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Le letture
da Il fiume nel mare
- Palafitte sul tevere
- Hai un volto di bambino ribelle, scontroso.
- Tienes la cara de un niño rebelde, arisco.
- Se mi agito sto male
- Il tuo volto era un violino bene accordato
- Chiedersi che faranno da grandi
Letture a margine
- Sandro Penna, Quattro poesie
- Joseph Roth, da La tela di ragno
- Osip Mandel'stam, da Pietra
- Giorgio Caproni, Il mare come materiale
Palafitte sul tevere (Elvio - pag. 42)
Palafitte sul Tevere residui di paglia e umido fango. Pietre ben custodite nel ventre del fiume. L’asino raglia nel caldo dei cocci nei gridi dei gabbiani. D’erba ha vissuto i piedi allargati le mani intrecciate ai nodi, ai rovi agli assi della croce.
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A mezzanotte ho acceso dodici candele sul davanzale della finestra della mia piccola stanza. Segno con l’ombra ogni respiro esterno, ogni passaggio: gente senza una casa, alberi ondeggianti e animali in fuga dalle luci, dai rumori. Esco a donargli il pane, la frutta del mio giardino. Passo la freccia da parte a parte: buco i piedi, il costato, la gola, il collo, le tempie, le mani. Nel frattempo colano i pensieri e il sangue resta rappreso: materia inossidabile da scalfire con la ruggine dei chiodi, del filo spinato dei Centri di identificazione ed espulsione. Allontanare il male e spartire con tutti quel poco di bene avuto in eredità. Perché nel rancore, nel cinismo le azioni illividiscono e il corpo non è lo scudo che protegge dagli assalti. Allora provo a benedirla questa stupida demenza con gli zampilli d’acqua benedetta, così nella notte i bagliori di luna, di stelle si trasformano in pietre leggere, in zattere di foglie che lentamente ci trascinano via dalle guerre e dai recinti. Costruisco con paglia e fango una canoa sottile e con quella vado lesto dal Tevere al Tirreno.
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Hai un volto di bambino ribelle, scontroso. (Fiamma - pag. 45)
Hai un volto di bambino ribelle, scontroso. Talvolta di ragazza che in un soffio ha bruciato la giovinezza. L’onda che viene a travolgerci è il vento che brama il nostro spirito e veloce lo trasforma in pulviscolo il sogno in statua di gesso impassibile alla tormenta. Mare mare grosso mare neonato mare verde smeraldo mare di processione secolare mare che viene da alte montagne mare che congiunge i litorali del mondo mare che vorrebbe raccontare il suo amore mare che si gonfia e distrugge la costa e i villaggi mare che conosce Itaca e prega per il ritorno negato mare che demolisce e s’attorciglia alle tue piccole dita spruzzi d’acqua salata sul tuo volto di bambino spettinato. Osservi ancora con la bocca semichiusa al di là dell’orizzonte che separa la morte dalla vita. Ora non ti va di pensare, al bene e al male che assieme verranno.
Tienes la cara de un niño rebelde, arisco. (Alessio - trad. dell'autore)
Tienes la cara de un niño rebelde, arisco. A veces de una chica que en un soplo ha quemado su juventud. La ola que viene a arrollarnos es el viento que brama nuestro espíritu y veloz lo transforma en polvillo el sueño en estatua de yeso impasible a la tormenta. Mar mar grande mar recién nacido mar verde esmeralda mar de procesión secular mar que querría contar su amor mar que viene de altas montañas mar que enlaza los litorales del mundo mar que conoce Ítaca y reza por el retorno negado mar que se hincha y destruye la costa y los pueblos mar que derriba y se enrosca en tus pequeños dedos chorros de agua salada en tu cara de niño despeinado. Observas aún con la boca entreabierta más allá del horizonte que separa la muerte de la vida. No quieres ahora pensar en el bien y en el mal que juntos vendrán.
