I libri in testa
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Sabato 3 dicembre 2005, ore 18
Roma, Libreria Croce
Fuori l'autore
Battuta di caccia tra narrativa e poesia


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Le letture (e i premi)

        1. Federico García Lorca, due poesie
        2. Beppe Fenoglio, da La malora
        3. Albert Camus, da Lo straniero
        4. Gabriele d'Annunzio, da Trionfo della morte
        5. Milan Kundera, da L'insostenibile leggerezza dell'essere
        6. Silvio D'Arzo, da Casa d'altri
        7. Constantinos Kavafis, da Un'ombra fuggitiva di piacere
        8. Carlo Emilio Gadda, da La cognizione del dolore
        9. Charles Dickens, da Tempi difficili
        10. Dino Buzzati, da Il deserto dei tartari

Federico García Lorca (Elvio), due poesie da Tutte le poesie, Garzanti, 1976, traduzione di Carlo Bo, volume II (cerotti)

Il poeta chiede al suo amore di scrivergli

Amor delle mie viscere, viva morte,
invano aspetto tue parole scritte
e penso, con il fiore che appassisce,
che se vivo senza di me voglio perderti.

Il vento è immortale. La pietra inerte
non conosce l'ombra né la evita.
Cuore interiore non ha bisogno
del miele gelato che la luna versa.

Mi hai fatto male. Tagliai le mie vene,
tigre e colomba, sulla tua cintura
in un duello di morsi e di gigli.

Colma, dunque, di parole la mia follia
o lasciami vivere nella mia serena
notte dell'anima ormai per sempre oscura.

Il cozzo e la morte

Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò un lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.

Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l'ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d'arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
Solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l'arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte pose le uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.

Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s'iridava d'agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.
E la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah! che terribili cinque della sera.
Eran le cinque a tutti gli orologi!
Eran le cinque nell'ombra della sera.


Beppe Fenoglio (Alessio), da La malora, Einaudi, 1997, pagg. 83-84 (Vino rosso "Aglianico" da 250 ml.)

La casa era malandata: il tetto era tutto da ripassare, il muro verso Belbo gonfio come la pancia d'uno che ha il mal dell'acqua, e dalle impannate ci sarebbe passato un lupo altro che il vento. Ma mi sarei dato da fare anche come muratore e come falegname. Pure la terra era tutta da ripassare, si vedeva da lontano un miglio che Stefano non ci aveva dato dentro. Ma adesso le avrei fatto sentire la mia vanga, bastava che tirassi per mio conto come avevo tirato sotto Tobia, e per poco che la fortuna m'accompagnasse e mia madre m'aiutasse col suo lavoro delle robiole, si poteva sperare di toglierci una buona volta da necessitare, e se poi m'andava dritta dritta un po' d'anni, potevo anche tornare in quello che mio padre aveva dovuto vendere.
La prime mattine, avevo un bel chiodo, la prima cosa che facevo da alzato era guardare dalla finestra se la mia terra c'era ancora, se nella notte una frana non me l'avesse mangiata, come ho sentito dire che è capitato a gente delle parti di Cissone e di Somano. Quelle poche giornate volevano dire che nella mia vita non ci sarebbe mai più stato un Tobia, e in quanto a Stefano gli avrei liquidato la sua parte appena potevo, già mi sognavo il giorno che andavamo insieme a Dogliani a far lo strumento. Un po' per giorno venivo a sapere le cose successe mentre io ero via. La più grossa era che non avevamo più la riva da legna. Per far fronte, mia madre e Stefano avevano venduto il resto della riva e d'inverno si scaldavano con la legna che Stefano usciva a rubare di notte. Finché i padroni gli fecero la posta, i Gherardi del mulino, e mentre che lui aveva le braccia cariche di legna gli saltarono addosso e a momenti gliene davano una di più di quante poteva portarne; mio fratello stette a letto una ventina di giorni, ma alle orecchie del maresciallo di Bossolasco non arrivò niente.
Adesso mi viene freddo nel filo della schiena se penso che alla mira che eravamo non ci voleva più che un soffio a perdere la terra e la casa e restare solo più con le nostre braccia al mondo.


