I libri in testa
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Domenica 6 novembre 2005, ore 16.30
Livorno, Fortezza Vecchia
Qui non si tocca
Letture di navigazioni, nuotate, naufragi

L'incontro fa parte del festival Mangiarsi le parole


Sul nostro blog trovate le foto e la cronaca della serata.


Le letture

        1. Dario Voltolini, da Forme d'onda
        2. Leonardo Colombati, da Perceber
        3. Kurt Vonnegut, da Galapagos
        4. James Joyce, da Ulisse
        5. Roberto Michilli, Gita al mare
        6. Samuel Beckett, da Ceneri
        7. Michele Mari, da La stiva e l'abisso
        8. Giorgio Caproni, Il mare come materiale
        9. Giovanni Pascoli, tre poesie da Miricae
        10. Giovanni Verga, da I Malavoglia
        11. Vladimir Majakovskij, da America
        12. Raffaele La Capria, da Ferito a morte
        13. Virginia Woolf, La stazione balneare

Dario Voltolini (Federico e Michele), da Forme d'onda, Feltrinelli, 1996

F: Abbiamo visto questa fotografia che ritrae una donna con un cappello, uno strano cappello fatto come da un nastro che si piega in due coni, come un largo nastro che produce due coni come corna, ma si vedeva anche in fotografia tutta l'eleganza del costume tradizionale, un costume di Sumatra, del popolo Minang.

M: E ti ricordi la storia del bufalo?

F: Sì, un poco. C'era un conflitto tra il popolo Minang e il popolo vicino. Per evitare una guerra violenta e sanguinosa i capi dei due popoli decisero di giocarsela con una sfida tra campioni. Al momento della sfida, i vicini portarono un bufalo di dimensioni enormi, una bestia mai vista prima. I Minang, allora, scelsero un giovane bufalo, con le corna appuntite e affilate.
A1 primo assalto fra i due animali, il bufalo giovane si precipita tra le gambe del bufalo gigante, cercando d'allattarsi, avendo preso quella bestia per sua madre. In questo modo, senza averne l'intenzione, con le corna lo sventra.

M: Quindi quel copricapo ricorda la sfida tra i bufali.

F: Così si dice. E abbiamo letto dei miti della creazione.

M: C'è quello di Tangaroa, ricordi?

F: Sì. Un mito polinesiano. Tangaroa è il padre di tutti gli dei.

M: Di ogni cosa.

F: Di tutto ciò che esiste. Tangaroa è il creatore. Tangaroa visse un tempo lunghissimo nella sua conchiglia

M: questo è già magnifico, visse nella conchiglia

F: nella sua conchiglia, un tempo lunghissimo, prima di uscirne

M: cioè, prima di creare il creato.

F: E quando esce, vede che non c'è niente. Le cose si muovono nel vuoto, ma non chiedermi quali cose, o magari sono io che non ricordo bene.

M: Piuttosto ricordo che chiama a sé le pietre, non è così?

F: Sì, mi pare, ma non arrivano

M: perché non ci sono

F: qualcosa del genere. Insomma, poiché i suoi ordini non vengono obbediti, Tangaroa s'arrabbia. Credo poi che giri la conchiglia, c'è un passaggio cruciale, qualcosa che origina il cielo con le stelle.

M: Ricordo che Tangaroa crea tutto ciò che esiste da parti del suo corpo, le catene montuose dalla sua spina dorsale

F: le montagne, ma anche tutti gli altri dei

M: tutti gli altri dei e anche l'uomo. È bellissimo come si chiude il racconto, si chiude con la proclamazione che ogni cosa ha una conchiglia - persino Tangaroa ha una conchiglia - e il cielo è una conchiglia

F: cioè, spazio infinito

M: una conchiglia, spazio infinito dove gli dei misero il sole

F: e la luna

M: e le costellazioni e le stelle.

F: E la terra è una conchiglia per le pietre

M: per le pietre, essere una conchiglia per

F: e per l'acqua e per le piante che ne sorgono.

M: La conchiglia di un uomo è la donna, perché dalla donna viene l'uomo. E la conchiglia della donna è la donna

F: poiché dalla donna viene la donna. E se ti ricordi inoltre nessuno può nominare le conchiglie di tutte le cose che ci sono nel mondo.

M: Nessuno.

F: E abbiamo visto, questa volta in un servizio televisivo, la donna di cento e venti anni. È sempre vissuta nel suo paese,

M: un paese dell'interno del Brasile;

F: e adesso ha cento e venti anni: ha sempre desiderato una cosa

M: (se ci pensi è forse il desiderio più a lungo coltivato che ci sia mai stato)

F: ha sempre desiderato vedere il mare. Così, per festeggiare il suo centoventesimo compleanno, le autorità - mi pare il sindaco del suo paese - hanno pensato di soddisfare questo desiderio.

