I libri in testa
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Sabato 10 febbraio 2007, ore 18,15
Roma, Libreria Croce
La città scomparsa
Un incontro con il romanzo di
Michele Governatori
con letture a margine



Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.



"L'entusiasmo fa pena per come si scioglie troppo lentamente di fronte ai guai".

Un romanzo sull'avidità e sulle energie spese male. Su come capita di buttare via una vita intera, prima di capire all'ultimo momento d'aver sbagliato tutto.


Le letture

        1. Michele Governatori, da La città scomparsa
        2. Michele Governatori, da La città scomparsa
        3. Elsa Morante, da Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi
        4. Michele Governatori, da La città scomparsa
        5. Mordechai Richler, da L'apprendistato di Duddy Kravitz
        6. Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni ("Non ce l'ho fatta")
        7. Franz Kafka, Il castello ("Non ce l'ho fatta")
        8. Federigo Tozzi, Il podere ("Non ce l'ho fatta")
        9. Michele Governatori, da La città scomparsa
        10. José Emilio Pacheco, da Isole alla deriva
        11. Michele Governatori, da La città scomparsa
        12. Thomas Bernhard, Scoperta
        13. Michele Governatori, da La città scomparsa
        14. Michele Governatori, da La città scomparsa

Michele Governatori (Michele), da La città scomparsa, Barbera, 2006 (Incipit)

La prima Alfa Romeo Giulia Super che si è vista a Tagliacozzo è stata quella di Gilberto Timone.
Aveva la vernice rosso cupo, i doppi fari tondi, lo scarico cromato e dietro la scritta "Super" vicino al bordo del baule. Per il paese verso le sette di sera si è sentito il rombo che veniva da Avezzano dove Timone aveva appena ritirato la Giulia dal rivenditore Alfa Romeo Pasquarelli.
Era l'ottobre 1966 e a Gilberto Timone di stare attento al rodaggio dell'auto nuova non gliene importava niente. Si vedeva da come guidava. Tirava le marce e faceva ruggire il motore e intanto trafficava col pomello della radio stereofonica che aveva fatto montare direttamente da Pasquarelli.
Del resto il rodaggio era la tipica cosa che interessava a quelli che avevano paura del domani, e invece un domani Gilberto Timone la macchina l'avrebbe di sicuro cambiata con qualche modello ancora più nuovo e più veloce, ne era convinto, e quindi tutte le magagne meccaniche sarebbero state un problema semmai per qualcun altro.
La cena col sindaco Cerquetani di Tagliacozzo era alle otto. Di cambiarsi non c'era bisogno perché il vestito di velluto a coste andava benissimo e la cravatta sarebbe stata comunque eccessiva. E poi Gilberto non era un tipo da cravatta. Lui era uno con le idee, altroché cravatta, e il suo istinto gli diceva che al sindaco il contratto alla fine gli andava bene, e che se il sindaco faceva un po' il sostenuto era solo per prendere più soldi con i canoni dei servizi municipali.
Ormai mancava poco a firmare, e se si firmava il consorzio partiva, e se il consorzio partiva sarebbe poi bastato star dietro al costruttore, far passare tre o quattro anni per edificare, e il villaggio nuovo, il villaggio che lui aveva in testa, sarebbe sorto dal niente su alla piana sotto al monte Midia, con le piste da sci e gli impianti e le case e gli alberghi e le villette dove adesso c'erano a dir molto quattro pastori.
Già Gilberto lo poteva vedere.
I soldi per tirare su le case si sarebbero trovati. I soci per un'impresa del genere stavano già saltando fuori. Per un'occasione così, quando hai quasi in mano i permessi, la gente fa a gara per finanziare la costruzione e finire tutto più in fretta possibile. Gilberto Timone non aveva dubbi.


Michele Governatori (Alessio), da La città scomparsa, Barbera, 2006 (IV, pagg. 29-30)

