I libri in testa
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Sabato 8 maggio 2010, ore 18.00
Roma, Libreria Croce
Il fiume nel mare
un incontro con la nuova
raccolta poetica di
Alessio Brandolini
con letture a margine





Ai morti del Mediterraneo.
In cerca di una casa,
in cerca di un lavoro.


    Prima c'era il mare. Tutto era buio. Non c'era sole, né luna, né uomini, né amimali, né piante. C'era soltanto il mare, ovunque. Il mare era la Madre. Essa era acqua, che stava da tutte le parti, ed era fiume, laguna, ruscello e mare, per questo stava ovunque. La Madre non era persona, né niente, né cosa alcuna. Essa era spirito di quello che sarebbe venuto ed era pensiero e memoria.

    Mitologia Koghi




Le letture

da Il fiume nel mare

  • Palafitte sul tevere
  • Hai un volto di bambino ribelle, scontroso.
  • Tienes la cara de un niño rebelde, arisco.
  • Se mi agito sto male
  • Il tuo volto era un violino bene accordato
  • Chiedersi che faranno da grandi
Letture a margine

  • Sandro Penna, Quattro poesie
  • Joseph Roth, da La tela di ragno
  • Osip Mandel'stam, da Pietra
  • Giorgio Caproni, Il mare come materiale




Palafitte sul tevere (Elvio - pag. 42)

Palafitte sul Tevere
residui di paglia
e umido fango.
Pietre ben custodite
nel ventre del fiume.

L’asino raglia
nel caldo dei cocci
nei gridi dei gabbiani.
D’erba ha vissuto
i piedi allargati
le mani intrecciate
ai nodi, ai rovi
agli assi della croce.

A mezzanotte ho acceso dodici candele sul davanzale della finestra della mia piccola stanza. Segno con l’ombra ogni respiro esterno, ogni passaggio: gente senza una casa, alberi ondeggianti e animali in fuga dalle luci, dai rumori. Esco a donargli il pane, la frutta del mio giardino.
Passo la freccia da parte a parte: buco i piedi, il costato, la gola, il collo, le tempie, le mani.
Nel frattempo colano i pensieri e il sangue resta rappreso: materia inossidabile da scalfire con la ruggine dei chiodi, del filo spinato dei Centri di identificazione ed espulsione.
Allontanare il male e spartire con tutti quel poco di bene avuto in eredità. Perché nel rancore, nel cinismo le azioni illividiscono e il corpo non è lo scudo che protegge dagli assalti.
Allora provo a benedirla questa stupida demenza con gli zampilli d’acqua benedetta, così nella notte i bagliori di luna, di stelle si trasformano in pietre leggere, in zattere di foglie che lentamente ci trascinano via dalle guerre e dai recinti. Costruisco con paglia e fango una canoa sottile e con quella vado lesto dal Tevere al Tirreno.




Hai un volto di bambino ribelle, scontroso. (Fiamma - pag. 45)

Hai un volto di bambino ribelle, scontroso. Talvolta
di ragazza che in un soffio ha bruciato la giovinezza.
L’onda che viene a travolgerci è il vento che brama
il nostro spirito e veloce lo trasforma in pulviscolo
il sogno in statua di gesso impassibile alla tormenta.

Mare
mare grosso
mare neonato
mare verde smeraldo
mare di processione secolare
mare che viene da alte montagne
mare che congiunge i litorali del mondo
mare che vorrebbe raccontare il suo amore
mare che si gonfia e distrugge la costa e i villaggi
mare che conosce Itaca e prega per il ritorno negato
mare che demolisce e s’attorciglia alle tue piccole dita
spruzzi d’acqua salata sul tuo volto di bambino spettinato.

Osservi ancora con la bocca semichiusa
al di là dell’orizzonte che separa la morte dalla vita. Ora
non ti va di pensare, al bene e al male che assieme verranno.




Tienes la cara de un niño rebelde, arisco. (Alessio - trad. dell'autore)

Tienes la cara de un niño rebelde, arisco. A veces
de una chica que en un soplo ha quemado su juventud.
La ola que viene a arrollarnos es el viento que brama
nuestro espíritu y veloz lo transforma en polvillo
el sueño en estatua de yeso impasible a la tormenta.

Mar
mar grande
mar recién nacido
mar verde esmeralda
mar de procesión secular
mar que querría contar su amor
mar que viene de altas montañas
mar que enlaza los litorales del mundo
mar que conoce Ítaca y reza por el retorno negado
mar que se hincha y destruye la costa y los pueblos
mar que derriba y se enrosca en tus pequeños dedos
chorros de agua salada en tu cara de niño despeinado.

