I libri in testa
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Sabato 4 febbraio 2006, ore 18
Roma, Libreria Croce
Faccia a faccia con
L'ISOLA DI ARTURO
di Elsa Morante


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Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Le letture
(Michele, voce-contro della serata, ha preferito leggere due brevi testi nei quali, secondo lui, succede molto di più che nel libro della Morante)

        1. Dal Cap I, Re e stella del cielo, incipit
        2. Dal Cap. I, L'isola
        3. Dal Cap. II, Nella luce del ponente
        4. Dal Cap. III, Contro le madri (e le femmine in genere)
        5. Lucy Cousins, Dov'è l'orsacchiotto?
        6. Dal Cap. IV, L'Estero
        7. Dal Cap. V, Le colonne d'Ercole
        8. Dal Cap VI, Sul molo e Bieco individuo
        9. Antonella Abbatiello, da Peppina Girò
        10. Dal Cap VIII, Il piroscafo
        11. Dal Cap VIII, Il piroscafo, finale

Dal Cap I (Giuseppe), Re e stella del cielo, incipit

Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell'antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.
Purtroppo, venni poi a sapere che questo celebre Arturo re di Bretagna non era storia certa, soltanto leggenda; e dunque, lo lasciai da parte per altri re più storici (secondo me, le leggende erano cose puerili). Ma un altro motivo, tuttavia, bastava lo stesso a dare, per me, un valore araldico al nome Arturo: e cioè, che a destinarmi questo nome (pur ignorandone, credo, i simboli titolati), era stata, così seppi, mia madre. La quale, in se stessa, non era altro che una femminella analfabeta; ma più che una sovrana, per me.
Di lei, in realtà, io ho sempre saputo poco, quasi niente: giacché essa è morta, all'età di nemmeno diciotto anni, nel momento stesso che io, suo primogenito, nascevo. E la sola immagine sua ch'io abbia mai conosciuta è stata un suo ritratto su cartolina. Figurina stinta, mediocre, e quasi larvale; ma adorazione fantastica di tutta la mia fanciullezza.
Il povero fotografo ambulante, cui si deve quest'unica sua immagine, l'ha ritratta ai primi mesi di gravidanza. Il suo corpo, pure fra le pieghe della veste ampia, lascia già riconoscere ch'è incinta; ed essa tiene le due manine intrecciate davanti, come per nascondersi, in una posa di timidezza e di pudore. È molto seria, e nei suoi occhi neri non si legge soltanto la sottomissione, ch'è solita in quasi tutte le nostre ragazze e sposette di paese; ma un'interrogazione stupefatta e lievemente spaurita. Come se, fra le comuni illusioni della maternità, essa già sospettasse il suo destino di morte, e d'ignoranza eterna.