M: E l'hanno accompagnata in riva al mare, sulla spiaggia. Lei è una donnina minuscola

F: sia piccola, sia rimpiccolita dal tempo, però ben viva

M: questo lo si vedeva chiaramente

F: si vedeva bene che è completamente vecchia e completamente viva, una cosa che si può dire così: è antica.

M: Abbiamo visto quelle immagini di lei sulla riva dell'oceano, piccola, accompagnata dal sindaco che se ne stava in disparte

F: e lei guardava il mare.

M: Ma la cosa sorprendente di quell'incontro fra esseri antichi è stato quando

F: è stato quando lei ha alzato la mano verso il mare e lo ha salutato.


Leonardo Colombati (Giuseppe e due spettatori), da Perceber, Sironi, 2005

Il proprietario di quel ristorantino dietro San Luigi dei Francesi, Vinicio Ferragosto, meglio conosciuto come Vinicius per la sua predilezione per la musica brasiliana e il culo torreggiante della ragazza dei cappotti, è uno di quelli che presentano i piatti così: "Abbiamo lo spaghetto all'astice" oppure "stasera abbiamo una penna con il carciofo e la zucchina". Mentre Demetra e Giovanni consumano la cena risolutiva, non si è ancora spenta l'eco dell'Incredibile Vicenda capitata a Vinicius, più o meno due ore dopo quella di chiusura, un giovedì di fine settembre, allorché il volto fané della signora Ferragosto è apparso al marito dietro all'acquario dei Crostacei, luminescente per via del neon subacqueo nel mezzo della sala buia, fulmineo come uno schiocco di frusta sulle reni maritali sussultanti sopra il poderoso didietro della guardarobiera che sbuca abbacinante e pizzuto da una vecchia maglia n. 8 della Seleção, mentre risuona Desafinado dalle casse del Bang & Olufsen. La Sposa gabbata, vieppiù inorridita dalla bava rivolettante dal labbro del Fedifrago e dal cattivo gusto del négligé della bagascia, è uscita allo scoperto, potendo ammirare in tutta la sua complessità l'Orribile Carriola, giacché la monta non si esaurisce nell'ovvia penetrazione del bischerello di Vince ma si completa con l'affronto anale perpetrato con il Dupont in lacca di Cina nera che proprio lei gli ha regalato per il decimo anniversario di matrimonio. Cieca di rabbia, furente e nient'affatto umiliata - quanto certa della propria siderale superiorità morale sul plastico gruppo che non riesce a scomporsi per lo spavento - la signora Ferragosto indietreggia di tre passi, affonda il braccio nerboruto nell'acquario e, insensibile al dorso spinoso, ne trae una florida Grancevola che applica per una piccola chela con tutta calma al sacco scrotale del Porco, senza che questi sia capace di opporre la minima resistenza. L'urlo straziante che ne deriva ha come primo risultato la disconnessione repentina tra i due amanti e la fuga della giovane non proprio resa agevole dal lungo accendino i cui due quinti spuntano tremolanti dal Didietro lordotico; come conseguenza ulteriore il serrarsi di un'altra chela del decapode crostaceo questa volta sul membro copulatore già rattratto e sgocciolante... fatto che produce un nuovo e ben più disperante lamento del proprietario dell'organo e subordinato scarto della guardarobiera che, urtando violentemente un ginocchio contro il tavolo n. 18, vola in aria atterrando con gran frastuono sulle Terga come sappiamo riccamente guarnite, i due quinti del Dupont finora in salvo dal voglioso sfintere richiamati all'interno in rapido Risucchio.
Vinicius intanto salterella e con lui il Granchione che mantiene salda la presa: bipede e crostaceo finiscono la loro danza proprio contro i cristalli dell'acquario, frantumandoli in schegge grosse un pollice. Un'esplosione di Aragoste, acqua e mangime investe i tre malcapitati, gli occhi posti all'estremità di due peduncoli mobili scelgono per l'enorme Chela gialloviola la pelle avvizzita del gomito destro della signora Ferragosto. La coda a ventaglio di un Astice viene vista imboccare l'uscita senza ripensamenti mentre Vinicius, ora in ginocchio, allucinato dal dolore, con due dita a pinza tenta di staccare la Grancevola.
(1° S.) "Tanto è inutile. Io non mollo" stride l'animale in tono di sfida.
(2° S.) "Che vuol dire 'non mollo'? Perché cazzo tieni duro invece di andarti a fare un giro, eh? E poi, chi ha mai sentito una granzeola che parla?"
(1° S.) "Mollare? Troppo comodo" replica il crostaceo. "Così poi mi finisci col tacco della scarpa".
(2° S.) "Ma se sono scalzo, stronza che non sei altro... ahia, no! non stringere, ti prego!"
(1° S.) "Più che scalzo sarebbe meglio dire che sei nudo come un verme, bello mio. Ma ti è andata male la scappatella questa volta. Vigliacco e traditore... e girolimoni per giunta! La culona potrebbe esserti figlia".
(2° S.) "Vedi di farti i cazzi tuoi. E guarda che lo dico in tutti i sensi".
[.... ci spostiamo all'Ospedale]
"... con l'aragosta è stato un casino perché dopo tre o quattro strilli strappacuore la bestia c'è rimasta ed è intervenuto una specie di rigor mortis e... insomma... ci sono voluti due medici, tre seghetti e un troncone per staccare la chela dal gomito della signora".
[...]
"...Estrarre il Dupont dal culo della guardarobiera si è rivelato ancora più complicato per via del meccanismo a doppia fiamma. Il fatto era che la testa dell'accendino era entrata per ultima e quindi avrebbe dovuto uscire per prima, ma per via della maledetta doppia fiamma l'operazione si rivelava oltre che dolorosissima anche molto spiacevole per via delle lacerazioni che avrebbe prodotto allo sfintere. Alla fine fu anestesizzata la parte, l'accendino venne asportato, le dettero otto punti e la ragazza dovette restare a pancia sotto per una settimana..."
[...]
"E la grancevola... che diceva?"
"Niente. Muta come un... pesce. Sono riusciti a staccarla e l'hanno messa in un secchiello pieno d'acqua. Dopo la medicazione Vinicio ha preso secchiello e grancevola e se ne è andato senza degnare né moglie né culona di uno sguardo".
"Ho sentito che si è separato dalla moglie".
"Be', ci mancherebbe altro, non credi?".
"E la grancevola? Che fine ha fatto?"


