui.
"Ormai quell'episodio se lo saranno dimenticato", disse lei.
"E poi, non era niente di serio, dai. Oh, su, Myers, andiamo! Facciamo un salto a trovarli".
"Dovremmo prima chiamarli se vogliamo fare una cosa del genere", disse lui.
"E no", obiettò lei. "Fa parte della sorpresa. Non li chiamiamo. Andiamo lì, bussiamo e diciamo salve, noi abitavamo qui prima. Che ne dici? Myers?"
"Dico che dovremmo prima chiamare", insisté lui.
"Ma siamo nel periodo delle feste", disse lei, alzandosi dalla sedia. "Andiamo, piccolo".
Lo prese per un braccio e uscirono sotto la neve. Lei suggerì di prendere la sua macchina e di passare più tardi a riprendere quella di Myers. Lui le tenne aperta la portiera e poi girò attorno alla macchina per raggiungere il sedile del passeggero.
Quando vide le finestre illuminate, la neve sul tetto e la station-wagon parcheggiata nel vialetto, fu assalito da una strana sensazione. Le tende erano aperte e le luci intermittenti dell'albero di Natale ammiccavano dalla finestra.
Scesero dalla macchina. Lui la sorresse per il gomito nello scavalcare un mucchio di neve e si avviarono su per il vialetto verso la veranda. Avevano fatto solo pochi passi quando un grosso cane peloso arrivò a tutta velocità da dietro il garage e puntò dritto verso Myers.
"Oddio!", esclamò, cercando di rannicchiarsi, arretrare e proteggersi con le mani allo stesso tempo. Scivolò sul vialetto, il cappotto gli svolazzò tutto attorno e cadde sull'erba gelata con l'orribile certezza che il cane l'avrebbe azzannato alla gola. Invece l'animale si limitò a ringhiare una sola volta e poi si mise ad annusare il cappotto di Myers.
Paula raccolse una manciata di neve e la tirò al cane. Le luci della veranda si accesero, la porta si aprì e una voce maschile chiamò: "Buzzy!" Myers si rialzò e si spazzolò il cappotto.



Servirà l'ombrello?

La domanda è stata: in tre romanzi classici italiani (I Malavoglia di Giovanni Verga, I promessi sposi di Alessandro Manzoni e La coscienza di Zeno di Italo Svevo) fa più caldo o più freddo (ovvero quante occorrenze ha la parola "caldo" e quante la parola "freddo").
Il responso era a cura di Fiamma, presso il service tuttofare di Kaliningrad.

Collegamento con Fiamma a Kaliningrad:


Risultati per I Malavoglia:
(caldo:1 - freddo: 4)


Risultati per I promessi sposi:
(caldo:2 - freddo: 5)


Risultati per La coscienza di Zeno:
(caldo:11 - freddo: 5)


Scollegamento con Fiamma a Kaliningrad:



(Riprendono le letture)

Raymond Carver (Michele), da Provi a mettersi nei miei panni, in Da dove sto chiamando, minimumfax, 1999, traduzione di R. Duranti (seconda parte)

