I libri in testa
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Sabato 6 novembre 2004, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
Stand by
Versi in attesa



Le letture

Raymond Carver (Federico), Attesa, da Blu oltremare, Minimum Fax, 2003, traduzione di Riccardo Duranti

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C'è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un'altra strada. Prendi quella
e nessun'altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C'è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E' quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E' quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c'è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino a ora.
La donna che ti ama.
L'unica che può dirti:
"Come mai ci hai messo tanto?"


Sylvia Plath (Elvio), Arrivare là, in Poesie, Corriere della Sera, 2004, traduzione di Giovanni Giudici

Quanto è distante?
A che distanza è adesso?
Le enormi interiora di gorilla
delle ruote avanzano, mi fanno spavento-
I terribili cervelli
di Krupp, musi neri
rotanti, il rimbombo
che sbotta: Assenza!, come il cannone.
È una Russia che ho da attraversare, una guerra.
Piano piano il mio corpo
trascino su una paglia di carri bestiame.
È adesso il momento per corrompere.
Cosa mangiano le ruote, queste ruote
fissate ai loro archi come iddii,
il guinzaglio argenteo del volere-
inesorabilmente. E che superbia!
Gli dei conoscono solo destinazioni.
Io sono una lettera infilata in questa buca-
volo a un nome, a due occhi.
Ci sarà un fuoco là, ci sarà cibo?
Qui c'è un tal fango!
È una stazione, le infermiere sotto un'acqua
di rubinetto, i suoi veli, veli di convento,
toccano i loro feriti,
uomini che il sangue ancora pompa in avanti,
gambe, braccia ammucchiate fuori
della tenda di lamenti interminabili-
un ospedale di bambole.
E gli uomini, quel che resta degli uomini
pompati avanti da questi stantuffi, questo sangue
dentro il prossimo miglio,
la prossima ora-
dinastia di frecce troncate!

Quanto è distante?
C'è fango sui miei piedi,
spesso, rosso e sguisciante. È la parte di Adamo,
questa terra da cui sorgo, e io in agonia.
Io non posso disfarmi e il treno sta sbuffando.
Sbuffando e sfiatando, i suoi denti
pronti a arrotare come quelli di un diavolo.
Manca un minuto alla fine
un minuto, un cadere di goccia.
Quanto è distante?
È così piccolo
il luogo dove sto andando, e perché questi ostacoli-
Il corpo di questa donna,
gonne incarbonite e maschera di morte
vegliato da pie figure e fanciulli in ghirlanda.
E adesso detonazioni-
tuono e cannoni.
Il fuoco ci separa.
Non c'è luogo tranquillo
che giri e giri a mezz'aria,
intatto e intoccabile.
Il treno ci trascina, sta urlando-animale
smanioso della sua destinazione,
macchia di sangue,
faccia sull'estinguersi del bagliore.
Seppellirò i feriti come crisalidi,
conterò e seppellirò i morti.
Si torcano le loro anime in una rugiada,
incenso sulla mia strada.
Dondolano i carri, sono culle.
E io, sgusciando da questa pelle
di vecchie bende, noie, vecchie facce

a te salgo dal nero carro di Lete,
pura come un'infante.


Anna Achmatova (Fiamma), Né mistero né dolore, da La corsa del tempo, Einaudi, 1992, traduzione di Michele Colucci

Né mistero né dolore,
né volontà sapiente del destino:
sempre quell'incontrarci ci lasciava
l'impressione di una lotta.

Ed io, indovinato dal mattino
l'attimo del tuo arrivo,
percepivo nei palmi socchiusi
il morso leggero di un tremito.

Con dita arse gualcivo
la variopinta tovaglia del tavolo...
capivo fin da allora
quanto è angusta questa terra


Camillo Sbarbaro (Giuseppe), Taci, anima mia, da Pianissimo, in Poeti italiani del Novecento, Mondadori, 2002

Taci, anima mia. Sono questi i tristi
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell'attesa disperata.
Come l'albero ignudo a mezzo inverno
che s'attrista nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d'averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m'urta e non mi vede
mi pare d'esser da me stesso assente.
E m'accalco ad udire dov'è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d'ogni gonna.
Per la voce d'un cantastorie cieco
per l'improvviso lampo d'una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime
mi s'accendon negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi
ogni cosa che passa la commuove
come debole vento un'acqua morta.

Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei.

E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.


