I libri in testa
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Sabato 1° aprile 2006, ore 18
Roma, Libreria Croce
Il male inconsapevole
un incontro con la
raccolta poetica di
Alessio Brandolini
con letture a margine


Sul nostro blog trovate la cronaca della serata.


Il risvolto di copertina, di Gabriella Musetti
Il male inconsapevole appare una vasta esplorazione della sofferenza umana, quella vicino a noi, che scorgiamo all'angolo della strada, quella che osserviamo dagli schermi mediatici onnipresenti, quella che avvertiamo dentro di noi, ma non riconosciamo più nostra in una alterità ormai consumata. Il bisogno di dire questo male che ci attraversa porta Alessio Brandolini a scegliere la scrittura perché la voce non ha più riscontri, tanto è usurata e sconfitta e fondamentalmente allo sbando. Una scrittura piana, quasi distaccata dagli oggetti che rappresenta, perché più lucida e precisa è l'immagine, più forte il dolore che mostra, senza affanni emotivi che distraggano.

Le letture


        1. Alessio Brandolini, Il pasto festoso
        2. Alessio Brandolini, All'aeroporto
        3. Alessio Brandolini, L'ospite
        4. Emily Dickinson, Poesia n. 465
        5. Alessio Brandolini, Tra virgole e punti
        6. Antonella Anedda, da Notti di pace occidentale
        7. Alessio Brandolini, Il sole in un buco
        8. Charles Simic, Stufo di proporzioni epiche
        9. Alessio Brandolini, Quello che non merito
        10. Alessio Brandolini, Con il vetro nelle mani
        11. Albert Camus, da Il mito di Sisifo
        12. Alessio Brandolini, Tutti sanno ciò che non so
        13. Alessio Brandolini, Largo Preneste
        14. Alessio Brandolini, Deltaplani
        15. Jorge Eduardo Eielson, da Poesia scritta
        16. Alessio Brandolini, Un sorso d'aceto

Alessio Brandolini (Alessio), Il pasto festoso, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

giuro che oggi la smetto di mentirmi addosso. ecco, vedi, mi spoglio e vado a letto prima del previsto e non mi alzerò al mattino per mischiare il mio canto a quello dei corvi o al nero cemento della periferia romana. prima o poi lo chiudo il quaderno. sì, quello che da solo scrive le storie e i versi sulla mia lingua. sbuccia la morbida carne del cuore. il male lacera le viscere e s'inventa frasi e parole alle quali poi, per decenni, si rimane aggrappati. inconsapevolmente ce ne andremo da noi stessi e dalle spaccature della notte non passerà più aria, né luce. ci mangerà il pane impigliato alle dita, ci berrà il silenzio nascosto negli occhi. ce ne staremo fuori dallo sguardo che sostiene la falsa armonia degli uomini-fratelli. per questo restiamo qui, e lenti camminiamo a piedi nudi sulla terra e parliamo come non abbiamo mai fatto. presto la smetteremo d'accarezzarci e sorridere all'erba di vetro che sfregia la pelle delle gambe e delle braccia.

L'urgenza
             d'azioni perfette
                   lascia a lungo
                         distanti, di stucco.
Talvolta per anni
             con il fiato sospeso
                   o appeso alle pareti.

Stando da soli
             si può, immaginare
                   di resistere, tenere duro
                         d'essere molti, o in tanti.
C'è il povero
             e non lo vedi
                   il santo
                         e lo calpesti

In pasti festosi
             la notte ingoia
                   la luce degli astri
                         maldestri, lagnosi.


Alessio Brandolini (Federico), All'aeroporto, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Con le miscele sporche non ti stacchi
da terra nemmeno d'un millimetro
resti bloccato al solito spoglio sistema.
Infili l'ago nell'indice e nel pollice
li cuci assieme in un cerchio perfetto
nella O maiuscola che vaga
in cerca d'una kappa a basso prezzo.

