I libri in testa
|   home   |   archivio   |   noi   |   rassegna   |

Sabato 2 ottobre 2004, ore 18
Roma, Antica Libreria Croce
'ndo cojo cojo
Libri alla prova

...una sera d'estate hanno affermato imprudentemente che esistono libri belli dalla prima all'ultima pagina, tanto che anche se li apri a caso leggi comunque qualcosa di meraviglioso...
...oggi dovranno dimostrarlo in pubblico...



Quattordici spettatori hanno scelto a caso, dai quattordici libri "tuttibelli", le pagine da leggere.
Eccole.

Raymond Carver (Michele), da Da dove sto chiamando, Minimum Fax, 1999, traduzione di Riccardo Duranti

Incipit da Elefante

Sapevo che era uno sbaglio prestare i soldi a mio fratello. Non avevo certo bisogno che qualcun altro mi dovesse dei sodi. Ma quando mi telefonò per dirmi che non aveva i soldi per pagare la rata del mutuo della casa, che altro potevo fare?
Non c'ero mai stato, a casa sua - viveva a mille miglia di distanza, in California; anzi non l'avevo neanche mai vista, casa sua, ma non volevo certo che la perdesse. Si mise a piangere al telefono e disse che stava per perdere tutto quello per cui aveva lavorato. Disse che me li avrebbe ridati. A febbraio, disse. Forse anche prima. Comunque non più tardi di marzo. Disse che doveva arrivargli il rimborso delle tasse. E poi, disse, aveva fatto un piccolo investimento che avrebbe dato i suoi frutti a febbraio. Sulla cosa dell'investimento faceva un po' il misterioso e perciò non mi misi lì a chiedergli i particolari.
"Abbi fiducia in me", disse. "Vedrai che non ti deluderò".
Aveva perso il posto il luglio precedente, quando l'azienda per cui lavorava, una fabbrica di isolanti in lana di vetro, aveva deciso di licenziare duecento operai. Da allora era andato avanti col sussidio di disoccupazione, ma ora era finito anche quello e aveva dato fondo ai risparmi. E inoltre non aveva più l'assistenza medica. Quella, gli era finita quando aveva perso il posto. La moglie, che aveva dieci anni più di lui, aveva il diabete e perciò aveva bisogno di assistenza continua. Era stato costretto a vendere la seconda macchina - la macchina della moglie, una vecchia giardinetta - e una settimana prima aveva impegnato il televisore. Mi disse che gli era venuto il mal di schiena a forza di portare il televisore avanti e indietro per la strada dove c'erano i banchi di pegni. Era andato da un banco all'altro, mi disse, cercando di spuntare la valutazione più alta. Alla fine uno gli aveva dato cento dollari per il televisore, un grosso Sony. Prima mi raccontò questa storia del televisore e poi che s'era fatto male alla schiena, come se questo particolare dovesse convincermi per forza, a meno che non avessi una pietra al posto del cuore.
"Sono proprio a terra", disse. "Solo tu mi puoi aiutare a ritirarmi su".
"Quanto?"


Constantinos Kavafis (Alessio), da Un'ombra fuggitiva di piacere, Adelphi, 2004, traduzione di Guido Ceronetti (pag. 65)

A MENTE CHIARA

Gli anni di gioventù, la vita erotica mia
Ebbero un senso: mi è chiaro tutto
Adesso.

Tanto pentirmene come fu inutile,
Privo di senso...

Nascondevano un fine: io non capivo.

Giovinezza corrotta fu matrice
Per me delle poetiche mie vie
E alla mia Téchne un tratto
Inestinguibile impresse.

Perciò nel ravvedermi
Non fui costante, mai.
Nel trattenermi, nell'emendarmi,
Mai superari due settimane.