Observas aún con la boca entreabierta
más allá del horizonte que separa la muerte de la vida. No
quieres ahora pensar en el bien y en el mal que juntos vendrán.




Se mi agito sto male (Giuseppe - pag. 53)

Se mi agito sto male
per giorni poi fatico
persino a respirare.
Con la nascita ho ereditato
di certo da mia madre
quest’unico, umano difetto.

Ogni morto sulla spiaggia
mi annoda al polso
un filo di rame incandescente
un sottile cerchio di cuoio
un figlio che implora soccorso.
Lo fa per non lasciarmi
nel fosso con la gola
asciutta per via dell’acqua
salata o dal rimorso
per aver fatto ben poco
per non lasciarlo affogare.

    Attraversiamo il Mediterraneo
    con una barca che galleggia a stento
    tracciando un solco alle nostre speranze.
    Poi di notte, a nuoto, verso l’Italia
    se non cediamo alla stanchezza
    se le onde non ci spingono di sotto
    negli abissi, nella liquida tomba.
    Salvi, se la costa non è troppo distante.




Il tuo volto era un violino bene accordato (Michele - pag. 49)

Il tuo volto era un violino bene accordato
oggi, al contrario, la musica perde colpi
stanca persino i bravi nuotatori
i pesci e le correnti del mondo marino
in cielo il carro che porta a spasso le stelle.

    Ci vorranno decenni
    forse un paio di secoli
    però ad uno ad uno
    uniremo i frammenti
    dei vasi ellenici e romani.

    Con dentro i nostri cuori
    malati, il sesso che spinge.
    Il nostro impossibile amore
    il canto gestuale delle mani.




Chiedersi che faranno da grandi (Michele - pag. 85)

Chiedersi che faranno da grandi
questi bambini già adulti
è come scavarsi una fossa
e poi starci dentro
fino a mezzogiorno
quando il sole picchia e trova le ferite
giuste e allora si corre a casa
al fresco del condizionatore
si fa una doccia
s’accende la tivù
si guardano i programmi che elencano
guerre e atti terroristici sparsi nel mondo
e spesso si ride per mascherare la rabbia
per ricomporsi in un silenzio farraginoso.

Mi sembra di riconoscerli
attraverso il mirino
della macchina fotografica
che sempre mi porto dietro.
Questi bambini che corrono,
corrono magnifici e instancabili
nella luce scolpita del Tirreno.




Sandro Penna (Elvio), Quattro poesie

1
Ritornava il borghese alla sua casa
pel mezzogiorno. In riva al fiume amico
un ragazzo operaio sue guerriere
voglie sfogava nel lanciare all’acque
sassi veloci. Ora al borghese piacque
nel sole il giuoco. E a lui disse parole
di cauta simpatia. Ma s’accigliò
l’operaio non uso a confidenze.
Insistere dovette con suoi modi
amorosi il borghese a fare il chiaro.
Quando infine apparì dietro l’altera
espressione una luce limpidissima –

Ma quanto limpida.
                                Tornò il borghese
alla sua casa con la nuova luce.

2
Non era la città dove la sera
ebbro cantavo fra le sparse luci
sopra la dolce umidità del fiume.
Adesso un biondo sole sulla nera
bottega di mio padre par che bruci
la nostra assenza. E non ritrovo il fiume.

3
Se la notte d’estate cede un poco
su la riva del mare sorgeranno
- nati in silenzio come i suoi colori –
uomini nudi e leggeri che vanno.

Ma come il vento muove il mare, muovono
anche, gridando, gli uomini le barche.

Sorge sull’ultimo sudore il sole.

4
Quando tornai al mare di una volta,
nella sera fra i caldi viali
ricercavo i compagni di allora…

Come un lupo impazzito odoravo
la calda ombra fra le case. L’odore
antico e vuoto mi cacciava all’ampia
spiaggia sul mare aperto. Lì trovavo
l’amarezza più chiara e la mia ombra
lunare ferma su l’antico odore.