"Che succede là fuori?", domandò l'uomo dalla soglia di casa. "Chi è? Buzzy, vieni qua, bello, vieni!"
"Siamo i Myers", disse Paula. "Siamo venuti ad augurarvi Buon Natale".
"I Myers?", ripeté l'uomo sulla soglia. "Via! Va' subito in garage, Buzzy. Su, su! Sono i Myers", disse alla donna in piedi dietro di lui che cercava di guardare oltre le sue spalle.
"I Myers. Be', falli entrare, no? Falli entrare, per carità", disse la donna, uscendo sotto la veranda. Poi si rivolse direttamente a loro: "Prego, accomodatevi, fuori si gela. Io sono Hilda Morgan e lui è Edgar. Piacere di conoscervi. Ma prego, accomodatevi".
Si scambiarono rapide strette di mano lì sotto la veranda. Myers e Paula entrarono ed Edgar Morgan chiuse la porta.
"Datemi qua i cappotti. Vi prego, toglietevi i cappotti", disse il signor Morgan. "Tutto a posto?", chiese a Myers, scrutandolo da vicino. Myers annuì. "Sapevo che quel cane era un po' matto, ma non ha mai fatto uno scherzo del genere. Ho visto tutto. Stavo guardando fuori dalla finestra quando è successo".
Questa osservazione sembrò strana a Myers che squadrò un po' il suo interlocutore. Edgar Morgan era sulla quarantina, quasi calvo, indossava un paio di pantaloni sportivi, un golf e pantofole in pelle.
"Si chiama Buzzy", disse Hilda Morgan, facendo una smorfia. "E il cane di Edgar. Personalmente, a me non piace tenere animali in casa, ma Edgar ha comprato quella bestia e ha promesso di tenerlo là fuori".
"Dorme nel garage", disse Edgar Morgan. "Sta sempre lì a chiederci di lasciarlo entrare in casa, ma capirete bene che non possiamo permetterglielo". Il signor Morgan ridacchiò. "Ma prego, sedetevi, prego, sempre che riusciate a trovare un po' di spazio in questa confusione. Hilda, cara, togli un po' di quella roba dal divano in modo che i signori Myers possano accomodarsi".
Hilda Morgan tolse pacchetti, carta da regalo, forbici, nastro e fiocchi dal divano e li posò per terra.
Myers notò che Morgan lo stava di nuovo fissando, senza sorridere, stavolta.
Paula disse: "Myers, tesoro, hai qualcosa tra i capelli".
Myers si passò una mano dietro la nuca e trovò un fuscello. Se lo mise in tasca.
"Quel matto d'un cane", disse Morgan e ridacchiò di nuovo. "Stavamo giusto preparandoci qualcosa di caldo da bere mentre incartavamo i regali dell'ultimo minuto, sapete com'è. Volete farci compagnia e bere qualcosa per festeggiare? Che cosa preferite?"
"Qualsiasi cosa, grazie", disse Paula
"Sì, sì, qualsiasi cosa", le fece eco Myers. "Non avevamo intenzione di disturbare".
"Che sciocchezze", disse Morgan. "Eravamo molto... come dire? curiosi di conoscere i Myers. Le andrebbe qualcosa di caldo?"
"Va bene", rispose Myers.
"E a lei, signora?"
Paula annuì.
"Arrivano subito due belle tazze calde", disse Morgan. "Cara, mi sa che anche noi siamo pronti per un altro giro, eh?", disse rivolto alla moglie. "Dobbiamo assolutamente festeggiare".
Raccolse la tazza della moglie e andò di là in cucina. Myers sentì uno sportello della credenza sbattere e sentì un'esclamazione soffocata che sembrava proprio un'imprecazione. Myers batté le palpebre. Lanciò un'occhiata a Hilda Morgan, che si stava accomodando su una poltrona accanto al divano.