Kurt Vonnegut (Michele), da Galapagos, Bompiani, 2000, traduzione di R. Mainardi

La cosa era questa:
Un milione di anni fa, nel 1986 dopo Cristo, Guayaquil era il principale porto marittimo del piccolo stato democratico sudamericano denominato Ecuador, la cui capitale, Quito, si situava ad alta quota tra le Ande. Guayaquil sorgeva due gradi a sud dell'Equatore, immaginaria cintura del pianeta donde il paese traeva il proprio nome. Faceva sempre molto caldo, a Guayaquil: caldo e umido, perché la città era ubicata nella zona delle calme equatoriali, e per l'esattezza in una pianura paludosa percorsa dalle acque commiste di numerosi fiumi che defluivano dalle montagne.
Il porto distava parecchi chilometri dal mare aperto. Non di rado strati vegetali, simili a zattere, ostacolavano il lento fluire delle acque, aderendo tenaci alle palificazioni e alle catene delle ancore.
A quel tempo gli esseri umani erano dotati di cervelli molto più grandi di quelli attuali, e di conseguenza potevano lasciarsi sedurre dai misteri. Uno di tali misteri era come un numero tanto elevato di creature incapaci di percorrere grandi distanze a nuoto fosse riuscito a raggiungere le isole Galàpagos, un arcipelago di picchi vulcanici a ovest di Guayaquil, che mille chilometri di acque molto profonde e molto fredde provenienti dall'Antartide separavano dalla terraferma. Quando l'umanità scoperse le isole in questione, già vi risiedevano i gechi e le iguane e i ratti del riso e le lucertole e i ragni e le formiche e gli scarabei e le cavallette e gli acari e le zecche, per tacere di enormi tartarughe terrestri.
Di quale mezzo di trasporto si erano serviti?
Molti soddisfacevano i loro grossi cervelli dandosi questa risposta: erano arrivati a bordo delle zattere naturali.