Con le tue trame assurde e i sogni
sconclusionati che cercano casa
i continui ritocchi ai quadri della vita
resti una specie d'oggetto misterioso
con la poesia attaccata dappertutto:
strappa un pezzo alla volta, buca il naso e gli occhi
ti trasforma in energia protesa al nuovo, o al nulla.

...il continuo susseguirsi di ferite e mutilazioni non è un gioco. coesisti a fatica con la perversa illusione di sottrarti ai colpi, agli attacchi del destino. resti immobile negli anni senza fare troppe acrobazie. ti attacchi dove puoi, però ci sono mani che allentano la presa. soffri e godi nel timore d'avere ancora vent'anni. d'esserti padre e stare rinchiuso nella piccola stanza dei Crociferi a rigirarti in un letto senza materasso, né lenzuola. ad aspettare impaziente l'abbraccio notturno con la fontana di Trevi. nell'ottimismo a ogni costo c'è puzza di bruciato, di morti cancellati o nascosti. di rinuncia al sogno, a capire fino in fondo il dolore. ma la speranza è il chiodo che regge la croce, e in qualche modo la rinsalda.

Forse per questo trascorro le notti all'aeroporto
scruto i decolli e aspetto che mi crescano le ali.


Alessio Brandolini (Giuseppe), L'ospite, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

C'era un morto nel letto ma io non lo conoscevo
e lui non conosceva me e forse lui nemmeno
conosceva se stesso
perché i morti non sanno d'essere morti
come noi, a volte, non sappiamo d'essere vivi.
Gli chiesi se poteva allontanarsi
insomma togliersi di mezzo
ma quello non diceva una parola
aprì soltanto l'occhio sinistro
per rotearlo da una parte e dall'altra.
Mi osservava come se fossi un mostro
o il torto allo stato puro, perfetto
e a un certo punto fui stufo e gli gridai addosso:
e no, stai nel mio letto e fai anche lo sguardo storto?


                                                                       Pesava molto
                                                                       portato via
                                                                       in un sacco.


Emily Dickinson (Giuseppe), Poesia n. 465 dell'edizione Johnson, in www.emilydickinson.it, traduzione di Giuseppe Ierolli

Sentii una Mosca ronzare - mentre morivo -
Il Silenzio nella Stanza
Era come il Silenzio nell'Aria -
Tra Folate di Tempesta -

Gli Sguardi intorno - avevano esaurito le lacrime -
E i Respiri si accumulavano tenaci
Per quell'ultimo Assalto - quando la Regina
Si mostra - nella Stanza -

Feci testamento dei miei Ricordi - Elencai
Quelle parti di me che fossero
Assegnabili - e fu in quel momento
Che si interpose la Mosca -

Con un Azzurro - incerto - zoppicante Ronzio -
Fra la luce - e me -
E allora le Finestre vennero meno - e allora
Non vidi di non poter vedere -


Alessio Brandolini (Alessio), Tra virgole e punti, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Sono le mani ora a scriverti
i piedi a mettere l'inchiostro.
... esci all'alba con il vetro sotto le dita dei piedi che spinge la carne e il dolore viene su e fa uno strano solletico al cervello. per anni senza stancarti in giro per colline e strade lontane, quelle della città che sta sotto il paese. tanto per cominciare, tanto per scaldare i muscoli delle gambe e degli occhi. poi attraversi da un punto all'altro il quartiere dove ti sei trasferito, la storia che lo circonda, la villa diroccata dei Gordiani e il suo verde spezzato dalla via Prenestina, quel parco dove moglie e figli sono cresciuti. qui le case non stanno tra le nuvole ma in scrigni a incastro messi alla rinfusa uno sull'altro. con i bagni piccoli, l'acqua calda in recipienti di plastica, il frigo così massiccio da sembrare un armadio. porte blindate dal benessere, finestre oblique al vento, le sedie appese ai lacci delle stelle. allora facciamo il punto (le virgole, per ora, lasciamole da una parte): viviamo in una fase di forte espansione mediatica, di scelte radicali. i logori strumenti vanno cambiati con qualcosa di nuovo, di più adeguato ai tempi. all'inarresta- bile globalizzazione che ingloba:
pace e guerra, dittatura e democrazia. il male e il bene ...
Sarai il timone, la bussola, il remo
il chiodo, la colla, lo sterzo
fregiato dall'esperienza del sonno.
Lo spreco non ci dovrà appartenere
(sottolinei per lasciare una traccia).
Prendere a vivere, quindi, sebbene
non per forza in modo eroico.
Chiedi ai passanti e prendi appunti
poi ti ritrovi in un percorso insolito
quello meno distante dal paese
spoglio d'alberi e di stelle ma felice
quando di notte sbuchi sul Gianicolo.