Iosif Brodskij (Fiamma), da Fondamenta degli incurabili, Adelphi, 2002, traduzione di Gilbero Forti (pag. 29)

D'inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d'argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno sconsolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza o, almeno, un futuro. (La speranza, diceva Francesco Bacone, è una buona colazione, ma una pessima cena). Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; dalle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l'ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo. Per non parlare dei gabbiani e dei colombi che ora accorrono per mettersi a fuoco, ora si dissolvono nell'aria. D'accordo, questo è un ottimo posto per le lune di miele, ma ho pensato spesso che bisognerebbe provarlo anche per i divorzi - per quelli in corso e per quelli già conclusi. Non c'è miglior fondale per un'estasi, per una passione che debba sfumare in dissolvenza; nessun egoista, abbia ragione o torto, può fare il divo per molto tempo in mezzo a questo servizio di porcellana posato su un'acqua di cristallo, perché il fondale gli ruba la scena. Mi rendo conto delle disastrose conseguenze che questa idea dei divorzi potrebbe avere sulle tariffe, anche in inverno. Comunque, la gente ama il proprio melodramma più dell'architettura, e io non mi sento minacciato. È incredibile che la bellezza sia quotata meno della psicologia, ma fintanto che le cose stanno così riuscirò a permettermi questa città - ci riuscirò, in altre parole, sino alla fine dei miei giorni, e magari anche nell'altra vita.


Dino Buzzati (Elvio), da Il deserto dei tartari, Mondadori, 1988 (pag. 168)

E allora addio Fortezza, fermarsi ancora sarebbe pericoloso, il tuo facile mistero è caduto, la pianura del nord continuerà a rimanere deserta, mai più verranno i nemici, mai nessuno verrà ad assaltare le tue povere mura. Addio maggiore Ortiz, melanconico amico che non sei più capace di staccarti da questa bicocca; e come te tanti altri, troppo a lungo vi siete ostinati a sperare, il tempo è stato più svelto di voi, e non potete ricominciare.
Giovanni Drogo invece sì. Nessun impegno lo tiene più alla Fortezza. Adesso ritorna alla pianura, rientra nel consorzio degli uomini, non sarà difficile che gli diano qualche incarico speciale, magari una missione all'estero al seguito di un generale. In questi anni, mentre lui era alla Fortezza, certo sono andate perdute molte occasioni, ma Giovanni è ancora giovane, gli rimane tutto il tempo possibile per rimediare.
Addio dunque Fortezza, con le tue assurde ridotte, i tuoi soldati pazienti, il tuo signor colonnello che ogni mattina, senza farsi vedere, scruta col cannocchiale il deserto del settentrione, ma è inutile, non c'è mai niente. Un saluto alla tomba di Angustina, forse è stato di tutti il più fortunato, lui almeno è morto da vero soldato, meglio comunque che nel probabile letto di un ospedale. Un saluto alla sua camera, dopo tutto Drogo ci ha dormito onestamente centinaia di notti. Un altro saluto al cortile dove anche stasera, con le solite formalità, si schiereranno le guardie montanti. L'ultimo saluto alla pianura del nord, vuota ormai di illusioni.
Non pensarci più, Giovanni Drogo, non voltarti indietro ora che sei arrivato al ciglio del pianoro e la strada sta per immergersi nella valle. Sarebbe una stupida debolezza. La conosci pietra per pietra, si può dire, la Fortezza Bastioni, non corri certo il pericolo di dimenticarla. Il cavallo trotta allegramente, la giornata è buona, l'aria tepida e leggera, la vita ancora lunga davanti, quasi ancora da cominciare; che bisogno ci sarebbe di dare un'ultima occhiata alle mura, alle casematte, alle sentinelle di turno sul ciglio delle ridotte? Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un'altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita.


Penelope Fitzgerald (Giuseppe, da Il fiore azzurro, Sellerio, 1999, traduzione di Masolino d'Amico (pag. 158)

