I libri in testa
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Sabato 10 marzo 2007, ore 18,15
Roma, Libreria Croce
Antagonisti
tesserò la rete che li avvolgerà tutti


Sul nostro blog trovate la videocronaca della serata
(non tutta perché è finita la batteria della videocamera)

Se poi volete vederla da qui potete andare direttamente su YouTube


Le letture

        1. Alessandro Manzoni, da I promessi sposi
        2. Pietro Grossi, da Boxe
        3. Sylvia Plath, da Suicida davanti a Egg Rock
        4. J.R.R. Tolkien, da Il signore degli anelli
        5. Giulio Mozzi, da Dichiarazione alla giuria (prima parte)
        6. Carlo Goldoni, da Il campiello ("Chissà se ci capiamo")
        7. Raffaello Baldini, due poesie da La nàiva ("Chissà se ci capiamo")
        8. Giulio Mozzi, da Dichiarazione alla giuria (seconda parte)
        9. Robert Louis Stevenson, da Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde
        10. Philip Roth, da Everyman
        11. Beppe Fenoglio, da La malora
        12. Jorge Luis Borges, da Lo stupore

Alessandro Manzoni (Elvio), da I promessi sposi, Rizzoli, 1977 (XI capitolo)

Lucia e sua madre s'eran ricoverate in un convento di Monza, e . Renzo aveva seguitata la sua strada fino a Milano.
Don Rodrigo provò una scellerata allegrezza di quella separazione, e sentì rinascere un po' di quella scellerata speranza d'arrivare al suo intento. Pensò alla maniera, gran parte della notte; e s'alzò presto, con due disegni, l'uno stabilito, l'altro abbozzato. Il primo era di spedire immantinente il Griso a Monza, per aver più chiare notizie di Lucia, e sapere se ci fosse da tentar qualche cosa. Fece dunque chiamar subito quel suo fedele, gli mise in mano i quattro scudi, lo lodò di nuovo dell'abilità con cui gli aveva guadagnati, e gli diede l'ordine che aveva premeditato.
- Signore... - disse, tentennando, il Griso.
- Che? non ho io parlato chiaro?
- Se potesse mandar qualchedun altro...
- Come?
- Signore illustrissimo, io son pronto a metterci la pelle per il mio padrone: è il mio dovere; ma so anche che lei non vuole arrischiar troppo la vita de' suoi sudditi.
- Ebbene?
- Vossignoria illustrissima sa bene quelle poche taglie ch'io ho addosso: e... Qui son sotto la sua protezione; siamo una brigata; il signor podestà è amico di casa; i birri mi portan rispetto; e anch'io... è cosa che fa poco onore, ma per viver quieto... li tratto da amici. In Milano la livrea di vossignoria è conosciuta; ma in Monza... ci sono conosciuto io in vece. E sa vossignoria che, non fo per dire, chi mi potesse consegnare alla giustizia, o presentar la mia testa, farebbe un bel colpo? Cento scudi l'uno sull'altro, e la facoltà di liberar due banditi.
- Che diavolo! - disse don Rodrigo: - tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena d'avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta, guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non si sente d'allontanarsi!
- Credo, signor padrone, d'aver dato prove...
- Dunque!
- Dunque, - ripigliò francamente il Griso, messo così al punto, - dunque vossignoria faccia conto ch'io non abbia parlato: cuor di leone, gamba di lepre, e son pronto a partire.
- E io non ho detto che tu vada solo. Piglia con te un paio de' meglio... lo Sfregiato, e il Tiradritto; e va di buon animo, e sii il Griso. Che diavolo! Tre figure come le vostre, e che vanno per i fatti loro, chi vuoi che non sia contento di lasciarle passare? Bisognerebbe che a' birri di Monza fosse ben venuta a noia la vita, per metterla su contro cento scudi a un gioco così rischioso. E poi, e poi, non credo d'esser così sconosciuto da quelle parti, che la qualità di mio servitore non ci si conti per nulla.