Albert Camus (Federico), da Lo straniero, Bompiani, 1992, traduzione di Alberto Zevi (filtro di ricambio TODIS UTILITY per caffettiera)

Appena mi ha visto si è sollevato un po' e ha messo la mano in tasca. Io, naturalmente, ho stretto la rivoltella di Raimonde nella giacca. Allora si è abbandonato di nuovo all'indietro, ma senza togliere la mano di tasca. Ero abbastanza distante da lui, a una decina di metri. A tratti indovinavo il suo sguardo dietro le palpebre socchiuse. Ma più spesso la sua immagine ballava davanti ai miei occhi, nell'aria infuocata. Il rumore delle onde era ancora più pigro, più ritmato che a mezzogiorno. Era quello stesso sole, quella stessa luce nella stessa spiaggia, che ora si prolungava qui. Erano già due ore che la giornata non avanzava, due ore che aveva gettato l'ancora in un oceano di metallo fuso. All'orizzonte è passata una piccola nave e ne ho intravisto la macchia nera con la coda dell'occhio perché non cessavo di fissare l'arabo.
Pensai che potevo cavarmela facendo un semplice dietro-front. Ma dietro a me si addossava tutta una spiaggia vibrante di sole. Ho fatto qualche passo verso la fonte. L'arabo non si è mosso. In fondo, era ancora piuttosto lontano. Forse a causa delle ombre che aveva sul viso, mi sembrò che ridesse. Ho aspettato. Ora il sole mi bruciava anche le guance e ho sentito delle gocce di sudore accumularsi nelle sopracciglia. Era lo stesso sole di quel giorno che avevo sotterrato la mamma e, come allora, era la fronte che mi faceva più soffrire: tutte le vene mi battevano insieme sotto la pelle. A causa di quel bruciore che non potevo più sopportare ho fatto un movimento in avanti. Sapevo che era stupido, che non mi sarei liberato dal sole spostandomi di un passo. Ma ho fatto un passo, un solo passo in avanti. E questa volta, senza alzarsi, l'arabo ha estratto il coltello e me l'ha presentato nel sole.
La luce ha balenato sull'acciaio e fu come una lunga lama scintillante che mi colpisse alla fronte. In quello stesso momento, il sudore dalle mie sopracciglia è colato di colpo giù sulle palpebre e le ha ricoperte di un velo tiepido e denso. Non sentivo più altro che il risuonare del sole sulla mia fronte e, indistintamente, la sciabola sfolgorante sprizzata da coltello che mi era sempre di fronte. Quella spada ardente mi corrodeva le ciglia e frugava nei miei occhi dolorante. È allora che tutto ha vacillato. Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell'impugnatura e è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l'equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.


Gabriele d'Annunzio (Giuseppe), da Trionfo della morte, Mondadori, 2000, pag. 43 (2 rotoli Maxi Asciugatutto)

