I libri in testa
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Sabato 9 giugno 2007, ore 18.45
Roma, Libreria Croce
Mappe colombiane
un incontro con la raccolta poetica di
Alessio Brandolini
con letture a margine


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Le letture


        1. Armando Romero, dalla Prefazione a Mappe colombiane
        2. Alessio Brandolini, "Il paesaggio ha le ore contate"
        3. Julio Cortázar, Il futuro
        4. Alfonso Gatto, Carri d'autunno
        5. Alessio Brandolini, "Giugno è il mese più bello"
        6. Alessio Brandolini, "È inutile aspettare"
        7. Johann Wolfgang Goethe, da Viaggio in Italia
        8. Alessio Brandolini, "Quello che pensi"
        9. Alessio Brandolini, "Scavo una buca""
        10. Alessio Brandolini, "Alla Casa di Silva"
        11. Gabriel García Márquez, da Nessuno scrive al colonnello
        12. Alessio Brandolini, "Canto e ascolto"
        13. Alessio Brandolini, "Bolivar oggi ci sprona"
        14. Jules Verne, da Michele Strogoff ("Non perdiamo la bussola")
        15. Umberto Eco, da L'isola del giorno prima ("Non perdiamo la bussola")
        16. Alessio Brandolini, "Dare un ordine esatto"
        17. Alessio Brandolini, "Se qui lo guardi spesso"
        18. Alessio Brandolini, "Da ieri ti avanzo un ricordo"
        19. Alfonso Gatto, Fummo l'erba
        20. Alessio Brandolini, "Temo per l'anima dell'uomo"
        21. Alessio Brandolini, "Le cose (gli oggetti. Tipo: la pipa"
        22. Daniele Benati, da Opere complete di Learco Pignagnoli
        23. Alessio Brandolini, "Perdersi a volte"
        24. Alessio Brandolini, "Sul margine scomposto della festa"
        25. Jorge Eduardo Eielson, Via Veneto
        26. Alessio Brandolini, "La parola disfa le foglie"
        27. Alessio Brandolini, "Ogni speranza"

Armando Romero (Federico), dalla Prefazione a Mappe colombiane di Alessio Brandolini, LietoColle, 2007

Al di là del mio essere colombiano - atto di fede, l'avrebbe definito Borges -, questo libro di Alessio Brandolini mi ha affascinato, e ancora di più, mi ha toccato nelle mie convinzioni più profonde e nel mio innato amore per la poesia. Tuttavia devo sottolineare l'emozione che ho provato quando ho visto che il poeta penetrava nel dolore di tutti i colombiani a causa della violenza sociale e politica che continua a distruggere il paese, a consumarlo dall'interno. Alessio Brandolini è un poeta che non soltanto sa come portarsi nel cuore un intero paese per crearlo e ricrearlo, ma sa inoltre come appropriarsi di una realtà che per quanto bella non è meno dolorosa. Subito capiamo che egli, se da una parte si lascia sedurre dalla bellezza della nostra terra, dall'altra indica senza ambiguità che non c'è bellezza in questa violenza. Da poeta che sogna ma che sa anche vedere lucidamente la realtà, Brandolini riconosce che la combustione del sociale e del politico non si ferma e condiziona ogni movimento. Per questo, in alcune delle sue poesie, chiama in causa il pittore Fernando Botero, affinché le sue immagini l'aiutino a vedere quelle "devastazioni della violenza", quello "scheletro della muerte / che sorride lieve e innocente".
Ricordo come scoperta, ritrovamento dell'inatteso come ricordo, confluenza di suoni e di silenzi, la poesia di Brandolini scorre su una scala maggiore, e non importa che i suoi versi siano brevi. Essi producono sempre la nota più alta, perché sono fatti di una fibra sostanziale, seminata nel profondo, così come la radice di quegli alberi, sottili e flessuosi, che sfiorano il cielo con le foglie.


Alessio Brandolini (Alessio), una poesia da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Il paesaggio ha le ore contate
e il chiodo fisso è nella testa
come un gigantesco martello.
Si fa diffidente custode
della strada che unisce
rivela i volti degli indios
il profilo delle montagne
(la triplice spina dorsale
di questo cangiante paese)
più limpidi sguardi regala.