Dal Cap. I (Federico), L'isola

Intorno al porto, le vie sono tutte vicoli senza sole, fra le case rustiche, e antiche di secoli, che appaiono severe e tristi, sebbene tinte di bei colori di conchiglia, rosa o cinereo. Sui davanzali delle finestruole, strette quasi come feritoie, si vede qualche volta una pianta di garofano, coltivata in un barattolo di latta; oppure una gabbietta che si direbbe adatta per un grillo, e rinchiude una tortora catturata. Le botteghe sono fonde e oscure come tane di briganti. Nella caffetteria del porto, c'è un fornello di carboni su cui la padrona fa bollire il caffè alla turca, dentro una cuccuma smaltata di turchino. La padrona è vedova da parecchi anni, e porta sempre l'abito nero di lutto, lo scialle nero, gli orecchini neri. La fotografia del defunto è sulla parete, a lato della cassa, cinta di festoni di foglie polverose.
L'oste, nella sua bottega, ch'è di faccia al monumento di Cristo Pescatore, alleva un gufo, legato, per una catenella, a un'asse che sporge in alto dal muro. Il gufo ha piume nere e grige, delicate, un elegante ciuffetto in testa, palpebre azzurre, e grandi occhi d'un color d'oro-rosso, cerchiati di nero; ha un'ala sempre sanguinante perché lui stesso continua a straziarsela col becco. Se tendi la mano a fargli un lieve solletico sul petto, curva verso di te la testolina, con una espressione meravigliata.
Al calar della sera, incomincia a dibattersi, prova a staccarsi a volo, e ricade, ritrovandosi qualche volta starnazzante a testa in giù, appeso alla sua catenella.
Nella chiesa del porto, la più antica dell'isola, vi sono della sante di cera, alte meno di tre palmi, chiuse in teche di vetro. Hanno sottane di vero merletto, ingiallite, mantiglie stinte di broccatello, capelli veri, e dai loro polsi pendono minuscoli rosari di vere perle. Sulle loro piccole dita, di un pallore mortuario, le unghie sono accennate da un segno filiforme, rosso.
Nel nostro porto non attraccano quasi mai delle imbarcazioni eleganti, da sport o da crociera, che popolano sempre in gran numero gli altri porti dell'arcipelago; vi vedrai delle chiatte o dei barconi mercantili, oltre alle barche da pesca degli isolani. Il piazzale del porto, in molte ore del giorno, appare quasi deserto; sulla sinistra, presso la statua di Cristo Pescatore, una sola carrozzella da nolo aspetta l'arrivo del piroscafo di linea, che si ferma da noi pochi minuti, e sbarca in tutto tre o quattro passeggeri, per lo più gente dell'isola. Mai, neppure nella buona stagione, le nostre spiagge solitarie conoscono il chiasso dei bagnanti che, da Napoli e da tutte le città, e da tutte le parti del mondo, vanno ad affollare le altre spiagge dei dintorni. E se per caso uno straniero scende a Procida, si meraviglia di non trovarvi quella vita promiscua e allegra,, feste e conversazioni per le strade, e canti, e suoni di chitarre e mandolini, per cui la regione di Napoli è conosciuta su tutta la terra. I Procidani sono scontrosi, taciturni. Le porte sono tutte chiuse, pochi si affacciano alle finestre, ogni famiglia vive fra le sue quattro mura, senza mescolarsi alle altre famiglie. L'amicizia, da noi, non piace. E l'arrivo d'un forestiero non desta curiosità, ma piuttosto diffidenza. Se esso fa delle domande, gli rispondono di malavoglia; perché la gente, nella mia isola, non ama d'essere spiata nella propria segretezza.
Sono di razza piccola, bruni, con occhi neri allungati, come gli orientali. E si direbbero tutti parenti fra di loro, tanto si rassomigliano. Le donne, secondo l'usanza antica, vivono in clausura come le monache. Molto di loro portano ancora i capelli lunghi attorcigliati, lo scialle sulla testa, le vesti lunghe, e, d'inverno, gli zoccoli, sulle grosse calze di cotone nero; mentre che d'estate certune vanno a piedi nudi. Quando passano a piedi nudi, rapide, senza rumore, e schivando gli incontri, si direbbero delle gatte selvatiche o delle faine.
Esse non scendono mai alle spiagge; per le donne, è peccato bagnarsi nel mare, e perfino vedere altri che si bagnano, è peccato.
Spesso, nei libri, le case delle antiche città feudali, raggruppate e sparse per la valle e sui fianchi della collina, tutte in vista del castello che le domina dalla vetta più alta, sono paragonate a un gregge intorno al pastore. Così, anche a Procida, le case, da quelle numerose e fitte giù al porto, a quelle più rade su per le colline, fino ai casali isolati della campagna, appaiono, da lontano, proprio simili a un gregge sparso ai piedi del castello. Questo si leva sulla collina più alta, (la quale fra le altre collinette, sembra una montagna); e, allargato da costruzioni sovrapposte e aggiunte attraverso i secoli, ha acquistato la mole d'una cittadella gigantesca. Alle navi che passano al largo, soprattutto la notte, non appare di Procida, che questa mole oscura, per cui la nostra isola sembra una fortezza in mezzo al mare.
Da circa duecento anni, il castello è adibito a penitenziario: uno dei più vasti, credo, di tutta la nazione. Per molta gente, che vive lontano, il nome della mia isola significa il nome d'un carcere.
Sul lato di ponente che guarda il mare, la mia casa è in vista del castello; ma a una distanza di parecchie centinaia di metri in linea d'aria, al di là di numerosi piccoli golfi da cui, la notte, si staccano le barche dei pescatori con le lampare accese. La lontananza non lascia distinguere le inferriate dalla finestruole, né il via-via dei secondini intorno alle mura; così che, soprattutto l'inverno, quando l'aria è brumosa e le nubi in cammino gli passano davanti, il penitenziario potrebbe sembrare un maniero abbandonato, come se ne trovano in tante città antiche. Una rovina fantastica, abitata solo dai serpi, dai gufi e dalle rondini.