Una paura l'assalse, atroce, ch'egli potesse rimpiangere la donna d'una volta, sospirare le dolcezze trascorse, credere di aver raggiunto il sommo dell'ebbrezza soltanto allora. Pensava: "I suoi ricordi mi hanno empita l'anima di malinconia. A stento ho trattenuto le lacrime. Anch'egli, forse, dentro di sé è triste; chi sa com'è triste! Tanto dunque il passato pesa all'amore?" Pensava: "Egli forse è stanco di me. Egli forse non lo sa, non lo confessa neanche a sé medesimo; s'illude. Ma forse non può più prendere da me nessuna gioia, e forse mi tiene cara soltanto perché trova in me i motivi delle sue care afflizioni. Ma anch'io rari momenti ho di vera gioia, accanto a lui; anch'io soffro; eppure l'amo, ed amo la mia sofferenza, e non ho altro desiderio se non di piacergli, e non concepisco la vita senza questo amore. Perché dunque, amandoci, siamo tristi?" Ella si appoggiava forte al braccio dell'amato e lo guardava con occhi in cui l'ombra dei pensieri dava alla tenerezza un'espressione più profonda.
"Due anni fa, su quest'ora, uscivamo insieme dalla cappella; ed egli mi parlava di cose estranee all'amore, con una voce che mi toccava l'anima, che mi posava su l'anima la carezza delle labbra, una carezza tutta ideale eppure assaporata da me come un lento bacio. Io tremavo, d'un tremito incessante, sentendo nascere dentro di me un sentimento ignorato. L'ora fu divina. Oggi cade il secondo anniversario; e noi ci amiamo. Dianzi egli parlava, e la sua voce mi turbava in maniera diversa ma pur sempre a dentro. Abbiamo d'innanzi a noi una sera deliziosa. Perché rimpiangere il giorno lontano? La nostra libertà, la nostra intimità presente non valgono le incertezze e le esitazioni di quel tempo? Gli stessi ricordi numerosi non aggiungono un fascino di più alla nostra passione? Io l'amo; io mi do a lui tutta quanta, non ho d'innanzi al suo desiderio nessun pudore. Io ho ora il gusto profondo della voluttà; ed egli me l'ha dato, egli solo, ed io l'ho per lui. In due anni egli mi ha trasformata, mi ha fatta un'altra; mi ha dato nuovi sensi, un'anima nuova, un nuovo intelletto. Io sono la sua creatura. Egli può inebriarsi di me, come d'un suo pensiero. Io gli appartengo tutta quanta, ora e sempre." Ella gli chiese, stringendosi forte a lui, appassionatamente:
- Non sei felice?
Turbato dal suono di quella domanda, investito come da un soffio caldo improvviso, egli ebbe un brivido vero di felicità. Rispose:
- Tanto felice!
E udirono, con un palpito concorde, il fischio del vapore.


Milan Kundera (Michele), da L'insostenibile leggerezza dell'essere, Adelphi, 1989, traduzione di Giuseppe Dierna, parte prima, cap. 3 (accendifuoco "TRIONFO")

