I libri in testa
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Sabato 6 dicembre 2003, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Giovani si nasce?
un incontro (scontro) sul giovanilismo letterario
con la partecipazione degli autori

Gianluca Morozzi e Marco Rossari



Chi c'era

Fiamma Giuliani (giudice)
Alessio Brandolini, Michele Governatori, Giuseppe Ierolli e Federico Platania (pubblici ministeri)
Monica Auriemma (avvocato difensore)
Gianluca Morozzi e Marco Rossari (imputati)
Il pubblico (giuria popolare)


I capi d'accusa

  • autoreferenzialità
  • scarso o generico impegno civile
  • autoindulgenza
  • parolacce e colloquialità

  • Le letture

    Gianluca Morozzi (Alessio - autoreferenzialità), da Despero, Fernandel, 2001, pag. 21

    Messaggi in segreteria, due. Una scema con cui sono uscito la settimana scorsa, bel culo, letto a tre piazze. Poi mia madre.
    "Senti, Cristian, fra un concertino e l'altro prevedi di dare i tre esami che ti mancano alla laurea, che hai quasi trent'anni? Ciao, riguardati".
    Mamma, ti voglio tanto bene ma, con un giro di parole, sai quanto cazzo mi frega dei tre esami che mi mancano alla laurea?
    Cerco di pensare al nostro prossimo minitour in Irlanda, mi sforzo di ricordare se mai una band italiana ha suonato in Irlanda, poi mi rollo una canna.
    La mia camera è avvolgente e colorata, molto confortante in questi momenti di depressione. A destra, sugli scaffali dell'Ikea, ci sono i CD in ordine alfabetico, dagli Afterhours a Warren Zevon (degli Abba e degli ZZ Top non ho niente, sorry).
    Sulla parete di sinistra, locandine di film, videocassette di Allen Moretti Kubrick Harry ti presento Sally Marrakech Express episodi di Friends Simpson e South Park allineate sul tappeto.
    Accatastati nell'armadio di fronte ci sono i miei fumetti Marvel e DC, Astro City, Swamp Thing, Love and Rockets, Andrea Pazienza.
    Mi viene in mente il commento di un'assistente universitaria che mi ero portato in casa poco tempo fa, Patetici questi trentenni che ancora leggono Tex, aveva sentenziato.
    Oh, grande, ipse dixit. Intanto non ho trent'anni ma ventinove, zoccola, diceva la mia espressione, non leggo Tex ma l'Uomo Ragno, e infine non ti caccio di casa solo perché ho già speso quindicimila lire di preservativi, ma nei miei occhi puoi percepire tutto il disprezzo per questa stupida frase da assistente universitaria.


    Gianluca Morozzi (Michele - scarso o generico impegno civile), da Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte, Fernandel, 2003

    Non so se avete mai affrontato una discussione sul G8 con un poliziotto, pensandola in modo diametralmente opposto dal suo. Si prova quella meravigliosa sensazione che potremmo definire muro contro muro.
    [...]
    Io e la donna bionica attacchiamo una discussione a due, gli altri occupanti del tavolo prendono timidamente le parti dell'uno o dell'altra, a turno, ignorati e inascoltati.
    Le argomentazioni, be', potete immaginarle.
    I teppisti che spaccavano vetrine, dice lei, e intanto pensa Zecche di merda.
    I black bloc lasciati liberi di agire, dico io, e nella mia testa metà curva Andrea Costa canta Celerino, sbirro maledetto / te la spegniamo noi la fiamma sul berretto.
    Un teppista con l'estintore trasformato in un eroe, sibila lei, e intanto pensa Zecche di merda.
    Pacifisti massacrati da Robocop fuori di testa, dico io, e l'intera curva Andrea Costa sta cantando Arrestate i poliziotti / sono della Uno bianca.
    Gli aggressori trasformati in vittime e gli aggrediti sotto accusa, ribolle lei, e intanto pensa Zecche di merda.
    Scuola Diaz, Bolzaneto, dico io, e tutta la curva più parte dei distinti laterali intona il vecchio classico La disoccupazione / ti ha dato un bel mestiere / mestiere / di merda / cara-bi-niere.
    E andiamo avanti così: muro contro muro.