Sono le mani ora a scrivertii piedi a mettere l'inchiostro
.


Antonella Anedda (Elvio), da Notti di pace occidentale, Donzelli, 2001

II
Non volevo nomi per morti sconosciuti
eppure volevo che esistessero
volevo che una lingua anonima
- la mia -
parlasse di molte morti anonime.
Ciò che chiamiamo pace
ha solo il breve sollievo della tregua.
Se nome è anche raggiungere se stessi
nessuno di questi morti ha raggiunto il suo destino.

Non ci sono che luoghi, quelli di un isola
da cui scrutare il Continente
- l'oriente - le sue guerre
la polvere che gettano a confondere
il verdetto: noi non siamo salvi
noi non salviamo
se non con un coraggio obliquo
con un gesto
di minima luce.

IV
Correva verso un rifugio, si proteggeva la testa.
Apparteneva a un'immagine stanca
non diversa da una donna qualsiasi
che la pioggia sorprende.

Non volevo dire della guerra
ma della tregua
meditare sullo spazio e dunque sui dettagli
la mano che saggia il muro, la candela per un attimo accesa
e - fuori - le fulgide foglie.
Ancora un recinto con spine confuse ad altre spine
spine di terra che bruciano i talloni.

Ciò che si stende tra il peso del prima
e il precipitare del poi:
questo io chiamo tregua
misura che rende misura lo spavento
metro che non protegge.

Vicino a tregua è transito
da un luogo andare a un altro luogo
senza una vera meta
senza che nulla di quel moto possa chiamarsi viaggio
distrazioni di volti
mentre batte la pioggia.

Alla tregua come al treno occorre la pianura
un sogno di orizzonte
con alberi levati verso il cielo
uniche lance, sentinelle sole.


Alessio Brandolini (Giuseppe), Il sole in un buco, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Cieco dalla nascita e solo
lo storpio arrancava per strada.
Noi facevamo finta di non conoscerlo
con sguardi distratti o lontani
masticavamo gomma americana
a pochi passi dalla casa abbandonata.

Poi ci fu un tremendo acquazzone
che spense la polvere della strada
diluì i colori dei muri dei palazzi
affossò gli orti dei pensionati
il giardino della piazza principale
maltrattò alberi dall'esile tronco
il vento piegò persino un lampione.

Allora lo storpio si mise a correre
con le mani perse nel vuoto
non visto ma che da sempre
gli girava intorno.
Ora noi ce ne stavamo nascosti
dentro la casa abbandonata
facevamo finta di non conoscerlo
presi a ridere a crepapelle
fumando una sigaretta dietro l'altra
a osservare la pioggia e poi le stelle.

Per questo il sole uscì dal nostro mondo
si doveva fare la fila per vederlo
strozzato dentro un buco, giù
                                                   giù in fondo.