Doveva darsi da fare di più. Così una notte, anzi una mattina, quando avevano ancora in mano la sporta dei cornetti, lui ha deciso di usare l'auto di un cliente che stava prolungando la nottata in un albergo a ore per ricchi.
Gilberto ha preso la ragazza per mano. Pensava ai movimenti e non alle frasi. Lei era assonnata e apposta nel fresco del mattino sembrava ancora più dolce, e lui l'ha portata fino al garage del club dove ha tirato fuori la chiave e preso la macchina.
Era una berlina nera coi sedili di pelle neri anche loro. Gilberto ha guidato di corsa fin dalle parti dell'Appia Antica lungo i pini rasi dal sole che oramai sorgeva e lungo le baracche di gente accampata lì dalla guerra, miste a piccole ville tirate su in tre giorni da gente che arrivava con mattoni e cemento su un carretto.
Ogni tanto guardava la ragazza che un po' si stava addormentando e che col sonno contro la luce della mattina gli dava una gran voglia di baciarla. E allora doveva smettere di perdere tempo. Così ha frenato e l'ha baciata. E stop. Non ci voleva tanto. Era felice, e lei piena di sonno sembrava un'albicocca, o un prato d'erbetta bagnata, non lo sapeva Gilberto cosa gli sembrava la ragazza, fatto sta che ha riavviato la macchina mentre lei adesso lo guardava tutta rincantucciata sul sedile in un modo che avrebbe sciolto un ghiacciolo, figuriamoci Gilberto Timone che ha preso la prima stradina di lato e da lì ha proseguito tra buche e pozze fino a uno spiazzo di terra.
In quel posto tiravano su una specie di villa con dei mattoni rosa che un po' erano già sui muri e per il resto ammonticchiati a tre metri dalla costruzione.
Su un pezzo di piano terra quasi finito avevano appoggiato una lamiera di eternit ondulato, sicché ci si poteva trovare riparo e c'era guarda caso anche un materasso un po' sporco ma morbido. Allora Gilberto ha preso dalla macchina il suo giubbino e l'ha steso sul materasso mentre la ragazza lo guardava e si stropicciava gli occhi e gli sorrideva arrossata finché lui se l'è presa sulle braccia e l'ha messa giù.
E pensava Gilberto che era questa la velocità che ci voleva. Che le cose succedevano solo se uno le faceva succedere. Così pensava Gilberto con la ragazza-albicocca sotto di lui.


Elsa Morante (Elvio), da Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, Einaudi, 1996

EDIPO (seguitando)
... Ma la certezza del dolore non si può spiegare
al tragico orecchio, dove franano
tutti i muri del suono.
Nei fondi desertici irraggiungibili vicinissimi più del battito del mio polso
e lontanissimi più delle nebulose
i miei gridi corrono e si urtano per vestiboli e labirinti
di sordi cañons
e rimbombano inaudibili dentro una sfera
senza ossa né corteccia.
Centomila iridi colorano la scala vibrante
di tutte le longitudini
e tutte le parole della mia canzone, istoriata
di circhi e cavalli e isole e tombe e arturi e madri,
sono figurine inconsistenti di un povero gergo provvisorio
che non si specchia nelle scritture fantastiche
dei Troni e delle Dominazioni.
Posso smembrare tutti i nomi e ricomporli a caso, creandone mostri più strani
delle chimere e dei centauri.
Posso abolire i linguaggi usati e inventarne altri inauditi.
Mischiare le voci di tutti i vocabolari
a un corale di bestemmia o d'implorazione,
o meditare su un solo nome, riducendo gli altri al silenzio.
Posso straniarmi da ogni significato verbale.
Vociferare in una lingua dei misteri come gli ossessi e le sibille.
O emettere sillabe senza senso. O proferire soltanto dei numeri.
... Ma sono tutte rivoluzioni di un ceto
di cui nei gradi della corte irraggiungibile
non si ha notizia.
Il luogo della grazia è assenza d'ogni notizia
e ogni presenza è luogo inferiore.
La memoria
è peccato come la veggenza.
Il male è un punto solitario
di domanda nel vuoto, voce stonata nel silenzio delle risposte,
unica sopravvivenza delle morti e nascite e morti.
Sono io quel punto della colpa.


Michele Governatori (Federico), da La città scomparsa, Barbera, 2006 (VII, pagg. 50-54)