Era ancora compito di Fritz di contare i minuti e cogliere quello che poteva, in silenzio, alle riunioni del Comitato Direttivo, che si tenevano agli Uffici del Sale a Weissenfels. Il Freiherr von Hardenberg presiedeva, assistito dal Direttore della Miniera di Salgemma Bergrath Heun e dall'Ispettore Minerario Salino Bergrath Senf. Il Bernhard si deliziava di questo nome - Ispettore Minerario Salino Mostarda! - e lui solo - benché tutti ne fossero al corrente - accennava apertamente allo sciagurato episodio di quando, come conseguenza dell'aver falsificato le ricevute di opere di costruzione ufficiali e dell'aver dirottato somme non autorizzate sulla propria abitazione, Senf era stato condannato a due anni nella prigione comune, successivamente ridotti a otto settimane di detenzione normale. "È stato un peccato", disse il Bernhard. "Avremmo potuto chiacchierarne con lui, sarebbe stato interessante sapere com'era vivere a pane e acqua". "Puoi fare l'esperimento qui a casa, in qualunque momento tu voglia", disse Sidonie.
Heun era un carattere molto diverso da Senf. Solo pochi anni più anziano dei suoi due colleghi, sembrava decrepito e parlava di sé come del "vecchio Heun, l'archivio vivente delle miniere saline". Nella sua lunga palandrana di stoffa ruvida, nella quale la polvere sembrava incorporata, faceva pensare a uno di quegli esseri elementari delle caverne e dei cunicoli della terra, che emergono solo a malincuore, e non con buoni presagi, alla luce del giorno. L'idea proveniva in parte dalla sua pelle schiarita e dal suo frequente sbattere gli occhi e gracchiare. "L'archivio vivente ha, forse, una punta di reumatismi". Se gli si dava tempo, Heun poteva rispondere su ogni punto. Consultava i libri mastri solo per controllare che confermassero i dettagli e le cifre che aveva dato. "Non oserebbero fare diversamente", pensava Fritz.
Senf, d'altro canto, ribolliva dell'energia repressa di un uomo molto intelligente che in conseguenza di uno sciocco errore di calcolo non sarebbe probabilmente stato mai più in grado di mettere a frutto la sua intelligenza. A certi intervalli fissi chiunque avesse rapporti con le miniere e le raffinerie di sale aveva licenza di sottoporre per iscritto i suoi suggerimenti di migliorie. In un progetto elaborato, al quale sperava ancora che un giorno fosse legato il suo nome, Senf aveva proposto che il sale della Turingia e della Sassonia non venisse più ottenuto tramite evaporazione in pentole di ferro su fuochi di legna a ottanta gradi centigradi, ma solo col calore del sole. Ci sarebbe stato bisogno di moltissimi operai in meno e non ci sarebbe stata alcuna necessità che costoro avessero abitazioni sul luogo di lavoro. Accantonato il suo progetto per l'energia solare, Senf avanzò una nuova proposta volta a raddoppiare il numero delle ruote sulle carrucole che portavano l'acqua salata alla superficie. "Quando il Direttore, il Freiherr von Hardenberg, ha esaminato questo progetto", scrisse Fritz nel suo verbale, "il suo commento è stato, Quod potest fieri per pauca, non debet fieri per plura (Arrangiati col meno che puoi)".


Paul Nizan (Federico), da Aden Arabia, Mondadori, 1996, traduzione di Angela Musso (pag. 109)