Tomas aveva incontrato Teresa per la prima volta circa tre settimane prima in una piccola città della Boemia. Non erano stati assieme nemmeno un'ora. Lei lo aveva accompagnato alla stazione e aveva aspettato con lui fino al momento in cui era salito in treno. Dieci giorni dopo venne a trovarlo a Praga. Fecero l'amore subito, il giorno stesso. Quella notte le venne la febbre e rimase perciò l'intera settimana nel suo appartamento con l'influenza.
Egli provò allora un inspiegabile amore per quella ragazza quasi sconosciuta; gli sembrava che fosse un bambino che qualcuno aveva messo in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente di un fiume perché Tomas lo tirasse sulla riva del suo letto.
Rimase da lui una settimana finché non fu guarita, poi tornò nella sua città, a duecento chilometri da Praga. E qui era giunto l'istante di cui parlavo e che vedo come la chiave della vita di Tomas: egli è alla finestra, gli occhi fissi al di là del cortile sul muro della casa di fronte, e riflette:
Deve chiederle di tornare a Praga per sempre? È una responsabilità che lo spaventa. Se adesso la invitasse a casa sua, lei verrebbe, per offrirgli tutta la sua vita.
Oppure non deve più sentirla? In tal caso, Terza rimarrà una cameriera in un ristorante di provincia e lui non la rivedrà mai più.
Voleva o no che lei lo raggiungesse?
Guardava in cortile, gli occhi fissi sul muro di fronte, e cercava una risposta. Ritornava sempre a vederla distesa sul suo divano; non gli ricordava nessuna persona della sua vita passata. Non era né un'amante né una moglie. Era un bambino che lui aveva tirato fuori da una cesta spalmata di pece e aveva adagiato sulla riva del proprio letto. Si era addormentata. Lui le si inginocchiò accanto. Il respiro febbricitante si fece più rapido, si sentì un debole lamento. Appoggiò il viso a quello di lei e le sussurrò nel sonno parole rassicuranti. Dopo qualche istante gli parve che il respiro si fosse calmato e che il viso di lei si sollevasse meccanicamente verso il suo. Sentiva dalle sue labbra l'odore un po' acre della febbre e lo aspirò come se avesse voluto impregnarsi dell'intimità del suo corpo. Allora si immaginò che lei fosse lì da lui già da molti anni e che stesse morendo. All'improvviso ebbe la chiara sensazione che non sarebbe sopravvissuto alla sua morte. Le si sarebbe disteso accanto e avrebbe desiderato di morire insieme a lei. Premette il viso sul cuscino accanto alla sua testa e rimase così a lungo.
Adesso stava alla finestra e tornava col pensiero a quell'istante. Che altro poteva essere se non l'amore, che era venuto in quel modo da lui a farsi riconoscere?
Ma era davvero l'amore? Quel voler morire accanto a lei era evidentemente un sentimento eccessivo: era solo la seconda volta in vita sua che la vedeva! Non si trattava piuttosto dell'isteria di un uomo che, scoprendo nel profondo della sua anima la propria incapacità di amare, aveva cominciato a fingere l'amore con se stesso? D'altra parte, il suo subconscio era tanto vigliacco da scegliere per la sua commedia quella povera cameriera di provincia che non aveva praticamente nessuna possibilità di entrare nella sua vita!
Guardava i muri sporchi del cortile e si rendeva conto di non sapere se fosse isteria o amore.
E gli dispiaceva che in una situazione simile, quando un vero uomo avrebbe saputo immediatamente come agire, lui esitava [...].
Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva.
Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla con altre vite future.
È meglio stare con Tereza o rimanere solo?
Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L'uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia a uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
"Einmal ist keinmal". Tomas ripeté tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l'uomo può vivere soltanto una vita, è come se non vivesse affatto.


Silvio D'Arzo (Elvio), da Casa d'altri, Einaudi, 2003 (sapone da bucato)

Fu una sera. Sul finire d'ottobre.
Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste: così. Senza nemmeno un pensiero. Era tardi, era freddo, ero ancora per strada: dovevo scendere a casa, ecco tutto.
L'ombra proprio non era ancor scesa: campanacci di pecore e capre si sentivano a tratti qua e là un po' prima della prata dei pascoli. Proprio l'ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa: brutt'ora. Uno scoiattolo attraversò di corsa la strada sgusciandomi quasi fra i piedi.
Solo allora, giù in fondo al canale che scorreva un venti metri di sotto, china a lavar biancheria o stracci vecchi o budella o qualcosa di simile, vidi una donna un po' più vecchia di me. Sulla sessantina, sapete.
In mezzo a tutto quel silenzio e a quel freddo e a quel livido e a quell'immobilità un poco tragica, l'unica cosa viva era lei. Si chinava, e mi pare anche a fatica, affondava gli stracci nell'acqua, li torceva e sbatteva su un sasso: poi li affondava, torceva e sbatteva, e via ancora così. Né lentamente né in fretta, e senza mai alzar la testa.
Mi fermai sopra il ciglio a guardarla. Un sasso scivolò giù, fino in acqua, ma la vecchia nemmeno s'accorse. Solo una volta s'interruppe un momento. Si mise una mano sul fianco, diede un'occhiata alla sua carriola sull'argine e alla capra che frugava fra l'erba: e poi ancora riprese.
"Beh, - dissi allora con me, - quando ci si mette sul serio, il mondo sa ben essere triste, però. Ha perfino intelligenza per questo: e neanche un uomo ci arriverebbe mai e mai".
Era tardi. Davvero era tardi: si vedevan qua e là due o tre stelle. Continuai la mia strada.
Ma la sera dopo lo stesso. E così l'altra sera e poi l'altra. Alla medesima ora, eccola là ancora in fondo al canale.
Niente sole, niente luna, non un'anima viva all'intorno: quegli stessi campanacci di bronzo un po' prima della prata dei pascoli e la stessa immobilità dappertutto.
Padronissimi di riderci sopra, ma anche i sassi a quell'ora eran tristi, e l'erba, ormai di un color quasi viola, era ancora più triste. E lei sempre laggiù, china sopra i lastroni di pietra. Affondava nell'acqua gli stracci, li torceva, sbatteva e via ancora. E senza fretta o lentezza: così: e senza mai alzare la testa.
Una cosa facile a dirsi, ma dovevate vederla.