Dal Cap. II (Alessio), Nella luce del ponente

Le sue guance erano piene e rotonde, come in quei volti che, ancora, non hanno preso forma precisa della gioventù. E i suoi labbri, un poco screpolati dal freddo, somigliavano a certi fruttini rossi (sempre un poco rosicchiati dagli scoiattoli, o dai conigli selvatici), che crescono a Vivara.
Adesso, che m'appariva per la prima volta in piena luce, la sua faccia dimostrava ancora meno dell'età che io le avevo dato da principio, sul molo. Se il suo corpo, alto e sviluppato, non l'avesse smentita, si sarebbe creduto, a vederla, ch'essa era ancora negli anni dall'infanzia. La sua pelle era chiara, pura e liscia, quasi che perfino la tela, con ci s'asciugava il viso, fosse stata attenta a non sciuparla. Essendo donna, certo essa aveva passato tutta la sua vita rinchiusa: perfino sulla fronte, e intorno agli occhi, dove noialtri, avvezzi al sole, abbiamo sempre qualche ruga o qualche macchia, lei non aveva nessun segno. Le sue tempie erano d'una bianchezza quasi trasparente: e nell'incavo delle sue orbite, sotto l'occhio, la sua pelle bianca, intatta e liscia somigliava a quei petali delicati, che aperti non durano nemmeno un giorno, e appena cogli il fiore, si ombrano.
Il suo collo, sotto quel gran capo chiomato, appariva assai sottile, ma dalla gola al mento c'era una curva ricolma, tenera. Là, elle era di un colore ancora più candido che in viso; e adesso, là vicino, le si era posato un boccolo nero. Altre due frezze più lunghe, tutte inanellate, le toccavano una spalla, e dietro la nuca, quasi sotto l'orecchio, le spuntavano alcuni ricciolini corti, simili a quelli della capre. Dei grandi riccioli pesanti le coprivano al fronte fino ai sopraccigli; e sulla tempia, invece, aveva un boccoletto leggero, fino, che si muoveva a ogni respiro.
[...]
Mentre si riassettava, per istinto, i capelli, ella non sapeva liberarsi, tuttavia, dalla sua misteriosa paura, e aveva un'aria sperduta, di allarme, vicino a mio padre.


Dal Cap. III (Giuseppe), Contro le madri (e le femmine in genere)