Giuseppe Giacosa e Luigi Illica (Giuseppe), E lucevan le stelle, da Tosca, Ricordi, 14 gennaio 1900

E lucevan le stelle... e olezzava
la terra... stridea l'uscio
dell'orto... e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.
Oh! dolci baci, o languide carezze,
mentr'io fremente
le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d'amore...
L'ora è fuggita
e muoio disperato!...
E non ho amato mai tanto la vita!


Giacomo Leopardi (Michele), Il sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
Già tutta l'aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
Giù da' colli e da' tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l'altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s'affretta, e s'adopra
Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l'ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d'allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.


Hans Magnus Enzensberger (Alessio), I falsi morti, in Antologia della poesia tedesca, la Biblioteca di Repubblica, Roma, 2004, traduzione di F. Fortini e R. Leiser

I falsi morti aspettano davanti a uffici di grandi industrie;
impotenti; fumando a due polmoni, aspettano
davanti a uffici di controllo, a Camere del Lavoro.
Pallida va la loro incolore letizia
come nel vento un immenso giornale
contro sportelli a griglia innumerabili.

Nuche educate, come annuiscono! E come
sono efficienti, di umore ottimo! E come
filano tra le dita le schede perforate,
i certificati di confessione e gli assegni! Nella cartelle
recano i loro peli rasi
e nelle loro due calze
ha ognuno messo da parte le dieci sue dita.

E nondimeno masticano e tagliano via,
con altre dieci dita false morte, carni
da ossa di bestie morte; e quando è notte
per dare pace a quel che implora e grida
fra le gambe, si moltiplicano, quando
gli sportelli son chiusi,
testimoni falsi morti generando.

E quando è mattina ne fanno denuncia, fumando
dalle bocche impotenti, agli uffici
di stato civile, perché
non vengano inumati.

Ma chi porge a costoro baci e pomi?
Chi mai li desta, chi offre a costoro
i semprevivi, chi gli sradica dal petto
quelle montagne di fumo denso, che li srotola
dai giornali, chi sacra di coraggio
quelle bocche o dai capi gli pettina la cenere,
chi gli lava l'angoscia dalle pupille incolori,
chi dona, scioglie, incanta, unge e ridesta
dai morti i falsi morti
e chi li assolve?

Aspettano davanti agli sportelli
delle banche, sotto le nevicate
di giornali o di schede elettorali, aspettano
sotto il cielo che come in un cine di periferia
ora schiarisce ora si oscura
come tra il fuori programma ed il film,
tra campo della gloria ed obitorio.
Davanti agli uffici decessi aspettano, aspettano
i falsi morti i loro certificati di morte,
fumando a due polmoni efficienti incolori,
sguazzano nella torba loro allegria
ed aspettano estinti il loro estinguersi.


Fernando Pessoa (Elvio), da Odi di Riccardo Reis, Edizioni La Vita Felice, 2003, traduzione di Libero Corsi

Tutto ci dona il mondo,
dagli ermi remoti astri a noi.
E a tutto, estranei, ci aggreghiamo,
pensando e interpretando.
La prossima erba che non giunge basta,
quel che c'è è il meglio.

***

È tanto soave la fuga di questo giorno,
Lidia, che non sembra che viviamo.
          Senza dubbio gli dei
          ci sono grati in quest'ora.

Nobile compenso a questa nostra fede
nell'esiliata verità dei loro corpi
          ci danno l'alto premio
          di lasciarci essere

lucidi commensali della loro calma,
eredi un momento della loro perizia
          di vivere tutta la vita
          in un solo momento,

un solo momento, Lidia, in cui separati
dalle terrene angustie riceviamo
          olimpiche delizie
          nelle nostre anime.

E un solo momento ci sentiamo dei
immortali per la calma che vestiamo
          e l'altera indifferenza
          alle cose passeggere.

Come chi conserva la corona della vittoria
questi allori appassiti di un solo giorno
          serbiamo per tenerci,
          nel futuro aggrinzito,

perenne alla nostra vista la prova certa
che gli dei un momento ci amarono
          e ci dettero un'ora
          non nostra, ma dell'Olimpo.

***

Lidia, non costruire nello spazio
che immagini futuro, o per domani
non impegnarti. Agisci oggi, non aspettare.
          Sei tu la tua vita.
Non ti destinare, che non sei futura.
Chi sa se, tra la coppa che vuoti,
e la stessa di nuovo colma, a te la sorte
          non interponga l'abisso?