Constantinos Kavafis (Alessio), da Un'ombra fuggitiva di piacere, Adelphi, 2004, a cura di Guido Ceronetti (moccolo aromatizzato alla pesca)

TORNA

Torna, prendimi spesso, amato spasimo
Torna quando del corpo la memoria
Si ralluma, in quegli istanti prendimi:
Quando riagita il sangue le remote
Sue voglie e a labbra e carne si agglutìnano
I ricordi, e sulle mani ancora
La sensazione del toccare infuria.
Torna più volte, prendimi di notte,
Tutta la carne nel ricordo tendimi.

PERCHÉ TORNINO

Mi basta una candela. Il mio lume gracile
Meglio propizia, con più pietà, l'incontro
Coi fantasmi, che tornano, d'amore

Mi basta una candela. Mia camera, stasera
Rimani semibuia. Mi voglio perdere
nell'Indeterminato e nella Suggestione,
E in quest'alito minimo di luce
Attirare visioni
Di fantasmi, che tornano, d'amore.


Carlo Emilio Gadda (Giuseppe), da La cognizione del dolore, Garzanti, 1997, pag. 59 (confezione di 40 cerotti in 5 formati)

La visita fu "coscienziosa". Il dottore palpò l'ingegnere a lungo, e anche a due mani, come a strizzarne fuori le budella: pareva una lavandaia inferocita sui panni, alla riva d'un goriello; poi, mollate le trippe, l'ascoltò un po' per tutto, saltellando in qua e in là, con il capo e cioè con l'orecchio, pungendolo e vellicandolo con la barba. Poi gli mise lo stetoscopio sul cuore e sugli apici: per gli apici, sia davanti che dietro. Alternò l'auscultazione con la percussione digitale e digito-digitale, tanto i bronchi e i polmoni che, di nuovo, il ventre. Gli diceva: "si volti": e di nuovo: "si rivolti". Nell'ascoltarlo dalla schiena quando era seduto sul letto e tutto inchinato in avanti, con il gonfio e le pieghe del ventre in mezzo ai femori, a crepapancia, e tra i ginocchi la faccia, la camicia arrovesciata al di sopra il capo come da un colpo di vento, oppure sdraiato bocconi, mezzo di sbieco, mutande e pantaloni senza più nesso, allora il dottore aveva l'aria di comunicargli per telefono i suoi desiderata; gli fece dire parecchie volte trentatré, trentatré, ancora trentatré. All'enunciare il qual numero l'ingegnere si prestò di buona grazia, col viso tra i ginocchi.
Con questo la visita ebbe termine.
Dalla finestra aperta la luce della campagna; screziata di quella infinita crepidine.
Il malato si ricomponeva, sceso dal letto; la sua figura inutile si riprendeva da un oltraggio, non motivato nelle cose; il dottore, con un tono un po' mortificato, gli confessò che non riscontrava nulla di preoccupante: scosse il capo: nulla, assolutamente nulla. Prescrisse dei dadi di Sedobrol, dissoluti ognuno in una tazza d'acqua tiepida, un paio di volte al giorno, lontano dai pasti. Acqua tiepida.... Già, proprio.... Acqua, acqua. S'impazientì perché l'ingegnere gli fece un paio di domande come uno scemo; o era forse distratto. In una tazza da tè.... ,a già, già, naturale.... ma sicuro.... per modo di cavarne un bel brodino.... sì, insomma.... una tazza di brodo. Il bismuto, se credesse, poteva anche lasciarlo.
E le cicale, popolo dell'immenso di fuori, padrone della luce.