Charles Simic (Giuseppe), Stufo di proporzioni epiche, da Austerità, in Hotel Insonnia, Adelphi, 2002, traduzione di Andrea Molesini

Mi piace quando
Achille
viene ucciso
e anche il suo compagno Patroclo -
e quella testa calda di Ettore
e quando tutta la jeunesse dorée
greca e troiana
con maggiore o minore
perizia è trucidata
così che infine
regnano pace e quiete
(gli dèi per un istante
tengono il becco chiuso)
si può sentire
un uccello cantare
e una figlia chiedere alla madre
se può andare al pozzo
e lei, certo, può andarci
per quel grazioso sentiero
che serpeggia
nel boschetto di ulivi


Alessio Brandolini (Alessio), Quello che non merito, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Dentro di noi ci sono i pali delle luci
e i segnali abbattuti dal freddo polare
mi tendi la mano a uncino e io l'afferro
mi sollevo appena sulla punta dei piedi.

Più in alto trovo la sabbia e l'allegra
fila delle orme degli uccelli: la scrittura
insonne, vibrante nel rosso delle rose
nelle vene che scoppiano sulla fronte
nei segni dell'abbandono, delle spine
e sotto i cavi ghiacci perché uso il male
come un piccone, un martello pneumatico
vado a fondo nella carne (la mia, la nostra)
porto via il fegato, i polmoni, il cuore.

         Quello che resta degli occhi.


Alessio Brandolini (Alessio), Con il vetro nelle mani, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Sono anni che pratico le domeniche come se nulla fosse
striscia la luce sotto un tappeto di foglie ed è la voragine
di ricordi che prendono fuoco
e poi ecco il lunedì il martedì il mercoledì
e via discorrendo. Le attese, sai, non sono
il cimitero che ci assomiglia
nel suo rumore di voci
di macchie dorate sulla morte
passate con il vetro nelle mani
per questo la mia fermata è pronta
da un pezzo e ammira, quindi, i grandi fari
i chiarori che cullano e quelli portati in dono dalla luna.


Albert Camus (Federico), da Il mito di Sisifo, Bompiani, 2000, traduzione di Attilio Borrelli

È durante questo ritorno che Sisifo mi interessa. [...] Quest'ora che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest'ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino. È più forte del suo macigno.
Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L'operaio di oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l'estensione della sua miserevole condizione: è a questo che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo.
[...]
Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Parimente, l'uomo assurdo, quando contempla il suo tormento, fa tacere tutti gli idoli. Nell'universo improvvisamente restituito al silenzio, si alzano le mille lievi voci attonite della terra. Richiami incoscienti e segreti, inviti di tutti i volti sono il necessario rovescio e il prezzo della vittoria. Non v'è sole senz'ombra, e bisogna conoscere la notte. Se l'uomo assurdo dice di sì, il suo sforzo non avrà più tregua. Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato. riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.Lascio Sisifo ai piedi della montagna. Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.


Alessio Brandolini (Elvio), Tutti sanno ciò che non so, da La polvere negli occhi, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Tutti sanno ciò che non so
questa è la parte migliore
dell'incoscienza dell'agire.
Annuso il verde sintetico
disteso sul campo di gioco
pressato dalla rovina politica
dalla falsa certezza del potere.

Sprigiona calore
il fatto di sentire
il gelo tra le dita.

Osservo con gli occhi chiusi
i frenetici angoli della bocca
le foglie lacerate dagli spini.
Per questo non saprei mentire
sulla gratitudine dello sguardo.
Senza dir nulla
le parole scavano nei denti
sotto la lingua e il palato
rinfrescano la ferita sul collo.

Passa l'arcobaleno sulla casa
restano incollati alla pelle
gli occhi-petali dei bambini
che sorpresi guardano in alto.


Alessio Brandolini (Elvio), Largo Preneste, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

                                                   ad Armando Romero

Hanno cicatrici ovunque e lo sguardo che si dilata
incastrato tra le dita nude dei piedi e delle mani
lumache uscite fuori per via di questo panorama
di baracche e cartoni che circondano la marana.
Non gemano i muri crepati della vecchia fabbrica
i cadaveri nascosti qui sotto la rendono necessaria
in qualche modo si lavora ancora, si sopravvive
trovi persino i panni stesi su fili di ferro arrugginito
i fuochi con la zuppa di verdure o würstel o legumi.
molti dell'est con in faccia gli schiaffi del sole
pochi gli africani: stanno tre giorni poi scappano
perché i loro corpi
umiliati non ce la fanno a restare immobili
per via di quel sogno che ancora persiste...