Allora, d'un tratto la matrigna dette una grande scrollata di capelli e avanzò il mento, in aria d'insubordinazione e di sfida: - Quello là, - proruppe, invasa da uno strano spirito battagliero, - quello Stregone s'era scordato della madre sua! a parlare così delle femmine! eh! ma se non era una femmina, a lui chi lo faceva? - Qui essa prese a dondolarsi, in una attitudine di tale vanto, e orgoglio, da apparire quasi sfrontata: - Che lo sanno pure gli ignoranti, e pure le crape, - seguitò a dire, - lo sanno, quant'è bella la madre! E di lei nessuno mai se ne scorda, che è il primo amore di tutti! Che perfino...
- Sta' zitta, brutta diavola scarmigliata, - la interruppe mio padre.
E tornando a buttarsi sul letto, ebbe una nuova risata, ma fremente e scomposta, assai diversa dalla risata di pocanzi: - La madre! - ripeté. - L'antenato mio, - dichiarò poi in trionfo, rivolto alla matrigna, - non aveva nessuna madre! lui era nato da un incontro fra una nube e un tuono!
- Eeh! - fece la matrigna, scettica, - una nube e un tuono!
- Sì! per fortuna sua! Così potesse ognuno nascere da... un tronco d'albero,... da un cratere di vesuvio,... da una pietra focaia... da qualsiasi cosa che non tenesse viscere di femmina!
- ... Ma... le femmine... sacrificano tutto... per i figli loro... - si provò ancora ad obiettare la matrigna (benché spaurita da quelle invettive?. - Basta, ti ho detto, fa' silenzio! - la interruppe di nuovo mio padre, - sacrificano... Vuoi sapere una importante Verità Eterna, tu diavolessa, tigre? Impara: IL SACRIFICIO È LA SOLA, VERA PERVERSIONE UMANA. Non mi piace a me, il sacrificio. E i sacrifici materni... Aah! Per quante maligne femmine uno possa incontrare nella vita, la peggiore di tutte è la propria madre! questa è un'altra verità eterna!
[...]
- ... Almeno, - egli diceva, proseguendo il suo ragionamento, - dalle altre femmine, uno può salvarsi, può scoraggiare il loro amore; ma dalla madre chi ti salva? Essa ha il vizio della santità... non si sazia mai di espiare la colpa d'averti fatto, e, finché è viva non ti lascia vivere, col suo amore.
[...]
Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te! E se tu hai voglia di sottrarti a un simile sopruso, a una simile persecuzione, essa ti chiama Giuda! Precisamente, tu saresti un traditore, perché ti va di girare per le vie, alla conquista dell'universo, mentre che lei vorrebbe tenerti sempre con sé, nella sua dimora d'una camera e cucina.
[...]
Qualsiasi fenomeno del cosmo, o evento della storia, a lei non si manifesta se non in relazione a te. A questo modo, il creato rischia di diventarti una gabbia. Lei ne sarebbe contenta, perché il suo amore non sogna altro. In realtà, essa vorrebbe sempre tenerti prigioniero, come al tempo ch'era incinta di te.
[...]
Tanto io che la matrigna avevamo ascoltato questo grande sfogo di mio padre senza fiatare; ma io, pur tacendo i miei dubbi, mi sentivo alquanto sconcertato. Difatti, non solo le argomentazioni paterne non mi avevano guarito dal mio nativo e infelice amore per le madri; ma, al contrario, più di una volta, ascoltando, io m'ero sorpreso involontariamente a pensare: "Maledizione! Si direbbe proprio che chi ha una fortuna, non sa che farsene; mentre chi la gradirebbe, non ce l'ha..."
In realtà, le ragioni portate dal nostro Capo per dimostrare i torti delle madri, erano, almeno in gran parte, proprio le medesime per le quali io, invece, mi rammaricavo, da sempre, d'essere orfano! L'idea di una persona che amasse unicamente Arturo Gerace, a esclusione di qualsiasi altro individuo umano; e per la quale Arturo Gerace rappresentasse il sole, il centro dell'universo; era un'idea che non urtava affatto il gusto mio.


Lucy Cousins (Michele), Dov'è l'orsacchiotto?, Mondadori, 1999, traduttore non citato (lettura integrale)

Pina non trova più il suo orsacchiotto.
Aiutala a cercarlo.

L'orsacciotto è nella lavatrice?
No, non è qui.

È nel water?
No!

È sotto il lavandino?
No, non è qui!

È nella cesta della biancheria?
No, non è qui!

È nella scatola dei giocattoli?
Sì!

Dov'è l'orsacchiotto ora?
Tutto accoccolato con Pina.