Nessuna concessione all'amore dell'arte, niente da cantare, niente da arrischiare, niente da dipingere, niente poesie da leggere o scrivere. I soli eventi sinceri delle loro giornate erano i dispacci della Eastern Telegraph Company, agenti anonimi delle potenze sguinzagliate sui mercati d'Europa e degli Stati Uniti. Tutti i cuori erano sospesi sulle onde elettriche che circolavano sotto una massa enorme di mare a una velocità che nessun azionista della Shell cercava neanche di figurarsi. Questi uomini che la domenica mattina aprivano i sacchi postali del servizio della Valigia delle Indie, si erano ancorati laggiù per guadagnare più denaro che a casa propria, nei capoluoghi delle loro contee, nelle loro prefetture francesi, denaro per l'età matura e la vecchiaia, per potere aspettare la morte senza far nulla,salvo, forse un po' di giardinaggio o di golf. Che piccolo borghesi, sotto sotto, questi dominatori coloniali!
Alle cinque pomeridiane, poiché vivevano al passo stabilito dal sole, uscivano dai loro rifugi e cercavano di immaginarsi che nel mondo esistevano i fiumi. Per tutta la giornata a Aden, al centro di un cielo bianco c'è la presenza del sole, le rocce schiantano, al primo calo d'attenzione gli uomini possono cadere fulminati, ma verso la fine del giorno il sole si volge al semaforo dello Shamshan. Si conclude una specie di armistizio e le strade sono per metà liberate. Le ombre si allungano come steli cresciuti nel fondo di un burrone, i ventilatori fanno i loro ultimi giri come un'elica al momento dell'atterraggio.
Allora abbandonavano i classificatori dove dormono i contratti, le copie delle lettere, i codici, le polizze di carico.
Al Crater, sull'Esplanade, adunati attorno al campo di calcio, stavano gli arabi dell'Hadramaut e dello Yemen, gli indù d'ogni casta, i neri della sponda africana mescolati coi fantaccini di Sua Maestà. L'orchestra del reggimento punjabi talvolta suonava. Nei giorni dello Shabbath i ragazzini ebrei si scaltrivano: non osavano ancora tagliarsi le treccioline, ma intanto mettevano quelle giacche chiare che avrebbero indossato definitivamente un giorno sui marciapiedi di piazza Mohammed Alì all'inizio della Muski al Cairo.
Davanti alla cappella presbiteriana artiglieri e giovani indù si allenavano al cricket. I preti della missione italiana passavano accanto a loro, vestiti delle loro sottane di tela bianca, calzati di grosse scarpe nere da ispettori di polizia: poliziotti delle intenzioni morali, procuratori dei confessionali. Le automobili partivano alla volta dei luoghi freschi, verso il giardino dell'oasi dello sceicco Othman, verso Fisherman's Bay, verso il club di Gold Mohur, dove nuotavano le donne bianche della colonia. Rare coppiette salivano verso il faro isolato di Ras Marshag.
La gente andava a vedere i pochi meli fioriti, gonfi d'acqua come cavoli, nei crepacci del vulcano, e i prati di gigli bianchi all'indomani di irrisori temporali; saliva anche oltre le cisterne per vedere un grande baniano in esilio che dentro le radici colonnari ospitava frotte di rondoni dalle zampe corte che vi andavano a dormire la sera.
Le sale da biliardo risuonavano nei circoli; si beveva, si giocava a carte tra le musiche da ballo a Steamer Point. Erano le magre ore di tregua. Si cercava allora di fare qualcosa per il corpo: siccome per la maggior parte erano inglesi, sapevano per loro fortuna come trattarlo. Il loro corpo riceveva una o due ore di esistenza, non così i corpi italiani, non quelli francesi. Troppo prudenti per muoversi.
C'erano anche le ore in cui cedevano dopotutto alle illusioni. Parlavano, come il signor C., della loro azione. E' una parola questa che fa sognare tutti gli uomini, ed è la cosa che non hanno. Tentavano di far credere che agivano, e finivano per crederlo anche loro. Erano dunque poetici: essere poetici vuol dire aver bisogno di illusioni.


Vittorio Sereni (Monica), La ragazza d'Atene, da Diario d'Algeria, Einaudi, 1998 (pag. 11)

Ora che il giorno è un sospiro
e tutta l'Attica un'ombra.
E come un guizzo illumina gli opachi
vetri volgenti in fuga
è il tuo volto che sprizza laggiù
dal cerchio del lume che accendi all'icona serale.
      Ma qui
dove via via più rade s0abbattono
dell'ultima caccia le prede
tra le piante che seguono il confine
ahimè che il puro
segno delle tue sillabe si guasta
in contorto cirillico si muta.
E tu: come t'oscuri a poco a poco.
Ecco non puoi restare, sei perduta
nel fragore dell'ultimo viadotto.
            *
Presto sarò il viandante stupefatto
avventurato nel tempo nebbioso.

Deboli voli, nomi inerti ormai
ad una ad una si sgranano note
per staccarsi dal coro, oscuri scorci
d'un perduto soggiorno: Kaidari,
una conca dolceamara d'ulivi
nel mio pigro rammentare - o quelle
navi perplesse al vento del Pireo.

E tutto che si prese sguardo e ascolto
confitto nella bruma è già passato.
            *
Perchè di tanto la ruota ha girato
oggi una flotta amica incrocia al largo,
tardi matura il frutto d'ansietà
primizia ad altri che non te,
despinìs.
Chi dorme dorme nell'alta
neve lassù tra i cari morti.
Tu coi morti ti levi e in loro parli:
- io voglio una bandiera
del mio strazio sonora
smagliante del mio pianto,
io voglio una contrada ove sia canto
lieve dagli anni verdi
l'inno che m'opprimeva,
ove l'allarme che solcò le notti
torni mutato in eco
di pietà di speranza di timore -.
            *
Così distanti, ci veniamo incontro.
E a volte sembra
D'incamminarci, despinìs, nel sole
lieto anche ai vinti
nei giardini dell'Attiva vivaci.