Pietro Grossi (Alessio), da Boxe, in Pugni, Sellerio, 2006

Se devo pensare al momento più duro della mia vita, se devo isolare un attimo della mia esistenza e stupidamente attaccargli il cartellino del più duro di tutti, devo attaccarlo a quei sei o sette minuti lassù su quel ring, quella quarta e quinta ripresa. La Capra non era più quel ragazzo sordo con la fronte come un muro e gli occhi bui che faceva il pugile, la Capra era d'un tratto la vita stessa, che mi aveva preso e portato fuori da quel mondo di balocchi in cui ero un fenomeno e vedevo i colpi al ralenti, e vestita dei panni di quel ragazzino aveva preso a darmi tante di quelle botte da farmi chiedere pietà. Saltellavo in giro per il ring e azzardavo qualche diretto e quel nodo di muscoli mi seguiva come un cane rabbioso abbassandosi sul tronco e sparandomi addosso cazzotti forti come legnate, al fegato, al costato, al mento, sui guantoni e sulle spalle quando andava fuori misura. Mi stava davanti ansimando, poi faceva un mezzo passo da una parte e lasciava andare una serie esplosiva di tre colpi da sfondare una porta, per fortuna il più delle volte non così precisa, e per fortuna quella parte di me che ancora portava i panni del pugile riuscì a non aprirsi a quella secchiata di rabbia.
Due riprese e una lezione da bastare una vita. Ma anche lui sbagliò, e alla sesta ripresa anche lui era stanco. Mi aveva riempito di pugni ed ero sempre lì che gli balzellavo in qualche modo di fronte, e non ero andato giù, e avevo dimostrato, fisico o no, colletto di pollo o no, che ero capace di rimanere in piedi. (...) Ripresi a fare ciò che sapevo fare, ma come tutti gli altri, faticando: un diretto dopo l'altro. Sinistro, sinistro, schivata, giro, giro, sinistro destro sinistro. Lui mi stava di fronte, scattava con la testa a destra e a sinistra, aspettava una delle mie serie e mi veniva sotto, lasciava andare due colpi duri come legnate, e mentre si allontanava io gli riappiccicavo addosso due diretti, senza nemmeno respirare, sperando di raccattare da qualche parte le forze, sperando che quelle due pale di piombo che avevo attaccate alle spalle continuassero a fare il loro mestiere e non mi lasciassero a piedi come una gomma bucata (...) Ma aveva ragione Gustavo, la Capra crollò nella trappola di chi vuole troppo. Era stato un grande incontro, ed eravamo ormai nelle mani del giudice. Io l'avevo capito, ma lui no, lui voleva la stoccata finale, lui voleva garantirsi il risultato e chiarire una volta per tutte chi davvero era il più forte: tentò di fregarmi là dove non me l'aspettavo, su un diretto destro, lungo e veloce dritto al mento. E devo essere onesto: qualche ripresa prima forse me l'avrebbe fatta, forse davvero non mi sarei aspettato quella saetta diretta al mento, veloce come un treno. Ma non a quel punto, non a pochi secondi dalla fine, non quando ormai aveva poca importanza se mi aspettavo qualcosa o meno, ché tanto mi proteggevo da tutto; non quando ormai era più lento di quel che credeva, e prevedibile. Lo vidi quasi partire quel destro, e vorrei poter dire che ebbi la prontezza di fare perno sul piede e portare la combinazione decisiva, ma seppure sia esattamente quello che feci, accadde puramente per riflesso automatico, come se fosse qualcun altro a comandarmi. Non so, forse è questo il talento, qualcosa che ci sfugge di mano e di cui volente o meno siamo schiavi.
La Capra aspettò due miei sinistri, schivò da una parte, portò un montante sinistro al fegato, fece un piccolo passo indietro e lasciò partire questo diretto destro a pieno braccio, da manuale. La mia gamba destra ruotò dietro facendo perno sulla sinistra, mentre un montante secco andava dritto al mento della Capra da sotto il suo braccio, seguito a ruota da un gancio destro che fece volare la Capra dietro contro le corde (...) e un missile si staccò dal mio volto arrivato non so da dove e affondò come una saetta sul mento del mio avversario, che sbalzò via, spalmato per terra a un metro di distanza. L'arbitro mi spinse via e mi mandò all'angolo, poi prese a contare.


Sylvia Plath (Giuseppe), Suicida davanti a Egg Rock, in Opere, a cura di Anna Ravano, Mondadori, Milano, 2002, traduzione di Anna Ravano

Alle sue spalle gli hotdog si spaccavano e gocciolavano
sulla griglia dei barbecue pubblici, e le saline color ocra,
i gasometri, fabbriche e ciminiere, quel paesaggio
di imperfezioni di cui erano parte le sue viscere,
s'increspavano e pulsavano nella calura vitrea in ascesa.
Il sole colpiva l'acqua come una dannazione.
Nessuna fossa d'ombra dentro cui strisciare,
e il suo sangue rullava l'antico ritmo
io sono, io sono, io sono. Strilli
di bambini dove i marosi si frangevano e il vento
strappava filacce di spuma alla cresta delle onde.
Un bastardino, mulinando le zampe in un galoppo,
sollevò uno stormo di gabbiani dalla barena.