    Gianluca Morozzi (Monica - a difesa), da Luglio, agosto, settembre nero, Fernandel, 2002

    Io ho tutto un meccanismo che si muove nel cervello, dei ragionamenti sull'estintore e la pistola, su come sono andate veramente le cose, da quel che posso sapere e capire, in piazza Alimonda.
    E allora mi viene in mente una vecchia trasferta. Frequentare per vent'anni gli stadi spiega molte cose, vengono a galla dei bei parallelismi, secondo me.
    Vienna, 1990. Un sobborgo di Vienna, in verità, uno stadiolo perso in mezzo al bosco. Una partita di coppa, Bologna contro Admira Wacker. Eravamo in tribuna, io, Lobo e altri amici dimenticati dal tempo. Altri bolognesi erano sistemati nella curva alla nostra destra e nei distinti, di fronte. I tifosi dell'Admira stavano nell'altra curva, tranquillissimi. La polizia austriaca nemmeno si vedeva.
    Ora, cazzo, non è difficile: rossi e blu, Bologna, tifosi ospiti, okay? Bianchi e azzurri, Admira Wacker, tifosi austriaci, va bene? È facile, mi pare; i nostri colori li portiamo addosso, non ci vuole molto a distinguerci.
    Quasi a fine partita, si sente un boato nel settore opposto al nostro, quello occupato dagli altri bolognesi. Un attimo dopo, nei distinti irrompe una massa ostile di austriaci.
    Biancoverdi.
    Bianco e verdi, capito? È facile. Bianco e azzurri sono i tifosi dell'Admira Wacker, buoni, pacifici, tranquilli nel loro settore. Questi altri, feroci, aggressivi, inattesi, sono i tifosi dell'Austria Vienna. Che non c'entrano niente di niente.
    Scoppia un tumulto nei distinti senza che si veda la polizia. Noi, in tribuna, assistiamo e basta.
    Sul campo, perdiamo tre a zero. A fine partita, io, Lobo e gli altri usciamo incazzati e congelati; è novembre, è notte, tira un vento siberiano. Dobbiamo raggiungere la stazione della metropolitana scoperta per tornare alla stazione di Vienna, e per arrivarci dobbiamo passare davanti alla curva, ai distinti, ai tafferugli.
    Fatti tre passi, ci piomba addosso la polizia. Invisibile fino a quel momento.
    Per sfruttare un'espressione abusata, si scatena l'inferno.
    Un'ora di fughe, controfughe, ritirate nel bosco, tentativi di ripararsi dietro i pullman, bottiglie che volano, amici persi e ritrovati, urla, la stazione della metropolitana lontana, irraggiungibile.
    La polizia è assolutamente, oggettivamente fuori di testa. Picchia senza senso, senza motivo, e non è quello il peggio. Mentre cerchiamo di sfuggire agli psicopatici in divisa, i biancoverdi dell'Austria Vienna sbucano dal buio, colpiscono secco e veloce, spariscono di nuovo, riappaiono poco dopo dalla parte opposta. E - giuro su mia madre - i poliziotti li lasciano passare senza toccarli. Alzano i manganelli per finzione scenica, rincorrono i tifosi per cinque metri, poi li lasciano scappare e tornano a prendersela con noi. Noi che vogliamo solo evitare di essere massacrati, che non siamo un pericolo per nessuno.
    Ora, dieci anni dopo, cerco di ricordare com'ero, cosa pensavo dopo un'ora di quest'incubo. Braccato, dietro gli alberi, picchiato, spaventato, con l'idea che la polizia volesse uccidermi. Infuriato per l'assurdità della situazione; perché tu lo sai che i poliziotti a volte perdono la testa, che a volte esagerano e manganellano con il sangue agli occhi, ma sai anche che il più delle volte si limitano a svolgere il loro lavoro e a tutelare l'ordine. Dentro di te pensi che, in fondo, è impossibile che la polizia si trasformi in uno squadrone della morte. Sai che quegli alieni in divisa devono rispondere a un'autorità, che non possono trasformarsi in picchiatori, così, senza conseguenze.
    Poi ti trovi in una situazione estrema, senza più certezze, braccato senza motivo. In una terra di nessuno in cui tutto può accadere.
    Provo a immaginare.
    Cosa sarebbe successo se all'improvviso, in mezzo a quell'inferno, ci fosse piombata addosso una camionetta impazzita? Se avessimo avuto appena il tempo di scansarci per non farci schiacciare?
    Avremmo pensato che stava cercando di investirci, la camionetta. Mica che una recluta di diciott'anni aveva sbagliato manovra, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Sta cercando di investirci, avremmo pensato, in quel momento, in quella situazione.
    E persino io, forse, io che sono stato obiettore di coscienza, che non so nemmeno da che parte si comincia a sferrare un pugno, be', forse la testa l'avrei persa anch'io. Forse mi sarei coperto la faccia con la sciarpa e mi sarei scagliato contro la camionetta isolata, in preda a una rabbia cieca e furibonda.
    Poi, quella notte, non è successo niente di tutto questo.
    In qualche modo siamo stati scaraventati dalla parte opposta dello stadio, vicino a una bancarella rovesciata con sciarpe e cappellini biancazzurri. Abbiamo nascosto i colori rossoblù e coperto i lividi con bardamenti dell'Admira Wacker, abbiamo raggiunto la stazione della metropolitana muti, spaventati, con il cuore a mille.
    Ma se mi fossi trovato in quel preciso stato psicofisico davanti alla camionetta isolata, se avessi visto una pistola puntata contro di me, contro i miei amici, e un estintore per terra, cos'avrei fatto?
    Io poi non lo so, come sono andate le cose. Io non c'ero in piazza Alimonda, ho visto i filmati, ho letto i giornali. La mia era solo una metafora calcistica. C'è chi è diventato presidente del consiglio, a forza di metafore calcistiche.