Charles Dickens (Federico), da Tempi difficili, Garzanti, 1999, traduzione di Gianni Lonza, incipit (confezione da due pezzi di sapone LAVIL per bucato a mano)

"Ora quello che voglio sono Fatti. A questi ragazzi e ragazze insegnate soltanto Fatti. Solo i Fatti servono nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i Fatti si plasma la mente di un animale dotato di ragione; nient'altro gli tornerà mai utile. Con questo principio educo i miei figli e con questo principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, signore!".
La scena si svolgeva in un'aula spoglia, anonima, monotona, lugubre; per dare enfasi a queste osservazioni l'oratore sottolineava ogni frase, tracciando con l'indice quadrato una linea sulla manica del maestro. A dare ancora più enfasi alle parole dell'oratore c'erano il muro quadrato della sua fronte con le sopracciglia per base e, sotto, gli occhi, comodamente annidati in due oscure e ombrose caverne scavate nel muro stesso. A dare ancora più enfasi c'era la voce dell'oratore, inflessibile, secca, autoritaria. A dare ancora più enfasi c'erano i capelli dell'oratore, che crescevano ispidi a corona intorno alla testa, calva sulla sommità, simili a una foresta di pini destinati a proteggere dal vento quella lucida superficie, tutta bitorzoli che pareva la crosta di una torta di prugne, come se nel cranio non ci fosse abbastanza spazio per contenere tutti i solidi fatti che vi erano pigiati. L'atteggiamento deciso dell'oratore, l'abito quadrato, le gambe quadrate, le spalle quadrate, perfino la cravatta, annodata per serrarlo alla gola con una stretta implacabile - anche questa un fatto - tutto serviva a dare ancora più vigore all'enfasi.
"Nella vita servono Fatti, signore, soltanto Fatti!"
L'oratore, il maestro e la terza persona adulta presente indietreggiarono un poco e, facendo girare tutto intorno lo sguardo, scrutarono i piccoli vasi disposti qua e là, in ordine, pronti a ingollare galloni e galloni di fatti, che li avrebbero colmati fino all'orlo.
Thomas Gradgrind, signore. Un uomo concreto. Un uomo di fatti e calcoli. Un uomo che parte dal principio che due più due fa quattro e basta; un uomo che non si lascia convincere a concedere niente di più. Thomas Gradgrind, signore - decisamente Thomas - Thomas Gradgrind. Regolo, bilancino, tavola pitagorica sempre in tasca, signore, sempre pronto a pesare e a misurare ogni particella di natura umana e a dire esattamente a quanto ammonta il tutto. Mera questione di cifre, semplice operazione aritmetica. Potreste sperare di far credere qualche sciocchezza a George Gradgrind, ad Augustus Gradgrind, a John Gradgrind, a Joseph Gradgrind (tutti personaggi ipotetici, non reale), ma non a Thomas Gradgrind, no, signore!


Dino Buzzati (Michele), da Il deserto dei tartari, Mondadori, 2000, incipit (antitarme)

[...] Si fece svegliare che era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c'era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all'Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei camerini gelati, dove ristagnava l'incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo - si accorse Giovanni Drogo - il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva un ostentato sorriso nel proprio volto, che invano aveva cercato di amare. Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così famigliare e umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l'orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L'amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dov'era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la madre, gli riempivano sì l'animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.


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