"Sedetevi qua, voi due", disse Hilda Morgan, dando dei colpetti al bracciolo del divano. "Qua, davanti al fuoco. Quando torna, diremo al signor Morgan di mettere un po' più di legna". Si sedettero. Hilda Morgan giunse le mani in grembo e si piegò un po' in avanti per osservare meglio la faccia di Myers.
Il soggiorno era tale e quale a come se lo ricordava, tranne per il fatto che dietro la poltrona di Hilda Morgan c'erano tre piccole stampe incorniciate. In una, un signore in panciotto e giacca lunga si toglieva il cappello davanti a due signore con il parasole. La scena era un ampio viale pieno di carrozze e cavalli.
"Com'era la Germania?", chiese Paula. Sedeva sul bordo del divano e si teneva la borsa stretta sulle gambe.
"Oh, ci siamo innamorati della Germania", disse Edgar Morgan di ritorno dalla cucina con un vassoio e quattro grosse tazze. Myers le riconobbe.
"È mai stata in Germania, signora Myers?", chiese Morgan.
"No, ma ci piacerebbe andare", disse Paula. "Non è vero, caro? Magari l'anno prossimo, d'estate. Oppure l'anno dopo. Appena potremo permettercelo. Forse appena Myers riesce a piazzare qualcosa. Sapete, lui scrive".
"Penso proprio che un viaggio in Europa possa essere molto utile per uno scrittore", disse Morgan. Sistemò le tazze sui sottobicchieri. "Servitevi pure, prego". Si sedete sulla poltrona di fronte a quella della moglie e fissò di nuovo Myers. "Nella sua lettera diceva che avrebbe smesso di lavorare per cominciare a scrivere".
"Proprio così", disse Myers, e bevve un sorso dalla sua tazza.
"Scrive qualcosa quasi tutti i giorni", disse Paula.
"Ma davvero?", disse Morgan. "Impressionante. E che cosa ha scritto oggi, se non sono indiscreto?"
"Niente", rispose Myers.
"È per via delle feste", disse Paula.
"Be', dev'essere fiera di lui, signora Myers", disse Hilda Morgan.
"Oh, sì", disse Paula.
"Mi fa piacere per lei", disse Hilda Morgan.
"L'altro giorno ho sentito una cosa che potrebbe interessarle", disse Edgar Morgan. Tirò fuori la borsa del tabacco e cominciò a riempirsi la pipa. Myers si accese una sigaretta e si guardò attorno in cerca di un posacenere, poi, non trovandolo, lasciò cadere il fiammifero dietro il divano.
"In effetti è una storia terribile. Ma forse può esserle utile, signor Myers". Morgan accese un fiammifero e aspirò dalla pipa. "Tutto fa brodo, come si dice, no?", disse Morgan, ridendo e agitò il fiammifero per spegnerlo. "Dunque, c'è questo tizio, no? All'incirca della mia età. È stato un mio collega per un paio d'anni. Ci conoscevamo un po' e inoltre abbiamo dei buoni amici in comune. Poi lui se n'è andato, ha accettato un posto in un'università non troppo lontana. Be', sapete come vanno certe cose, a volte... insomma il tizio ha avuto una relazione con una delle sue studentesse".
La signora Morgan schioccò la lingua in segno di disapprovazione. Si abbassò per raccogliere un pacchetto avvolto in una carta verde e ci attaccò un fiocco rosso.
"Secondo quanto si dice in giro, è stata una relazione molto appassionata ed è andata avanti per parecchi mesi", continuò Morgan. "Anzi, fino a poco tempo fa. Una settimana fa, per essere precisi. Quel giorno, verso sera, lui ha annunciato alla moglie - la donna con cui era sposato da vent'anni - insomma le ha annunciato che voleva divorziare. Potete immaginare come quella poveraccia ha accolto la notizia, un fulmine a ciel sereno, praticamente. C'è stata una grossa lite. Vi ha preso parte tutta la famiglia. Lei gli ha intimato di andarsene da casa, così su due piedi. Ma proprio mentre il tizio se ne stava andando, il figlio gli ha contro una scatola di minestra di pomodoro e l'ha centrato in piena fronte. Gli ha provocato una commozione cerebrale tale che l'hanno dovuto ricoverare in ospedale. E ancora lì, in gravi condizioni".