James Joyce (Elvio), da Ulisse, Mondadori, 1995, traduzione di Giulio de Angelis

Ma Gerty fu tetragona. Non aveva alcuna intenzione di stare a loro disposizione. Se loro volevano scavallare come diavoli lei invece rimaneva tranquilla a sedere e così disse che vedeva veramente bene da dov'era. Gli occhi che le erano incollati addosso le mettevano il formicolio nelle vene. Lo guardò un istante, incrociando il suo sguardo e la luce si fece il lei. C'era una passione rovente in quel volto, passione tacita come una tomba, ed era quella che l'aveva resa sua. Finalmente erano rimasti soli senza nessuno a sbirciare e a far commenti e lei sapeva che di lui si poteva fidare fino alla morte, costante, un uomo tutto d'un pezzo, un uomo d'onore inflessibile fino alla punta delle unghie. Le mani e il volto di lui vibravano e un tremito la pervase tutta. Si piegò tutta all'indietro per vedere meglio i fuochi e si strinse un ginocchio tra le mani per non cadere guardando i su e non c'era nessuno a vedere, solo lui e lei, quando senza parere rivelò tutta la graziosa vaghezza delle gambe ben modellate, flessibili e delicatamente arrotondate, e le pareva sentire il palpito del cuore di lui, e il suo rauco respiro, perché sapeva tutto delle passioni degli uomini di quel genere.
E Jacky Caffrey gridò che guardassero, ce n'era un altro e lei si gettò all'indietro e le giarrettiere erano azzurre per intonarsi e per mettere in rilievo la trasparenza e tutti lo videro e urlarono di guardare, guarda eccolo e lei si gettò ancor di più all'indietro per vedere i fuochi e qualcosa di strano volava per aria, qualcosa di morbido, avanti e indietro, scuro. Ed essa vide un lungo bengala che saliva di là degli alberi, su, su, e, in un silenzio teso, a tutti mancò il fiato per l'eccitazione mentre saliva sempre più in alto, e lei dovette gettarsi sempre più all'indietro per seguirlo con lo sguardo, in alto, in alto, quasi a perdita d'occhio, e il suo volto era soffuso di un divino, seducente rossore per lo sforzo e lui poteva anche vedere altre cose di lei, mutandine di batista, il tessuto che accarezza la pelle, meglio di quelle altre mutande a pantalone, verdi, a quattro scellini e undici pence, perché erano bianche e lei lasciava che lui e vedeva che lui vedeva e poi salì così in alto che si sottrasse alla vista un istante e lei tremava in ogni parte del corpo per essere così gettata all'indietro e lui poteva vedere tutto quel che voleva al di sopra del ginocchio, dove mai nessuno neanche sull'altalena o quando si mettono i piedi nell'acqua e lei non si vergognava e lui neanche di guardare in quel modo impudico perché lui non poteva resistere alla vista di quelle mirabili rivelazioni semiprofferte come quelle ballerine che si comportano così impudicamente sotto gli occhi dei signori e lui continuava a guardare, guardare. Avrebbe voluto gridare con voce soffocata, tendergli le svelte braccia nivee perch'egli venisse, sentire le sue labbra posarsi sulla sua bianca fronte, il grido d'amore di una fanciulla, un piccolo grido strozzato, strappatole a forza, quel grido che è risuonato nei secoli dei secoli. Allora partì un razzo e pam uno sprazzo di bianca luce accecante e oh! Il bengala scoppiò e fu come un sospirare di oh! E tutti gridarono oh! oh! in estasi di rapimento e ne sgorgò un fiotto di pioggia di fili d'oro e si sparsero e ah! ora erano tutte roride stelle verdastre che cadevano con altre dorate, oh così vive, oh tenere, dolci, tenere!
Poi tutto si sciolse rugiadosamente nell'aria grigia: tutto tacque. Ah! Gli lanciò uno sguardo nel chinarsi rapidamente in avanti, un piccolo sguardo patetico di pietosa protesta, di pudico rimprovero sotto il quale egli avvampò come una fanciulla. Egli si appoggiava alla roccia dietro di lui. Leopold Bloom (sì, non altri che lui) è là in piedi silenzioso, a testa bassa di fronte a quei giovani occhi innocenti.


Roberto Michilli (Michele), Gita al mare, prosa breve da Attraverso la vita, Edigrafital, 2001

Al mare mi ci portavano gli zii. Partivano dalla città in Vespa, lui alla guida e lei seduta dietro all'amazzone, e passavano a prendermi in paese. Viaggiavo in piedi sul pianale, davanti allo zio. La galoppata era esaltante; il vento mi scompigliava i capelli e mi costringeva a tenere le palpebre socchiuse. Lungo i rettilinei prima di Nereto, gli oleandri in fiore annunciavano già il mare. Forse era solo suggestione, ma a quel punto mi sembrava di cominciarne a sentire anche il profumo.
La ferrovia ci diceva che eravamo quasi arrivati. Alba Adriatica si chiamava ancora Tortoreto stazione. Lo zio, in vena di scherzi, mi ordinava di abbassare la testa mentre passavamo sotto al cavalcavia. Io, da perfetto baccalà, obbedivo. Continuai a farlo anche quando, più tardi, lo zio si comprò la Seicento. Era bianca, targata TE 12405.