Lui aveva dentro un fuoco sopito, era come sordo, bendato,
il suo corpo gettato a riva insieme col pattume del mare,
una macchina per respirare e battere per sempre.
Le mosche che sfilavano nell'orbita di una razza morta
ronzavano e assaltavano le volte del cervello.
Le parole del suo libro erano vermi striscianti giù dal foglio.
Ogni cosa luccicava come carta bianca.

Ogni cosa raggrinziva sotto il raggio corrosivo
del sole tranne Egg Rock sulla desolazione azzurra.
Udì, nell'inoltrarsi in acqua,

lo schiumare oblioso delle onde su quegli scogli.


J.R.R. Tolkien (Federico), da Il signore degli anelli, Rusconi, 1988, traduzione di Vicky Alliata di Villafranca

Lo specchio divenne all'improvviso completamente buio, come se un abisso si fosse aperto sotto la sua superficie e lui guardasse nel vuoto. Nel nero baratro apparve un Occhio, uno solo, che crebbe lentamente invadendo quasi tutto lo specchio. Tale era il terrore che da esso sprigionava, che Frodo ne fu paralizzato, incapace di gridare o di distogliere lo sguardo. I contorni dell'occhio erano di fuoco, mentre nel globo vitreo della cornea gialla e felina, vigile e penetrante, si apriva, nel buio di un abisso, la fessura nera della pupilla come una finestra sul nulla.
Poi l'occhio incominciò a vagare, frugando qua e là; e Frodo sapeva con orrore e certezza che fra le molte cose che esso cercava vi era anche lui. Sapeva però che l'Occhio non poteva vederlo, non ancora, a meno che egli stesso non lo volesse. L'anello appeso alla catenella intorno al collo divenne pesante, più pesante di un grosso sasso, e trascinava la sua testa verso il basso. Lo specchio parve farsi scottante, e un vapore si sprigionava a spirale dall'acqua. Frodo si sentì scivolare in avanti.
"Non toccare l'acqua!", disse a bassa voce Dama Galadriel. La visione scomparve, e Frodo si accorse di mirare le fresche stelle scintillanti nella vasca d'argento. Scese tremante il gradino e levò lo sguardo verso la Dama.
"So cosa hai veduto per ultimo", ella disse; "quell'immagine è sempre nella mia mente. Non temere! Ma non credere che siano sufficienti i canti fra gli alberi, o le svelte frecce degli archi elfici, per custodire e difendere dal Nemico la terra di Lothlorien. Sappi, Frodo, che anche mentre parlo con te, io scorgo l'Oscuro Signore, e conosco le sue intenzioni, tutte le sue intenzioni verso gli elfi. Egli non fa che scrutare, per leggere in me e nel mio pensiero; ma la porta è ancora chiusa!".


Giulio Mozzi (Michele), da Dichiarazione alla giuria, in Fiction, Einaudi, 2001 (prima parte)