Il paesaggio scandisce i nomi
di città affollate, vuoti villaggi
e di tutte le persone incontrate.
Sorride, con forza ci abbraccia.


Julio Cortázar (Fiamma), Il futuro, da Le ragioni della collera, Fahrenheit 451, 1995, traduzione di Gianni Toti

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada, non nel murmure che sgorga di notte
dai pali che la illuminano, neppure nel gesto
di scegliere il menù, o nel sorriso
che alleggerisce il "tutto completo" delle sotterranee,
nei libri prestati e negli arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero del telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci, all'angolo
della strada mi fermerò, a quell'angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.


Alfonso Gatto (Elvio), Carri d'autunno, da Tutte le poesie, Mondadori, 2005

Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.

Come un tepore troveranno l'alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l'ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d'erba, una pianura.


Alessio Brandolini (Elvio), una poesia da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Giugno è il mese più bello
lo gridano i colori
l'intensa notte equatoriale
con il verdeggiante rumore.

L'infanzia la trovi per strade
di mani tenere, ma coraggiose
perché di rovi e ortiche
più non hanno alcun timore.

L'arazzo delle stelle
snuda la schiena
impervia delle Ande.
Ho bisogno di un flusso
discreto di carezze
di questa luna audace
che arrossa il buio
calma i colpi del cuore
rafforza la memoria
dona allegria alla voce

e al pianto dell'esilio.


Alessio Brandolini (Alessio), una poesia da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

È inutile aspettare
il futuro è già qui:
dalla ruvida pelle
dalle spalle massicce.
Raschia, se puoi
i suoi calli alle mani.

Il tiepido sguardo del giorno
soffia tra le ali degli uccelli
le foglie rinfrescano l'aria
con il verde accendono il sole.

È troppo tardi
        per dormire
        per non amare
        per soffrire.
Siediti e osserva
le indelebili impronte
dei volti incontrati per strada.

Infondono il necessario coraggio
parlano della vita e del lavoro
poi ti raccontano una nuova storia.


Johann Wolfgang Goethe (Giuseppe), da Viaggio in Italia, Mondadori, 2006, traduzione di Emilio Castellani

Perugia, 25 sera [25 ottobre 1786]
Per due sere non ho scritto nulla. Gli alberghi erano così cattivi che non si sapeva dove appoggiare un foglio di carta. Comincio anche a sentirmi un tantino confuso: da quando sono partito da Venezia, il gomitolo del mio viaggio non si srotola più liscio e scorrevole come prima.
La mattina del 23, alle dieci secondo la nostra ora, sbucando dagli Appennini vedemmo ai nostri piedi l'ampia vallata in cui giace Firenze, incredibilmente fertile e disseminata di ville e di case a perdita d'occhio.
Attraversai di gran fretta la città, vidi il Duomo, il Battistero. Il mondo che qui mi si schiude è del tutto nuovo e sconosciuto, e non voglio indugiarvi. La posizione del giardino di Boboli è deliziosa. Ne uscii altrettanto presto come v'era entrato.
La città testimonia la ricchezza del popolo che l'ha costruita; ci si rende conto ch'essa ha goduto d'una serie felice di governi. In genere si resta colpiti dall'aspetto bello e grandioso che hanno in Toscana le opere pubbliche, le strade, i ponti. Tutto è allo stesso tempo solido e lindo, si cerca d'unire praticità, utilità ed eleganza, dappertutto si nota un'alacre solerzia. Lo Stato pontificio, invece, sembra restare in piedi solo perché la terra non vuole inghiottirlo.
[...]
Napoli, 28 maggio 1787
L'ottimo e utilissimo Volkmann mi costringe di tanto in tanto a divergere dalle sue opinioni. Dice per esempio che a Napoli vi sarebbero da trenta a quarantamila fannulloni: e quanti non lo ripetono! Dopo aver acquisiti qualche conoscenza delle condizioni di vita del Sud, non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s'ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.
Chiesi allora ad alcuni amici se veramente esisteva questa massa d'oziosi, desiderando conoscerli io pure, ma nemmeno loro furono in grado d'indicarmeli; sicché, coincidendo la mia indagine con la visita della città, mi misi io stesso sulle loro tracce.
Cominciai, in quell'immensa baraonda, a prendere familiarità con i diversi tipi, a giudicarli e a classificarli secondo il loro aspetto, le loro vesti, i comportamenti e le occupazioni. Questa ricerca mi riuscì più facile che altrove, perché qui l'uomo è più lasciato libero a se stesso e si denota esteriormente in conformità alla propria condizione sociale.
Iniziai le mie osservazioni di buon mattino e, se vidi qua e là gente ferma oppure in riposo, fu perché il loro lavoro così esigeva in quel momento.
I facchini, che in diversi punti hanno i loro posti riservati e aspettano soltanto che qualcuno ricorra a loro; i vetturali, che con i loro servi e garzoni, accanto ai calessi a un cavallo, governano le loro bestie sulle grandi piazze, pronti ad accorrere al primo cenno; i barcaioli che fumano la pipa seduti sul molo; i pescatori, che se ne stanno sdraiati al sole perché magari il vento è contrario e non gli consente d'uscire in mare. Ne vidi anche molti che andavano attorno, ma quasi tutti portavano il segno d'una specifica attività. Quanto ai mendicanti, non se ne vedevano affatto, se non vecchioni, storpi o gente inabile a qualsiasi lavoro. Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel ceto medio, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.