E ancora il tuo ricordo ne verdeggia.

(Tradotta Atene Mestre, autunno 1942
Africa del Nord, autunno 1944)


Aldo Nove (Michele), da Superwoobinda, Einaudi, 1998

Incipit da Protezione solare diciannove

Io sono da solo qua sulla spiaggia sono sdraiato sullo sdraio ho un leggero mal di testa ho la settimana enigmistica cerco di risolvere le parole crociate facilitate c'è qualcosa che non va non riesco a dire a pensare ad affermare tra me stesso che io sono perfettamente felice adesso.
Ormai da una settimana sono qua nei Caraibi sono a Santo Domingo la Repubblica Dominicana è la località turistica dove le persone di successo come me vanno a passare le vacanze a superare le difficoltà che la vita di tutti i giorni in Italia in Europa ci presenta inevitabilmente per chiunque è necessario un periodo di relax un modo di tornare a contatto con la natura per fortuna sono una persona che socializza che conosce gente e che comunque è capace di ottenere il meglio dalla vita.
La sera sto bene vado nei locali che ci sono lungo il mare mi diverto qua fanno musiche che io apprezzo che ascolto in continuazione ci sono locali tedeschi americani domenicani più di tutto mi piace un locale che si chiama Ode, all'Ode ci sono le luci basse incontri ragazze di colore gente di qua persone che apprezzi per la loro naturalezza per il modo che hanno di essere naturalmente vivaci, spontanei, felici.
Allora la notte ti diverti stai bene bevi batida apprezzi la pina colada senti la notte che scorre liscia apprezzabile non pensi che al pomeriggio oggi pomeriggio appena alzato ci sono questi momenti, qui, di vuoto.
Tu vedi in alto in cielo il sole è come se nulla che praticamente non ti ricordi cosa hai fatto il giorno prima, cosa ho fatto io il giorno dopo è solo adesso, qui, nei Tropici e cammino sono sceso sulla spiaggia di Cost'Ambar sono venuto a riposarmi, sono un italiano in ferie vicino a Puerto Plata, sono sceso qui in spiaggia a prendere il sole tropicale mi sento bene o almeno abbastanza.
Ho la bottiglietta dell'acqua Santa Clara Gasificada 0,5 per quando ho sete ho la macchina fotografica Fun Kodak usa e getta per riprendere gli haitiani con la frutta, mi piace fotografarli ritrarli insieme a me che sorridono per fare una fotografia da portare a casa da fare vedere ai colleghi quando torno vedono che ho socializzato con la gente del luogo.


Emily Dickinson (Giuseppe), da Tutte le poesie, Mondadori, 1994 (pag. 769)

Poesie n. 675-676-677, traduzione di Silvio Raffo

Gli oli essenziali si spremono -
l'essenza della rosa
non basteranno a distillarla i soli -
essa è dono del torchio -

Una rosa comune si avvizzisce -
ma questa - nel cassetto della dama
ricrea l'estate - quando la signora
giace tra il rosmarino imperituro -

*****

La più piccola ape che distilla
una coppa di miele
moltiplica l'estate -
nel suo piccolo lieta di arricchire
la quantità dell'ambra -

*****

Esser vivi - è potere -
Di per sé - l'esistenza -
senza dote ulteriore
è di già onnipotenza -

Esser vivi - è volere!
È avere la capacità di un Dio -
E che cosa sarà chi ci ha creati -
se la finitudine è questa!


Viktor Sklovskij (Fiamma), da Zoo o lettere non d'amore, Sellerio, 2002, traduzione di Maria Zalambani (pag. 103)