Dal Cap. IV (Federico), L'Estero

Tutti i paesi che non fossero Napoli e dintorni per lei restavano irreali e disumani, come lune; e a citarle una distanza anche mediocre, di due, tremila chilometri, fino il bianco dei suoi occhi si faceva cinereo, come davanti a una vertigine o a uno spettro: "E così - essa tornava a dire - davvero tu te ne andrai così distante, solo!". Solo, nel suo linguaggio, significava senza mio padre, senza nessun parente. Guardava il circolo dell'Artide, e osservava: "E tu vuoi andartene solo per quei terreni ghiacciati!". Guardava i rilievi scuri delle altitudini, e commentava: "E da qui a un anno, tu già vorresti andare isolato in mezzo a quelle montagne!".
A udire il suo accento, pareva che i viaggi non fossero, come sono, una festa, un piacere meraviglioso; ma una cosa amara, innaturale. Così (per fare degli esempi), un cigno intristisce lontano dai suoi laghi; e una tigre asiatica non sente nessuna ambizione di visitare l'Europa; e una gatta piangerebbe all'idea di lasciare la sua loggia per recarsi in crociera.
Ho idea, poi, che dalle mie informazioni ella non dovesse dedurre una opinione troppo rassicurante dell'Estero. La mia parola, per lei, era Vangelo, a quanto sembra; e io avrei potuto scacciare dalla sua mente ogni visione calamitosa e convincerla, magari, che le terre forestiere erano tutte un bel giardino tranquillo; ma non me ne davo la pena. Anzi, ci tenevo, piuttosto, a lasciarle credere il contrario. E suppongo che, attraverso quei nostri dialoghi stentati, ella s'andasse rappresentando l'orbe terrestre, fuori dai confini di Napoli, come un seguito di pampe, di steppe e di foreste tenebrose, corso da belve, da pellirosse e da cannibali, e tale che solo dei tipi audaci osavano di esplorarlo. Ogni tanto, le mie silenziose, affascinanti meditazioni sulle carte geografiche erano interrotte da lei che, con quella nuova asprezza, mi domandava, a esempio: - Là nelle zone quatoriali c'è la Posta per Procida? - Oppure, dopo aver cercato inutilmente, con le pupille, l'isola di Procida in mezzo al Pacifico o all'Indiano, obiettava con voce spenta: - Tu dici che vai, e prendi il comando d'una barca, che in quei paesi là dell'Africa, è cosa che subito si fa... e nemmeno costa assai... Ma poi sarà gente brava, quella? Da uscirtene solo assieme a essi su una barca! E quando poi ti trovi là isolato in altomare, in mezzo a tutti marinai più anziani... se un giorno, mettiamo, quelli ti si rivoltano? dicendo che non hai ancora l'età per fare il comandante? chi ti difende? senza nessuno della famiglia vicino a te!
Finalmente una sera io le dissi: - Fammi un piacere, non distrarmi più coi tuoi discorsi, quando studio, - ed essa divenne muta. Io, simile a un conquistatore nella sua tenda campale, tracciavo delle linee col carbone attraverso gli oceani e i continenti: da Mozambico, a Sumatra, alle Filippine, al Mar dei Coralli... e intorno a questo mio lavoro regnava un grande silenzio sospeso. L'ho chiamato lavoro, e forse era un gioco, ma per me era più bello che scrivere una poesia; giacché a differenza delle poesie, (che hanno il loro fine in se stesse), esso preparava l'azione, della quale nessuna cosa è più bella! Quelle linee di carbone mi rappresentavano la scia sfavillante della nave Arturo: la certezza dell'azione mi aspettava, come, dopo i bei sogni della notte, s'accende il giorno, che è la bellezza perfetta. Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l'isola, e quella mia primitiva felicità non erano altro che una imperfetta notte; anche gli anni deliziosi con mio padre, anche quelle sere là con lei! erano ancora la notte della vita, in fondo l'ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia...


Dal Cap. V (Alessio), Le colonne d'Ercole

Ero curioso di sapere se questo sonnifero dava pure dei sogni. E chi sa se anche nella morte non si hanno dei sogni? Così supponeva quel buffone dei Amleto; ma io non sono un buffone al pari di lui e capisco bene la verità: che nella morte non c'è più niente. Né riposo, né veglia, né spazio d'aria, né mare, e nessuna voce. Chiusi gli occhi, e mi sforzai per un minuto di fingermi sordo e cieco, ristretto nel mio corpo senza potermi più muovere, isolato da ogni pensiero... M no, non basta: la vita, là nel fondo, rimane, come un punto acceso, moltiplicato da mille specchi! La mia fantasia non saprà mai concepire la ristrettezza della morte. (...) E mi pareva, simile ai marinai antichi dinanzi alle Colonne d'Ercole, di dover salpare fra poco su una corrente torbida, che mi trascinerebbe via dal mio caro paesaggio verso qualche fossa tenebrosa. (...) Simile al re Ulisse, quando doppiava la scogliera delle Sirene, mi sentivo libero e solo dinanzi a una scelta: o la prova, o la rinuncia! E m'invase un gusto di gioco misterioso e inaudito, e di sfida temeraria: come s'io fossi un audace ufficiale che, dopo lo spegnersi dei fuochi, e mentre le sentinelle dormono, fa una scorribanda nel campo nemico, fidando nell'impunità di una notte senza luna, solo, senza nessuna scorta!
Risento ancora il sapore della prima di quelle pastiglie sulla lingua: era insignificante, lievemente salato, e appena amarognolo. Mandai giù, con un sorso di vino, e ogni cosa là intorno era rimasta uguale: mi pareva, soltanto, che fino al limite dell'orizzonte si fosse fatto un silenzio affascinato, come al Circo, quando il prode trapezista si slancia nel doppio salto della morte. Seguitai, con impazienza e spensieratezza, inghiottendo col vino due o tre pastiglie per volta; e credo che l'azione del vino precedette quella del sonnifero, giacché non tardai a sentirmi ubriaco. S'incominciò a udire un lontano ronzio, e io supposi che migliaia di pesci-sega andassero segando l'isola alla sua radice. M'aspettavo che l'intero paesaggio rovinasse, e un simile evento mi appariva quasi riposante. Difatti, la bella mattinata, che prima mi piaceva, adesso m'era diventata repulsiva e tediosa. L'immenso pulviscolo del sole mi offendeva i nervi, torpido e sulfureo come una pestilenza. Mi venne la voglia di rigettare là sull'erba il vino e tutto il resto; ma mi rattenni; e con l'assurda idea di andare a riposarmi all'ombra, riuscii a levarmi in piedi. Credo che mossi pure qualche passo; ma sentivo di avere in capo un elmetto di metallo pesante, calcato fino sui sopraccigli, il quale non si poteva mai più togliere e con la sua tesa mi annerava la vista. Questa fu l'ultima cosa di cui ebbi coscienza. Non mi accorsi neppure di cadere; e da quel momento l'universo sparì per me. Non m'accorsi più di nulla, non ricordai, né pensai, né sentii più nulla!