Alessio Brandolini (Michele), tre poesie da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Quello che pensi
io non lo chiedo
lo sospiro soltanto.
Vivo sordo
pieno di peli
e foglie gialle.
Mi spargo nel buio
intanto erodo
le parole scavate nella roccia
nell'acqua mi scrosto dal male.

Nei fossi di confine
c'è la traccia d'amore
che da mesi ristagna.
Cammino e penso
a quello che tu senti
a quello che ti chiedo.

Scavo una buca:
la solita bravata.
Oltre la terra
ritrovo il fuoco
poco più sotto
l'acqua salata.
[...] Alla Casa di Silva
ci sono stato due volte
per questo ora ci resto.

Tutti i giorni le piante
annaffierò con calma
nel cortile fresco di morte.


Gabriel García Márquez (Federico), da Nessuno scrive al colonnello, Mondadori, 1982, traduzione di Enrico Cicogna

"L'aereo è una cosa meravigliosa," disse il colonnello, con gli occhi fissi sul sacco della posta. "Dicono che può arrivare in Europa in una notte."
"Proprio così," disse il medico, facendosi vento con una rivista illustrata. Il colonnello scorse l'impiegato postale in un gruppo che aspettava che terminassero le manovre per saltare sulla lancia. Saltò per primo. Ricevette dal capitano una busta sigillata. Poi salì sul tetto. Il sacco della posta era legato tra due bidoni di petrolio.
"Ciò non toglie che l'aereo sia ancora pericoloso," disse il colonnello. Perse di vista l'impiegato, ma lo rintracciò tra le bottiglie colorate del carrettino delle bibite. "L'umanità non progredisce d'un colpo solo."
"Attualmente è più sicuro di una lancia," disse il medico. "A ventimila piedi di altezza si vola sopra le bufere."
"Ventimila piedi," ripeté il colonnello, perplesso, senza concepire la nozione della cifra.
Il medico continuò a parlare. Stirò la rivista con le due mani finché ottenne una immobilità assoluta.
"C'è una stabilità perfetta," disse.
Ma il colonnello guardava l'impiegato. Lo vide bere una bibita spumosa di color rosa reggendo il bicchiere con la sinistra. Teneva con la destra il sacco della posta.
"E poi, in mare ci sono delle navi ormeggiate in permanente contatto con gli aerei notturni," continuò il medico. "Con tante precauzioni è più sicuro di una lancia".
Il colonnello lo guardò.
"Certamente," disse. "Deve essere come i tappeti."
L'impiegato si mosse direttamente alla loro volta. Il colonnello indietreggiò, spinto da una irresistibile ansietà, cercando di decifrare il nome scritto sulla busta sigillata. L'impiegato aprì il sacco. Consegnò al medico il pacchetto dei giornali. Poi lacerò la busta della corrispondenza privata, verificò l'esattezza della consegna e lesse sulle lettere i nomi dei destinatari. Il medico aprì i giornali.
"Ancora il problema di Suez," disse, leggendo i titoli di testa. "L'occidente perde terreno."
Il colonnello non lesse i titoli. Fece uno sforzo per reagire contro il proprio stomaco. "Da quando c'è la censura, i giornali non fanno altro che parlare dell'Europa," disse. "La cosa migliore da fare sarebbe che gli europei venissero qui e che noi ce ne andassimo in Europa. Così tutti saprebbero che cosa succede nei loro rispettivi paesi."
"Per gli europei l'America del sud è un uomo coi baffi, con una chitarra e una pistola," disse il medico, ridendo dietro i giornali. "Non capiscono il problema."
L'impiegato gli consegnò la corrispondenza. Mise il resto nel sacco e lo chiuse di nuovo. Il medico si preparò a leggere due lettere personali. Ma prima di aprire le buste guardò il colonnello. Poi guardò l'impiegato.
"Niente per il colonnello?"
Il colonnello si sentì terrorizzato. L'impiegato si buttò il sacco sulla spalle, scese dal marciapiede e rispose senza girare la testa:
"Al colonnello non scrive nessuno."