Di recente mi sono ritrovato al teatro "Scala". Si trova nella Lutherstrasse. Diversi erano i numeri: un acrobata faceva capriole su un'asta, collocata sulla spalla di un altro acrobata; due ginnaste volteggiavano così rapidamente sul trapezio che dal basso sembrava si trasformassero in vasi verdi, ma le loro ombre, che ricadevano sul sipario, continuavano a essere umane. Uno spettacolo così grande non lo contieni in una frase. C'era anche un uomo, un tipo dall'aspetto abominevole, che dapprima faceva degli esercizi in mezzo all'arena, tenendo tra i denti un peso di più di trenta chili, e poi sollevava da terra coi denti, tenendole per lo schienale, tre o quattro pesanti sedie, legate insieme.
A me, persona dai denti molto malandati, questo non è piaciuto.
La cosa più divertente da vedere erano i ciclisti: turbinavano per il palcoscenico, impennandosi sulla ruota posteriore della bicicletta e alla fine sono spariti dietro le quinte, seduti su una sorta di cerchio; se ne sono andati senza fretta e per di più strombazzando in coro, con delle trombette.
A Tom Sawyer sarebbe piaciuto molto.
Poi hanno suonato i suonatori di balalaika.
Hanno danzato attori russi.
Un artista tracciava all'istante varie caricature. Ha disegnato uno speculatore del mercato nero e poi lo ha messo dietro le sbarre.
Ciò che mi ha colpito di questo varietà è stata la totale incoerenza del suo programma.
Ci sono due atteggiamenti nei confronti dell'arte.
Il primo è caratterizzato dal fatto che l'opera viene vista come una finestra sul mondo.
Con le parole e le immagini si cerca di esprimere ciò che si trova al di là delle parole e delle immaginj. Gli artisti di questo tipo meritano il nome di traduttori.
L'altro modo di atteggiarsi nei confronti dell'arte è considerarla come un mondo di cose che esistono autonomamente.
Le parole, i rapporti fra le parole, i pensieri, l'ironia dei pensieri, la loro mancata coincidenza, è tutto ciò che costituisce il contenuto dell'arte. Se l'arte si può paragonare a una finestra, in questo caso può essere solo una finestra dipinta.
Opere artistiche complesse, di solito, sono il risultato della combinazione e dell'interazione di opere preesistenti, più semplici e, in particolare, di dimensioni minori.
Un romanzo è costituito da pezzi, le novelle.
Un'opera teatrale consiste di parole, di arguzie, di movimenti, di varie combinazioni di movimenti e parole, di situazioni sceniche. Per Shakespeare, un'arguzia riuscita dell'attore è fine a se stessa e non è un mezzo per descrivere un tipo.
Nel romanzo originario, la personalità dell'eroe è un mezzo per unire le parti. Nel processo di trasformazione delle opere d'arte, l'interesse si trasferisce agli elementi di collegamento.
La motivazione psicologica, la verosimiglianza nel mutamento di situazione cominciano ad assumere un interesse superiore a quello delle riuscita dei momenti di collegamento. Fanno la loro comparsa il romanzo psicologico e il dramma, nonché la percezione psicologica di vecchi drammi e romanzi.
Questo, probabilmente, si spiega col fatto che tali "momenti", i lazzi, a quel punto sono già logori.
In arte, lo stadio successivo è quello del logoramento della motivazione psicologica.
Diventa necessario cambiarla, "straniarla".


Gabriel García Márquez (Elvio), da L'autunno del patriarca, Mondadori, 1984, traduzione di Enrico Cicogna (pag. 80)