Samuel Beckett (Federico), da Ceneri, Einaudi/Gallimard, 1994, traduzione di Carlo Fruttero

(Rumore del mare, appena percettibile. Passi di Henry sui ciottoli. Si ferma. Rumore del mare un po' più forte)
HENRY: Avanti. (Mare. Alza la voce) Avanti! (Avanza. Passi sui ciottoli. Mentre cammina) Alt. (Passi sui ciottoli. Mentre cammina, alzando la voce) Alt! (Si ferma. Mare un po' più forte). Seduto. (Mare. Alza la voce) Seduto! (Scroscio di ciottoli mentre si siede. Il mare, sempre fioco, tornerà a farsi sentire fino alla fine ogni volta che è indicata una pausa). Chi c'è accanto a me, ora? (Pausa). Un vecchio, cieco e mezzo scemo. (Pausa). Mio padre, tornato dalla terra dei morti per essere con me. (Pausa). Come se non fosse morto. (Pausa). No, tornato dalla terra dei morti, ecco tutto, per essere con me in questo luogo strano. (Pausa). Mi sente? (Pausa). Sì, mi deve sentire. (Pausa). Per rispondermi? (Pausa). No, non mi risponde. (Pausa). È con me, ecco tutto. (Pausa). Quel rumore che senti è il mare. (Pausa. Alza la voce) Dico che quel rumore che senti è il mare, siamo seduti sulla spiaggia. (Pausa). Te lo dico perché è un rumore così strano, così diverso dal rumore del mare, che se non sapessi che cosa lo produce non capiresti che cos'è. (Pausa). Zoccoli! (Pausa. Alza la voce). Zoccoli! (Rumore di zoccoli sul selciato. Svaniscono rapidamente. Pausa). Ancora. (Rumore di zoccoli sul selciato. Pausa. Con eccitazione). Ammaestrarlo a segnare il passo! Ferrarlo con l'acciaio e legarlo in cortile, che stia a pesticciare dal mattino alla sera. (Pausa). Un mammuth di dieci tonnellate tornato dalla terra dei morti, ferratelo con l'acciaio e fategli calpestare il mondo! (Pausa). Sentilo! (Pausa). E adesso senti la luce, hai sempre amato la luce, è appena passato mezzogiorno e l'ombra già copre tutta la spiaggia e il mare fino all'isola. (Pausa). Non hai mai voluto abitare da questo lato della baia, volevi il sole sull'acqua per quel tuo bagno serale: l'ultimo ti è costato caro. Ma quando ho avuto in mano i tuoi soldi sono passato sull'altra sponda, come forse sai. (Pausa). Il tuo corpo non s'è mai ritrovato, se vuoi saperlo, abbiamo dovuto aspettare un tempo interminabile, morte presunta, dicevano che potevi benissimo averci piantato in asso tutti quanti, e magari eri vivo e vegeto in Sud America, per esempio, sotto falso nome, cosa che ha grandemente rattristato la mamma. (Pausa). Sotto questo aspetto sono come te, non posso star lontano dal mare, ma non mi ci bagno mai, no, l'ultima volta che l'ho fatto è stato con te, mi pare. (Pausa). Mi basta stargli vicino. (Pausa). Oggi è calmo, ma spesso lo sento, lassù in casa mia o mentre cammino in campagna, e allora mi metto a parlare da solo, oh quel tanto che basta per coprirlo, nessuno se ne accorge. (Pausa). Ma in qualunque posto mi trovi, devo mettermi a parlare, una volta sono andato in Svizzera per star lontano da quel maledetto rumore e anche là non ho smesso di parlare un momento. (Pausa). Una volta non avevo bisogno di nessuno, bastavo a me stesso, avevo delle storie, ce n'era una bellissima a proposito di un tipo di nome Bolton. Non l'ho mai finita, non ne ho mai finita una, non ho mai finito nulla, tutto è sempre continuato in eterno.


Michele Mari (Fiamma), da La stiva e l'abisso, Einaudi, 2002

Del mare presunto

È il mare presunto un mare cui s'allude per implicita significazione dei verbi, o per più segreta disposizion della mente. Altra definizione non si dà.
Dice il poeta: il mare presunto è come il raggio di sole, che esiste solo quando lo vedi.
Nel mare presunto nuotano pesci: in tutto simili ai pesci dei mari reali, possono essere anch'essi reali ovvero, più coerentemente, a loro volta presunti. Non è ancor chiaro se pesci presunti possano nuotare in mari reali, mentre par più che certa l'evidenza contraria.
Bisognava vederli, bisogna.


Giorgio Caproni (Fiamma), Il mare come materiale, da Il conte di Kevenhüller, in Tutte le poesie, Garzanti, 2002

Scolpire il mare...

Le sue musiche...