Alessio Brandolini (Alessio), due poesie da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Canto e ascolto
l'allegria degli uccelli
sotto l'ombra
delle statue di bronzo
la voce che proviene
da un mondo nuovo
che ancora non conosco
ma camminando adagio
sento mio nel profondo.

Contamina le mani
modifica lo sguardo
ossigena l'oscurità
senza fine del pozzo.

Bolívar oggi ci sprona
al viaggio equatoriale
d fine giugno.
L'audace, l'idealista
ci spinge a seminare
nella terra del vento
nell'oceano dei sogni.
Invita a sollevarsi,
non uscire di pista.
A guardarsi negli occhi.



Non perdiamo la bussola


Jules Verne (Fiamma), da Michele Strogoff, Lucchi, 1961, traduzione di C. Siniscalchi

Quella vita gli fece bene: fattosi uomo, era capace di sopportare tutto il freddo, il caldo, la fame, la sete, la stanchezza. Era insomma un uomo di ferro. Poteva stare ventiquattr'ore senza mangiare, dieci notti senza dormire, e farsi un ricovero in piena steppa, dove altri sarebbero intirizziti all'aria aperta. Dotato di sensi di somma finezza, quando la nebbia intercettava d'ogni parte l'orizzonte, anche quando si trovava nella contrada delle alte latitudini, ove la notte polare di prolunga per lunghe giornate, guidato dall'istinto sapeva ritrovare la via in mezzo alla bianca pianura, ove altri non avrebbero saputo dirigere il passo. Tutti i segreti mezzi del padre gli erano noti. Aveva imparato a guidarsi su indizi appena percettibili, proiezione degli aghi di ghiaccio, disposizione dei minuti rami degli alberi, emanazioni venute dagli ultimi limiti dell'orizzonte, erba calpestata nella foresta, suoni vaghi che attraversavano l'aria, lontane detonazioni, passaggio di uccelli nell'atmosfera brumosa, mille particolari che sono mille punti di riferimento per chi li sa riconoscere.


Umberto Eco (Giuseppe), da L'isola del giorno prima, Bompiani, 1994

"L'ago della bussola dovrebbe puntare sempre a nord, e dunque nella direzione della Stella Polare. Eppure, tranne che sul meridiano dell'Isola del Ferro, in tutti gli altri luoghi si discosta dal retto polo della Tramontana, piegandosi ora dalla parte di levante ora da quella di ponente, a seconda dei climi e delle latitudini. Se per esempio dalle Canarie vi inoltrate verso Gibilterra, qualsiasi marinaio sa che l'ago piega di più di sei gradi di rombo verso Maestrale, e da Malta a Tripoli di Barbaria vi è una variazione di due terzi di rombo alla sinistra - e sapete benissimo che il rombo è una quarta di vento. Ora questa deviazioni, si è detto, seguono delle regole fisse secondo le diverse longitudini. Dunque con una buona tavola delle deviazioni potreste sapere dove vi trovate. Ma..."
"Ancora un ma?"
"Purtroppo sì. Non esistono buone tavole delle declinazioni dell'ago magnetico, chi le ha tentate ha fallito, e ci sono buone ragioni di supporre che l'ago non vari in modo uniforme a seconda della longitudine. E inoltre queste variazioni sono molto lente, e per mare è difficile seguirle, quando poi la nave non beccheggi in modo tale da alterare l'equilibrio dell'ago. Chi si fida dell'ago è un pazzo."