Morgan aspirò dalla pipa e fissò lo sguardo su Myers.
"E una storia inaudita", disse la signora Morgan. "Edgar, che brutta storia!"
"Terribile", disse Paula.
Myers le fece un ampio sorriso.
"Be', ecco pronto un racconto per lei, signor Myers", disse Morgan cogliendo il sorrisetto e stringendo gli occhi. "Pensi a che bel racconto ne potrebbe ricavare se solo riuscisse a entrare nella testa di quel tizio".
"O in quella di lei", disse la signora Morgan. "Voglio dire, della moglie. Pensi alla sua, di storia. Essere tradita in quel modo dopo vent'anni. Pensi un po' a come dev'essersi sentita". Ma provate anche a immaginare quello che starà passando il ragazzo, poverino", intervenne Paula. "Pensate un po', a momenti ammazza il padre".
"Si è tutto vero", disse Morgan. "Però c'è una cosa a cui, secondo me, nessuno di voi ha pensato. Riflettete un attimo su questa cosa. Signor Myers, mi segue? Mi dica che cosa ne pensa. Provi a mettersi nei panni di quella studentessa diciottenne che si è innamorata d'un uomo sposato. Pensi un attimo a lei, e poi vedrà quante possibilità ci sono per il suo racconto".
Morgan annuì e si appoggiò allo schienale della poltrona con un'espressione soddisfatta sul volto.
"Temo proprio di non riuscire a provare alcuna compassione per quella lì", disse la signora Morgan. "Già lo so che tipo è. Lo sappiamo tutti che tipo è, il tipo che da la caccia agli uomini maturi. E non provo compassione nemmeno per lui - l'uomo, il dongiovanni, no, neanche un po'. Temo che in questo caso le mie simpatie siano decisamente dalla parte della moglie e del figlio".
"Ci vorrebbe un Tolstoj per raccontarla, e raccontarla come si deve, una storia del genere", disse Morgan. "Niente di meno che un Tolstoj. Signor Myers, l'acqua è ancora calda".
"E ora di andare", disse Myers.
Si alzò e gettò la cicca nel caminetto.
"Fermatevi ancora un po'", disse la signora Morgan. "Non abbiamo ancora fatto conoscenza. Non sapete quanto abbiamo cercato di... immaginare come eravate. Ora che finalmente siamo riusciti a incontrarci, fermatevi ancora un po'. È stata proprio una bella sorpresa".
"Abbiamo molto apprezzato la cartolina e il biglietto che ci avete mandato", disse Paula.
"La cartolina?", chiese la signora Morgan.
Myers si sedette.
"Noi, quest'anno, abbiamo deciso di non spedire biglietti d'auguri", disse Paula. "Non sono riuscita a occuparmene quando avrei dovuto e mi sembrava inutile farlo all'ultimo minuto".
"Gradisce un'altra tazza, signora Myers?", domandò Morgan, in piedi davanti a lei, ora, con la mano già posata sulla sua tazza. "Così da il buon esempio a suo marito".
"Era davvero buono", disse Paula. "Riscalda".
"Esatto", disse Morgan. "Riscalda. Proprio così. Cara, hai sentito che cosa ha detto la signora Myers? Riscalda. Ha detto bene. Signor Myers?", disse Morgan, in attesa. "Ci fa compagnia anche lei?"
"E va bene", disse Myers, lasciando che Morgan gli prendesse la tazza.