    Gianluca Morozzi (Giuseppe - autoindulgenza), da Despero, Fernandel, 2001, pagg. 9-11

    Pedro è senza dubbio il peggior bassista del mondo. Una volta fumava cinquanta sigarette al giorno, adesso è sceso a venti e ha compensato con trenta barrette di cioccolato quotidiane. Assomiglia a John Malkovich, ventinove anni senza un capello.
    [...]
    ... il batterista Teschio dal sedile dietro, il viso da lince coperto dai capelli rasta. È in assoluto il peggior batterista del mondo; l'ho fatto entrare nei Despero solo perché balbetta.
    [...]
    Amo pensare di essere un'incognita, dicevo.
    Ai tempi del liceo i destini erano già previsti e prevedibili, stampati nel DNA di ognuno di noi adolescenti dai lineamenti in divenire. Era ovvio che Laurenti sarebbe diventato un bancario e Govoni un capufficio, che Bertinelli sarebbe finito in qualche giro losco, che Zanna in qualche modo avrebbe sfondato e perfino Biavati, con le sue pose da poeta decadente, si sarebbe sistemato nello studio di un suocero notaio.
    Di Lore non si poteva intuire il percorso intermedio, ma di certo il destino finale.
    Solo io ero un'incognita: avvocato, come auspicavano i miei con tutte le loro forze, chitarrista alcolizzato, barbone felice?
    E il bello è che non lo so neanch'io dove sono arrivato, non so se sono un artista incompreso o un mediocre musicista senza una lira.
    So che sono abbastanza bravo a scrivere canzoni che nessuno ascolta, ma in compenso sono il peggior chitarrista del mondo.
    L'aria condizionata dell'autogrill mi congela il sudore sulla schiena. La cassa è presa d'assalto dai vacanzieri che hanno scelto le partenze intelligenti, camicie floreali, rolex, mogli cellulitiche e bambini che ci corrono fra le gambe urlando.
    Io, Pedro e Teschio li odiamo, i bambini.
    Ci facciamo largo a spinte e ordiniamo tre caffè sopra la testa di un ciccione con riporto, ignorando i suoi latrati di protesta.