Signore e signori della giuria!
Per prima cosa devo scusarmi con voi per non essere mai stato presente - nemmeno oggi - al processo. Non ne ho avuto il coraggio. La persona giudicata è mia madre, l'accusa è di avere uccisa mia sorella, mia sorella gemella, vent'anni fa, quando aveva due anni, e di averne conservato per vent'anni il povero corpo, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, dentro un armadietto di metallo.
[...]
Lo scopo di questa dichiarazione, non voglio nasconderlo, è di invitarvi alla pietà. Io credo che voi siate persone di buon senso e desiderose di giustizia. Faccio appello al vostro buon senso e al vostro desiderio di giustizia.
Succede, a volte, che le cose più evidenti sfuggano allo sguardo. Ascoltando le relazioni del mio avvocato, leggendo la documentazione man mano prodotta, leggendo ciò che i giornali hanno voluto scrivere, ho avuto l'impressione che una cosa evidente sia sfuggita allo sguardo di tutti. Perciò desidero farla notare, offrirla al vostro sguardo e alla vostra riflessione. Non intendo condizionare il vostro giudizio. Vi prego di non pensare a me - anche se credo che sia impossibile - come al figlio di mia madre. Pensate a me [...] come a una persona che ha notato qualcosa sfuggito ad altri; come a una persona che nel bel mezzo di un frastuono ha percepito un suono sottile.
Per concentrarmi nell'ascolto di questo suono sottile, signore e signori della giuria, mi sono astenuto dal partecipare alle udienze: pur restando naturalmente a disposizione vostra, dei signori magistrati e dei signori avvocati.
Se mia madre avesse uccisa sua figlia, mia sorella, e si fosse liberata del piccolo corpo in uno dei tanti modi che di solito si usano per liberarsi di un corpo morto, [...] voi sareste stati chiamati a giudicarla per l'uccisione di sua figlia, mia sorella. Invece mia madre ha uccisa sua figlia, mia sorella, e per vent'anni ne ha conservato il corpo, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, in un armadietto di metallo che ha portato con sé di trasloco in trasloco: così che voi siete stati chiamati a giudicarla non solo per l'uccisione di sua figlia, mia sorella, ma anche per il suo comportamento successivo.
[...]
Voi sapete come sono andate le cose: io ho desiderato conoscere la mia madre carnale, un desiderio normale e naturale, e ho compiuto tutti gli atti necessari per conoscerla. L'ho cercata. Ho trovato prima mia zia, sua sorella; poi mia sorella maggiore. Mia sorella maggiore ha cercato di fermarmi. Io so, ho sempre saputo, e anche nel dibattimento è stato dimostrato che le intenzioni di mia sorella erano buone. Mia sorella maggiore sapeva che il mio intenso desiderio, la mia testardaggine, mi avrebbero condotto a scoprire un grande male. Ha cercato di fermarmi, ma non mi ha negato le informazioni che poteva darmi: un numero di telefono, un indirizzo. Così ho telefonato a mia madre, ho suonato il suo campanello. Così ho conosciuto una donna che non conoscevo: per me questa donna era, è tuttora, più che mai, una perfetta sconosciuta: un mistero. Quando l'ho conosciuta, subito ho pensato: questa donna è pazza di dolore. Ho avuto pietà di lei. Questa pietà non mi ha ancora abbandonato, e credo che non mi abbandonerà mai.
La prima cosa che ha fatto mia madre, appena ci siamo conosciuti, appena ha capito chi ero e appena io sono stato certo che lei era veramente colei che cercavo - le ho guardato gli occhi, signore e signori della giuria, le ho guardato le sopracciglia e gli zigomi e ho pensato: questa è mia madre: e ho pianto -, la prima cosa che ha fatto mia madre è stata: domandarmi notizie di mia sorella gemella. Io non sapevo di avere una sorella gemella. Fui tentato di correre da mia sorella maggiore. Non lo feci. Domandai all'assistenza sociale. Mi dissero che sì, mia madre era ossessionata da questa figlia, una figlia che poteva avere più o meno la mia età, ma che probabilmente si trattava di una semplice ossessione. Non esisteva, mi dissero all'assistenza sociale, una mia sorella pressoché coetanea, tantomeno una mia sorella gemella. Facemmo comunque delle ricerche: bastò andare all'anagrafe. Allora all'assistenza sociale esplorarono gli archivi, e dopo qualche giorno mi rassicurarono: questa mia sorella gemella viveva presso parenti, nel South Carolina. "Quali parenti?", domandai. Nessuno seppe dirmi niente. Nessuno seppe darmi un indirizzo. Nella cartella non c'era. Io non ho mai saputo di avere parenti nel South Carolina. D'altra parte, non so quasi niente di niente. Nella cartella c'erano tante informazioni, ma di mia sorella gemella c'era scritto solo: che mia madre l'aveva mandata presso certi parenti, nel South Carolina. Così aveva detto lei, e tanto era bastato. L'informazione era stata inserita nella cartella. Allora tornai da mia madre e le domandai: "Dov'è mia sorella?".
Lei mi disse: "È lì, nell'armadio". Un attimo prima non sapeva dove fosse; quando le feci la domanda, mi disse: "È lì, nell'armadio". Aprii l'armadio pensando che avrei trovato, forse, delle fotografie, dei vestiti, degli oggetti. Che cosa ho trovato nell'armadio, voi lo sapete. Che cosa è successo dentro di me, [...] quando ho aperto l'armadio e ho visto che cosa c'era dentro, signore e signori della giuria, non saprò mai raccontarlo.
Signore della giuria! Signori della giuria! Ciò che sto per dire [...] è ciò che io credo. In ciò che sto per dire non vi è nessun calcolo procedurale, nessuna sottigliezza giudiziaria. Ciò che sto per dire, il mio avvocato - la persona che vi sta leggendo questo testo - lo condivide a stento. Vi prego, condividetelo!
Io vi invito a pensare che se mia madre ha conservato per vent'anni presso di sé, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, in un armadietto di metallo, il corpo di sua figlia, mia sorella, che lei stessa aveva uccisa, ciò è stato fatto per amore.
[...]
Grazie.