(Riprendono le letture)

Alessio Brandolini (Fiamma), due poesie da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Dare un ordine esatto
alle stelle, ai fatti interiori
è sfregiare il cielo, il volto
ignoto della luna e di notte
restarsene a lungo sul tetto.

Anche se, come dice Pascal
ci sono un'infinità di ragioni
del sangue e del cuore
che la ragione non conosce.

O finge soltanto di conoscere.

Se qui lo guardi spesso
puoi trovarti in cielo
dagli occhi iniettati di sangue
le labbra incollate di pioggia
e se a spasso incontri la luna
ti parlerà del suo cuore malato.

Mi spaventa la stella
che all'inizio dell'estate
spacca la notte in quattro.

È un filo d'acciaio incandescente
che imprigiona o incendia la terra.


Alfonso Gatto (Elvio), Fummo l'erba, da Tutte le poesie, Mondadori, 2005

Certo, certo, la gloria ch'ebbe un fuoco
di gioventù rimesta tra le ceneri
il suo tizzo orgoglioso, ma noi teneri
di noi non fummo, né prendemmo a gioco

la vita come un'ultima scommessa.
Noi, di quegli anni facili, all'azzardo
delle fiorite preferimmo il cardo
selvatico, le spine. Dalla ressa

del giubilo scampati al nostro intento
d'essere sole e pietra, nelle mani
segnammo la tenacia del domani
da scavare nel tempo. Nello stento

d'essere soli per vederci insieme
nell'eguale costrutto, fummo l'erba
che alla pietra nutrita si riserba
il suo cespo bruciato. Dalle estreme

radici, nell'impervio ogni parola
salì di quanto a trattenerla c'era
l'ansia d'averla pura, seria, vera
nel segno da rimuovere la sola

vergogna d'esser detta.

Salvammo nell'asciutto, dagli inviti
della corrente, il carcere incantato,
la nostra sete che ci tenne uniti.
Per un grido da rompere, il creato

ancora è il suo costrutto ove s'ostina
l'asino, il cardo, il segno della spina.


Alessio Brandolini (Elvio), una poesia da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Da ieri ti avanzo un ricordo
una variazione di marcia
di peso e di percorso
il duro scontro
avvenuto in mare aperto
un frammento di casa
una virgola fuori posto
divenuta nelle tue mani
calce viva, essenza argillosa.

Ora un corpo si tuffa nell'oceano
entra nell'onda e la lingua si stira
affronta il fiume nell'acqua salata.

Un gradino più sotto
incantato dal passo
sicuro delle donne
dal picco delle Ande, dal sasso
levigato che tre volte rimbalza
sulla superficie azzurra del lago.


Alessio Brandolini (Federico), due poesie da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Temo per l'anima dell'uomo
per la nostra ombra invisibile
smarrita o prigioniera
di deboli raggi lunari:
faticano ad arrivare al suolo
scaldare corpi, svagati pensieri.

Difficile ravvisare il futuro
anche se passa a un metro di distanza
se sfilano i popoli divisi da un muro
per via degli ordigni esplosivi
la polvere che s'alza verso il cielo
i morti ammazzati da chi si ammazza

Restano le pulsioni
il sangue della foresta
che ora scorre veloce
qui, in Sudamerica
e la voglia di conoscenza
che da giorni ci spinge
a seguire le tracce
del sogno, e a fare festa

Le cose (gli oggetti. Tipo: la pipa
l'orologio da polso, la lampada
i sandali neri, il telo da spiaggia
persino l'ombrellone) ci spiano
lo sai e rivelano il diritto
di non esistere o di confondersi
nel silenzio degli anni che verranno.