...sentì all'orizzonte i tamburi di scongiuro che andavano incontro al disastro, udì lamenti lontani, i rumori di limo vulcanico delle folle che si prostravano di terrore davanti ad una creatura estranea al suo potere che aveva preceduto e che avrebbe trasceso gli anni della sua età, sentì il peso del tempo, soffrì per un attimo la sfortuna di essere mortale, e allora la vide, eccola, disse, ed era lì, perché lui la conosceva, l'aveva vista quando era passata dall'altro lato dell'universo, era la stessa, regina, più antica del mondo, la dolente medusa di luce delle dimensioni del cielo che a ogni palmo della sua traiettoria tornava un milione di anni alle sue origini, udirono il fruscio di frange di carta stagnola, videro il suo volto tribolato, i suoi occhi annegati nelle lagrime, la scia di veleni gelati della sua chioma arruffata dai venti dello spazio che andava lasciando sul mondo un rivolo di polvere raggiante di macerie siderali e di albe trattenute da lune di catrame e di ceneri di crateri di oceani anteriori alle origini del tempo della terra, eccotela, regina, mormorò, guardala bene, ché non la rivedremo più prima di un altro secolo, e lei si segnò terrorizzata, più bella che mai sotto lo splendore di fosforo della cometa e con la testa nevata dalla guazza tenue di macerie astrali e di sedimenti celesti, e fu allora che successe, madre mia Benedicion Alvarado, successe che Manuela Sanchez aveva visto nel cielo l'abisso dell'eternità e cercando di afferrarsi alla vita allungò la mano nel vuoto e l'unico sostegno che trovò fu la mano indesiderabile con l'anello presidenziale, la sua calda e tersa mano da rapina cucinata sulle braci del fuoco lento del potere. Furono in pochissimi a commuoversi per il transito biblico della medusa di luce che mise in fuga i daini del cielo e fumigò la patria con una scia di polvere raggiante di macerie siderali, poiché perfino i più increduli tra noi erano in attesa di quella morte spropositata che avrebbe distrutto i principi del cristianesimo e stabilito le origini del terzo testamento, aspettammo invano fino al sorgere dell'alba, tornammo a casa più stanchi di aspettare che di non dormire per le strade di fine festa dove le donne dell'alba spazzavano il pattume celeste dei residui della cometa, e nemmeno allora ci rassegnammo a credere che fosse vero che non era successo nulla, al contrario, che eravamo stati vittime di un nuovo inganno storico, poiché gli organi ufficiali proclamarono il passaggio della cometa come una vittoria del regime contro le forze del male.


Thomas Bernhard (Federico), da A colpi d'ascia, Adelphi, 1990, traduzione di Agnese Grieco e Renata Colorni (pag. 71)

Loro, certo, possono anche pensare di aver combinato qualcosa, ma io nella bèrgere pensavo che non hanno combinato niente perché sono rimasti a Vienna e si sono accontentati di Vienna e non hanno abbandonato Vienna per andare all'esterno nell'unico momento decisivo in cui sarebbero dovuti andar via come hanno fatto quelli che essendo andati all'estero sono in effetti diventati qualcuno; tutti quelli rimasti a Vienna non sono diventati assolutamente nessuno, tutti quelli che sono andati all'esterno, invece, sono diventati qualcuno, questo posso dirlo senz'altro. Poiché Vienna a loro bastava, non sono diventati assolutamente nessuno, a differenza di quelli a cui Vienna non è bastata e che nel momento decisivo hanno lasciato Vienna per andare all'estero, pensavo nella bèrgere. Non voglio affrontare la questione di che cosa sarebbe venuto fuori da tutte le persone che stavano nella sala da musica ad aspettare l'attore, e dunque la cena artistica, se tutte queste persone fossero andate via da Vienna in quello che per loro è stato il momento decisivo. Un piccolo successo, ossia la comparsa sul giornale di una piccola recensione positiva del suo primo romanzo, è bastato alla scrittrice Jeannie Billroth per non muoversi da Vienna, l'acquisto di due quadri da parte del Museo Nazionale è bastato al pittore Rehmden per non muoversi da Vienna, un paio di stupidi elogi sul Kurier o sulla Presse sono bastati all'attrice che vedo laggiù per non muoversi da Vienna. Laggiù, nella sala da musica, c'è tutta gente che è rimasta a Vienna soffocata dall'agiatezza piccolo-borghese, gente che ha seguito la bara di Joana a Kilb, pensavo. Che impressione deprimente mi ha fatto il funerale di Joana a Kilb già soltanto per questo motivo, pensavo nella bergère osservando appunto tutte queste persone, ciò che più mi ha depresso non è il fatto che Joana venisse sepolta ma che dietro alla bara di Joana ci fossero andati tutti quei cadaveri artistici, tutti quei falliti, falliti qui, a Vienna, cadaveri di artisti, scrittori, pittori, ballerini, tutti quanti con il loro seguito, cadaveri ambulanti, cadaveri ambulanti di artisti ancora viventi, e per di più ridotti a esseri penosi e addirittura ridicoli dalla pioggia che li frustava scrosciando incessantemente. La loro vista era più stomachevole che triste, pensavo. Queste orribili, ipocrite, fallite nullità di artisti, avevo pensato per tutto il tempo, che arrancano dietro la bara, che camminano a fatica nella melma del cimitero in un disgustoso atteggiamento di contrizione luttuosa, mi dicevo nella bèrgere.