Se mi agito sto male (Giuseppe - pag. 53)
Se mi agito sto male per giorni poi fatico persino a respirare. Con la nascita ho ereditato di certo da mia madre quest’unico, umano difetto. Ogni morto sulla spiaggia mi annoda al polso un filo di rame incandescente un sottile cerchio di cuoio un figlio che implora soccorso. Lo fa per non lasciarmi nel fosso con la gola asciutta per via dell’acqua salata o dal rimorso per aver fatto ben poco per non lasciarlo affogare. Attraversiamo il Mediterraneo con una barca che galleggia a stento tracciando un solco alle nostre speranze. Poi di notte, a nuoto, verso l’Italia se non cediamo alla stanchezza se le onde non ci spingono di sotto negli abissi, nella liquida tomba. Salvi, se la costa non è troppo distante.
Il tuo volto era un violino bene accordato (Michele - pag. 49)
Il tuo volto era un violino bene accordato oggi, al contrario, la musica perde colpi stanca persino i bravi nuotatori i pesci e le correnti del mondo marino in cielo il carro che porta a spasso le stelle. Ci vorranno decenni forse un paio di secoli però ad uno ad uno uniremo i frammenti dei vasi ellenici e romani.Con dentro i nostri cuori malati, il sesso che spinge. Il nostro impossibile amore il canto gestuale delle mani.
Chiedersi che faranno da grandi (Michele - pag. 85)
Chiedersi che faranno da grandi questi bambini già adulti è come scavarsi una fossa e poi starci dentro fino a mezzogiorno quando il sole picchia e trova le ferite giuste e allora si corre a casa al fresco del condizionatore si fa una doccia s’accende la tivù si guardano i programmi che elencano guerre e atti terroristici sparsi nel mondo e spesso si ride per mascherare la rabbia per ricomporsi in un silenzio farraginoso. Mi sembra di riconoscerli attraverso il mirino della macchina fotografica che sempre mi porto dietro. Questi bambini che corrono, corrono magnifici e instancabili nella luce scolpita del Tirreno.
Sandro Penna (Elvio), Quattro poesie
1 Ritornava il borghese alla sua casa pel mezzogiorno. In riva al fiume amico un ragazzo operaio sue guerriere voglie sfogava nel lanciare all’acque sassi veloci. Ora al borghese piacque nel sole il giuoco. E a lui disse parole di cauta simpatia. Ma s’accigliò l’operaio non uso a confidenze. Insistere dovette con suoi modi amorosi il borghese a fare il chiaro. Quando infine apparì dietro l’altera espressione una luce limpidissima – Ma quanto limpida. Tornò il borghese alla sua casa con la nuova luce. 2 Non era la città dove la sera ebbro cantavo fra le sparse luci sopra la dolce umidità del fiume. Adesso un biondo sole sulla nera bottega di mio padre par che bruci la nostra assenza. E non ritrovo il fiume. 3 Se la notte d’estate cede un poco su la riva del mare sorgeranno - nati in silenzio come i suoi colori – uomini nudi e leggeri che vanno. Ma come il vento muove il mare, muovono anche, gridando, gli uomini le barche. Sorge sull’ultimo sudore il sole. 4 Quando tornai al mare di una volta, nella sera fra i caldi viali ricercavo i compagni di allora… Come un lupo impazzito odoravo la calda ombra fra le case. L’odore antico e vuoto mi cacciava all’ampia spiaggia sul mare aperto. Lì trovavo l’amarezza più chiara e la mia ombra lunare ferma su l’antico odore.
Joseph Roth (Giuseppe), da La tela di ragno, trad. di Anna Rosa Azzone Zweifel, Bompiani, Milano, 1976, pag. 107-112
Alle nove gli operai manifestarono a Unter den Linden. I gruppi della gioventù nazionalista a Charlottenburg. Tra di loro ci erano strade, case, poliziotti. Ma la città era in attesa di uno scontro.