Strega era uno che i posti che voleva difendere li conosceva bene. Ci andava spesso alla domenica o d'estate salendo con la moto fin dove riusciva. Faceva le strade di breccia talmente veloce che era un miracolo se non si ribaltava a ogni curva, saliva sulla piana di Camposecco o su quella del Pozzo da Petrella Liri o da Cappadocia oppure dal passo di monte Bove, e quando la moto non ce la faceva più la fermava e la lasciava sotto a qualche albero o contro a un fontanile. Dopodiché cominciava a camminare con una specie di piccolo sacco a tracolla e nient'altro. Attraversava le zone di boschi e le piane aperte, passava tra piccole pozze artificiali fatte dai pastori e tra altre che invece si formavano da sole, magari marciava a mezza costa sotto al monte Midia o al monte Morbano, sempre con uno sguardo basso e un passo veloce come se quelle escursioni gli servissero per arrivare in un posto preciso a fare un lavoro preciso.
A guardarlo non dava l'impressione di godere a essere lì, eppure quando restava giù a Roccacerro, o peggio in valle, si sentiva male.
I pastori a lui erano abituati e tutto sommato erano anche quelli che gli somigliavano di più. Se lui e loro avevano qualcosa da dirsi si capivano in fretta anche solo a grugniti. Sembrava che il panorama invece di guardarlo lo annusassero.
Ma Strega a differenza dei pastori saliva sulla piana anche d'inverno quando non c'era nessun altro, quando arrivare lassù era una specie di protesta silenziosa verso tutta la gentaglia che affogava dentro le stanze umide e surriscaldate delle case a valle.
Gli capitava allora di farsi sorprendere dal buio che arrivava prestissimo e che in fretta avvolgeva l'altopiano in un rumore cupo e potente di vento. Ne sentiva l'eco che gli rimbombava in testa e che lui usava per darsi il ritmo dei passi sulla crosta ghiacciata.
Invece se la neve era fresca la marcia era durissima e a ogni passo Strega affondava fino alla cintura e doveva usare tutte le forze per tirarsi su. Ci poteva mettere anche mezz'ora solo per fare venti metri.
Molti anni dopo si sarebbe messo a ridere davanti a un telegiornale che parlava della mancanza di neve in certe zone sciistiche dell'Alto Adige, lui che di neve aveva attraversato l'oceano della piana da Pereto a campo Staffi. Ma gli sarebbe anche venuto un groppo amarissimo a vedere i residence abbandonati ai piedi del monte che avevano chiamato nel frattempo "Antenne" per colpa di un traliccio tubolare carico di ripetitori radio.
Lui nel buio e nella neve si era perso e ritrovato parecchie volte. Il suo era una specie di esercizio. Rischiare di rimanere bloccato e di farsi inghiottire dal buio e dal gelo degli scarponi bagnati, di perdere anche la più fioca luce d'orientamento. E invece riuscire a scendere con le ultime energie e accendere la moto allo stremo delle forze e poi a casa far partire la stufa ancora prima di togliere gli scarponi.
Era un esercizio che non capiva nessuno. Apposta forse lo chiamavano nei modi più cattivi. Per esempio aveva sentito qualcuno dei ragazzetti a scuola chiamarlo Strega, ma faceva finta di niente perché non gliene importava. Non erano cattivi i ragazzi, erano solo stupidi. Non sarebbe mai stato possibile per lui raccontargli di come magari proprio il pomeriggio prima di vederli a scuola aveva rischiato di rimanere bloccato lassù, o anche solo di cos'era buttarsi per le mulattiere tra il ghiaccio, il freddo, il silenzio e poi il rumore della moto che sbatteva contro le montagne inghiottite dal buio. O raccontargli cosa voleva dire avere il dubbio d'essere l'unico vivente in mezzo a quel teatro sconfinato di boschi e monti che nella notte osservavano solo lui.
Stava meglio da solo, che a parlare con la gente.
E infatti gli costava anche andare all'associazione di promozione del parco, però per quella era disposto a fare uno sforzo, e anzi era stato lui a riunire i suoi pochi vecchi amici, qualcuno dell'università, qualcun altro tra gli ex colleghi già in pensione.
Aveva contattato tutti lui all'improvviso dopo anni che non si sentivano. Gli aveva detto poche parole tra una pausa e l'altra, come se stare a parlare gli costasse chissà che pena, e poi finalmente era arrivato al punto, cioè alle cose che era venuto a sapere sul progetto per la piana sotto al Midia, e a come secondo lui l'unico modo di fermare lo sfacelo era rilanciare la vecchia idea del parco naturale dei monti Simbruini.
Quasi tutti gli avevano dato il loro appoggio, un po' per evitare l'imbarazzo di parlare troppo a lungo con lui, un po' perché erano persone a cui importava davvero. Così avevano cominciato a vedersi ogni tanto nella vecchia sezione del PCI a Tagliacozzo, che era un appartamento fatiscente dietro alla piazza, attaccato a un cinema che aveva appena chiuso, coi pavimenti che se ci saltavi sopra una volta andavano avanti a tremare per un minuto.
Ma l'associazione per il parco non aveva preso il vigore che ci sarebbe voluto. I componenti chiamati da Strega dopo alcune riunioni avevano eletto lui presidente e gli avevano fatto capire che loro lo appoggiavano, che ci mettevano anche un po' di soldi se questo serviva, e che firmavano quello che c'era da firmare, ma che il lavoro lo doveva fare Strega da solo.
Tant'è che una sera di riunione Strega si era ritrovato da solo nella stanza. E non era una cosa che sembrava dispiacergli poi tanto. Aveva spento la luce e si era messo a guardare fuori dai vetri le macchine che passavano verso la piazza. Non erano tante, si sentiva il rumore dei loro motori molto prima di poterle vedere, e poi si sentivano gli sportelli chiudersi e le voci di chi s'incontrava, mentre se Strega alzava la testa avvertiva la massa grande e scura delle montagne.
Vent'anni più tardi gli ambientalisti si sarebbero organizzati a livello politico, avrebbero fatto i cortei a Roma con le bandiere e le facce giovani piene d'energia arrabbiata. Ma quando Strega aveva fatto partire la sua associazione per salvare la piana erano in molti che pensavano che lui in realtà, più che amare la natura, odiava la gente, e che questa storia del difendere i boschi e le montagne per lui era solo un modo per far stare tutti alla larga dai posti che gli piacevano.