Giuseppe Pontiggia (Monica), da Nati due volte, Mondadori, 2002 (pag. 61)

"Fermo così!" gli intimo, mentre si volta, le braccia tese, aggrappato all'asta dell'ombrellone, i piedi immersi nella sabbia, il corpo diagonale che forma una ipotenusa. Ma già la bocca si contrae, il sorriso è diventato una smorfia. Cade all'indietro a palme aperte, mentre premo il pulsante fuori tempo.
"Ricominciamo" gli dico.
Lo rovescio bocconi nella sabbia e gliela cospargo sulla schiena fino a sommergerlo, come la nostra vicina di sdraio, una ottantenne raggrinzita dall'età e dai raggi ultravioletti. È convinta che il sole sia la fonte della salute e che quanto più le penetrerà nella carne avvizzita, tanto più sarà prossima alla immortalità. Morirà l'anno dopo, come una scolopendra fulminata in una fornace.
"Reggi la faccia con le mani" gli dico.
Lo fa, ma i gomiti scivolano nella sabbia e il mento vi affonda. Lo aiuto a rimettersi in posa. Quando però accosto l'occhio all'obiettivo, lui è di nuovo disteso, "non riuscirai mai a riprenderò in questa posizione" mi dice Franca sollevandolo per le ascelle e scuotendogli via la sabbia. "Sarebbe difficile anche per noi".
Ecco una frase che ricorre di continuo in chi assiste i disabili. Noi come termine perenne di confronto, simbolo di una normalità suprema, traguardo irraggiungibile quanto comune.
Insiste:
"Perché vuoi fotografarlo in questa posizione?"
Non lo so neanch'io, avevo in mente un putto appoggiato con i gomiti alla cornice di un quadro rinascimentale. Come mai cerco modelli così remoti e assurdi?
Lo faccio accovacciare nella sabbia e gli scavo intorno una buca. Lui cade in avanti sporcandosi la faccia. Non piange perché capisce che sono io il responsabile dei suoi guai e mi rivolge uno sguardo tra il rimprovero e la protezione. A volte con me è paterno, è uno dei tratti che mi commuovono.
Lo ripulisco in fretta, lo rimetto seduto con le gambe accosciate, come un piccolo Buddha.
"Ecco, fermo così, non muoverti!".
Ripeto la frase tipica di mio padre, tra i pochi che in villeggiatura, prima della guerra, possedeva la leggendaria Zeiss tedesca, quando mi fotografa sui prati di Caglio.
Il piccolo Buddha vacilla prima di precipitare in avanti.
Premo il pulsante mentre alza il viso intimorito verso di me. Nella fotografia ha acquistato un'aria seria, preoccupata, normale. "scegliamo questa?" punta il dito Franca, inserendola nel quadro di vetro che è a metà del corridoio.


Osip Mandel'stam (Alessio), da Quaderni di Voronez, Mondadori, 1995, traduzione di Maurizia Calusio (pag. 65)

Getterò indietro la testa, mio cardellino -
guarderemo il mondo noi due:
questo giorno d'inverno che punge come pula
è così duro nella tua pupilla?

Il codino a barca, giallonere le penne,
intinto nel colore sotto il becco,
lo sai quanto sei cardellino,
quando sei civettone lo sai?

E l'aria che ha sul capo -
nera e rossa, gialla e bianca!
Dalle due parti guarda, ed è tutt'occhi!
Non guarderà più - è volato!

(10.27 dicembre 1936)

*****

Quando nell'impasto dell'aria trema
all'improvviso accorato il cardellino
la cattiveria pepa la sua piccola toga
ed è bellissima nera la cuffietta.

Calunniano il posatoio e l'assicella,
calunnia la gabbia coi suoi cento aghi
e tutto nel mondo è alla rovescia
e c'è una Salamanca boscosa
per i saggi uccellini disobbedienti.

(dicembre 1936)

*****

Oggi il giorno ha un po' il becco giallo
non riesco a capirlo -
e i cancelli del mare guardano,
tra nebbie e ancore, verso me...

Zitto, zitto per l'acqua scolorita
l'incedere delle navi da guerra,
e sono ancoar più neri sotto il ghiaccio
gli astucci sottili dei canali.

(9-28 dicembre 1936)

|   home   |   archivio   |   noi   |   rassegna   |