                           Lunghe,
le mobili sue cordigliere
crestate di neve...

                     Scolpire
- bluastre - le schegge
delle sue ire...

                    I frantumi
- contro murate o scogliere -
delle sue euforie...

Filarne il vetro in làmine
semiviperine...

                     In taglienti
nastri d'alghe...
                     Fissarne
- sotto le trasparenti
batterie del cielo - le bianche
catastrofi...

                Lignificare
le esterrefatte allegrie
di chi vi si tuffa...
                             Scolpire
il mare fino a farne il volto
del dileguante...

                         Dire
(in calmerìa o in fortunale)
l'indicibile usando
il mare come materiale...

    Il mare come costruzione...

    Il mare come invenzione...


Giovanni Pascoli (Elvio), tre poesie da Miricae

1 - Mare

M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l'onde.
vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.

Ponte gettato su laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?


2 - La baia tranquilla

Getta l'ancora, amor mio:
non un'onda in questa baia.
Quale assiduo sciacquìo
fanno l'acque tra la ghiaia!

Vien dal lido solatìo,
vien di là dalla giuncaia,
lungo vien come un addio,
un cantar di marinaia.

Tra le vetrici e gli ontani
vedi un fiume luccicare;
uno stormo di gabbiani

nel turchino biancheggiare;
e sul poggio, più lontani,
i cipressi neri stare.

                           Mare! mare!
dolce là, dal poggio azzurro,
il tuo urlo e il tuo sussurro.


3 - La Sirena

La sera, fra il sussurrìo lento
dell'acqua che succhia la rena,
dal mare nebbioso un lamento
si leva: il tuo canto, o Sirena.

E sembra che salga, che salga,
poi rompa in un gemito grave.
E l'onda sospira tra l'alga,
e passa una larva di nave:

un'ombra di nave che sfuma
nel grigio, ove muore quel grido;
che porta con sé, nella bruma,
dei cuori che tornano al lido:

al lido che fugge, che scese
già nella caligine, via;
che porta via tutto, le chiese
che suonano l'avemaria,

le case che su per la balza
nel grigio traspaiono appena,
e l'ombra del fumo che s'alza
tra forse il brusìo della cena.


Giovanni Verga (Michele), da I Malavoglia, Mondadori, 1997, passi dal cap. 3

Dopo la mezzanotte il vento s'era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di S. Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell'anima di Giuda. Insomma una brutta domenica di settembre, di quel settembre traditore che vi lascia andare un colpo di mare fra capo e collo, come una schioppettata fra i fichidindia. Le barche del villaggio erano tirate sulla spiaggia, e bene ammarate alle grosse pietre sotto il lavatoio; perciò i monelli si divertivano a vociare e fischiare quando si vedeva passare in lontananza qualche vela sbrindellata, in mezzo al vento e alla nebbia, che pareva ci avesse il diavolo in poppa; le donne invece si facevano la croce, quasi vedessero cogli occhi la povera gente che vi era dentro.
Maruzza la longa non diceva nulla, com'era giusto, ma non poteva star ferma un momento, andava sempre di qua e di là, per la casa e pel cortile, che pareva una gallina quando sta per far l'uovo. Gli uomini erano all'osteria, e nella bottega di Pizzuto, o sotto la tettoia del beccaio, a veder piovere, col naso in aria. Sulla riva c'era soltanto padron 'Ntoni, per quel carico di Lupini che ci aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta, e il figlio della Locca, il quale non aveva nulla da perdere lui, e in mare non ci aveva altro che suo fratello Menico, nella barca dei Lupini.
Padron Fortunato Cipolla, mentre gli facevano la barba, nella bottega di Pizzuto, diceva che non avrebbe dato due baiocchi di Bastianazzo e di Mennico della Locca, colla Provvidenza e il carico di lupini.
"Adesso tutti vogliono fare i negozianti, per arricchire!", diceva stringendosi nelle spalle; "e poi quando hanno perso la mula vanno cercando la cavezza".
[...]
Ciascuno non poteva fare a meno di pensare che quell'acqua e quel vento erano tutt'oro per i Cipolla; così vanno le cose a questo mondo, che i Cipolla, adesso che avevano la paranza bene ammarata, si fregavano le mani vedendo la burrasca; mentre i Malavoglia diventavano bianchi e si strappavano i capelli, per quel carico di lupini che avevano preso a credenza dallo zio Crocifisso Campana di legno.
"Volete che ve la dica?" saltò su la Vespa, "la vera disgrazia è toccata allo zio Crocifisso che ha dato i lupini a credenza. 'Chi fa credenza senza pegno, perde l'amico, la roba e l'ingegno'".
Lo Zio Crocifisso se ne stava ginocchioni a piè dell'altare dell'Addolorata, con tanto di rosario in mano, e intonava le strofette con una voce di naso che avrebbe toccato il cuore a satanasso in persona. Fra un'avemaria e l'altra si parlava del negozio dei lupini, e della Provvidenza che era in mare, e della longa che rimaneva con cinque figliuoli.
[...]
La sera scese triste e fredda; di tanto in tanto soffiava un buffo di tramontana, e faceva piovere una spruzzatina d'acqua fina e cheta: una di quelle sere in cui, quando si ha la barca al sicuro, colla pancia all'asciutto sulla sabbia, si gode a vedersi fumare la pentola dinanzi, col marmocchio fra le gambe, e sentire le ciabatte della donna per la casa, dietro le spalle.