    Marco Rossari (Giuseppe - parolacce e colloquialità), da Perso l'amore (non resta che bere), Fernandel, 2003, pagg. 52-53

    Il dodici dicembre è il compleanno di mia sorella. Fa una festicciola dove arrivo già sbronzo, ma nessuno se ne accorge. Do un po' di spettacolo come sempre mi capita con le sue amiche. In un frangente mi trovo a disquisire se sia più corretta l'espressione "figa" o "fica", ma nessuno ha un'opinione a riguardo. Con una ragazza di cui da bambino sono stato tremendamente innamorato, parlo, cercando di non farmi sentire dal suo ragazzo, di Henry Miller e Tropico del Capricorno, certe espressioni crude e belle della traduzione di Luciano Bianciardi e poi quella scena in cui durante un temporale su un lago lui consola una ragazza pia e spaventata, fino a masturbarla mentre lei prega. Sento tutti un po' a disagio, soprattutto quando parlo di Modigliani e Jeanne Hébuterne e mi commuovo a citare che la vita è un dono. Lo può sapere solo chi la spreca.
    Quando esco mi gira la testa. Salgo in macchina e vago un po' a casaccio. Poi entro in un odioso locale dei Navigli. Sto là, appoggiato al bancone e guardo con disprezzo le persone che mi stanno accanto. Attacco discorso con uno e gli dico di come il locale fa schifo, capito? E tutta questa gente fa schifo, capito? E come tutto quanto fa schifo, capito? Mi sento osservato e questo mi fa infuriare. Glielo dico: "Che ne sapete voi di come si beve, pezzi di merda? Che ne sapete voi del mestiere del bere, fighetti di merda? Ci piscio su di voi fighetti di merda. Ci piscio sopra quando volete. Brutti stronzi da niente, brutti bevitori di birrette in bottiglia da snob, atteggiati di merda, ci piscio su di voi, che cazzo ne sapete di cosa vuol dire bere? Andate dalla mamma. Ci piscio sulla mamma. Andate dalla vostra fidanzatina di merda. Ci piscio anche sulla vostra fidanzatina di merda. Andate a casa. Andate a giocare a calcetto. Andate a scuola. Andatevene affanculo che è meglio perché se no vi ci mando io. Che cazzo ne sapete di ingollare e perdersi, brutti pezzi di merda? Per-der-si, che cazzo ne sapete?"


    Marco Rossari (Marco Rossari - autodifesa), da Perso l'amore (non resta che bere), Fernandel, 2003, pag. 72

    Magari avessi la tisi! Mi vedo tossire sangue nel fazzoletto di mio padre, vestito in redingote, in una grande stanza con un letto a baldacchino. Mia madre, che non può reggere la vista del mio venir meno, piange e grida nell'altra ala del castello. Arazzi, drappi e quadri enormi sono fiocamente illuminati da tre candele, il silenzio è rotto solo da qualche borbottio, un bisbiglio sulla porta e qualche nobile cugino che chiede come sto, il mio periodico espettorare, crisi sempre più convulse e lunghi silenzi estenuati. Intanto lei si abbandona all'abbraccio di un ricco conte dall'erezione facile, volteggiando in saloni sontuosi al ritmo di valzer, senza sapere che il suo grande ultimo perso amore sta morendo circondato da pochi cari in lacrime, facendo sembrare l'Onegin di Puškin una telenovela venezuelana.