Mordechai Richler (Fiamma), da L'apprendistato di Duddy Kravitz, Adelphi, 2006, traduzione di Massimo Birattari

Il mattino dopo, in ufficio, stuoli di fatti penosi si presentarono alla sua attenzione. In montagna si era rovinato, nessuno voleva più fargli proiettare film.
"Lei non è affidabile."
"Certo, lei dice che verrà. L'ha detto anche l'ultima volta".
I conti da pagare, lungamente trascurati, avevano raggiunto proporzioni intollerabili. Le lettere degli avvocati bastavano a tappezzare le pareti. E non c'erano nemmeno soldi in arrivo. Non aveva speranza.
"C'è una sola cosa da fare" gli disse l'avvocato "Dichiarare fallimento".
"Cosa?"
"Ha altri beni?".
Duddy pensò alle carte che aveva in mano Yvette. "No" disse.
"Dichiari fallimento, basta."
"Senta, io non sono un fallito.Non voglio che la gente..."
"Gente! Fallito! Tutti vanno in bancarotta almeno due volte. Lo consideri una medaglia al valore, tutto qui. Non è una vergogna."
"Ma..."
"L'anno prossimo si rimette in affari. È semplice."
"Dopo tutta questa fatica."
Ma era l'unica soluzione. Perciò Duddy tornò in ufficio, diede alla segretaria le due settimane di preavviso e liberò la scrivania. Anche se ormai era rovinato, non dimenticò di prendere la macchina da scrivere, tutte le forniture per ufficio comprese una dozzina di scatole di graffette e il cestino della carta straccia e, naturalmente, la mappa del Lac Saint-Pierre.



Non ce l'ho fatta

(Giuseppe)
"In quale romanzo il protagonista si impegna a fare una cosa, alla fine sembra che non ce l'abbia fatta ma poi si scopre all'ultimo minuto che ce l'ha fatta?"

Soluzione:
Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

Il protagonista, Phileas Fogg, scommette di riuscire a fare il giro del mondo in ottanta giorni. Rientra a Londra apparentemente con un giorno di ritardo ma poi scopre invece di essere arrivato in tempo, perché:

Phileas Fogg andava incontro al sole e, di conseguenza, i giorni per lui diminuivano di tante volte quattro minuti quanti erano i gradi che percorreva in quella direzione. Ora, sulla circonferenza terrestre si contano trecentosessanta gradi che, moltiplicati per quattro minuti, formano esattamente ventiquattrore, cioè il giorno che il viaggiatore aveva guadagnato senza saperlo. In altre parole, mentre Phileas Fogg camminando verso est vedeva il sole passare ottanta volte sul meridiano, i suoi colleghi rimasti a Londra non lo vedevano passare che settantanove volte. Ecco perché, proprio quel giorno, che era sabato e non domenica come credeva Mr Fogg, questi lo attendevano nel salone del Reform Club.
(da: Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni, Einaudi, 2002, traduzione di Maria Vittoria Malvano)


(Michele)
Descrizione sintetica del tema di Il podere di Federigo Tozzi. La domanda sarà: "che libro è?"


(Federico)
"Nel celebre romanzo di Kafka, Il castello, quando K. arriva al villaggio è tarda sera. Il castello non è visibile per via della nebbia e delle tenebre. In che circostanza, dunque, K. avverte la "presenza" del castello per la prima volta in assoluto nel romanzo?"

Soluzione:
Quando un giovanotto, sedicente autorità comitale, dice a K. che non può dormire nella locanda perché la locanda appartiene al castello e non vi si può soggiornare senza il permesso rilasciato dal conte.