Vladimir Majakovskij (Fiamma), da America, Voland, 1997, traduzione di Fernanda Lepre

18 GIORNI D'OCEANO: L'oceano è fatto d'immaginazione. Sul mare non si vedono le coste, sul mare le onde sono più numerose di quanto non serva nella vita quotidiana, sul mare non sai cosa ci sia sotto di te. Ma soltanto l'idea che a destra non c'è terra fino al polo e a sinistra non c'è terra fino al polo, davanti a te c'è un secondo mondo tutto nuovo e sotto di te, forse, c'è l'Atlantide, ebbene, soltanto quest'idea è l'oceano Atlantico. Calmo, l'oceano è noioso. Per diciotto giorni scivoliamo come una mosca sullo specchio. Solo una volta abbiamo avuto uno spettacolo ben riuscito, sulla via del ritorno da New York a Le Havre. Un denso acquazzone copriva di schiuma il bianco oceano, striava di bianco il cielo, con fili bianchi cuciva il cielo sull'acqua. Dopo è comparso l'arcobaleno. L'arcobaleno si rifletteva e si chiudeva nell'oceano, e noi, come acrobati da circo, ci gettavamo nel cerchio iridescente. Poi di nuovo spugne galleggianti, pesciolini volanti, pesciolini voltanti e di nuovo spugne galleggianti del mar dei Sargassi, e in rare, solenni occasioni, fontane di balene. E sempre, fino alla noia (a volte fino alla nausea), acqua e acqua. L'oceano stanca, ma quando non c'è ci si annoia.
Dopo, a lungo cerchiamo il fragore dell'onda, il rumore tranquillizzante delle macchine, il tintinnio ritmato delle placche di rame dei boccaporti.
LA NAVE ESPAGNE: 14.000 tonnellate. Una nave piccola, all'incirca il nostro GUM. Tre classi, due fumaioli, cinematografo, bar- sala da pranzo, biblioteca, sala per gli spettacoli e giornale. Il giornale Atlantik.
[...]
Il ponte è addobbato con lampioncini multicolori e tutta la notte la prima classe balla con i capitani. Per tutta la notte infuria il jazz.
[...]
Le classi sono classi davvero. Nella prima, mercanti, fabbricanti di cappelli e di colletti, artisti arrivati e monache. Gente strana: rappresentanti di ditte francesi con passaporti paraguayani o argentini, di nazionalità turca che parlano solo inglese e vivono sempre in Messico. Sono i colonizzatori dei nostri giorni, tipi da Messico.
[...]
Stanno per conto loro. E se vanno in terza o in seconda è solo per correre dietro alle belle ragazze. Seconda classe: modesti commessi viaggiatori, artisti alle prime armi, intellettuali che picchiano sulla Remington. Senza farsi notare dai giovani ufficiali di bordo sgusciano sui ponti di prima classe. Poi si raddrizzano e restano impalati con l'aria di dire: ebbene, cosa ho di diverso? Ho lo stesso colletto, e pure i polsini! Ma li sorprendono e senza tante cerimonie li invitano a tornarsene al loro posto. La terza classe riempie le stive. Gente che viene dalle Odesse di tutto il mondo in cerca di lavoro: pugili, investigatori, negri.
Questi non cercano di intrufolarsi sui ponti superiori. Si leva di qui un tanfo pesante di sudore e stivali, un lezzo acidulo di pannolini messi ad asciugare, lo scricchiolio delle amache e delle brandine disseminate per tutto il ponte, il pianto convulso dei bambini e i bisbigli, quasi in russo, delle madri che cercano di farli ragionare: "Finiscila tesoruccio, su, smettila di frignare".
La prima classe gioca a poker e a majong, la seconda gioca a dama e suona la chitarra. La terza, invece, mette un braccio dietro la schiena e chiude gli occhi, mentre da dietro, con tutte le forze, le colpiscono il palmo della mano: si deve indovinare chi è stato a picchiare di tutta la banda. Se si indovina, chi ha dato il colpo prende il posto di chi lo ha preso. Consiglio questo gioco spagnolo agli studenti. La prima classe vomita dove vuole, la seconda- sulla terza e la terza- su se stessa.
Non succede mai niente.
Arriva il telegrafista e strillando annuncia le navi che incrociamo. Potete anche inviare un radiotelegramma in Europa. L'addetto alla biblioteca, data la scarsa richiesta di libri, si occupa anche di altre cose. Distribuisce un foglietto con dieci cifre. Tu tiri fuori dieci franchi e scrivi il tuo nome: se il numero delle miglia percorse finisce con la cifra che hai scelto, questo totalizzatore marino ti paga cento franchi.