    Gianluca Morozzi (Federico - capo d'accusa extra), da Io, la Betty e la stanza del figlio, in Decadance (rivista in rete), gennaio/febbraio 2003

    Siamo tornati alla macchina camminando strascicati sotto il portico, e avevo ragione io, pensavo, crescere, crescere, perché bisogna crescere in quel modo lì, quello che diceva Chiara?
    Che se cresco in quel modo lì mi lego, pensavo sotto il portico, finisco per dipendere dagli altri, e allora no, non avrò mai legami che fanno soffrire. Non voglio scoprire dai vicini che mio figlio ha avuto un incidente in mare, non voglio una moglie che un giorno mi dice Sono stata dal medico e le analisi non vanno bene, non voglio una figlia da aspettare sveglio, pregando di sentire la chiave che gira nella toppa.
    Non ce la faccio.
    Voglio stare solo con i miei dischi e i miei fumetti, preoccuparmi solo di me stesso. Già non reggo i gol al novantesimo, figurarsi un figlio che ha un incidente in mare. Il corso della mia vita è già indirizzato con precisione, i miei dischi, i miei fumetti e i gol al novantesimo come massimo dolore.
    Questo pensavo dopo aver visto La stanza del figlio, mentre camminavo strascicato sotto il portico, una sera, e io ero già per la mia strada e Chiara, inevitabilmente, per la sua.


    John Fante (Giuseppe), da Chiedi alla polvere, Marcos y Marcos, 1994, traduzione di Maria Giulia Castagnone, incipit e inizio del secondo capitolo

    Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.
    Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po' di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè.
    Andai al solito ristorante, mi sedetti su uno sgabello davanti al bancone e ordinai un caffè. Il sapore era più o meno quello ma, nel complesso, la bevanda non valeva quello che costava. Mentre ero lì seduto mi fumai un paio di sigarette, lessi i cartelloni che riportavano i risultati delle partite dell'American League, evitando con cura quelli della National League, e notai con soddisfazione che Joe DiMaggio teneva ancora alto l'onore degli italiani, perché era in testa alle classifiche dei battitori.
    [...]
    Avevo vent'anni, allora. Che diavolo, dicevo, prenditela comoda, Bandini. Hai davanti a te dieci anni per scrivere un libro, vacci piano, allora, guardati attorno e impara qualcosa, gira per le strade. Il tuo guaio è che non sai niente della vita. Dio mio, amico, ti rendi conto che non sei mai stato con una donna? Sì che ci sono stato, e con un sacco, anche. Oh, no, non è vero. Hai bisogno di una donna, hai bisogno di farti un bagno, hai bisogno di una bella sgroppata, hai bisogno di soldi. Dicono che basti un dollaro nei posti giusti, al massimo due. Be', già alla Plaza ne basta uno comunque, ma tu non ce l'hai, e un'altra cosa, codardo, anche se avessi un dollaro non ci andresti, perché a Denver ti è capitata l'occasione e non ne hai approfittato. No, vigliacco, hai avuto paura, e ce l'hai ancora. Per questo sei felice di non avere il dollaro.


    Raffaello Baldini (Alessio), Tutti i giorni?, da Intercity, Einaudi, 2003, originale in romagnolo, traduzione italiana dell'autore

    Come, muori tutti i giorni, va' a cagare,
    va' là, morirai tu tutti i giorni, io,
    che sono più vecchio di te, ma non ci penso mai,
    non ci pensa nessuno, dài, su, se fosse
    come dici tu, ci sarebbe da diventare matti,
    poi io, tu di' quello che vuoi, mi sento giovane dentro,
    son giovane di spirito, io, il mondo,
    ma anche tu, guarda il mondo, altro che morire,
    svegliarsi tutte le mattine, che pare niente,
    ma pensaci, non è una festa?
    tutte le mattine avanti fino a sera,
    e vuoi morire, tu? lascia che muoiano gli altri,
    che poi muoiono sempre gli altri, ci hai fatto caso?
    e Molari, poveretto, è morto davvero,
    lui sabato ha tirato giù la serranda,
    con tutti i suoi soldi, che se li è goduti,
    porca puttana, se n'è cavate di voglie,
    e beh, i soldi, ragazzi , però adesso lui
    è morto e io sono qui al Caffè Roma
    che mi bevo un bel vinello al selz.