Joseph Roth (Giuseppe), da La tela di ragno, trad. di Anna Rosa Azzone Zweifel, Bompiani, Milano, 1976, pag. 107-112

Alle nove gli operai manifestarono a Unter den Linden. I gruppi della gioventù nazionalista a Charlottenburg. Tra di loro ci erano strade, case, poliziotti. Ma la città era in attesa di uno scontro.
Alle nove pioveva ancora. Gli operai avanzavano nella pioggia grigia. Grigi, come la pioggia. E come la pioggia senza fine. Uscivano da case grigie, come la pioggia del cielo grigio. Erano come una pioggia d'autunno. Incessante, inesorabile, sommessa. Emanavano tristezza. Arrivavano i fornai coi volti dissanguati come la pasta del pane, senza muscoli e senza forza, quelli dei torni, dalle mani indurite e dalle spalle curve; i soffiatori di vetro che non passano i trent'anni; mortale polvere di vetro lacera, preziosa e scintillante, i loro polmoni. Venivano i fabbricanti di spazzole dalle occhiaie profonde, polvere di setole e peli nei pori della pelle. Venivano giovani operaie segnate dal lavoro, coi gesti veloci e volti consumati. Arrivavano i falegnami, sapevano di legno e di trucioli. E i giganteschi imballatori, alti e imponenti come armadi di quercia. Venivano gli operai delle fabbriche di birra pestando pesanti la terra come grandi tronchi d'albero che avessero imparato a camminare; venivano gli incisori, la polvere sottile del metallo nelle pieghe della pelle; i tipografi distrutti dal sonno che per dieci anni e più non hanno passato dormendo un'intera notte; hanno occhi arrossati e guance pallide e non conoscono la luce del giorno. Vengono i lastricatori, calpestando la strada che essi stessi hanno costruito, ma estranei ad essa, e storditi dal suo splendore, dalla sua ampiezza, dalla sua signorilità; li seguono motoristi e ferrovieri. Neri treni rimbombano nella loro mente e segnali cambiano i loro colori, e fischi stridono, e campane di bronzo suonano.
Ma contro di loro marciavano, sole in fronte e canto nel cuore, studenti dai berretti variopinti e bandiere orlate d'oro, ben nutriti e con le guance lisce, randelli in mano e pistole nelle tasche sporgenti dai pantaloni, i loro padri sono professori, i loro fratelli giudici e ufficiali, i loro cugini commissari di polizia, i loro cognati fabbricanti, i loro amici ministri. Loro è il potere, e loro possono colpire, chi li punirà per questo?
Il corteo dei lavoratori canta l'Internazionale. Cantano male, con gole riarse. Cantano male, ma con forza commovente. Canta una forza che piange, una violenza rotta dai singhiozzi.
Ben diverso è il canto dei giovani studenti. Da gole curate escono canti sonori, suoni pieni e arrotondati, inni di vittoria, inni di sangue, inni sazi, senza fratture, senza tormento, non c'è pianto nelle loro gole, ma esultanza, solo esultanza.
Uno sparo rimbomba.
[...]
Si fece sera. Un'umida oscurità era in agguato nelle strade. È una vittoria dell'ordine.




Osip Mandel'stam (Fiamma), da Pietra, trad. di Fiamma Giuliani, in "Fili d'aquilone" num. 6

Perché l'anima è così melodiosa
e così pochi nomi amati
e un ritmo istantaneo - ascolta solo
l'inatteso Aquilone?
Solleverà una nuvola di polvere,
comincerà a fare un rumore di fogli di carta
e non tornerà mai più - o
tornerà completamente diverso...

O, vento largo di Orfeo,
te ne andavi verso i paesi marini -
e, accarezzando un mondo ancora non creato,
io dimenticavo l'inutile "io".

Ho vagato in un bosco fitto di giocattoli
e ho scoperto una grotta celeste...
possibile che io sia proprio qui, ora
e che davvero arriverà la morte?




Giorgio Caproni (Fiamma), Il mare come materiale, da Il conte di Kevenhüller, in Tutte le poesie, Garzanti, 2002

Scolpire il mare...

Le sue musiche...

                           Lunghe,
le mobili sue cordigliere
crestate di neve...

                     Scolpire
- bluastre - le schegge
delle sue ire...

                    I frantumi
- contro murate o scogliere -
delle sue euforie...

Filarne il vetro in làmine
semiviperine...

                     In taglienti
nastri d'alghe...
                     Fissarne
- sotto le trasparenti
batterie del cielo - le bianche
catastrofi...

                Lignificare
le esterrefatte allegrie
di chi vi si tuffa...
                             Scolpire
il mare fino a farne il volto
del dileguante...

                         Dire
(in calmerìa o in fortunale)
l'indicibile usando
il mare come materiale...

    Il mare come costruzione...

    Il mare come invenzione...

 


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