(Riprendono le letture)

Michele Governatori (Giuseppe), da La città scomparsa, Barbera, 2006 (VIII, pagg. 56-58)

La notizia bomba dell'estate del '69 è stata che Lucio Battisti aveva fissato un concerto insieme ai Formula Tre al campo sportivo di Pescara, e Marta e Simona dovevano andarci. Ma il problema era come.
Si poteva aggregarsi a una compagnia di ragazzi di terza liceo che avevano le auto, ma era improponibile a tutt'e due i padri, e anzi Cerquetani proprio per evitare soluzioni del genere si era già detto disponibile ad accompagnarle con la sua macchina. Ma a Simona non piaceva la prospettiva di stare al concerto con suo padre in attesa fuori dallo stadio, magari mezzo addormentato sul volante. E neanche di doverlo raggiungere subito dopo per evitargli di preoccuparsi e scongiurare un'eventuale intrusione dentro ai cancelli. Al solo pensiero le veniva quasi voglia di rinunciare a tutto.
A Marta, invece, piuttosto che trovarsi tra i piedi il suo, il padre di Simona andava bene.
Alla fine ha ceduto Simona, e verso le cinque di un pomeriggio di fine giugno il sindaco Cerquetani si è mosso con la figlia alla volta della casa di Marta e poi della strada per Pescara.
Le due si sono messe sul sedile posteriore a scambiarsi sottovoce informazioni misteriose come rivelazioni, e come se non si frequentassero da mesi.
Il sindaco lanciava occhiate dallo specchietto e aveva una specie di curiosità temperata dalla pazienza. Guidava con un'attenzione noiosa lungo la statale che tagliava la piana del Fucino, e in un determinato tratto del percorso come ogni volta ha accennato al progetto dell'autostrada che avrebbe collegato Roma con Pescara passando più o meno da lì. Ma parlava più che altro a se stesso.
Quando una macchina l'ha superato con una manovra pericolosa in un tratto cieco e di colpo ha dovuto frenare, le ragazze allora si sono sporte in avanti. Avevano riconosciuto la Giulia di Gilberto Timone già quasi scomparsa alla vista mentre superava anche un furgone e strombazzava a tutto gas.
Chissà se anche lui aveva notato le ragazze. Chissà soprattutto se aveva notato Simona. Anche solo l'ipotesi la gettava nell'agitazione mentre Marta maliziosa diceva a bassa voce che sì, lui l'aveva senz'altro vista e infatti le aveva anche lanciato un cenno. Dopodiché si era abbandonata a ipotesi angosciosamente ottimistiche su come lui quella sera stessa a Pescara avrebbe di sicuro avvicinato Simona.
Pensieri del genere Simona poteva gestirli solo a patto di essere tranquilla e sola, e a patto di poterli analizzare poco alla volta e con una delicatezza rituale, magari alla finestra di camera sua. Aveva imparato a suddividere le questioni che le mettevano ansia per esaminarle a pezzetti e alternarle a pensieri piacevoli provocati apposta per non farsi sopraffare. Ma era un meccanismo faticoso. Le sembrava impossibile che anche agli altri succedesse di impegnarsi così tanto solo per non far scoppiare i pensieri. Non poteva essere così assurdamente complicato per tutti, se ne sarebbe accorta dalle facce che vedeva in giro e che invece erano tutte più rilassate di come doveva apparire la sua. Tutti si dedicavano a questioni normali col giusto peso mentre lei era costretta a sminuzzare macigni dentro la testa.
Adesso poi lì in macchina con suo padre e Marta bisognava faticare ancora di più. Bisognava tranquillizzarsi il prima possibile senza procedimenti troppo lenti. E quindi ripetersi che Gilberto non stava andando a Pescara o che in ogni caso non era diretto al concerto, e che quand'anche fosse era impossibile che s'incontrassero.


José Emilio Pacheco (Alessio), da Isole alla deriva, in En resumidas cuentas, Visor, Madrid, 2004

CITTÀ MAYA MANGIATA DALLA SELVA (traduzione di Alessio Brandolini)

Della grande città maya sopravvivono
archi, smantellate costruzioni, vinte
dalla ferocia della boscaglia.

Sopra, il cielo in cui affogarono i suoi dei.

Le rovine hanno
il colore della terra.
Sembrano grotte
affossate in montagne che già non esistono.

Di tanta vita che qui ci fu, di tanta
demolita grandezza, restano soltanto
i fiori momentanei che non cambiano.