Raffaele La Capria (Giuseppe), da Ferito a morte, Meridiani Mondadori, 2003, incipit

La spigola, quell'ombra grigia profilata nell'azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare, ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L'occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese - è vicina, vicinissima, a tiro. La Grande Occasione. L'aletta dell'arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto fra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare - sarà più di dieci chili, attento, non si può sbagliare! - e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d'ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola dev'essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina - anche il battito del cuore! - vicina, con l'occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l'imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante - luminosi come sulla spiaggia nella notte di Capodanno! - lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t'immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.


Virginia Woolf (la fortunata estrattrice: Lucia), La stazione balneare, in Racconti, La Tartaruga, 1996, traduzione di Adriana Bottini

Come tutte le cittadine di mare era permeata dall'odore di pesce. I negozi giocattolo erano pieni di conchiglie, con sopra la vernice trasparente, dure eppure fragili. Persino gli abitanti avevano un aspetto conchiglioso- un'aria fatua, come se il vero animale fosse stato estratto dalla punta di uno spillone e rimanesse soltanto il guscio. I vecchi sul lungomare erano conchiglie. Le loro ghette, i calzoni da fantino, i binocoli parevano trasformarli in balocchi. Non potevano essere stati veri marinai o veri cavallerizzi, così come le conchiglie incollate sulle cornici dei portaritratti e degli specchi non potevano aver abitato le profondità del mare. Anche le donne, con i loro pantaloni e le scarpette con il tacco alto e le borse di raffia e le collane di perle parevano gusci di donne vere che la mattina escono a fare la spesa.
All'una in punto questa fragile lucida popolazione di crostacei si radunava al ristorante. Il ristorante aveva un odore di pesce, l'odore di un peschereccio che abbia tirato su reti colme di spratti e di aringhe. Il consumo di pesce in quella sala da pranzo doveva essere enorme. L'odore pervadeva persino la stanza con l'indicazione Signore al mezzanino. Questa stanza era divisa da una semplice porta in due scompartimenti. Da un lato della porta venivano soddisfatte le esigenze della natura; e dall'altro, davanti al lavabo, davanti allo specchio, la natura veniva sottoposta alla disciplina dell'arte. Tre giovani donne si trovavano in questa seconda fase del rituale quotidiano. Stavano esercitando, con piumini da cipria e minuscoli dischetti rossi, il diritto di migliorare la natura, di sottometterla. E intanto chiacchieravano; ma le chiacchiere venivano interrotte come dall'empito di una marea che avanza; poi la marea si ritirò e si udì una delle ragazze che diceva: - A me non mi è mai piaciuta- con tutte quelle smorfiette... A Bert neanche sono mai piaciute le donne grosse... L'hai rivisto quando è tornato?... Con quegli occhi... così azzurri... come due laghi... E anche Gert... Stessi occhi tutti e due... Ci puoi guardare dentro... Hanno tutti e due gli stessi denti... Lui ha dei bellissimi denti bianchi... E anche Gert... Ma i suoi sono un po' storti, quando sorride...
Uno scroscio d'acqua... La marea spumeggiando si ritirò. Ciò che lasciò scoperto subito dopo fu: - Ma dovrebbe stare più attento. Se lo beccano, gli tocca la corte marziale...- A questo punto un altro scroscio d'acqua dallo scompartimento attiguo. La marea della stazione balneare sembra andare e venire di continuo. Lascia scoperti questi pesciolini; poi li inonda. Poi si ritira, ed eccoli di nuovo, con quell'intenso strano odore di pesce che sembra permeare tutta quanta la stazione balneare.
Ma la notte la cittadina ha un'aria molto eterea. C'è un chiarore bianco all'orizzonte. Ci sono crinoline e diademi per le strade. La città è affondata nell'acqua. E soltanto lo scheletro si ritaglia distinto nel cerchio fatato dei lampioni.

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