Chissà se ci capiamo

Carlo Goldoni, da Il campiello, Rizzoli, 1981

1º brano

Orsola    Via, no semo degne de disnar con vu. Me fe sta grazia, vegnì via con nu.
Gasparina    Ze potezzi, verrei. No vengo zola.
Lucietta    Via, che ve metteremo in cao de tola.
Gasparina    Ve ringrazio dazzeno. Serto, che ze vegnizze. L'ultimo logo no zarave el mio. Mas no pozzo vegnir zenza el sior zio. Vol dir barba, zavè.
Lucietta    Che parlessi de un fior, in verità.
Gasparina    Povere zenza zesto, no le za.
Orsola    Anca ti, Gnese, dighe che la vegna. Via vegnì, andemo tutte.
Gasparina    Zta bene in caza le fanciulle putte. Dizè, saveu cozza vol dir fanciulla?
Gnese    Mi no lo so, sorèla.
Gasparina    Oe, zior monzù, la ghe lo spiega ela.

2º brano

Anzoletto    No voi che la ghe vaga, e la ghe va? Voi che la me la paga; e quella vecchia la ghe tende pulito a sta pettazza. Co la vien, voggio darghe una schiaffazza. Ma prima co so mare voi dir l'anemo mio. Oe donna Catte, desmissiève. (batte forte)
Gnese    De diana, el ghe vol dar avanti gnanca che la sia sposada? Cossa farlo co l'è maridada?
Anzoletto    Cossa diavolo feu? Vu dormì co fa un zocco, e vostra fia...
Catte    Oe, dove xela?
Anzoletto    La xe andada via.
Catte    Via, no gh'è mal, lassè che la ghe staga.
Anzoletto    No voi che la ghe vaga.


Raffaello Baldini, da La nàiva, Einaudi, 2000

1º brano

A m'arcmànd

Nu dì gnent ma niseun, a marcmànd,
dì ch'l'era scheur
che tè t'andevi drett par la tu strèda,
dì ta n m'é vest,
enzi no, par fè mei
mu mè tè n m'é mai da luminé,
gnénca par sbai,
tè, si vén i discours,
sta sno a sintéi,
s'i t dmanda fa e' scurdèd, dmanda ènca té,
ch pu l'è robi ch'u n gn'arimporta gnént
ma niseun [...]

2º brano

È sbai

Mè ò fat un sbai t'la mi veita,
l'è stè 'd no spusè l'Isolina.
La mi mà la pianzeva:
"Tu t vu mett sa cla strazinéda?"
C'la bumboza dla mi surèla
La rugéva: "Ad sta chèsa la n'eintra!"

E al saveva enca mè
Ch' l'era una putanèla,
mo l'era quèll e' bèl.
Mè a i féva di gran zchéurs,
li la stéva a sintéi e la rideva:
"Dop a n'e' so cumè ch' la andrà a finéi,
mè a so un pò mata,
mo tè nu pénsi, ta n sté ben adès,
aquè, sa mè?"
e mè a n zcuréva piò, a fémmi i stroffal.
[...]


(Riprendono le letture)

Giulio Mozzi (Michele), da Dichiarazione alla giuria, in Fiction, Einaudi, 2001 (seconda parte)

Nota su una storia

L'8 novembre 1999 il "Gazzettino", quotidiano delle Tre Venezie, pubblicò il seguente articolo:

Tragedia a New York: la polizia ha scoperto che una madre ha ucciso la figlioletta di tre anni e poi ne ha tenuto il cadaverino in un armadietto di metallo per vent'anni, portandolo di casa in casa, nel corso di vari traslochi, mentre la piccola risultava ufficialmente "scomparsa".
Madelyn Carmichael, che uccise la piccola Latanisha, era oppressa da un rimorso che la stava spingendo alla follia. Da mesi si lamentava con I'amministratrice del condominio di Brooklyn perché i vicini lasciavano piangere un bambino tutta la notte: ma negli appartamenti vicini non c'erano bambini. La macabra scoperta è stata possibile grazie al gemello di Latanisha, Andre, cresciuto in un'altra famiglia cui era stato dato in adozione per sottrarlo agli abusi della madre Madelyn.
Andre, tre settimane fa, decise di andare a trovarla dato che non l'aveva mai più vista da quando era stato dato in affidamento a due anni d'età. Non trovò subito la madre, ma una zia che gli chiese se egli avesse mai tentato di cercare la sua sorella gemella, scomparsa vent'anni prima: il ragazzo ventenne è rimasto di sasso: ignorava di avere una sorella. Sconvolto, ha subito chiamato un'altra sorella - figlia di Madelyn - la quale è scoppiata in lacrime e ha confessato il suo terribile sospetto: la madre aveva ucciso Latanisha, e il corpo era ancora in casa.
I due hanno avvertito la polizia. Durante la perquisizione, il detective Daniel D'Alessandro ha notato un armadio a muro chiuso con un lucchetto. Lo ha aperto, e ha visto il mobiletto metallico, a sua volta avvolto in una busta di plastica. Lo ha forzato e dentro [...] sono emersi i piccoli resti avvolti in una coperta, in buste di plastica e in un giornale del 4 novembre 1979.
"È la cosa più terribile che abbia mai visto - ha dichiarato.- C'era rimasto poco più che il teschio con brandelli di carne e capelli, ma con la fisionomia di un bambino". Madelyn, all'apertura del macabro sudario, ha avuto un malore ed è stata trasportata in ospedale: è stata incriminata per omicidio volontario. Secondo gli inquirenti, la bambina morì per le percosse della madre. Ma solo gli psichiatri potranno sondare quanto la persecuzione del terribile rimorso ventennale, ha punito la donna che ha custodito in sé il più terribile dei segreti.