Michele Governatori (Fiamma), da La città scomparsa, Barbera, 2006 (XIII, pagg. 99-102)

"Voglio darti una cosa" ha detto intanto che scendeva dalla sella.
Sotto di loro il dirupo s'infossava in un letto di sterpaglie fitte disordinate e poi lasciava spazio agli alberi in discesa verso la zona di Cappadocia. Simona era ancora seduta nell'abitacolo e non sentiva nessun bisogno di fare qualcosa o di scendere o di prendere iniziativa. Le andava bene stare solo a vedere cosa sarebbe successo, e il vento lieve ma aperto che si sentiva salire dalla vallata per qualche motivo la convinceva che era giusto così.
Strega ha tirato fuori una chiave lunga di ferro e l'ha infilata in una porta ad arco che poteva essere di una cantina. "Arrivo subito" ha detto, ed è scomparso dentro allo scuro del locale.
Simona è restata sul suo sedile e ha sentito da qualche parte sopra di lei muoversi una persiana come se qualcuno la stesse guardando, ma non si è voltata a controllare. Poi ha sentito i passi del professore che si riavvicinavano. "Puoi anche scendere da lì", le ha detto.
Aveva in mano un libro con una sovracopertina artigianale a fiorellini gialli e verdi. Dietro di lui c'era la porta ancora aperta di una stanza col tetto a volta e che alle pareti aveva appoggiate tavole rettangolari coperte da teli.
"Te lo regalo" ha detto lui.
Era un'edizione di frammenti di poeti greci antichi dei tempi in cui Strega aveva iniziato l'università.
"Perché me lo dai?" ha chiesto Simona. Gli stava dando del tu, e lui di conseguenza si stava di nuovo trasformando. Era diventato ancora più giovane e più piccolo e la pelle del viso gli stava tornando più morbida mentre ha sorriso e ha abbassato un po' lo sguardo.
"Guarda dove avevo lasciato il segno" ha detto Strega, e ha aperto il libro che mandava odore di carta polverizzata dal tempo. Era su una pagina con frammenti di Ibico.
Lei l'ha preso e ha detto "Grazie". Non le era mai stato facile accettare regali, tendeva sempre a pensare alle conseguenze e a come fosse obbligatorio manifestare riconoscenza in modi complicati. Stavolta invece l'ha solo appoggiato sul sedile del sidecar.
"Cosa c'è dentro alla cantina?" ha chiesto, e si è accorta che Strega la guardava come uno che si ricorda di qualcosa o che sta cancellando qualcosa dalla memoria.
"Dentro alla cantina?"
"Sì. Posso vedere?" ha detto Simona e ha fatto quattro passi veloci per arrivare alla porta.
In realtà non era una cantina ma il laboratorio di pittura di Strega, e Simona era già davanti a un lenzuolo che copriva una tela.
Allora si è girata all'indietro per chiedergli il permesso. Lui ha risposto con un piccolo sorriso, ma un po' in ritardo, e lei ha sollevato il lenzuolo.
Dalla porta la luce arrivava di sbieco sulla tela e la illuminava male, ma si capiva che era un panorama di montagna boscoso, dipinto a onde di colore concentriche come in certi quadri di Van Gogh. Aveva tonalità tutte di verde cupo e marrone tranne una zona centrale dove c'era qualcosa di giallo violento con intorno una specie di aureola che dal giallo degradava verso l'arancione prima di scomparire nel verde del paesaggio.
Simona ha allontanato un po' la tela dal muro per dare un'occhiata a quella dietro che sembrava simile: anche lì un paesaggio e al centro un conglomerato giallo che sembravano trattori, gru e uomini anche loro gialli che trasportavano oggetti voluminosi.
Strega adesso le era alle spalle. Le sembrava di sentire un respiro profondo che era di nuovo quello di quando lui si presentava in classe con le pile di compiti corretti e aspettava di distribuirli coi segni del matitone a tre punte.
"Sono tutti uguali" ha detto con una voce che di colpo anche a lei sembrava quella vecchia del professor Cipollone. Si è avvicinato a un altro cavalletto e mentre toglieva la copertura ha detto "Anche questo è uguale".
"Hai visto?" ha detto poi guardando Simona mentre era dritto in piedi davanti a lei.
Anche Simona adesso stava guardando lui e non i quadri, e vedeva un uomo vecchio.
C'è stato un botto di qualcosa mosso dal vento e lui si è avvicinato a Simona. Poi lei ha sentito sulla mano le sue dita che la tiravano verso un punto più interno della stanza dove non c'erano quadri ma solo una scaffalatura piena di piccoli oggetti metallici e pezzi di ricambio e contenitori anneriti. Sentiva quelle dita nodose e non riusciva a parlare. Forse erano piene di calli o indurite per qualche tipo d'incidente o di contatto.
Vicino allo scaffale c'era una piccola finestra con tendine pesanti che lui ha scostato per far vedere a Simona qualcosa fuori, il profilo delle montagne in alto.
"I quadri sono tutti disegni dei miei monti" ha detto. "Quelli dove tuo padre ha fatto fare il villaggio turistico". La sua voce adesso aveva qualcosa di scuro e Simona non voleva più stare lì.
Un secondo dopo infatti era lungo il viottolo e saliva correndo fino all'unica strada di Roccacerro.
Cercava un telefono pubblico che avrebbe potuto trovare dentro al bar-alimentari-barbiere, ma invece si è messa a camminare lungo la strada.