Alle nove pioveva ancora. Gli operai avanzavano nella pioggia grigia. Grigi, come la pioggia. E come la pioggia senza fine. Uscivano da case grigie, come la pioggia del cielo grigio. Erano come una pioggia d'autunno. Incessante, inesorabile, sommessa. Emanavano tristezza. Arrivavano i fornai coi volti dissanguati come la pasta del pane, senza muscoli e senza forza, quelli dei torni, dalle mani indurite e dalle spalle curve; i soffiatori di vetro che non passano i trent'anni; mortale polvere di vetro lacera, preziosa e scintillante, i loro polmoni. Venivano i fabbricanti di spazzole dalle occhiaie profonde, polvere di setole e peli nei pori della pelle. Venivano giovani operaie segnate dal lavoro, coi gesti veloci e volti consumati. Arrivavano i falegnami, sapevano di legno e di trucioli. E i giganteschi imballatori, alti e imponenti come armadi di quercia. Venivano gli operai delle fabbriche di birra pestando pesanti la terra come grandi tronchi d'albero che avessero imparato a camminare; venivano gli incisori, la polvere sottile del metallo nelle pieghe della pelle; i tipografi distrutti dal sonno che per dieci anni e più non hanno passato dormendo un'intera notte; hanno occhi arrossati e guance pallide e non conoscono la luce del giorno. Vengono i lastricatori, calpestando la strada che essi stessi hanno costruito, ma estranei ad essa, e storditi dal suo splendore, dalla sua ampiezza, dalla sua signorilità; li seguono motoristi e ferrovieri. Neri treni rimbombano nella loro mente e segnali cambiano i loro colori, e fischi stridono, e campane di bronzo suonano.
Ma contro di loro marciavano, sole in fronte e canto nel cuore, studenti dai berretti variopinti e bandiere orlate d'oro, ben nutriti e con le guance lisce, randelli in mano e pistole nelle tasche sporgenti dai pantaloni, i loro padri sono professori, i loro fratelli giudici e ufficiali, i loro cugini commissari di polizia, i loro cognati fabbricanti, i loro amici ministri. Loro è il potere, e loro possono colpire, chi li punirà per questo?
Il corteo dei lavoratori canta l'Internazionale. Cantano male, con gole riarse. Cantano male, ma con forza commovente. Canta una forza che piange, una violenza rotta dai singhiozzi.
Ben diverso è il canto dei giovani studenti. Da gole curate escono canti sonori, suoni pieni e arrotondati, inni di vittoria, inni di sangue, inni sazi, senza fratture, senza tormento, non c'è pianto nelle loro gole, ma esultanza, solo esultanza.
Uno sparo rimbomba.
[...]
Si fece sera. Un'umida oscurità era in agguato nelle strade. È una vittoria dell'ordine.
Osip Mandel'stam (Fiamma), da Pietra, trad. di Fiamma Giuliani, in "Fili d'aquilone" num. 6
Perché l'anima è così melodiosa e così pochi nomi amati e un ritmo istantaneo - ascolta solo l'inatteso Aquilone? Solleverà una nuvola di polvere, comincerà a fare un rumore di fogli di carta e non tornerà mai più - o tornerà completamente diverso... O, vento largo di Orfeo, te ne andavi verso i paesi marini - e, accarezzando un mondo ancora non creato, io dimenticavo l'inutile "io". Ho vagato in un bosco fitto di giocattoli e ho scoperto una grotta celeste... possibile che io sia proprio qui, ora e che davvero arriverà la morte?
Giorgio Caproni (Fiamma), Il mare come materiale, da Il conte di Kevenhüller, in Tutte le poesie, Garzanti, 2002
Scolpire il mare... Le sue musiche... Lunghe, le mobili sue cordigliere crestate di neve... Scolpire - bluastre - le schegge delle sue ire... I frantumi - contro murate o scogliere - delle sue euforie... Filarne il vetro in làmine semiviperine... In taglienti nastri d'alghe... Fissarne - sotto le trasparenti batterie del cielo - le bianche catastrofi... Lignificare le esterrefatte allegrie di chi vi si tuffa... Scolpire il mare fino a farne il volto del dileguante... Dire (in calmerìa o in fortunale) l'indicibile usando il mare come materiale... Il mare come costruzione... Il mare come invenzione...
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