    Com'è finita

    Gianluca Morozzi ha rinunciato alla dichiarazione finale e si è rimesso alla clemenza della corte.


    Marco Rossari ha imbracciato una chitarra e, dopo aver vanamente tentato di accordarla affidandola poi ad un accordatore fortuitamente presente tra il pubblico, ha cantato, in veste di dichiarazione finale, un testo ispirato a un non meglio precisato noto cantautore.

    L´avvinazzata

    Ma s'io avessi previsto tutto questo
    Maledetti libriintesta, tutte queste domande
    Credete che per questi quattro soldi
    Questa gloria da stronzi, avrei scritto romanzi?
    Va be', lo ammetto che io sono un guitto
    E accetto l´etichetta e così sia
    Chiedo tempo son della razza mia
    Per quanto grande sia il primo che ha mai scritto.

    Mio padre non aveva detto male
    A dir che pubblicare non è cosa bella
    Mia madre non diceva poi bugie
    A dire che Sintonie conta più di Fernandel
    Giovane e ingenuo io ho perso la testa
    Son stati i litri o il mio giovanilismo
    E accuse a raffica di ombelichismo
    Dubbi di narcisismo, son quello che mi resta

    Voi critici, voi forumisti irritati
    Blogger incazzati, che preferite Moresco
    Ma leggendomi voi mi criticate
    Perché non vi annoiate o per lo stile boccaccesco?
    È vero, troppe volte cito il rock
    E Dylan conta più di Viktor Sklovskij
    Ma non crediate: ho letto Majakovskij
    E pure Iosif Brodskij e Alexsandr Blok.

    Secondo voi, ma a me cosa mi frega
    Di assumermi la bega, di scegliere l´impegno
    Godo molto di più nell´ubriacarmi,
    oppure a masturbarmi, ben poco ad un convegno
    E poi l'impegno spesso sa di posa
    Per chi cerca un attestato come autove
    E ancora distribuisce a Mirafiori
    "Popolo e scrittori" di quel trombone di Asor Rosa.

    Io ironico, io sboccato, io ammiccante,
    autoreferenziale e romantico, apolitico, qualunquista
    io indulgente, autobiografico, provinciale,
    io sessista, io maiale, colloquiale, onanista.
    Io che bevo, io che fumo e sniffo colla
    Soltanto per poter scriverci un racconto
    Ma il critico poi ti dà del tonto,
    non reggi comunque il confronto con David Foster Wallace.

    Colleghi scrittori del Maltese
    Che se non c´è rimborso spese, vi sentite vilipesi,
    a noi non piace passar solo alla Fnac
    e come Kerouac, giriamo per paesi.
    Da Como a Chioggia a Macerata
    In biblioteche e bar di scarto
    Il pubblico: tre vecchi senza un arto
    Al massimo fai il quarto a briscola chiamata

    Secondo voi ma chi me lo fa fare
    Di stare ad ascoltare questo chiacchiericcio antico
    Ci sono più immagini del mondo
    (e pure dell´immondo) in fondo al mio ombelico.
    Allora farò ammenda e sarò equo
    La prossima volta scrivo un giallo postmoderno
    Il detective sarà un albanese infermo
    Tornato dall´inferno, me lo pubblicherà Pequod.

    E ora che ho detto tutto questo
    Benedetti libri in testa, non mi sento tanto male
    Il dibattito è sempre benvenuto
    Come seduta di autoaiuto del mondo editoriale
    E quindi per finir la discussione
    (Senza messaggio c'è chi non s'accontenta)
    Non so se giovani si nasce o si diventa
    Io vado per i trenta e mi sento già in pensione.


    La giuria popolare si è espressa e, per un solo e molto dubbio voto, i due imputati sono stati dichiarati "INNOCENTI".

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