Umberto Saba (Alessio), da Coi miei occhi, Libreria della Voce 1912, riproposto da Il saggiatore 1981, per la cura di Claudio Milanini

IL TEMPO

Un poeta ha le sue giornate
contate
(come tutti gli uomini) ma quanto
quanto variate!
L'ore del giorno e le quattro stagioni,
un po' meno di sole o più di vento,
sono lo svago e l'accompagnamento
sempre diverso per le sue passioni
sempre le stesse, e il tempo che fa
quando si leva, è il grande avvenimento
del giorno, la sua gioia appena desto.
Sovra ogni aspetto, lo rallegra questo
d'avverse luci, le belle giornate
movimentate,
come la fola in una lunga istoria,
dove azzurro e tempesta poco dura,
e si alternano messi di sventura
e di vittoria.
Con un rosso di sera fa ritorno,
e con le nubi cangia di colore
la sua felicità,
se non cangia il suo cuore.

Un poeta ha le sue serate
contate
(come tutti gli uomini) ma quanto,
quanto beate!


Agota Kristof (Elvio), da Trilogia della città di K., Einaudi, 2006, traduzione di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana e Giovanni Bogliolo

Una voce di donna chiama dalla stanza vicina:
- C'è qualcuno, Peter? Chi è?
Claus guarda Peter:
- Ha una moglie? È sposato?
- No, è Clara.
- Clara? Non è morta?
- La credevamo morta, sì. Ma era solo internata. Poco dopo la sparizione di Lucas, è tornata. Non aveva lavoro né denaro. Cercava Lucas. L'ho presa in casa, cioè qui. Occupa la stanzina, la camera del bambino. Mi prendo cura di lei. Vuole vederla?
- Sì, mi farebbe piacere vederla.
Peter apre la porta della stanza:
- Clara, è venuto a trovarci un amico.
Claus entra nella stanza. Clara è seduta su una sedia a dondolo davanti alla finestra, con una coperta sulle ginocchia, uno scialle sulle spalle. Ha un libro in mano, ma non legge. Il suo sguardo si perde nel vano della finestra. Si dondola.
Claus dice:
- Buonasera, Clara.
Clara non lo guarda, declama con tono monocorde:
- Piove come sempre. Pioggia fine e fredda, cade sulle case, sugli alberi, sulle tombe. Quando "loro" vengono a trovarmi, la pioggia scorre sui loro visi stravolti. "Loro" mi guardano e il freddo diventa più intenso. I muri non mi proteggono più. Non mi hanno mai protetta. La loro solidità è un'illusione, il loro candore insozzato.
La voce cambia bruscamente:
- Ho fame, Peter! Quando si mangia? Con lei, si mangia sempre in ritardo.
Peter torna in cucina, Claus dice:
- Sono io, Clara.
- Sei tu?
Guarda Claus, gli tende le braccia. Lui si inginocchia ai suoi piedi, le circonda le gambe, poggia la testa sulle sue ginocchia. Clara gli accarezza i capelli. Claus prende la mano di Clara, la preme sul viso, sulla bocca. Una mano rinsecchita, magra, coperta dalle macchie della vecchiaia.
Lei dice:
- Mi hai lasciata sola troppo a lungo, troppo a lungo, Thomas.
Le lacrime le scorrono sul viso. Claus le asciuga con il suo fazzoletto:
- Non sono Thomas. Non ricorda niente di Lucas?
Clara chiude gli occhi, scuote la testa:
- Non sei cambiato, Thomas. Sei un po' invecchiato, ma sei sempre lo stesso. Baciami.
Sorride, scoprendo una bocca sdentata.
Claus indietreggia, si alza. Va alla finestra, guarda la strada. La piazza
Principale è vuota, cupa sotto la pioggia.


Ovidio (Federico), da Tristezze, Rizzoli BUR 1994, traduzione di Francesca Lechi)

Sto miseramente sprecando parole che non servono a niente, e proprio mentre parlo i frangenti mi sferzano il viso, il Noto spaventoso disperde quel che dico e non fa giungere le mi preghiere agli dèi cui le rivolgo: così, perché non me ne venga un danno solo, le stesse raffiche portano chissà dove la mia vela e la mia supplica. Misero me, in che enormi montagne d'acqua si rigonfia il mare! Si direbbe che da un momento all'altro raggiungano le stelle nell'alto del cielo. Che profondi avvallamenti si aprono tra le onde! Si direbbe che da un momento all'altro raggiungano le tenebre del Tartaro. Da ogni parte non vedo che mare e cielo, mare gonfio di flutti, cielo minaccioso di nubi; in mezzo ruggiscono i venti con un fragore selvaggio: l'onda del mare non sa a chi obbedire, perché a tratti è l'Euro a prender forza da dove il cielo all'alba rosseggia, a tratti da dove cala il sole arriva Zefiro; a tratti infuria gelido Borea soffiando dall'Orsa mai bagnata dal mare, a tratti con lui viene a scontrarsi Noto dalla parte opposta. Il timoniere è nell'incertezza, non sa che direzione prendere, quale evitare: la sua stessa perizia resta bloccata di fronte a pericoli che arrivano da ogni parte. Non c'è dubbio, sono perduto, non c'è speranza di salvezza; mentre parlo, un'ondata mi copre il viso. Sarò sopraffatto dal mare in tempesta, e morirò con l'acqua che mi riempirà la bocca mentre grido inutili preghiere.
(...)
Tanto più devi essere indulgente con questi veri, benevolo lettore, se sono, come sono, inferiori alle tue aspettative. Non li scrivo, come un tempo, nel mio giardino, non ho il corpo adagiato sul caro solito letto: sono al largo, sbattuto da un mare selvaggio, in una giornata d'inverno, e l'acqua cerulea addirittura sferza la mia pagina. La burrasca incessante mi fa guerra, in collera perché oso scrivere mente essa balena implacabili minacce. E la burrasca vinca l'uomo! Ma nel momento preciso in cui porrò termine al mio carme, essa, io prego, cessi d'infuriare.