Robert Louis Stevenson (Giuseppe), da Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde, Mondadori, 1997, traduzione di Attilio Brilli

Giorno dopo giorno, e attraverso le due entità del mio spirito, quella morale e quella intellettuale, mi avvicinai sempre più a quella verità la cui parziale scoperta mi condannò a una spaventosa catastrofe, e che riconosce come l'uomo non sia unico, bensì duplice. Duplice, appunto, poiché il grado della mia conoscenza non va oltre quella soglia. Altri proseguiranno sulla stessa strada, destinati a sorpassarmi; a me non resta che formulare la rischiosa ipotesi secondo la quale l'uomo sarà conosciuto come un sistema di entità multiformi, incongrue e indipendenti. Da parte mia, facendo leva sulla natura della mia esistenza, ho progredito senza deviazioni in una direzione soltanto. È stato in campo morale e basandomi unicamente sulla mia persona che ho imparato a riconoscere il dualismo intrinseco e primordiale dell'uomo. Vidi che, se potevo considerarmi con legittimità sia l'uno che l'altro dei due esseri che si dilaniavano nella mia coscienza, ciò era dovuto unicamente al fatto che ero ambedue fin nei precordi del mio intimo. Da tempo immemorabile, prima ancora che il corso delle mie ricerche scientifiche avesse cominciato a farmi baluginare innanzi la seria possibilità di un tale miracolo, avevo preso l'abitudine di compiacermi, quasi un sogno ad occhi aperti, al pensiero della scissione di questi elementi. Pensavo che se ognuno di questi avesse potuto essere confinato in un'entità separata, allora la vita stessa avrebbe potuto sgravarsi di tutto ciò che è insopportabile: l'ingiusto avrebbe potuto seguire la propria strada di nequizie, svincolato dalle aspirazioni e dalle pastoie del virtuoso gemello; al giusto sarebbe stato dato altresì di procedere spedito e sicuro nel suo nobile intento, compiendo quelle buone azioni che lo avessero gratificato, senza essere più esposto alla gogna e al vituperio di un sordido compagno a lui estraneo. Era una maledizione del genere umano che questo eteroclito guazzabuglio dovesse così tenacemente tenersi avviluppato... che fin nel grembo tormentoso della coscienza questi gemelli antitetici dovessero essere in perenne tenzone. Come fare, allora, a separarli?


Philip Roth (Federico), da Everyman, Einaudi, 2007, traduzione di Vincenzo Mantovani