Qui nell'inferno rimangono quelli che tutto
hanno perduto e nulla hanno trovato
se non le lamiere i rifiuti le porte d'aria
la marana di via Prenestina sepolta dai ruderi
dell'ex fabbrica e lì d'estate salgono su tralicci
in bilico sfidano la morte tuffandosi nell'acqua
attenti a non sbattere la testa nel basso fondale.
Sono attori poi nel tornare a galla e nel mostrare
i pochi denti cariati e sporgenti la bocca che saluta
stretta sbieca e la lingua loro mischiata a frammenti
- che Dante certo amerebbe - della lingua italiana.


Alessio Brandolini (Alessio), Deltaplani, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Come sopravvivere rinchiusi nelle grotte arcaiche
affondati in larghi divani intenti a far funzionare
con i telecomandi la sfilza degli elettrodomestici?

Sui davanzali delle case crescono funghi allucinogeni
braccia che tirano la fune nella direzione del vento
un elastico estensibile a proprio piacimento
basta soltanto annusarlo con il pensiero.

La scimmia millenaria frastornata dal tempo
scalpita nello specchio con le gambe patite.
Prima di tutto la chiarezza sull'ombra
mobile proiettata sui palazzi:
come fa a volare
                       senza un motore
                                    e con le ali recise?

Elica smaniante la domanda attorcigliata ai nodi
elettrici delle stanze, al suo persuasivo rumore.


                                               a Jorge Eduardo Eielson
                                                  Milano, maggio 2004


Jorge Eduardo Eielson (Alessio), da Poesia scritta, Le Lettere, 1993, a cura di Martha Canfield

CORPO MUTILATO
Conto le dita delle mie mani e dei miei piedi
Come se fossero uva o ciliegie      e li sommo
Ai miei dolori. Moltiplico lacrime      umori
Minute gocce di saliva
In tiepide stalattiti d'argento
Divido unghie e gemiti      aggiungo denti
Dispiaceri      luminosi segmenti d'allegria
Fra muri di capelli e corolle
Che sorridono e che dolgono. Tutto disposto
In cupole fosche      in palpitanti fagotti
Di costole spaccate      come se fossi un cervo
Un animale assediato e senza carezze
In un circolo d'ossi
E di battiti

***

scrivo qualcosa
qualcosa tuttavia
qualcosa ancora
aggiungo parole      uccelli
foglie secche       vento
cancello parole di nuovo
cancello uccelli      foglie secche      vento
scrivo qualcosa ancora
aggiungo altre parole
di nuovo parole
parole ancora
in più uccelli       foglie secche      vento
cancello parole di nuovo
cancello uccelli      foglie secche      vento
cancello tutto infine
non scrivo niente


Alessio Brandolini (Alessio), Un sorso d'aceto, in Il male inconsapevole, Il Ramo d'Oro Editore, Trieste, 2005

Sono mesi che ritocco la tela che scuote
emozioni da secoli date per disperse
gli alberi dalle foglie riprese di profilo
le guerre stellari che nascondono il sole.

Avevo sete ed ho bevuto il tuo aceto
il peccato era immobile in un fosso
arso il fitto bosco di croci
assopito il suono distorto del rimorso.

Sulla notte non aggiungo altro.
Mi riconosco dall'odore umido
dal latte nero munto dal dolore
dall'infanzia avuta o sognata
o quella dei figli che ti restano
accanto e scalzi entrano nel cuore
lo scavano e li ascolto corrermi dentro
sbriciolare il male con le mani e lo sguardo.
Per questo quando scrivo cancello le parole.


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