William Butler Yeats (Federico), Un aviatore irlandese prevede la sua morte

Da Poesie, Mondadori, 1991,
traduzione di Roberto Sanesi
 

So bene che incontrerò il mio destino
Da qualche parte, lassù fra le nuvole;
Io non odio coloro che combatto,
E non amo coloro che difendo; il mio paese
Si chiama Kiltartan Cross, e i miei compaesani
Sono i pezzenti di Kiltartan, e nulla può accadere
Che possa menomarli, o che li possa
Rendere più felici che in passato.
Né legge né dovere mi costrinsero alla guerra,
Non gli uomini politici, non le folle plaudenti,
Un impulso di gioia solitario
Mi guidò a questa furia fra le nuvole;
Ho valutato ogni cosa, mi sono chiesto tutto,
Gli anni avvenire mi parvero uno spreco di fiato,
Uno spreco di fiato gli anni ormai passati,
In equilibrio con questa vita, con questa morte

      Dall'album Branduardi canta Yeats
di Angelo Branduardi, EMI, 1986,
traduzione di Luisa Zappa Branduardi

Io lo so che sarà là, da qualche parte tra le nuvole,
sarà là che incontrerò alla fine il mio destino;
io non odio questa gente che ora devo combattere,
e non amo questa gente che io devo difendere;
il mio paese è Kiltartan Cross,
la mia gente i suoi contadini,
nulla di tutto ciò può renderli più o meno felici.
Nè la legge nè il diritto mi spinsero a combattere,
non fu la politica, né l'applauso della folla.

Un impulso di gioia fu, un impulso solitario
che mi spinse un giorno a questo tumulto fra le nuvole;
nella mia mente ho tutto calcolato, tutto considerato,
e gli anni a venire mi sono sembrati uno spreco di fiato,
uno spreco di fiato gli anni che ho passato
in paragone a questa vita, a questa morte.

      An Irish Airman Forsees His Death
 
 

I know that I shall meet my fate
Somewhere among the clouds above;
Those that I fight I do not hate,
Those that I guard I do not love;
My county is Kiltartan Cross,
My countrymen Kiltartan's poor,
No likely end could bring them loss
Or leave them happier than before.
Nor law, nor duty bade me fight,
Nor public men, nor cheering crowds,
A lonely impulse of delight
Drove to this tumult in the clouds;
I balanced all, brought all to mind,
The years to come seemed waste of breath,
A waste of breath the years behind
In balance with this life, this death.


Emily Dickinson (Giuseppe), Poesie n. 635 e n. 1035 dell'edizione Johnson, traduzione di Giuseppe Ierolli, in www.emilydickinson.it

Credo che l'Ora più lunga di tutte
Sia quando le Vetture sono arrivate -
E noi siamo in attesa della Carrozza -
Sembra come se il Tempo -

Offeso - che la Gioia sia arrivata -
Blocchi le Lancette Dorate -
E non lasci passare i Secondi -
Ma l'istante più lento - si conclude -

Il Pendolo comincia a contare -
Come i piccoli Scolari - a voce alta -
I passi si fanno più fitti - nell'Atrio -
Il Cuore comincia a premere -

Allora io - compiuto il mio timido servizio -
Sebbene un servizio sia, d'Amore -
Prendo il mio piccolo Violino -
E più a Nord - mi ritiro -

*****

Ape! Ti sto aspettando!
Stavo dicendo Ieri
A Qualcuno che conosci
Che eri in arrivo -

Le Rane sono a Casa da una Settimana -
Sistemate, e al lavoro -
Gli Uccelli in gran parte tornati -
Il Trifoglio caldo e folto -

Riceverai questa mia entro
Il Diciassette; Rispondi
O meglio, sii da me -
Tua, Mosca.


Aleksandr Sergeevič Puškin (Fiamma), Lettera di Tatiana a Onegin, da Evgenij Onegin, traduzione di Ettore LoGatto

Io vi scrivo. Che più? Che posso dire
ancora? Ben lo so, voi mi potete
con vostro disprezzo ora punire.
Ma se nel vostro cuore troverete
per la mia triste sorte, il mio soffrire,
di compassione almeno un granellino,
non m'abbandonerete al mio destino.
Da principio tacere avrei voluto.
Credetemi; di questa mia rovente
vergogna, non avreste certamente
dalle mie labbra nulla mai saputo,
se la speranza mia non fosse vana,
anche una volta sol la settimana
potervi qui vedere ed ascoltare,
e, scambiata così qualche parola,
pensar poi sempre ad una cosa sola,
e giorno e notte. Ma voi siete, pare,
un misantropo, sempre d'umor nero
e sempre preda ad insanabil noia...
e noi?... Noi non brilliamo per davvero,
sebbene di vedervi s'abbia gioia!