Nel corso degli anni, per fortuna, aveva sempre avuto regolarmente notizie di Howie. Verso la sessantina suo fratello, come quasi tutti i soci che arrivavano a quell'età tranne i tre o quattro pesi massimi, si era dimesso dalla Goldman Sachs; ormai valeva sicuramente almeno cinquanta milioni di dollari. Venne subito cooptato in numerosi consigli di amministrazione, e alla fine fu nominato presidente della Procter & Gamble, per la quale aveva fatto degli arbitraggi all'inizio della sua carriera. A settant'anni e rotti, ancora energico e voglioso di lavorare, era diventato consulente di una società bostoniana di buy-out specializzata in istituti finanziari e girava il mondo in cerca di potenziali acquisizioni. Tuttavia, nonostante le permanenti responsabilità di Howie e il suo tempo limitato, i due fratelli si scambiavano telefonate un paio di volte al mese, telefonate che certe volte potevano durare anche una mezz'ora, nel corso delle quali tra grandi risate l'uno divertiva l'altro con ricordi d'infanzia e di momenti di comicità ai tempi della scuola e della gioielleria.
Ora, però, quando parlavano, lui si sentiva invadere da una freddezza ingiustificata, e la sua reazione alla giovialità del fratello era il silenzio. Il motivo era ridicolo. Odiava Howie per la sua buona salute. Odiava Howie perché in tutta la vita non era mai stato ricoverato in ospedale, perché non sapeva cosa fosse una malattia, perché nessuna parte del suo corpo era mai stata sfregiata dal bisturi del chirurgo, e perché non aveva sei stent di metallo nelle arterie, né un impianto cardiaco di emergenza nella cassa toracica chiamato defibrillatore, parola che, quando l'aveva udita pronunciare per la prima volta dal cardiologo, gli era ignota e suonava, abbastanza inoffensivamente, come se c'entrasse in qualche modo con gli ingranaggi di una bicicletta. Lo odiava perché, anche se erano figli degli stessi genitori e si somigliavano tanto, Howie aveva ereditato l'inespugnabilità fisica e lui la debolezza coronarica e vascolare. Odiarlo era ridicolo perché Howie, se aveva una salute di ferro, non poteva far altro che godersela. E ridicolo era odiarlo per il semplice fatto che era Howie e non un altro. Non lo aveva mai invidiato per la sua valentia atletica o accademica, per la sua eccezionale competenza finanziaria e la sua ricchezza, non lo aveva mai invidiato nemmeno quando pensava ai propri figli e alle proprie mogli e poi a quelli di Howie: quattro ragazzoni che continuavano a volergli bene e una moglie devota alla quale era unito da cinquant'anni e che per lui aveva chiaramente la stessa importanza che aveva per lei. Era fiero di quel fratello muscoloso e atletico che a scuola raramente prendeva meno del voto più alto, e lo aveva ammirato fin dalla prima infanzia. Da ragazzo, con il suo talento artistico e un solo sport in cui eccelleva, che era il nuoto, aveva amato Howie senza riserve e lo aveva seguito dappertutto. Ma ora lo odiava e lo invidiava ed era velenosamente geloso di lui e, nei suoi pensieri, quasi insorgeva furioso contro di lui perché la forza che suo fratello aveva applicato alla vita non era stata ostacolata in alcun modo. Al telefono nascondeva meglio che poteva tutto quello che provava di irrazionale e indifendibile, ma col passare dei mesi le loro telefonate si diradarono e diventarono più brevi, e in poco tempo i due fratelli arrivarono quasi a smettere di parlarsi.
Non mantenne a lungo l'astioso desiderio che Howie perdesse la salute: non poteva invidiarlo fino a questo punto, perché il fatto che suo fratello perdesse la salute non avrebbe avuto come conseguenza che lui avrebbe recuperato la sua. Nulla poteva ridargli la salute o la giovinezza, né corroborare il suo talento. Nondimeno, in uno stato di esagitazione, egli poteva arrivare quasi a credere che la salute di Howie fosse responsabile dei suoi malanni, anche se sapeva che non era così, anche se non mancava della tollerante comprensione che le persone civili mostrano davanti all'enigma dell'ineguaglianza e della sfortuna. Tanto tempo prima, quando lo psicanalista aveva sbrigativamente diagnosticato i sintomi della grave appendicite come un caso di invidia, lui era rimasto comunque a tutti gli effetti figlio dei suoi genitori e poco avvezzo ai sentimenti che accompagnano la convinzione che meglio sarebbe se i beni di un altro appartenessero a te. Ma ora sapeva; in età avanzata aveva scoperto lo stato emotivo che toglie all'invidioso la sua serenità e, peggio ancora, il suo realismo: odiava Howie per quella dote biologica che avrebbe dovuto essere anche sua.
Improvvisamente, non poteva più soffrire suo fratello nel modo istintuale e primitivo in cui i suoi figli non potevano soffrire lui.