La giusta distanza tra noi e gli oggetti
(la panca su cui siedi, il quaderno,
la penna, le poesie lette e ascoltate,
l'oceano che si riflette nei tuoi occhi,
l'aria umida e calda dell'Amazzonia)
la trovi nel vento che sospinge
la pazienza più avanti. È una ruota
che traccia le curve della memoria
i rapporti provvisori e confusi
quell'offrirsi in mille pezzi per poi
isolarsi ancora e perdersi nella storia.

Come busti privi di braccia
in soffitta dietro i ritratti
polverosi degli avi o in alto
conservati in una cassa di zinco.


Daniele Benati (Michele), da Opere complete di Learco Pignagnoli, Aliberti, 2006

Opera N. 9
I dottori gli avevano detto che se mangiava un'altra fetta di mortadella, moriva.

Opera N. 209
Dio escogita grandi ingiustizie tra gli uomini per fargli capire che non c'è. Cioè una volta c'era ed è responsabile della sua creazione, che ha cambiato più volte attraverso le ere fino ad arrivare agli uomini, i quali sono stati i primi a fare congetture sulla sua possibile esistenza. Questo l'ha dapprima inorgoglito e soddisfatto, ma poi s'è sentito come braccato e ha cominciato a fare in modo che dubitassero di lui.

Opera N. 82
La gente che va in una società straniera per imparare la lingua, si sposa sempre con una persona di quella società straniera; mentre se l'avessero incontrata nella loro società d'origine non l'avrebbero sposata neanche a crepare.


Alessio Brandolini (Giuseppe), due poesie da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

Perdersi a volte
fa bene alla salute.

Ho voglia di farlo
tra le vie antiche
della Candelaria:
della grande città
un museo all'aria
aperta qui a 2.600
metri d'altitudine.

Per poi lasciarsi
coltivare dal mais
intonare dal canto
umile degli uccelli
rifiorire dall'odore
forte della savana
e con calma assalire
dal bianco intatto
delle case del centro
della vetta innevata.

Però impossibile è smarrirsi
sotto il faro lucente e la perfetta
scacchiera di calles e carreras.

Sul margine scomposto della festa
s'agitano le foglie, con il verde
raccontano le leggende del mondo
vecchio o nuovo che sia
per noi non cambia molto
perché qui la lucentezza barocca
la trovi nelle piazze e nelle chiese
nei fili d'erba che resistono
nel sorriso che colora la mente
nello stupore di ritrovarsi
e di sentirsi ben vivo, e presente.

Nel cielo di cristallo
s'inseguono gli uccelli
volano dietro il suono
del vento e la foresta
assottiglia lo sguardo
delle statue di pietra
altissime e possenti
da secoli, da sempre
piantate nella terra.


Jorge Eduardo Eielson (Alessio), Via Veneto, da Di stanza in Roma, Ponte Sisto, 2007, traduzione di Martha Canfield

mi domando
se veramente
ho le mani
se possiedo realmente
una testa e due piedi
e non soltanto guanti
e scarpe e cappello
e perché mi sento
così puro
più puro ancora
e più prossimo alla morte
quando mi tolgo i guanti
il cappello e le scarpe
come se mi togliessi le mani
la testa e i piedi


Alessio Brandolini (Alessio), due poesie da Mappe colombiane, LietoColle, 2007

La parola disfa le foglie
tesse abilmente
un manto di germogli
nasconde i tetti rossi
li copre di lune e di stelle.

Per il legno sottratto
la foresta oggi ha le doglie
lascia che tronchi e rami
suonino a lungo
come gigantesche grancasse.

Al mattino un raggio filante
irriga le dure cortecce
di alberi sempreverdi
disegna isolai villaggi
impervi sentieri sulle Ande.

Ogni speranza
ogni singolo gesto
adagio si riversa
nelle mappe segrete
trae la sua forza
la sua soffice luce
dallo sguardo del sole.

Per questo l'esilio
può tramutarsi
in sogno senza sosta
in un lungo tragitto
o nel sangue che scorre.

Di padre in figlio
passa fluido e sicuro.


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