Thomas Bernhard (Federico), Scoperta, in L'imitatore di voci, Adelphi, 1993, traduzione di Eugenio Bernardi

Ai piedi dell'Ortles un industriale torinese, affidandosi a un architetto famoso in tutto il mondo, ha fatto costruire per il proprio figlio ventiduenne un grande albergo che a lavori ultimati è stato definito l'albergo più moderno e più caro non solo di tutta l'Italia, alto dodici piani e completato effettivamente in non più di un anno e mezzo. Prima ancora che avessero inizio i lavori, per raggiungere quella zona fino allora assolutamente inaccessibile, senz'altro una delle zone più intatte delle Alpi, che aveva colpito l'industriale di Torino per la prima volta durante un'escursione in montagna fatta in compagnia di amici inglese e che subito gli era sembrata adatta per costruirvi un albergo di quelle proporzioni, per raggiungere quella zona, dunque, si era dovuta aprire una strada che sviluppa una lunghezza di diciannove chilometri. Sembra che nel cantiere abbiano trovato lavoro un migliaio di lavoratori. Alla vigilia dell'inaugurazione dell'albergo il figlio dell'ambizioso torinese aveva avuto, all'improvviso, un mortale incidente all'Autodromo di Monza. A causa di questo i festeggiamenti per l'inaugurazione non avevano più avuto luogo. Nel giorno stesso dei funerali del figlio lo sventurato padre aveva deciso di non mettere più piede nemmeno una volta nell'albergo appena ultimato e di lasciarlo andare, da quel giorno in poi, completamente in rovina. Aveva licenziato e liquidato tutto il personale già assunto per la gestione dell'albergo, aveva sbarrato la strada di accesso e proibito la circolazione in tutta la valle che termina dove sorge l'albergo. Durante una nostra escursione sul massiccio dell'Ortles, venendo da Gomagoi, ci trovammo improvvisamente di fronte all'albergo, che in quel momento, tre anni dopo la conclusione dei lavori, faceva già un'impressione tremenda. Ormai da un pezzo le intemperie di quegli anni avevano distrutto le finestre e demolito larghe parti del tetto, e dalla cucina ancora completamente attrezzata uscivano degli alberi già piuttosto alti, probabilmente dei pini.


Michele Governatori (Elvio), da La città scomparsa, Barbera, 2006 (XVI, pagg. 139-141)

Invece Brevi è volato giù dal treno ancora incaponito ad arrivare a Candora il giorno stesso anche se era già pomeriggio inoltrato e nevicava forte. Così si è fatto dare un passaggio fino al passo di monte Bove e lì ha insistito dieci minuti per convincere l'automobilista a lasciarlo davvero al bivio per Candora, lui col suo zaino sotto la neve.
Poi, si è incamminato da solo.
Era buio e nevicava sempre di più, e la strada per Candora aveva l'aria di una di quelle diramazioni private o in disuso o in direzione di basi militari o ripetitori radio, non sembrava una strada normale. Brevi riusciva a intuire il percorso davanti a sé solo se si metteva con gli occhi spalancati e immobili per dare il tempo al minimo chiarore di emergere intorno agli aloni degli alberi.
Nemmeno i fiocchi di neve vedeva, però sentiva sul viso una selva di pizzicori gelati, e se apriva la bocca si trovava una polvere ghiacciata sulla lingua.
L'agenzia d'affitti gli aveva detto che il monolocale era fornito di tutto, così lui aveva solo lo zaino che per metà era riempito dalla macchina da scrivere e per il resto da qualche vestito e da una minima scorta di cibo. Altro, pensava di comprarlo su a Candora. Non sapeva che la neve avrebbe impedito a chiunque di salire al villaggio, compresi i gestori del piccolo negozio di alimentari che avevano deciso di provare un'ultima stagione natalizia.
Il giaccone col cappuccio impediva a malapena al gelo di entrargli nelle ossa e i guanti di lana non andavano bene. Ai piedi aveva un paio di scarponi di suo padre che per un po' non si sono ghiacciati e hanno fatto abbastanza presa sulla neve. Ma più lui saliva più il vento diventava cattivo e i fiocchi sembravano proiettili sulla faccia. In tasca sentiva la sagoma del portachiavi ingombrante lasciato dall'agenzia ma non aveva idea di quanto mancava per arrivare al villaggio, e non era più nemmeno sicuro di ricordare le istruzioni su come trovare la palazzina del monolocale. Sapeva solo di un edificio molto grande e con il tetto spiovente, con davanti i balconi e un piazzale. Per fortuna in tasca insieme al portachiavi c'erano tre cioccolatini col liquore. Sono stati quelli che gli hanno impedito di schiattare prima della fine della salita a Candora. Ma quando verso l'una di notte ci è arrivato era sul punto di non sapere più se era vivo o se si trovava già all'inferno.
La neve gli arrivava al ginocchio e lui si muoveva in uno stato di allucinazione dove era scomparso ogni pensiero che non fosse su come fare il passo successivo. Con gli occhi spalancati cercava di captare ogni minimo segnale di chiaro intorno a lui, finché gli è apparsa tenue e enorme la sagoma del residence.
Ma gli ci sono voluti venti minuti solo per attraversare il piazzale e identificare l'entrata. Gli veniva da vomitare e pensava di morire lì, e invece alla fine ce l'ha fatta: si è trovato davanti il portone di vetro e metallo.
Con le mani gelate non riusciva però a far entrare la chiave nella serratura. Dove fosse il buco del resto era impossibile da vedere, era tutto buio, non c'era nessuna luce né nell'atrio dentro al portone né nel piazzale. Solo l'ombra della luna. Allora si è inginocchiato sulla neve e ha cercato la toppa col naso. La chiave l'aveva tra i denti, ed è riuscito a infilarla così, senza più la forza per nessun tipo di pensiero.
Dopo il ritrovamento Brevi non ha detto una parola fino al giorno successivo verso l'ora di pranzo. Ha dormito a casa di Mazzanti nella ex stanza della figlia poi sposata piena di ricordini dei sacramenti religiosi di lei sistemati dappertutto sulle mensole, e poi ha continuato a riposarsi su una sdraio in cucina vicino alla stufa con gli occhi aperti ma senza fiatare.
Finché gli odori dalle pentole della cucina economica della signora Mazzanti l'hanno rianimato.