Beppe Fenoglio (Elvio), da La malora, Einaudi, 1997

Potevo ritirarmi nella stalla, ma era una bella sera da godere almeno un momento, e così girai la casa per farmi due passi allo scuro sulla strada di Mango. Ma girata la casa, vidi subito Tobia: era seduto sul tronco a ridosso del muro, proprio sotto la finestra della stanza sua e della padrona; si teneva la testa fra le mani e si parlava da solo, ma non potevo sentir niente di quel che si diceva per via dell'aria che portava subito via le parole. Dopo un minuto alzò la testa e parlò forte, ma forte come uno che volesse farsi sentire fin sulla langa di Castino là in faccia. Disse: "Già, io non son mai andato con la pancia per terra, io mai. Lo sanno tutti che faccio una vita più bella dei preti. Io mi sono frustato tanto come te, solo che io non ne parlo mai e se mi viene del male lo nascondo, per forte che sia. Cosa ti credi, t'è passato di mente che ho sessantadue anni, e che lavoro tanto che altro che perdere il sangue, se avessi anch'io il buco da perderlo! E giusto che parlavi del fieno, lo sai cosa vuol dire alla mia età tagliare il fieno da quando il sole si leva a quando si corica? Da giovani come i tuoi figli e con la rugiada son tutti buoni a tagliare, ma quando il sole viene alto e il fieno mette il pelo volatino, allora sì che il fieno ti domanda quanti anni hai! Ecco, se è per la questione del fieno!
Stette come ad aspettare che la padrona gli rispondesse dalla loro stanza, ma niente venne da lei, salì invece dal rittano la voce di Jano che faceva a suo padre: "Assassino, assassino, sei un assassino!" Tobia andò fin sull'orlo del rittano e gridò giù: "A te ti dico questo: prova solo a non trovarti sul lavoro domani mattina. Ti dico solo questo": aspettammo tutti che Jano rispondesse, ma non si face più sentire da là basso; invece sull'aia s'era messo a gridare Baldino, per far star zitto il cane che la voce lontana e sfisionomata di Jano aveva aizzato.
Tobia tornò a sedersi sul tronco, lo sentivo sbatter la lingua per rifar saliva dopo quella gridata, e poi disse, ma più piano: "Qui mi tenete tutti per il vostro aguzzino. Ma lo sapete il perché io tiro e vi faccio tirare e non vi do niente di più del necessario. E se anche fallisco nei miei piani, dovrete sempre ringraziarmi per avervi insegnato a star male oggi per non star peggio domani. E non venite a dirmi che peggio di così non si può stare, perché io ci metto poco a dimostrarvi il contrario. Vi contassi d'uno che da bambino gli è morto suo padre e se lo prese in casa un suo zio, dalle parti di Cravanzana. Lo faceva tirare che al paragone voi siete dei signorotti, e a mezzogiorno gli diceva: - Se non mangi pranzo, ti do due soldi -, e bisognava pigliare i due soldi, e a cena: - Se vuoi mangiar cena, mi devi dare due soldi-. Ero mica io quel bambino là?


Jorge Luis Borges (Alessio), da Lo stupore, in L'oro delle tigri, Adelphi, 2004, traduzione di Tommaso Scarano

La storia mi fu raccontata da un abitante di Morón:
"Nessuno sa di preciso perché Moritán e il Pardo Rivarola diventarono nemici, e con tanto accanimento. Erano del partito conservatore e credo che si fossero conosciuti in sezione. Non ricordo Moritán perché ero molto più piccolo quando morì. Dicono che la famiglia fosse di Entre Ríos. Il Pardo gli sopravvisse molti anni. Non era un caudillo né niente di simile, ma ne aveva tutta l'aria. Era piuttosto basso e grosso e molto vistoso nel vestire. Nessuno dei due era un debole, ma Rivarola era il più riflessivo, come poi si sarebbe visto. Da tempo gliela aveva giurata a Moritán, ma volle agire con prudenza. Gli do ragione: se uno uccide qualcuno e poi deve penare in carcere, agisce da sciocco. Il Pardo organizzò bene il da farsi. Saranno state le sette di sera, una domenica. La piazza traboccava di gente. Come sempre c'era Rivarola, che passava lentamente, col suo garofano all'occhiello e l'abito nero. Era accompagnato dalla nipote. Di colpo lo scostò, si accoccolò e si mise a starnazzare e a fare chicchirichì come se fosse un gallo. La gente si tirò da parte, sbigottita. Un uomo di rispetto come il Pardo, fare una cosa del genere davanti a tutta Morón, e di domenica! A metà isolato svoltò e, sempre gridando chicchirichì e starnazzando, si infilò nella casa di Moritán. Spinse il cancello e con un salto fu nel cortile. La folla si accalcava nella strada. Moritán, che aveva sentito il baccano, avanzò nel fondo. Vedendo quel mostruoso nemico che gli balzava incontro, cercò di rifugiarsi nelle stanze, ma fu raggiunto da una pallottola e poi da un'altra. Rivarola venne portato via fra due guardie. L'uomo si dibatteva, continuando a fare chicchirichì. Dopo un mese era in libertà. Il medico legale dichiarò che era stato vittima di un improvviso attacco di pazzia. Non lo aveva forse visto l'intero villaggio, comportarsi come un gallo?".


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