William Shakespeare (Giuseppe), da Giulio Cesare, in Teatro completo di William Shakespeare, Vol. V: "I drammi classici", a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori, 2004, traduzione di Sergio Perosa

Atto I, scena III

Tuoni e fulmini. Entrano CASCA e CICERONE

CICERONE
Buona sera Casca: hai portato Cesare a casa?
Perché sei senza fiato e sbarri gli occhi?

CASCA
Tu non reagisci quando il regno della terra
trema come cosa instabile? Ah, Cicerone,
ho visto tempeste con venti sferzanti
che spaccavano in due le querce nodose,
e ho visto l'oceano ambizioso gonfiarsi, infuriare
e spumeggiare per giungere alle nubi minacciose;
ma mai finora, fino a stasera, mi son trovato
in una tempesta che stillasse fuoco.
O c'è guerra civile nei cieli, ovvero
il mondo, troppo insolente con gli dèi,
li provoca a mandare distruzione.

CICERONE
Hai visto altro di più strabiliante?

CASCA
Uno schiavo comune, lo conosci di vista,
alzò la sinistra che s'infiammò e arse
come venti torce riunite: eppure la sua mano,
insensibile al fuoco, non ne fu scottata.
Inoltre (non ho ancora rinfoderato la spada)
al Campidoglio ho incontrato un leone,
che mi ha fissato, e s'è allontanato torvo
senza molestarmi. E in un mucchio
cento donne sparute s'erano ammassate,
stravolte dal terrore, che giuravano
d'aver veduto uomini in fiamme
andare avanti e indietro per le strade.
E ieri il gufo notturno a mezzogiorno
s'è posato nel Foro, ululando e stridendo.
Quando questi prodigi coincidono così,
che non si dica "Ma ecco le ragioni, son cose
naturali"; io credo che presagiscano portenti
per le regioni che prendono di mira.

CICERONE
In effetti son tempi straordinari.
Ma gli uomini può darsi che interpretino le cose
a modo loro, contrariamente al loro vero senso.
Viene in Campidoglio, Cesare, domani?

CASCA
Sì, perché ha detto ad Antonio
di avvisarti che domani ci sarebbe stato.

CICERONE
Buona notte, allora, Casca. Con un cielo
così sconvolto non è da andare in giro.

CASCA
Addio, Cicerone

Esce Cicerone
Entra Cassio

CASSIO
Chi è là

CASCA
Un romano.

CASSIO
Casca, dalla voce.

CASCA
Hai buon orecchio. Che razza di notte!

CASSIO
Piacevolissima per le persone oneste.

CASCA
Chi ha mai visto cieli così minacciosi?

CASSIO
Chi sapeva che la terra era piena di magagne.
Io da parte mia ho girato per le strade
esponendomi alla notte perigliosa,
e col giubbetto sbottonato, come vedi, Casca,
ho offerto il petto nudo al fulmine,
e quando la folgore azzurrina sfrecciando
parve squarciare il cielo, io mi son messo
proprio dove andava a colpire la sua vampa.

CASCA
Ma perché tentare tanto i cieli?
Spetta all'uomo temere e tremare
quando gli dèi potenti inviano in segno
tali orribili araldi per sgomentarci.

CASSIO
Sei tardo, Casca, e quelle scintille di vita
che dovrebbero trovarsi in un romano
ti mancano; o non le usi. Sei lì, pallido,
a occhi sbarrati, pieno di paura e di stupore,
a vedere la strana collera dei cieli.
Ma se consideri il vero motivo
di tutti questi fuochi e spettri striscianti,
di uccelli e bestie sviati dalla loro natura,
di vecchi, idioti e bimbi che predicono il futuro,
perché tutte queste cose si mutano
dall'ordine, natura e prefissate facoltà,
in qualità mostruose; be', allora scoprirai
che i cieli tale carattere han loro infuso
per renderle strumenti di monito e paura
d'una qualche condizione innaturale.
Ora io, Casca, potrei nominarti un uomo
similissimo a quest'orribile notte,
che tuona e fulmina, scoperchia tombe e rugge
come il leone in Campidoglio; un uomo
non più potente di te e me, come capacità
personale, eppure diventato prodigioso
e terribile, come queste straordinarie eruzioni.

CASCA
Alludi a Cesare, no, Cassio?


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