Michele Governatori (Michele), da La città scomparsa, Barbera, 2006 (XXI - pagg. 183-184)

[...] il degrado più grosso si era consumato fuori dal palazzo nelle zone comuni che avrebbero dovuto rendere piacevole la villeggiatura e che secondo il materiale promozionale di molti anni prima avrebbero garantito l'equilibrio dell'intero "borgo turistico".
I proprietari più pietosi o più masochisti quei dépliant li avevano conservati fino all'ultimo, e probabilmente mentre Gilberto si trascinava per il corridoio invaso dall'acqua ce n'erano esemplari marci dentro a qualche cassetto di mobile abbandonato.
Quando quel posto era stato concepito, l'ipotesi che il suo funzionamento richiedesse anche luoghi di convivenza sociale era stata solo una cortesia da dépliant. Ma all'indifferenza dei costruttori sarebbe seguita quella dei proprietari degli appartamenti, compratori di seconde case economiche, che non erano per niente disposti a convivere in modo più organizzato di quanto erano già obbligati a fare in città.
Così gli asfalti dei piazzali e delle strade sarebbero stati prima mal rattoppati e poi lasciati a se stessi. I prati tra i palazzi sarebbero stati dimenticati pochi anni dopo averli sottratti al bosco di faggi. Gli impianti di risalita lasciati arrugginire, gli spazi comuni subito persi nella povertà dei vandalismi tra vicini, le fogne mai costruite. Ditte di vigilanza notturna e diurna dalle pretese economiche sempre più modeste si sarebbero succedute fino a spedire in ronda ragazzotti simili ai vandali da cui avrebbero dovuto proteggere. Piccole discariche abusive, poi sempre più voluminose, avrebbero occupato i lotti rimasti liberi. Il bussolotto della bacheca sarebbe diventato una specie di ritrovo per graffiti d'insulti reciproci prima, e poi soltanto di cazzi, sputi, svastiche e nomi di squadre di calcio scarabocchiati a spray.
La chiesa prefabbricata, che aveva visto nei primi anni la presenza di giovani sacerdoti disposti a sacrificarsi per qualche messa, li aveva subito persi, e si sarebbe presto rivelata solo il povero container mal rivestito che era. Perfino il tabernacolo delle ostie, una vecchia accozzaglia di stucchi scrostati riciclata dalla chiesa di un parroco appassionato di montagna, già dopo un paio d'anni era stato trafugato a simbolo di una profanazione che si sarebbe abbattuta sull'intero borgo, o villaggio, o accampamento o quel che era, come se proprio in quel posto disgraziato dovesse addensarsi la polvere cupa della sciatteria e dell'indifferenza del mondo intero.


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