Dal Cap VI (Elvio), Sul molo e Bieco individuo

Non ubbidii, però, alla sua ingiunzione di avviarmi a casa: volli anzi, quasi per una sfida, rimanere sulla banchina. E mosso un qualche passo indolente, mi arrestai a poca distanza da lui, presso una catasta di merci a cui mi appoggiai col fianco, nell'attitudine che hanno i guappi in certe vignette della malavita. Non volevo, a nessun costo, mostrargli la mia mortificazione amara. Ma egli, pago d'esser lasciato solo, non si preoccupava di constatare se gli avessi ubbidito o no. Rimaneva fermo presso la scaletta dell'attracco, la sua valigia ai piedi, come in attesa di qualcuno che dovesse fra poco sbarcare dal suo stesso piroscafo; e intanto teneva le palpebre sdegnosamente basse, senza badare né a me, né a nessuna cosa intorno. Chi poteva essere, dunque, il passeggero ritardatario ch'egli aspettava? Forse, stavolta, non era arrivato solo all'isola? Fra queste supposizioni, in segno di arroganza, io non distaccavo gli occhi da lui; e notai quanto fosse dimagrito. Il suo abito, ancora lo stesso dell'inverno, gli stava largo il doppio. Sotto, la camicia sbottonata scopriva la sua pelle bianca bianca: evidentemente, malgrado la stagione bella e calda, egli, quest'anno, ancora non aveva mai preso il sole.
Accese una sigaretta, e subito la buttò via. Mi accorsi allora che le sue mani tremavano; e che l'impassibilità del suo contegno tradiva, a suo dispetto, la strenua risolutezza di ricacciare un'ansia esaltata, rovinosa e infantile. Era chiaro che la misteriosa persona, che in questo momento si faceva aspettare da lui, esercitava una rara sovranità sui suoi pensieri. Ma, per un'ultima pretesa dell'orgoglio, egli voleva fingere a se stesso di non partecipare troppo, con la propria attenzione vigilante, a quest'attesa fedele e affascinata; ed era perciò che abbassava gli occhi a terra, stornandoli ferocemente proprio da quel ponte, da quella scaletta, verso i quali più si tendevano i suoi nervi ansiosi!
Ma chi aspettava, dunque? Oramai, secondo ogni evidenza, i pochi passeggeri destinati a Procida erano tutti sbarcati dal piroscafo: tanto che già s'eran fatti salire i partenti, e s'attendeva solo il segnale d'orario per toglier l'ormeggio e salpare. "Forse, - pensai con ironia, - aspetta qualche ergastolano". Ai nuovi ospiti del Penitenziario, infatti, si riserbava, per lo sbarco, l'ultimo turno: quando il movimento delle partenze e arrivi cessava, e si diradava la piccola folla sulla banchina.
[...]
... d'un tratto lo vidi trasalire, e i suoi occhi, pieni di luce, infantili, azzurri, levarsi istintivamente verso il ponte di coperta del battello. In quell'istante medesimo, l'atteso terzetto, ormai familiare agli abitanti dell'isola, apparve sul ponte, dirigendosi alla scaletta. Allora, mi sorprese un sentimento inconsueto, forse infernale e miserabile!