Perché dunque da noi siete venuto
in quest'angolo fuor del mondo? Io sento
che se mai non v'avessi conosciuto,
oggi non proverei questo tormento;
dell'anima inesperta il turbamento,
chissà, forse col tempo avrei calmato;
un compagno devoto avrei trovato
e sarei diventata anch'io una sposa
fedele e una madre virtuosa.
Un altro?... Un altro no; giammai diritto,
avrei dato ad alcuno di dirmi sua!
Per volere supremo in cielo è scritto
per sempre il mio destino..., io sono tua.
Tutta la vita mia fu certo pegno
del mio incontro con te, della mia sorte;
so che la tua venuta è un divin segno;
tu sarai l'angiol mio fino alla morte...
Oh, quante e quante volte io t'ho sognato;
invisibile ancora io già t'amavo
e al tuo sguardo soave m'incantavo.
Da tanto la tua voce ha risonato
nel mio cuore; non è vaneggiamento;
non appena tu entrasti, palpitare,
riconoscerti e insieme mormorare
a me stessa: "Egli è qui!"- fu un sol momento.
Dì, non è vero che la tua favella
nella mia solitudine ascoltavo,
se davo aiuto a una poverella
o se con la preghiera alla procella
dei pensieri dal ciel pace imploravo?
E non sei forse tu ch'io vedo adesso,
cara visione, farsi a me d'appresso,
e, balenando nella trasparente
oscurità, piegarsi al capezzale?
Non sei tu che alla speme hai dato l'ale,
bisbigliando d'amor teneramente?
Chi sei tu dunque: l'angiol protettore
o un perfido, maligno tentatore?
Sciogli tu il dubbio della mente incerta,
ché forse tutto questo è una chimera,
solo inganno d'un' anima inesperta
e ben diversa è la mia sorte vera.
Ma sia pure così! Il mio destino
nelle tue mani ora e per sempre metto
e, sconvolta dal pianto, a te vicino
solo da te la mia difesa aspetto...

Alla mia vita pensa; io son qui sola
e nessuno m'ascolta e mi capisce,
la mia mente s'oscura e indebolisce,
debbo perire senza una parola.
T'aspetto; con lo sguardo la certezza
dona al cuore dal dubbio travagliato
o questo sogno grave alfine spezza
col tuo biasimo, ahimè, ben meritato.
Finisco; di rileggere ho paura,
vinta dalla vergogna mia rovente,
ma il vostro onor m'è garanzia sicura,
e al vostro onor m'affido arditamente.


Guillaume Apollinaire (Alessio), Il ponte Mirabeau, da Alcools, il Saggiatore, Milano, 1981, Traduzione di Vittorio Sereni

Sotto Pont Mirabeau la Senna va
E i nostri amori
potrò mai scordarlo
C'era sempre la gioia dopo gli affanni

Venga la notte suoni l'ora
I giorni vanno io non ancora

Le mani nelle mani restiamo faccia a faccia
E sotto il ponte delle nostre braccia
Stanca degli eterni sguardi l'onda passa

Venga la notte suoni l'ora
I giorni vanno io non ancora

L'amore va come quell'acqua fugge
L'amore va
come la vita è lenta
E come la speranza è violenta

Venga la notte suoni l'ora
I giorni vanno io non ancora

Passano i giorni e poi le settimane
Ma non tornano
amori né passato
Sotto Pont Mirabeau la Senna va

Venga la notte suoni l'ora
I giorni vanno io non ancora


Mario Luzi (Michele), A Nottola, da "la Repubblica" del 15 ottobre 2004

Perfido giorno
che non vuoi salire,
i minuti sono ore
le ore secoli
per l'uomo che ti aspetta
da una rigorosa prigionia
di silenzio e di immobilità
coatta.
Pensieri nuovi, pensieri
già pensati o casuali
sminuzzano l'insonnia.
Dovrebbe la sequela
Interminabile
non posarsi su nessuna cosa
né perdersi e sfaldarsi
nell'intrico
delle casualità... Ribattono
invece quei pensieri
o ricordi o pensieri ricordati
i casi, i fasti e le vertiginose
nullità del mondo
e vi rimbalzano
dolorosamente.
Anche il tempo è prigioniero
di sé, intendo.

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