Antonella Abbatiello (Michele), da Peppina Girò, La Coccinella, 2001

Là fuori una luna grande grande trovò
e subito un poco si spaventò,
però Peppina piccina picciò
si fece coraggio e continuò.


Dal Cap VIII (Elvio), Il piroscafo

Tenevo la coperta sulle spalle alla moda siciliana, per uso di mantello; ma in verità non faceva freddo, neanche adesso che il vento sciroccale era caduto. Si capiva, dal riflesso lustro dei sassi, che doveva aver piovuto durante la notte. Qua e là, per il cielo stracciato, erano visibili le piccole stelle dicembrine, e un'ultima falce di luna spargeva un pallidissimo barlume di crepuscolo. Il mare, steso dalla pioggia senza vento, oscillava appena assonnato e monotono. E io, avanzando lungo il mare in quel grande mantello, mi sentivo già una specie di masnadiero, senza casa, né patria, con un teschio ricamato sulla divisa!
Dalla campagna, già si udivano cantare i galletti. E d'un tratto, un rimpianto sconsolato mi si appesantì sul cuore, al pensiero del mattino che si sarebbe levato sull'isola, uguale agli altri giorni: le botteghe che si aprivano, le capre che uscivano dai capanni, la matrigna e Carminiello che scendevano nella cucina... Se, almeno, fosse durato sempre il presente inverno, malaticcio e smorto, sull'isola! Ma no, anche l'estate, invece, sarebbe tornata immancabilmente, uguale al solito. Non la si può uccidere, essa è un drago invulnerabile che sempre rinasce, con la sua fanciullezza meravigliosa. Ed era un'orrida gelosia che mi amareggiava, questa: di pensare all'isola di nuovo infuocata dall'estate, senza di me! la rena sarà di nuovo calda, i colori si riaccenderanno nelle grotte, i migratori, di ritorno dall'Africa, ripasseranno il cielo... e in simile festa adorata, nessuno: neppure un qualsiasi passero, o una minima formica, o un infimo pesciolino del mare, si lagnerà di questa ingiustizia: che l'estate sia tornata sull'isola, senza Arturo! In tutta l'immensa natura, qua intorno, non resterà neppure un pensiero per A. G. come se, per di qua, un Arturo Gerace non ci fosse passato mai!
Mi stesi, nella mia coperta, su quei sassi bagnati e lividi, e chiusi gli occhi, fingendo per un poco d'esser tornato indietro, a qualche bella, passata stagione; e di trovarmi disteso sulla rena della mia spiaggetta; e che quel vicino fruscio fosse il mare sereno e fresco di là a basso, pronto a ricevere la Torpiniera delle Antille. Il fuoco di quella infinita stagione puerile mi montò al sangue, con una passione terribile che quasi mi faceva mancare. E l'unico amore mio di quegli anni tornò a salutarmi. Gli dissi ad alta voce, come se davvero lui fosse lì accosto: - Addio, pà.
Subitaneo, il ricordo della sua persona mi accorse alla mente: non come una figura precisa, ma come una specie di nube che avanzava carica d'oro, azzurro torbido; o come un sapore amaro; o un vocio quasi di folla, ma invece erano gli echi numerosi dei suoi richiami e parole, che ritornavano da ogni punto della mia vita. E certi tratti propri di lui, ma quasi trascurabili: una sua alzata di spalle; un suo ridere distratto; oppure la forma grande e negletta delle sue unghie; le giunture delle sue dita; o un suo ginocchio graffiato dagli scogli... ritornavano isolati, a farmi battere il cuore, quasi unici simboli perfetti di una grazia molteplice, misteriosa, senza fine... e di un dolore che mi si faceva più acerbo per questo motivo: perché sentivo che esso era una cosa fanciullesca; pari a un incontro di correnti turbinose, esso si precipitava tutto quanto in questo presente, breve passaggio d'addio! E dopo, lo avrei dimenticato, naturalmente, tradito. Di qui sarei passato a un'altra età, e avrei riguardato a lui come a una favola.


Dal Cap VIII (Giuseppe), Il piroscafo, finale

Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi a Silvestro: - Senti. Non mi va di vedere Procida mentre s'allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia... Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò, fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio ch'io non guardi là. Tu avvisami, a quel momento.
E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza alcun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse:
- Arturo, su, puoi svegliarti.
Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L'isola non si vedeva più.

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